Giustamente

27 novembre 2016

Nell’ultimo mese sono incappato due volte nel medesimo concetto applicato al mondo del software aperto, illustrato in contesti diversi ma incidentalmente espresso con il medesimo termine: “fair”, “giusto”.

La prima occorrenza l’ho trovata nella definizione della “Fair Source License”, una licenza software che, pur conservando alcuni elementi del freesoftware (l’accesso al codice sorgente), limita l’utente alla sua distribuzione: raggiunto un certo numero di copie, bisogna pagare una somma per quelle successive. La seconda in un articolo con cui uno sviluppatore (tra le altre cose autore di Birdie, popolare client desktop per Twitter) annuncia la fondazione della sua azienda, che, a suo dire, produrrà software opensource ma vincolerà in qualche modo (non è dato di capire esattamente come e quanto) al pagamento di una quota quanto più vicina al cosiddetto “Fair Value Price”, ovvero quello che viene considerato il prezzo più equo. In entrambi i casi, quel che viene implicitamente proposto è di ridimensionare le libertà degli utenti (in particolare la libertà 2, quella relativa alla ridistribuzione) in nome di principi universalmente riconosciuti come quello del giusto compenso. In entrambi i casi, quel che viene implicitamente proposto è di limitare artificialmente la naturale ed ovvia abbondanza del bene digitale per ristabilire rapporti vincolanti tra produttore e fruitore. In entrambi i casi, quel che viene implicitamente proposto è di tornare indietro di quarant’anni.

Dato per assunto il fatto che quello della sostenibilità è un problema ben noto ed anzi di crescente interesse all’interno della comunità freesoftware, mi disturba la piega degenerativa che sta prendendo. Ma chi davvero considera questo approccio di vendita al dettaglio “giusto”, evidentemente capisce poco sia di software che di mercato.

Che il prodotto sia libero, quasi libero o chiuso, quanto incide sul fatto di riuscire a raggiungere un pubblico, trovare dei clienti e convincerli a pagare? Nel marasma di applicazioni esistenti per ogni singola esigenza, qual è il motivo percui la propria dovrebbe essere quella preferita ed addirittura pagata da qualcuno? Quanti potenziali utenti vengono a priori allontanati da una etichetta con un prezzo, per quanto modesto, simbolico e a malapena sufficiente a risarcire gli sforzi profusi?

Nel film “The Wolf of Wall Street” ricorre un paio di volte una battuta: il protagonista (interpretato da un sempre ottimo Leonardo di Caprio) prende una penna e chiede ai suoi interlocutori di vendergliela. I primi provano ad ostentarne le proprietà funzionali ed estetiche, solo per essere interrotti dopo pochi secondi e dover passare al successivo pretendente. Finché uno non prende la penna, porge un pezzo di carta, e chiede all’esaminatore di scrivere il suo nome. A questo punto viene svelata la chiave del test improvvisato: per vendere qualcosa, bisogna creare un bisogno. E, col tempo, “creare un bisogno” è diventata la base concettuale di gran parte dei modelli di business legati al software (che, ricordiamolo, è per sua natura un prodotto infinitamente replicabile a costo zero, contrariamente alle mele o ai tavoli). Il lock-in tipico del software proprietario ne è l’esempio più lampante: inizialmente lo si adotta per assecondare una necessità immediata, dopo poco la necessità diventa poter continuare a consultare i dati ed i documenti con esso generati. Esempi meno lampanti, benché assai noti, sono i modelli indiretti comunemente legati al software gratuito e, per estensione, all’opensource: il prodotto è a disposizione di tutti, ci sono tantissime alternative che soddisfano alla stessa esigenza funzionale, l’utente sceglie quella che preferisce, ma è interesse dello sviluppatore far scegliere la propria in quanto sarà poi lui il primo riferimento per rispondere al bisogno di modifiche (pagate), training (pagato), assistenza (pagata), hosting (pagato), lungimirante azione proattiva (ovvero donazioni, ovvero pagamenti spontanei), oppure ancora per essere al centro di possibili ulteriori sviluppi monetizzabili: pubblicità, estensioni a pagamento – cfr. modello opencore o modello freemium -, raccolta e sfruttamento di dati, o semplicemente auto-promozione per altri prodotti o servizi commerciali.

