Amici e Conoscenti

14 aprile 2018

Devo confessare di essere sorpreso dai risultati della campagna Public Money Public Code, lanciata qualche mese fa da FSFE e a tutt’oggi promossa e sostenuta. Non tanto per gli esigui numeri raggiunti (17000 firme in tutta Europa. Vale a dire: meno di nessuno), a questo ero già abbondantemente preparato ed anzi non mi aspettavo nessun altro esito. I burocrati di Bruxelles possono serenamente continuare ad ignorare il tema “software libero nella pubblica amministrazione”, il quale, come nuovamente dimostrato in modo empirico, non ha alcun peso politico.

Semmai, sono colpito dall’imbarazzante partecipazione italiana. E sì che i miei compatrioti solitamente non si tirano indietro quando c’è da indignarsi, da protestare contro gli sperperi di pubblico denaro, e da far sentire la propria voce usando lo strumento più comodo possibile. Di seguito, i numeri della partecipazione per i Paesi con almeno 200 firme (estrapolati da questa pagina):

  • Germania: 3704
  • Francia: 1566
  • Spagna: 1358
  • Non Definito / Fuori EU: 877 (dato aggregato)
  • Italia: 678
  • Olanda: 677
  • Regno Unito: 433
  • Belgio: 315
  • Svezia: 291
  • Portogallo: 251
  • Austria: 239
  • Danimarca: 207

Il numero più eloquente: l’Italia ha avuto un impatto pari a quello dell’Olanda (!). Meno di metà di Spagna o Francia. Il confronto con la Germania, poi, non regge affatto.

Mi piacerebbe pensare che finalmente in molti abbiano preso coscienza di quanto le raccolte firme siano non solo inutili ma anche dannose e controproducenti, e consapevolmente abbiano deciso di disertare questa ennesima chiamata, ma temo che la realtà sia un’altra. Ovvero: i già poveri canali di comunicazione interni alla community sono persino peggiorati negli anni. Per non parlare di quelli rivolti all’esterno, che di fatto non sono mai esistiti.

“Ma io non lo sapevo” è una delle frasi che più spesso mi sento rispondere quando illustro una qualche iniziativa, o argomento un proposito rifacendomi a fatti ed eventi che dovrebbero essere noti a tutti coloro che pretendono di dichiararsi parte della cosiddetta “community”. Iniziative, fatti ed eventi che abitualmente transitano su mailing list pubbliche di connessione e coordinamento (che di fatto si sono ridotte a due: quella del Linux Day nazionale e quella WiiLDOS), e/o di cui si fa menzione sul sito e sulla newsletter ILS, insomma in un modo o nell’altro messi all’attenzione di chi dovrebbe almeno minimamente sforzarsi di sapere cosa succede nel suo settore d’interesse. Ma se manco “noi” facciamo questo sforzo, e dunque non siamo in grado di intercettare, raccogliere, elaborare le comunicazioni rivolte a noi stessi, difficilmente si può pretendere che lo faccia qualcun altro al di fuori della ristretta cerchia di amici e conoscenti.

Con buona pace della velleità alla divulgazione (divulgare a chi, se non siamo capaci manco di parlare a noi stessi?) o del presunto impatto istituzionale di un pugno (scarso, infinitamente scarso) di persone.

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Fork Commit Merge

31 marzo 2018

Sabato 24 marzo si è tenuto a Torino MERGE-it, evento che, in un modo o nell’altro, per la prima volta ha messo insieme – nella stessa sede, nello stesso giorno e negli stessi orari – i principali soggetti italiani che operano nell’oramai esteso e variegato panorama delle libertà digitali. Un progetto folle, concepito dopo qualche birra di troppo al FOSDEM 2017, nato dopo l’ennesimo “appuntamento nazionale” sul software libero cui hanno partecipato 40 persone, cresciuto tra non poche difficoltà (logistiche, organizzative, comunicative), talvolta tirato per i capelli, spesso improvvisato alla meno peggio, ed infine giunto al risultato finale. Magari non bello come sperato, certo non perfetto come auspicato, indubbiamente diverso da quanto progettato, ma pur sempre un risultato che, un anno fa, era a malapena concepibile.

Il suddetto risultato è che “Si può fare”. Si può fare un evento dedicato alla nicchia dei diritti digitali cui partecipa qualcuno in più oltre agli amici stretti. Si può parlare tra community diverse – con contenuti, approcci e metodi diversi -, almeno per mettersi d’accordo su data e luogo. Si può cercare una strada che conduca fuori dalla più totale e completa irrilevanza in cui troppo spesso sguazziamo (col rischio che, alla lunga, ci piaccia). Tutti fattori nient’affatto scontati, tantopiù alla luce del fatto che nelle fasi iniziali del progetto più di uno mi ha risposto “Bella idea, era da anni che volevamo farlo”, con la differenza che nessuno lo ha mai fatto (e dunque osservato e misurato) per davvero.

Dal canto mio posso ritenermi soddisfatto della frequentazione all’assemblea ILS ed alla successiva LUGConf articolata nel corso del pomeriggio. Non ho ottenuto quel che avrei voluto (ovvero: la riforma del Linux Day), ma almeno mi ha rincuorato vedere attenzione e partecipazione. E sono inoltre contento di essere riuscito a dedicare una intera giornata al dibattito, anziché alla classica sfilata di talk (utili ed interessanti fino ad un certo punto).

Di questo esperimento si può dire tutto ed il contrario di tutto. C’è chi dichiara che è stato un successo, ma è troppo facile acclamare al “successo” a fronte della media – molto bassa – cui tutti siamo abituati per questo genere di iniziative. C’è chi già non vede l’ora di ripetere l’esperienza, ovviamente ciascuno secondo una idea diversa da tutti gli altri (più tecnico, più divulgativo, tutti gli anni, ogni 2 anni, in città sempre diverse, sempre a Torino…), ma attendo che i facili entusiasmi si spengano spontaneamente prima di anche solo valutare tale ipotesi. C’è chi sostiene che le “collisioni” tra community diverse siano state troppo poche, ed è assolutamente vero, ma è anche vero che da una parte è stato comunque complesso arrivare a condividere una sede ed una data, dall’altra la maggior parte degli aficionados delle diverse associazioni e dei diversi gruppi tematici hanno preferito metter radici nelle loro rispettive aule (ed ascoltare talk su argomenti già conosciuti) piuttosto che farsi un giro altrove, come inizialmente auspicato.

Le mie conclusioni: presi individualmente non contiamo niente, insieme contiamo un pochino, potendo scegliere scelgo la seconda ma già so che l’inclinazione generale propende per la prima; ad una prima occhiata le tracce tecniche hanno avuto maggiore riscontro di quelle divulgative, come volevasi dimostrare; incontrarsi di persona, foss’anche per un breve saluto, aiuta.

E se son fiori, fioranno.


Un Progetto da Quattro Soldi

13 febbraio 2018

Altro anno, altro FOSDEM. L’imperdibile appuntamento come sempre offre, oltre ad un alibi perfetto per andare a sorseggiare ottime birre belghe, occasione per osservare e riflettere sul nostro piccolo mondo.

A margine dei canonici talk ultra-tecnici di approfondimento – quelli che fanno la differenza tra il FOSDEM e qualsiasi altro appuntamento del settore -, ho percepito come tema ricorrente di questa edizione la sostenibilità economica dell’opensource. Tema nient’affatto nuovo, che con sempre maggiore insistenza fa capolino su blog e mailing list, ma che evidentemente ha raggiunto un tale livello di criticità da essere profusamente affrontato in maniera esplicita e diretta. Buona parte dei talk della maintrack “Community” sono stati orientati in tal senso, e non sono mancati svariati altri esempi disseminati trasversalmente nelle altre devroom: casi di successo di aziende il cui business è fondato su prodotti opensource, consigli e dritte da parte dei maintainer di progetti minori, e le più disparate iniziative di supporto e sostegno hanno affollato il ricco programma della manifestazione. Certo siamo ancora lontani da una piena presa di coscienza nei confronti dell’economia opensource, ma trovo comunque incoraggiante il fatto che emergano esempi e modelli che possano via via ispirare le generazioni di smanettoni/imprenditori.

Anche le discussioni tenute coi miei compagni d’avventure (Michele e Stefano, con cui ho condiviso anche i due giorni precedenti al FOSDEM in quel di Madrid) sono state fortemente polarizzate dalla manifesta urgenza di dare sostenibilità economica all’opensource e, ancor più, alla ri-decentralizzazione dell’Internet (perno dello scorso anno). Modelli, esigenze, necessità e diritti, in collisione e sovrapposizione tra loro, rendono difficile dare una forma chiara a qualsivoglia possibile soluzione, ma anche in questo caso trovo positivo il fatto che almeno la problematica sia chiara e, pertanto, analizzabile.

Al FOSDEM 2018 anche io ho tenuto un breve talk, dedicato al progetto GASdotto, e nonostante il mio opinabile inglese (roba che Renzi al confronto pare un madrelingua…) pare che qualcuno abbia persino capito di cosa stessi parlando. Più di una persona mi ha interrogato in merito al modello italiano dei GAS e all’applicazione in sé (uno l’ho pure trovato sull’aereo del ritorno), e devo ammettere che non mi aspettavo tale riscontro all’interno di una conferenza solitamente dedicata ad argomenti ben più tecnici e smanettosi. Preso dall’entusiasmo ho anche tenuto un “pitch” nella devroom dedicata al design, con l’auspicio di ottenere supporto sul versante grafico ed estetico.

Prossimo appuntamento, geograficamente più abbordabile: sabato 24 marzo a MERGE-it. Un evento che, sul malgrado, è stato concepito proprio al FOSDEM (e più precisamente al Delirium Café. Dopo svariate birre. Da ciò, si capiscono parecchie cose).