Considerata la quantità di modelli alternativi già abbondantemente adottati e sperimentati con successo, davvero non ritengo che sottrarre libertà all’utente possa essere strumentale per una ipotetica “giustizia” a senso unico. Il modello opensource non è “ingiusto”; sei tu, caro sviluppatore improvvisatosi imprenditore, che dovresti mettere da parte la Lettera Aperta agli Hobbisti del 1976 ed imparare a vivere nel 2016.


Softwarao Meravigliao

17 novembre 2016

Negli ultimi giorni ha iniziato a circolare la notizia secondo cui il Brasile, nazione capisaldo dell’adozione di software libero nella pubblica amministrazione, avrebbe scelto di abbandonare l’opensource ed acquistare massicciamente licenze Windows e Office da Microsoft. Incuriosito dal fatto che pressoché tutti gli articoli apparsi in lingua inglese erano poco più di copie uno dell’altro, inneggianti il fallimento delle politiche a favore del freesoftware ed il ripensamento di uno dei suoi più longevi e fedeli sostenitori, ho approfondito un poco la questione andando a cercare qualche fonte in lingua portoghese. Il brano più completo che ho trovato è questo qui, e qualche altro riferimento lo si può trovare su questo aggregatore.

Riassumendo molto il tutto, emerge che: dal 2003 il Brasile ha norme che favoriscono l’adozione di software libero nella pubblica amministrazione locale, simili al nostro beneamato Codice di Amministrazione Digitale, con la differenza che lì le applicano; ad ottobre, con il sostegno del Ministro dell’Economia, è stato aperto un centro di ricerca dove Microsoft promette di far vedere (ma non far toccare) il suo codice sorgente alle istituzioni addette alla sicurezza nazionale; pochi giorni dopo, è stata lanciata una convenzione nazionale per l’acquisto di licenze Microsoft (stando a quanto capisco, non dissimile da quella esistente anche qui in Italia). E tanto è bastato per annunciare la fine dell’avventura carioca di Tux.

Riassumendo un po’ meno, però, emerge dell’altro. Tipo che questo agosto il governo brasiliano è stato sovvertito, con la destituzione della presidentessa Dilma e l’ascesa del nuovo presidente Tremer. Liberista convinto, che spinge molto sulle privatizzazioni. E cui evidentemente non sono passate inosservate le spese del Governo nei confronti del comparto ICT locale, sostenuto in larga parte da fondi pubblici. Meglio tagliare tutto, investimenti e posti di lavoro, e cercare di spuntare un buon prezzo dal vicino fornitore di software statunitense. Con buona pace del CTB (per dirla facile: la CGIL brasiliana), che reagisce menzionando l’impatto sui posti di lavoro qualificati, l’espatrio di quattrini sinora destinati allo sviluppo nazionale, ma facendo anche leva sulla sicurezza. Tema particolarmente sentito nel Paese, da sempre succube (come tutto il Sud America) delle politiche imperialiste dell’invasivo vicino a stelle e strisce, ancor più dopo le rivelazioni di Snowden: appare ovvio che la farsa del centro di ricerca Microsoft, e le solerti rassicurazioni governative sulla sicurezza e sulla privacy che hanno accompagnato l’annuncio della suddetta convenzione, servono a contenere i (fondatissimi) timori da parte dei cittadini.

Sta di fatto che le più o meno opinabili scelte politico/economiche del nuovo presidente – forse poco consapevole delle responsabilità sociali ancor prima che tecniche del suo ruolo – ben si prestano ad essere strumenalizzate per presentare uno scenario diverso dal reale, ovvero quello del presunto collasso dell’opensource in quanto tale. È chiaro che, in assenza di una contestualizzazione e debitamente colorato, il passo indietro del Brasile può essere facile oggetto di illazioni e supposizioni sui limiti delle soluzioni esistenti (esistenti dal 2003: ce ne hanno messo, per accorgersene…) e vettore di paura, incertezza e dubbio. Né più né meno di quello che si aspettava l’ufficio stampa Microsoft quando ha iniziato a far circolare i comunicati stampa.

Confido che la situazione brasiliana possa rientrare al più presto, più per solidarietà coi colleghi smanettoni sud americani che per tifo nei confronti del software libero. In nome di ordine e progresso.


Chiavi in Mano

31 ottobre 2016

Qualche giorno fa è successo che uno di noi, attivista della comunità freesoftware italiana, si sia trovato in riunione con un referente del Ministero dell’Istruzione per ragionare sulla diffusione di Linux e del software libero nella scuola italiana. E contrariamente a quanto accaduto nelle diverse precedenti occasioni stavolta l’incontro si è tradotto in un appello finalizzato a coinvolgere da subito le diverse realtà operative nel settore (tra cui ovviamente Italian Linux Society) per definire insieme una risposta da dare a fronte delle richieste e delle osservazioni mosse.

Il problema è che quel che è stato chiesto – e che conseguentemente è stato chiesto ai soggetti successivamente coinvolti – è un “pacchetto” di soluzioni e riferimenti da dare alle scuole, un “prodotto, chiavi in mano” da esporre ai potenziali interessati, da far “benedire” al MIUR insieme ai tanti altri pacchetti presentati dai numerosi vendor che ci hanno preceduto. Cosa che, come comunità, non siamo e non saremo mai né capaci né interessati a fare.

Non ne siamo capaci perché, per l’appunto, siamo una comunità, ovvero un insieme eterogeneo di persone variamente assortito che possono occasionalmente donare un po’ di tempo ed un po’ di competenze ma che non possono fornire garanzie, tempi e modi certi. Ci sono diversi volontari che hanno fatto e fanno grandi cose presso le scuole della loro zona, dal ripristino dei laboratori informatici al coinvolgimento in attività didattiche (informatiche, e non solo), ma certo non si può pretendere che essi seguano un modello predefinito, che rispettino delle pianificazioni fatte da altri e che seguano dei protocolli unici per tutti. L’approccio del LUG di Voghera è diverso da quello di Spoleto, che è diverso da quello di Agrigento, cosiccome sono diverse le competenze, gli interessi, le ambizioni, le preferenze e le disponibilità. Non siamo mai stati in grado di metterci d’accordo su una distribuzione da installare, figuriamoci costruire una unica e coerente rete di assistenza di livello professionale.

Ma anche assumendo per assurdo che ne fossimo capaci, che potessimo prenderci questa responsabilità ed agire non come tanti soggetti autonomi ed indipendenti ma come un unico operatore con una linea unica e condivisa; assumendo che fossimo in grado di dare in un colpo solo sostenibilità su scala nazionale a queste attività, e garantire una copertura completa di operatori sempre pronti a rispondere al telefono ed intervenire dove e quando necessario; assumendo di voler compiere questo sforzo anche a fronte del fatto che non sarebbe garanzia di nulla, in quanto (come già noto) il Ministero non ha potere di obbligare nessuna scuola a nulla ed in ogni caso la nostra ipotetica “Linux SpA” sarebbe un operatore come tutti gli altri, in competizione su un mercato già assediato da commerciali accaniti, offerte promozionali allettanti e strategie di marketing aggressive; assumendo di poter realizzare il “prodotto, chiavi in mano” della richiesta iniziale: davvero vorremmo farlo?

Quello che abiamo noi oggi non è un prodotto, ma un modello. Il modello dei gruppi di discussione e confronto, presso cui docenti di ogni scuola e grado spontaneamente scambiano esperienze e progetti fornendo degli esempi da seguire (o da evitare); il modello delle applicazioni software implementate collaborativamente, coinvolgendo tecnici, insegnanti e studenti, che non solo assolvono alla loro funzione di calcolo ma che diventano essi stessi oggetto di approfondimento didattico; il modello dei contenuti condivisi, elaborati, migliorati, e nuovamente condivisi per gli altri; il modello degli strumenti digitali usati in modo creativo ed innovativo, perché lo scopo non è insegnare ad usare il mero strumento (che, data l’evoluzione in campo digitale e non solo, cambia ogni sei mesi) ma insegnare a risolvere problemi e combinare informazioni.