Uno Per Cento

23 dicembre 2017

All’inizio dell’anno ho pubblicato su Linux.it un appello rivolto ai tanti che, in modo più o meno diretto e più o meno consapevole, lavorano con strumenti e piattaforme libere e opensource, affinché destinassero una piccola parte del proprio fatturato (idealmente l’1%, da cui il nome dell’appello stesso) al sostegno di quegli stessi strumenti. Non per filantropia o generosità, ma per esclusivo interesse personale, bieco opportunismo e spietata avidità: fintantoché tali strumenti – gratuiti, eppure spesso assai più sofisticati e malleabili delle controparti commerciali – esistono e vengono sviluppati, si può continuare a sfruttarli con ampi margini di profitto.

Non so quanto tale appello sia stato colto e recepito, ma so che il suddetto appello si rivolge anche a me – libero professionista di cui pressoché tutti i guadagni derivano dall’utilizzo di componenti opensource – dunque, giunta la fine dell’anno ed emesse le ultime fatture, è giunta anche l’ora di versare il mio obolo.

 

Laravel (86 dollari) – il framework PHP Laravel è in assoluto il mio principale strumento di lavoro. Con esso produco facilmente e rapidamente applicazioni web, e più recentemente mi è capitato di tenere corsi (ovviamente retribuiti). Non esiste un canale per donare a questo progetto, essendo verosimilmente sostenuto da entità commerciali ben più facoltose di me, ma sentendomi in dovere di contribuire a questo ecosistema ho pagato una sottoscrizione annuale a Laracast, portale di video tutorial e supporto; dubito che ne fruirò mai, ma chissà che in qualche modo non torni a sua volta utile. Nota fiscale: il servizio eroga una fattura che può essere personalizzata coi propri parametri amministrativi, e dunque data al commercialista per farla figurare come spesa.

jQuery (50 dollari) – alla faccia di tutti i vari ed astrusi framework Javascript esistenti io rimango fedele al buon vecchio jQuery. Che ha molteplici difetti, ma il grosso pregio di essere facile ed immediato. L’ideale per implementare velocemente piccole interazioni ed animazioni che fanno contento il cliente pagante. L’entità che sostiene jQuery è la Javascript Foundation, che principalmente fa divulgazione e promozione per una serie di componenti (non solo jQuery).

Debian (50 dollari)Debian è e resta la mia distribuzione Linux di preferenza, tanto sul PC con cui lavoro che sui server su cui hosto le mie applicazioni. Da svariati anni non mi capitano più grattacapi a seguito di un upgrade, e posso dunque permettermi di mantenere le macchine sempre aggiornate – e dunque sicure – senza perdere troppo tempo. Per le donazioni si può far riferimento a questa pagina, io ho scelto il metodo semplice (Software in the Public Interest) ma penso che appoggiandosi alle entità tedesche o francesi si può ottenere una ricevuta detraibile dalle tasse.

Gnome (25 euro) – non un vero e proprio strumento di lavoro, ma comunque l’ambiente che mi permette di organizzare tutto il resto. E gestire comodamente le tante applicazioni tra cui mi trovo a saltare durante le mie giornate produttive. Qui la pagina per le donazioni.

Thunderbird (25 euro) – volenti o nolenti, mandare e ricevere mail è parte integrante del mio mestiere. E Thunderbird, pur coi suoi problemi, resta una delle poche soluzioni valide per gestire molteplici accounts di posta e ripescare rapidamente messaggi ed allegati mandati alla rinfusa dai clienti pasticcioni. Qui la pagina per le donazioni.

LibreOffice (25 euro) – ci faccio le fatture, i preventivi, le slide per i corsi: nonostante la mia principale occupazione sia quella di programmatore, qualche documento capita sempre di doverlo produrre. Qui la pagina per le donazioni.

Inkscape (10 dollari) – una piccola eccezione in questa lista: Inkscape non l’ho mai usato per lavoro, bensì per i piccoli task grafici che accompagnano le attività di volontariato (banners, loghi, pagine web…). Motivo percui ricade in una categoria inferiore di donazione, ma comunque anche questi pochi soldi se li merita. Qui la pagina per le donazioni.

Agent (10 euro)Agent è un modulo Laravel per distinguere, server-side, i client desktop, mobile e tablet, ed essere dunque in grado di fornire il template giusto. Utilizzato con profitto in un grosso lavoro.

Laravel Gettext (10 dollari)Laravel-Gettext è un altro modulo Laravel, utile per bypassare il formato nativo usato per le traduzioni (poco compatibile col resto del mondo) ed adoperare al suo posto il formato Gettext (ben più fruibile ed integrabile). Una nota a margine: di moduli Laravel ne uso in gran quantità, e a tutti avrei voluto fare una piccola donazione, ma reperire informazioni a tal proposito è talvolta complicato; per questo, nella fattispecie, sono dovuto andare ad esplorare il profilo GitHub dell’autore, dunque il suo sito personale, ed arrivare dunque ad un link Paypal.