Certo una offerta di questo genere non può essere rivolta a tutti gli insegnanti che lavorano nella scuola italiana. Molti di essi, la maggioranza, fino al giorno della pensione continueranno ad interrogare i loro studenti sulla data di nascita di Napoleone, sul paragrafo evidenziato a pagina 122 del libro di testo, e su qual’è il tasto dell’applicazione usata in laboratorio che serve a stampare un foglio di carta. Essi continueranno sempre a scegliere i propri strumenti didattici – software, hardware ed editoriali che siano – da un catalogo preconfezionato che un commerciale in giacca e cravatta gli ha portato. Ma voglio sperare (fortissimamente spero) che quello non sia il campione preso come riferimento dal Ministero per pianificare la direzione da far prendere alla scuola nei prossimi 5, 10 o 20 anni. Metodi nuovi, approcci nuovi e strumenti nuovi sono il frutto di pochi, pochissimi, che in aula ci provano tutti i giorni, a volte riuscendo e a volte no, dai quali deriva quella costante e forse inconsapevole attività di ricerca e sperimentazione che, un domani, sarà ingegnerizzata e presentata sottoforma di un nuovo prodotto sui summenzionati cataloghi e raggiungerà la maggioranza degli altri insegnanti, incidendo praticamente sulla didattica di tutti. È successo così per i pazzi visionari che hanno inventato senza saperlo il “coding” (adottato nel mondo freesoftware italiano almeno dal 2010, oggi consacrato dalle istituzioni) o hanno portato in classe i primi Arduino (laddove oggi il “making” viene considerato l’ultima frontiera).

A quei pochi, pochissimi, è destinata l’offerta di un modello. Per facilitare ed accelerare la loro opera, abilitare (per quanto possibile) altri insegnanti a fare altrettanto, e segnare una strada che poi, dopo, con comodo, i fornitori di “pacchetti” chiavi in mano e un tanto al chilo seguiranno. Se l’unica cosa che il rappresentante MIUR di turno si aspetta di trovare sulla scrivania è un catalogo patinato, temo proprio che non potrò accontentarlo. Non posso. E dopotutto neanche voglio. Che il Ministero lo voglia o no, c’è un futuro da costruire.

 

[Post Scriptum: ad ogni modo, a prescindere dal MIUR, intendo approfittare di questa situazione e di questo stimolo per condurre un paio di attività di monitoraggio sul rapporto tra scuole e LUG, su cui sinora ho procrastinato fin troppo. Dopotutto anche questa vicenda ha un suo risvolto positivo…]


Kernel Panic

1 ottobre 2016

Chiusa l’esperienza dei Digital Champions, e con Riccardo Luna restituito al giornalismo, Diego Piacentini è stato chiamato per essere il volto nuovo della trasformazione digitale dell’Italia. E lo fa lanciando una iniziativa diamentralmente opposta a quella dei suddetti Champions: un appello internazionale per costruire un team di alto profilo tecnico che possa alterare il funzionamento della pubblica amministrazione dall’interno.

Sorvolo qui sulle polemiche sollevate in merito al potenziale (e neppur così improbabile) conflitto di interessi del personaggio, chiudo un occhio sull’approccio generale adottato (che preferisco a quello di Luna, ma reputo ancora poco credibile) e non entro nel merito dell’iniziativa in sé (che anzi, numerosi dettagli a parte, mi può persino piacere). Eppure un commento lo devo fare.

In particolare mi soffermo su quello che nel testo di Piacentini è il più diretto riferimento ai temi che più mi sono cari: “è necessario condividere con tutti visione, missione, obiettivi, codice sorgente (quando appropriato), design, idee, successi e anche insuccessi”. Ancor più in particolare, mi soffermo su una parola: “appropriato”. La prima impressione che traggo da codesta lettura è che certi concetti siano stati messi lì ostentatamente per imposizione: qualcuno gli ha detto “Oh, Diego, mi raccomando la partecipazione, che i nerd ci tengono” e lui ce l’ha messo, ma tenendo le debite distanze. Condividiamo tutto, si, ma il codice sorgente solo “quando appropriato”.

Alché è lecito domandarsi: quando è appropriato? E quando non lo è?