 

Grazie a tutti coloro che producono e distribuiscono software libero e open. In virtù del loro contributo posso permettermi di svolgere lavori molto più grandi di quel che da solo potrei mai permettermi, fatturarli, e tenere per me tutto il profitto. Ridistribuire solo l’1% è, oggettivamente, un affarone.

In chiusura segnalo che ho creato il mio profilo Patreon, piattaforma che permette di erogare donazioni periodiche nel tempo. Principalmente per sostenere il progetto GASdotto, attualmente la mia maggiore opera non commissionata e non retribuita da nessun cliente specifico, benché nei report mensili riporti anche altre attività di sviluppo opensource che mi trovo a condurre (vuoi per esigenze personali – e verosimilmente condivise con altri – o vuoi come spin-off di lavori propriamente detti).


L’Idraulica della Partecipazione

6 novembre 2017

Esistono due sentimenti contrastanti all’interno del mondo open* (e mi si permetta di estendere il concetto oltre al solo -source). Da una parte: la community è in declino, se non addirittura già morta, non c’è partecipazione attiva e le nuove generazione – che pure dovrebbero essere le più interessate, essendo le più coinvolte – sembrano insofferenti nei confronti delle tematiche proposte. Dall’altra parte: è assolutamente necessario raggiungere il pubblico di massa, divulgare, promuovere, spiegare, ed arginare la dilagante ignoranza ed inconsapevolezza.

Eppure…

Se è vero che i Linux User Group stanno via via sparendo – e ben lo posso testimoniare, osservando direttamente le modifiche sulla LugMap e l’andamento del Linux Day nazionale – è altrettanto vero che essi hanno gemmato innumerevoli altre realtà locali. Se quindici anni fa un LUG bastava a tenere insieme, nel bene e nel male, le persone residenti nella stessa città con interessi diversi purché vagamente attinenti al mondo digitale, oggi ci sono FabLab, CoderDojo, e un numero enorme di “meetup” spesso estremamente settoriali (quasi tutti attinenti a tecnologie opensource. Qui quelli di Milano, qua di Torino). Per non parlare dei tanti altri che raramente si fanno vedere – vuoi per timidezza, vuoi perché geograficamente isolati nella profonda provincia italiana di cui spesso ci si dimentica ma che ospita gran parte della popolazione – eppure ci sono. Solo nell’ultimo mese sulla Wikipedia italiana 8000 diversi utenti hanno contribuito. Alla mailing list di Spaghetti Open Data, principale community italiana dedicata agli opendata, sono iscritte 1300 persone. L’account Twitter @Linux_Italia conta 4400 followers, più della somma – comunque non corretta, essendo i due insieme in gran parte sovrapposti – di quelli di @ItaLinuxSociety e @LibreItalia (che a fasi alterne si contendono il titolo di “più grande associazione italiana dedicata al software libero”). Certo non sono il milione e ottocentomila follower di @Fedez, ma sono più degli italiani che hanno sottoscritto il recente appello europeo di FSFE per il software libero nella pubblica amministrazione (14000 firme in tutta Europa).

La balcanizzazione della community open* ha frammentato il bacino di persone coinvolte: il totale aritmetico lentamente cresce, ma ogni compartimento non sa quel che fa l’altro e ciascuno si strugge per ottenere un briciolo di attenzione o addirittura di partecipazione. Che spesso va a discapito degli altri, e a danno degli obiettivi comuni (o che almeno “comuni” sono in teoria). Attenzione e partecipazione vengono drenate in mille rivoli, ciascuno troppo piccolo per risultare autorevole e “appealing” per gran parte dei potenziali nuovi volontari, i quali o lasciano perdere o a loro volta lanciano la loro propria iniziativa. Scavando il loro proprio ennesimo rivolo, ed aumentando il grado di erosione complessivo.

Forse prima di pretendere di raggiungere il pubblico di massa – e magari far cambiare idea a quello che fa la coda all’Apple Store per il privilegio di poter spendere 1000 euro di iPhone, e poter orgogliosamente attaccare l’adesivo con la mela sull’auto – dovremmo provare a raggiungere noi stessi. Raggiungere chi già conosce questi temi, ne è incuriosito ed affascinato, e fare in modo di renderlo attivo e partecipe. Per poter scalare in modo progressivo, fare sistema e dirigere insieme gli sforzi.

Ognuno porta l’acqua al suo mulino. I mulini si moltiplicano, ed il fiume si prosciuga. Ad un certo punto, serve una diga.


Sostenibilità Sostenibile

31 ottobre 2017

Non serve essere esperti di economia per constatare che la pubblicità è il modello di business predominante su internet: soggetti come Google e Facebook ci hanno costruito imperi multimilionari, tanto da comparire tra le aziende più profittevoli del mondo pur non “vendendo” – nel senso classico del termine – nulla o quasi, ma anche tantissimi altri sono i servizi – in particolare, quelli di informazione – che quotidianamente utilizziamo senza dover pagare un centesimo essendo il servizio stesso, e tutto il lavoro che ci sta dietro, pagato con più o meno consapevoli visualizzazioni dei banner nelle pagine web che consultiamo. Ma neppure serve essere complottisti incalliti per conoscere i retroscena di ciò: il profitto della pubblicità aumenta nel momento in cui essa è mirata e personalizzata, e ciò implica scegliere cosa proporre, quando, e a chi, ma per sapere queste cose occorre costantemente profilare gli utenti, intercettarne i gusti e le esigenze, virtualmente seguirli tra una pagina e l’altra, e sapere in ogni momento quale annuncio potrà essere più facilmente ritenuto interessante e dunque cliccato (e profumatamente pagato dall’inserzionista). Senza contare i danni collaterali di tali dinamiche di cui forse il più noto è il fenomeno dei siti di fake news, portali che ogni giorno sfornano notizie assolutamente prive di fondamento costruite al solo scopo di “indignare” il lettore, spingerlo a condividere viralmente il link sui social network, e attirare artificiosamente occhi a guardare i banner delle proprie pagine web (con tutto quel che poi ne deriva…). Del resto è noto che tale meccanismo, spesso basato su metriche assolutamente arbitrarie tipo appunto le “visualizzazioni”, sia abbondantemente abusato e taroccato, al punto che non esiste nessuna diretta correlazione, neppure vaga, tra quanto viene speso per la pubblicità ed il beneficio che se ne trae, fattore che sta progressivamente facendo perdere la fiducia degli investitori. E a tutto questo, infine, si sommano la reazione spontanea degli utenti, che hanno iniziato ad adottare massicciamente soluzioni di adblocking per troncare le inserzioni nelle pagine (vuoi per tutela della privacy, vuoi per esasperazione), le ovvie limitazioni delle piattaforme mobili (schermi piccoli = meno spazio per piazzare gli annunci), e i giochi di potere di chi gode di una posizione di vantaggio nel settore digitale, che in un prossimo futuro potrebbero rompere equilibri già precari a tutto vantaggio dei soliti noti.

Morale: la pubblicità sarà il modello di business predominante, ma è talmente instabile ed inaccurato che costantemente minaccia di collassare. Con buona pace della sostenibilità, e dunque della pluralità e dell’autonomia degli infiniti soggetti che animano la Rete.

Trovare una alternativa è difficile, tantopiù in quest’epoca in cui gli utenti hanno perso l’abitudine di pagare esplicitamente – fossero anche cifre irrisorie – per alcunché. Eppure, una soluzione sembra lentamente emergere: quella del mining di criptovalute. Il meccanismo è semplice: l’utente visita un sito e scarica – in modo trasparente ed invisibile – un pezzetto di Javascript, il quale inizia a computare hash che (detto molto in breve) hanno un valore economico. Infinitesimale, ma se moltiplicato per migliaia o milioni di utenti può rappresentare una somma più che dignitosa. Niente tracking degli utenti (non importa chi tu sia, l’importante è che il tuo computer calcoli gli hash), niente raggiri sulle visualizzazioni (la potenza di calcolo viene direttamente tradotta in profitto, non possono esserci falsificazioni o sommarie interpretazioni dei numeri), rapporto diretto tra servizio e utente (non esiste nessun inserzionista che ci deve mettere i soldi). Pioniere in questo campo è Coinhive, immediato e facile servizio che mette a disposizione tutto quel che serve per iniziare: ci si registra, si copia e incolla una riga di codice nel proprio sito, e i propri utenti iniziano a macinare valore. I profitti estrapolabili attualmente in questo modo sono assai ridotti rispetto a quelli dei più classici baner, ma ritengo lecito aspettarsi che questa strategia possa nel tempo evolversi e diventare davvero un modello alternativo.

Non fosse che, ad oggi, tale approccio viene pesantemente criminalizzato. Cloudflare – che a lungo non ha avuto problemi a sostenere The Daily Stormer, forum neo-nazista salito agli onori delle cronache con i fatti di Charlottesville, in nome della “libertà d’espressione” – non ha invece avuto remora alcuna a revocare il proprio servizio ad un sito monetizzato appunto con Coinhive, strumento classificato come “malware”. Non sono i primi e non sono gli unici, ed ogni volta che il tema viene ripreso da qualche media non ci si risparmia nei confronti di questi cattivoni che sfruttano la nostra povera ed indifesa CPU senza chiedere il permesso. Come se qualcuno avesse mai chiesto il permesso per imbottire le pagine web di annunci pubblicitari, spesso a loro volta animati e che consumano ancora più risorse…

Personalmente, potessi scegliere tra la visualizzazione di banner che infastidiscono la navigazione e la lettura, rallentano i caricamenti e rastrellano ogni bit di informazione sui miei percorsi online, e la cessione di una parte della capacità di calcolo del mio processore, sceglierei la seconda. Certo entro limiti ragionevoli – sarebbe troppo semplice abusarne, cosiccome si è sinora abusato della pubblicità – ma in fin dei conti tanto varrebbe usare questa capacità di calcolo in modo diretto. Auspico che questa per me legittimissima modalità di monetizzazione possa essere adottata da molti, che possa ottenere presso il pubblico la dignità che merita, e che possa in futuro consolidarsi per dare all’internet una stabilità ed una sostenibilità che, oggi, rischia di svanire.