Sul “sistema operativo” del Paese girano tantissimi processi, i più disparati. Ce ne sono almeno 20 per le regioni, 110 per le provincie e 8000 per i comuni. E altri 8000 per le scuole, 1000 per gli ospedali, 1000 per i tribunali. Nonché un numero infinito di aziende, organizzazioni ed enti grandi e piccole. Tutti parlano e devono parlare tra di loro attraverso complessi intrecci di librerie, IPC, API, sockets e files, stratificati alla meno peggio negli anni. E qualcuno si azzarda pure ad adoperare le syscalls introdotte dal driver “Europa” (che ha già dato grossi problemi di compatibilità con Regnounitux e GreciaOS…). Con l’hardware che ogni tanto cede, generando errori di I/O devastanti. E qualche furbastro che, approfittando del caos di comunicazioni e della mancanza di routine di monitoraggio, spesso prova ad eseguire l’exploit “Evasione Fiscale” se non anche qualcosa di peggio. Il tutto nel tentativo di servire contemporaneamente più di 70 milioni di utenti in multitasking.

Certo sarebbe bellissimo reingegnerizzare tutto daccapo: realizzare un nuovo set di chiamate unificato, un framework che racchiuda le diverse funzioni con una elegante API, applicativi completamente ridisegnati sia nell’elaborazione interna che nella user experience, magari persino un nuovo kernel. Ma asserire di poterlo fare in 2 anni – o anche in 10 – è alquanto pretestuoso. Sia per la complessità intrinseca dell’opera che per l’inevitabile lentezza del deploy, condizionata dal fatto che in questo caso non ci si può permettere di fare un reboot completo del sistema. La strategia deve necessariamente essere graduale e progressiva. Per poter introdurre le nuove API pur mantenendo retrocompatibilità con quelle vecchie. E infilando, dove opportuno, un wrapper, un interprete o un traduttore. Dovendo coinvolgere così tanti soggetti ed operatori, con tempi di reazione diversi, stack diversi, linguaggi diversi e contesti diversi, quella di fornire delle implementazioni di riferimento, sia client che server, libere ed aperte, non è una opzione ma un vincolo operativo.

Quella parentesi, “quando appropriato”, è una parentesi pesante. È l’unica di tutto il testo non usata per chiarire il significato di una parola ma per alterare il significato della frase. È l’unica eccezione posta all’atto del condividere. E accompagna l’unica cosa che avrebbe davvero senso condividere per accelerare il processo di digitalizzazione, ovvero il codice sorgente, “la ciccia” dell’intero progetto Team Digitale.

Ho visto accogliere con gran entusiasmo l’iniziativa (non da tutti, ma certo dai più), date le sue premesse molto più pratiche ed operative del precedente tentativo. Eppure ancora ne sono poco convinto, essendo essa annunciata escludendo – deliberatamente e vistosamente – il problema esistente alla radice. Nella migliore delle ipotesi perderemo altri due anni con altri comunicati roboanti nei toni e vuoti nei contenuti. Nella peggiore, il “sistema operativo” del Paese sarà protetto da una costosa license key.


Lezioni in Movimento

28 settembre 2016

Poche settimane fa mi sono deciso a cambiare smartphone, anche perché il precedente l’ho tenuto in attività per 6 anni e a stento ci si riusciva anche solo a fare qualche telefonata. Uno dei primi buoni propositi che hanno accompagnato l’acquisto è stato quello di usare il nuovo dispositivo per riempire gli occasionali tempi morti (tipo: gli spostamenti coi mezzi pubblici) in un qualche modo, non necessariamente utile o produttivo ma comunque intelligente: ho scoperto che mi piace Reddit ma leggere in piedi sul tram è scomodo, ancor più scomodo è scrivere, seguo alcuni podcast ma li tengo da parte per altre circostanze (non ho una TV, li ascolto durante i pasti).

Poi l’altro giorno, su Facebook, mi è capitata davanti la pubblicità di questo servizio: una copia esatta di Netflix – la celerebbima piattaforma di contenuti video on-demand – ma con contenuti educativi e culturali. Bella idea, ma sono troppo spilorcio per spendere 7.90 euro al mese e troppo impegnato per riuscire davvero a fruirne. Del resto, anche Netflix lo scrocco alla fidanzata e riesco a malapena a vedere un paio di film al mese.