A Sua Immagine

3 ottobre 2017

Negli scorsi giorni sono stato coinvolto in una lunga discussione con alcuni giovani linuxari a Torino. Il fulcro: la scelta di acquistare su un popolare marketplace online un tema preconfezionato per il sito del Linux Day Torino 2017; bello, elegante, sufficientemente originale, ma allo stesso tempo soggetto a copyright stretto e dunque non redistribuibile.

Negli anni passati (più precisamente per le edizioni 2013, 2014 e 2015) già avevo fatto altrettanto, seguendo il giusto suggerimento di un amico. Ed ho deciso di farlo quest’anno vedendo che la pagina dell’edizione 2017 dell’evento era stata allestita nella stessa identica forma di quella del 2016, ovvero con un template sommariamente assemblato usando i parametri di default di un comune framework CSS. A ciò sono seguiti la contestazione sulla mancanza di “libertà” del nuovo tema di origine commerciale, il goffo tentativo di reimplementarlo (aggiungendo un paio di immagini sul tema fatto in casa, e nulla più), ed una serata finita ad urla e strepiti.

Quando mi sono rivolto al mercato dei template l’ho fatto per due motivi: evitare di perdere tempo nel tentativo di mettere insieme qualcosa di decente, e pubblicare qualcosa di più decente di quanto sarei mai riuscito a fare io. Ho iniziato ad adottare questa pratica per il primo dei due motivi, ed ho continuato a seguirla per il secondo: ragione percui non mi sono accontentato di riutilizzare sempre lo stesso tema acquistato la prima volta, ma ogni anno ho preferito spendere una cifra tra i 10 ed i 15 dollari per avere sempre qualcosa di nuovo. Col tempo mi sono reso conto che questa attitudine aveva un valore ben superiore che non il mero compiacimento estetico: è diventata una questione di immagine.

L’ostinato dilettantismo ostentato – a volte pure con orgoglio – dalla community di promozione e divulgazione del software libero non giova alla Causa. Perché non fa altro che confermare le malelingue secondo cui l’opensource lo fanno gli smanettoni che improvvisano e raffazzonano, ciechi ed incuranti di quei piccoli grandi dettagli che fanno la differenza tra un bel lavoro ed uno mediocre. Ed accrocchiare una pagina web schiantadoci dentro un qualunque CSS precompilato, senza variarne minimamente i parametri, pensando tra sé e sé “Ma si, va bene così”, è il primo segnale che si da al mondo esterno di improvvisazione e raffazzonamento. Forse sarebbe meglio riconoscere i propri (leciti e legittimi) limiti in fatto di grafica e design, rivolgersi in modo più o meno diretto a qualcuno più bravo di noi, se necessario versargli pure un minimo contributo monetario (perché noi ci teniamo al valore del lavoro, ricordando sempre a tutti che il software libero non è soltanto gratuito, vero?), ed affidarci a quello.

Se questo poi comporta un compromesso sulla licenza di un pugno di innocuo HTML e CSS (a loro volta costruiti intorno a Bootstrap, jQuery, ed altre componenti rigorosamente libere e ridistribuibili), così sia. D’altro canto è molto sottile la linea tra “proprietarietà” e “libertà” di quel che è un contesto estetico, una immagine di contorno, laddove è cosa molto comune non voler condividere, deliberatamente, la propria identità grafica, che per definizione è una cosa personale e privata: ad esempio il CSS del sito FSFE non riporta alcuna licenza esplicita (ed è pertanto da considerare sotto copyright stretto), ed il tema del sito FSF non è neppure reperibile su un repository pubblico. Quando accedo a tali siti web ed il mio browser scarica automaticamente gli assets, sto forse usando “software proprietario”?

Se vogliamo avere la pretesa di dire ad altri quale software devono usare e quale no, dovremmo avere un minimo di autorità per farlo. E saper dimostrare che sappiamo quel che stiamo dicendo. Ma certo non lo dimostriamo molto bene se non siamo neppure in grado di presentarci con una pagina web minimamente curata, cosa oramai alla portata di chiunque abbia un minimo di buona volontà.


C’è Chi Può

17 agosto 2017

Spesso (anzi: verrebbe da dire “sempre”) quando i soggetti politici e normativi si interessano di questioni digitali, magari pure motivati da alti propositi di tutela e contrasto dei soprusi, finiscono col fare più danni di quelli che aspirano a risolvere. Campione di questa disciplina è la Commissione Europea, che ogni giorno si arrovella per contenere l’espansione dei colossi statunitensi – affamati di dati personali e profitti facili – formulando leggi pensate per colpire i grandi ma che vanno inevitabilmente a colpire anche (e più duramente) i piccoli.

L’ultimo esempio in tal senso è quello su cui FSFE – sempre attenta a quel che esce dal cilindro dei legislatori europei – sta in questo momento lavorando. Oggetto: una direttiva “sul diritto d’autore nel mercato unico digitale”, che ammetto di non aver letto per intero ma che, come viene segnalato, all’articolo 13 impone a coloro che erogano contenuti prodotti e caricati dai propri stessi utenti di dotarsi di tecnologie per il riconoscimento automatico delle infrazioni di copyright. Un testo evidentemente scritto con in mente YouTube, SoundCloud e affini, ma che necessariamente – essendo, ricordiamolo, la legge uguale per tutti – dovrebbe essere applicato a ogni servizio online. Ivi compreso il piccolo sito di condivisione files, il social network emergente, e perché no anche l’istanza GitLab condivisa con amici e colleghi. I quali, ovviamente, non possono sostenere l’onere (tecnologico o economico) di adeguarsi a tale ingombrante requisito, e devono scegliere se restare fuorilegge (con tutti i rischi che ne derivano, diffilmente giustificabili ad eventuali investitori in caso di iniziative imprenditoriali) o chiudere tutto. Dirottando altro pubblico verso quegli stessi data silos che sarebbe invece desiderabile andare ad arginare, e la cui concorrenza preoccupa tanto la politica del Vecchio Continente.

Il meccanismo oggi in vigore, popolarmente chiamato “notice and take down”, prevede la responsabilità del fornitore del servizio di intervenire nella rimozione di materiale illegalmente condiviso senza autorizzazione a seguito di una segnalazione. Cosa che ancora rientra nei limiti del ragionevole: il piccolo servizio riceve poche o nulle segnalazioni e può smaltirle manualmente, il grande servizio che gestisce grandi volumi si deve dotare di un sistema automatico per agire preventivamente e riuscire a far fronte alla mole di dati. L’impegno di ciascuno è commisurato alla sua dimensione, e dunque alla sua capacità di fronteggiare il problema. Ma imporre un preciso metodo, peraltro inaccessibile ai più, agisce in senso esattamente contrario a quel che si vorrebbe: per i suddetti YouTube, SoundCloud e affini è un marginale fastidio, che anzi probabilmente è già stato risolto per ovvi motivi di carico, per tutti gli altri è una sentenza di morte.

E allora: invece di tentare (invano) di colpire chi dopotutto può reggere il colpo, spazzando tutto il resto nel mentre, non sarebbe più intelligente sostenere la crescere della concorrenza locale?


Zelo Innovativo

8 agosto 2017

Esiste questa diffusa convinzione secondo cui il software libero, per imporsi nei confronti del pubblico, dovrebbe riprodurre dettagliatamente le funzioni e l’aspetto delle controparti proprietarie. Perché basta una icona leggermente spostata, o persino colorata diversamente, per far rumorosamente protestare l’utente da sempre abituato alla soluzione precedente. “Resistenza al cambiamento”, la chiamano.

Laddove detto fenomeno innegabilmente esiste ed è ampiamente documentato, non sono però del tutto convinto che esso debba condizionare così fortemente gli sforzi orientati alla promozione, alla diffusione e soprattutto allo sviluppo del software libero. Anzi: l’impatto eccezionale della resistenza dovrebbe far agire in senso esattamente opposto.

Un esempio. Da che mondo è mondo, la stragrande maggioranza di coloro che operano nel campo della grafica si lamenta del fatto che Gimp è troppo diverso da Photoshop e non ci si riesca a lavorare. Quelle stesse persone ora stanno adottando in massa Sketch, che con Photoshop non c’entra niente. Perché la nuova applicazione serve ad uno scopo ben preciso (design per il web. Ovvero quel che, volenti o nolenti, fa la gran parte dei grafici oggi) ed implementa un approccio mirato e specifico, benché diverso, che la rende migliore. In molti, vedendo risolto un problema, non si sono posti il problema del “cambiamento”, proprio perché non sentono di “cambiare”.

Altro esempio, forse maggiormente familiare ai più. Immagino che tutti i miei lettori si siano imbattuti almeno una volta (di persona, o per narrazione di seconda mano) in qualche insegnante che proprio non ne voleva sapere di LibreOffice, anche di fronte all’evidenza che le differenze estetiche e funzionali fossero minime rispetto al più noto e conosciuto Microsoft Office. Quegli stessi insegnanti – fateci caso – sono coloro che con grande entusiasmo hanno preso ad usare per le loro lezioni Prezi, che con PowerPoint non c’entra niente. Perché la nuova applicazione serve ad uno scopo ben preciso (realizzare presentazioni un po’ meno noiose del solito slideshow) ed implementa un approccio mirato e specifico, benché diverso, che la rende migliore. In molti, vedendo risolto un problema, non si sono posti il problema del “cambiamento”, proprio perché non sentono di “cambiare”.