Tale scoperta, unita alla sopra citata fame di contenuti facilmente consumabili in ambiti non particolarmente comodi, mi ha ispirato per un esperimento. Una sera ho accrocchiato alla meno peggio uno script per scaricare i video inclusi in un “corso” a scelta tra quelli pubblicati su OilProject – ottimo sito di didattica online, gratuito e con contenuti distribuiti in licenza Creative Commons – ed estrapolarne l’audio, ho caricato sullo smartphone tutti gli MP3 così ottenuti da questo corso, ed ho cominciato ad ascoltarne qualcuno durante i miei viaggi inter-urbani.

Devo dire che il risultato, benché lontano dalla perfezione, è comunque soddisfacente: passo del tempo altrimenti perso in modo costruttivo, assimilo nozioni che come tutti ho studiato a scuola ma che come tutti nel tempo ho dimenticato, e anche se non presto la massima attenzione e mi perdo qualche dettaglio va comunque bene non trattandosi di informazioni determinanti (né per il mio mestiere, né per una interrogazione scolastica).

Una piccola ed utile distrazione dal mio abituale mondo di bit.


Distratti per Scelta

22 luglio 2016

Qualche giorno fa sulla mailing list di Spaghetti Open Data è passato il link ad una raccolta di proposte confezionate dall’intellighenzia nostrana da sottoporre al Ministero della Funzione Pubblica, nel contesto della consultazione del progetto “Italia Open Gov” (rivolto al potenziamento delle politiche di open-government, trasparenza e partecipazione attiva), ed avevo felicemente notato – nella cartella “Innovazione e Cittadinanza Digitale”, documento numero 3 – che un’anima pia aveva avuto cura di infilare una suggestione espressamente dedicata al software libero nella pubblica amministrazione, non solo per la sua adozione ma pure per introdurre una governance “a misura di nerd” che potesse conciliarsi con le dinamiche proprie della comunità di sviluppo opensource. Certo un ottimo spunto, destinato a sopperire ai difetti intrinseci dell’attuale legge sul riuso riportata sul Codice di Amministrazione Digitale.

Quando poi è stata segnalata la disponibilità e la pubblica apertura del portale dedicato alla suddetta iniziativa governativa, lesto son ito a controllare le attività che erano state effettivamente incluse a partire dalle bozze circolate. Le ho trovate tutte, sotto varie forme e rielaborazioni. Tutte tranne una. Proprio quella sul software libero. Cercando bene nei documenti esposti qua e là un “open source” ogni tanto salta fuori, ma lo do per scontato, in un piano che parla di “open government”. Anche in questa occasione nessun ruolo strategico è stato voluto dare né al modello di sviluppo condiviso né al licenziamento del software prodotto ed usato dall’amministrazione pubblica, e nessuna azione è stata pianificata per sistematizzare un sano riuso applicativo all’interno della macchina burocratica.

La puntualità quasi chirurgica con cui a Roma si continua ad ignorare il tema è preoccupante. Perché non sembra più essere “una svista”, ma una deliberata e consapevole scelta.

Già sono rimasto molto colpito quando nel corso della consultazione su “La Buona Scuola” Linux, il software libero e l’opensource sono stati tra i temi in assoluto più menzionati dai partecipanti, salvo poi non trovare nessuno spazio all’interno del successivo Piano Nazionale Scuola Digitale. E, rivangando ancora più indietro nella memoria storica di questo mio blog, a metà 2014 il medesimo Ministro Madia aveva ricevuto numerose segnalazioni e solleciti a favore del software libero, che mai hanno avuto un seguito. C’è addirittura chi sostiene che, oltre ad ignorare passivamente la tematica, il Governo si sia pure mosso per sfalciare attivamente le direttive pre-esistenti (personalmente non ne sono allarmato, ma c’è chi lo è). Senza voler considerare le contestabili misurazioni su cui si basano le politiche occupazionali.