Ultimo esempio, di tutt’altro genere. Da anni la community freesoftware tenta, invano, di ricostruire il successo dei social network più famosi, replicandone l’interfaccia e le funzionalità. Diaspora o Mastodon sono meri (e talvolta opinabili) cloni di Facebook e Twitter, che poco o nulla valore aggiunto danno all’aspirante utente. Dopodiché, basta guardarsi attorno per rendersi conto che i più giovani usano tutti Snapchat, che con Facebook o Twitter non c’entra niente. Perché la nuova applicazione serve ad uno scopo ben preciso (condividere i selfie scattati al parco con la canna in mano facendo in modo che li vedano gli amici ma non i genitori) ed implementa un approccio mirato e specifico, benché diverso, che la rende migliore. In questo caso non si tratta di un cambiamento individuale, ma dovrebbe altrettanto rendere l’idea del fatto che quel che noi (= quelli della mia generazione) diamo per assodato ed immutabile è altresì estremamente volatile, anzi già cambiato per qualcun’altro.

Il software open domina laddove non si limita ad imitare o peggio ancora scimmiottare, ma dove anzi traccia le nuove tendenze ed i nuovi strumenti. Certo l’ambito più strettamente tecnologico è popolato da persone mediamente più inclini ad accettare i cambiamenti tecnici, anzi li bramano essendo fonte di continua sfida intellettuale, ma gli esempi di cui sopra ci dicono che in presenza di uno strumento migliore (che non necessariamente faccia tutto quanto meglio, ma solo quel che serve ai più) le persone non si fanno troppo scrupolo ad utilizzarlo dimenticandosi via via di quel che c’era prima.

Chiosa: invece di insistere con gli utenti per fargli utilizzare a tutti i costi quel che vogliamo noi, sarebbe opportuno provare ad implementare quel che vogliono loro. O, meglio, che non sanno di volere. Meno lezioni, più implementazioni.


Stallmán Akbar

19 luglio 2017

Su questo mio blog ho spesso usato terminologia che accosta la frangia estremista del movimento freesoftware a quella che noi occidentali chiamiamo sommariamente “guerra santa islamica”. Ed ultimamente mi sono trovato ad usare tale parallelo ancora più frequentemente in mail private scambiate coi colleghi softwareliberisti o nelle infervorate discussioni de visu. “Jihad Stallmaniano”, “GNU/shari’a”, “fatwa”, “fedayyin”: tutti termini che oramai accompagnano buona parte delle mie argomentazioni, o almeno di quelle che toccano le più delicate questioni di politica interna.

Certo si può obiettare sull’esagerazione di questa metafora. Ancor più si possono mettere in discussione il buon gusto o l’appropriatezza, tantopiù in tempi in cui la Guerra Santa, quella vera o sedicente vera, miete centinaia di vittime. Ma a mia parziale discolpa devo dire che non sono l’unico ad adoperare codesta figura retorica. Un altro è il co-fondatore di Free Software Foundation, braccio destro e consulente di Richard Stallman, autore della GPLv3, massimo esperto degli aspetti legali del software libero: Eben Moglen.

Nell’ottobre 2016, nel corso di una conferenza, parlando delle difficoltà riscontrate nella divulgazione del software libero, Moglen non si è fatto molti scrupoli nel dire

But some of my angry friends, dear friends, friends I really care for, have come to the conclusion that they’re on a jihad for free software

Qua la trascrizione completa dell’intervento, con altri riferimenti a contorno. Il fatto che una persona così rilevante all’interno del movimento, anzi una delle persone che il movimento lo hanno costruito da zero, abbia usato questa specifica parola è assai indicativo del punto cui siamo giunti. E del punto che bisogna evitare di oltrepassare.

Un altro passaggio interessante della trascizione di cui sopra è “the problem […] is that jihad does not scale”. Che è assolutamente vero, ancor più quando l’astio e l’odio (o, più semplicemente, l’assoluta ed indiscutibile certezza di avere ragione che accompagna ogni guerra santa) sono talmente grandi e smisurati che vengono rivolti non solo ai danni degli ipotetici avversari ma anche degli alleati rei di non seguire la più rigida ortodossia. Col crescere della diffusione e della popolarità del modello opensource, la cieca ostinazione della falange stallmaniana ha smesso di essere un mero fattore folkloristico interno alla community ma un freno, un ostacolo concreto, una difficoltà in più da superare oltre alle tante che già esistono. Perché prospera nell’ignoranza (storica e tecnica) e nella paura, distoglie l’attenzione dai veri problemi e dalle vere soluzioni, istiga alla reciproca intolleranza.

Il Jihad Stallmaniano va arginato e contenuto. Prima che un folle faccia saltare in aria i server di Debian al grido di “Stallmán Akbar”.