Data una così ampia premura nel non premurarsi affatto della questione, vien da chiedersi: vale la pena continuare a perder tempo mendicando una pacca sulla spalla da parte delle istituzioni? Qualche tempo fa ho espresso la mia titubanza sugli sforzi che troppo spesso vedo consumarsi nel vano tentativo di raggiungere le amministrazioni centrali, imputando tale perplessità alle ricadute pratiche che si possono ottenere, marginalizzate dalla complessità dell’apparato statale; oggi rinnovo tale sentore, aggiungendo che suddetti vani sforzi sono ulteriormente ostacolati da una evidente insofferenza e, forse, da una sottile ostilità.

Potrei stare tutto il giorno a seguire i periodici progetti di partecipazione popolare, le occasionali consultazioni online, i diversi tavoli di lavoro regolarmente aperti alla società civile, struggendomi nella perenne “opportunità” di dire la mia e nella costante speranza di essere ascoltato dal Ministro o dal Sottosegretario di turno. Ma, francamente, c’è altro da fare.


Arancina Mon Amour

7 luglio 2016

Il 24/25/26 giugno sono stato a Palermo per l’edizione 2016 della ConfSL, ed incurante della distanza geografica, della concomitanza con Wikimania 2016, del modesto appeal del programma e delle incombenze professionali, mi ci sono recato.

Il lato negativo è che – anche, ma non solo, a causa della distanza geografica e della concomitanza con Wikimedia 2016 – l’affluenza è stata approssimativamente pari a zero. Il lato positivo è che, proprio in virtù di tale assoluta assenza di pubblico, si è (almeno in parte, e su piccola scala) avverato quello che da tempo avrei voluto vedere alla ConfSL: una occasione di confronto interno alla nostra community. Al venerdi, una parvenza di programma è stata tenuta seppur con occasionali divagazioni. Al sabato pomeriggio non si è neppure provato a tenere talk in senso stretto, un pò tutti si sono dedicati a chiaccherate sparse. Idem per la domenica. Le serate, prima unico ambito ristretto per discutere clandestinamente tra noi, sono diventate prosecuzioni dei dibattiti iniziati nel pomeriggio. E, ne sono certo, queste circostanze sono state molto più utili di tre giorni di talk divulgativi sui soliti temi che tutti conosciamo fin troppo bene.

Andando più o meno con ordine, ho avuto modo di approfondire…

Scopi, obiettivi ed aspirazioni dell’associazione Industria Italiana del Software Libero. Il progetto è nato circa due anni fa, ma non ho mai avuto modo di confrontarmi con un qualche partecipante.; in questa occasione invece mi sono prima imbucato in una loro riunione, e poi ho scambiato una lunga chiaccherata col presidente. Le intenzioni sono buone, mirate al potenziamento di un’area che in Italia (contrariamente al resto d’Europa) abbiamo sempre trascurato, ignorato e sottovalutato ovvero quella del business opensource. Purtroppo sinora l’attività non è stata così evidente, a mio modesto parere soprattutto per via di un eccessivo zelo nei confronti di formalismi e regolamentazioni fini a loro stesse, e se da una parte posso capire che l’approccio al mondo imprenditoriale deve necessariamente essere diverso da quello verso il mondo amatorial/dilettantistico dei LUG dall’altra aspirerei a vedere maggiore intraprendenza e spirito d’iniziativa.

L’inattesa realtà freesoftware palermitana. Ben pochi LUG, tra quelli che ho sinora conosciuto e visitato, possono vantare una così alta partecipazione di giovani come lo Sputnix, il quale gode dell’essere una associazione studentesca fortemente radicata presso l’università locale ed operando dunque in un contesto naturalmente popolato da giovanotti entusiasti, curiosi e volenterosi. Certo anche questa realtà ha i suoi grattacapi (quale non ne ha?), ma le discussioni intrattenute con gli studenti mi hanno illuminato nei confronti del ruolo delle università come poli di aggregazione e reclutamento per la prossima generazione di linuxari d’assalto.

L’oramai celeberrimo progetto di migrazione del Ministero della Difesa a LibreOffice, narrato direttamente dal Generale Sileo. Più in generale sono lieto di aver drenato qualche spunto e qualche dritta in merito a questo genere di operazioni massive, che si stanno adesso rivelando utili per affrontare la migrazione a Linux del Comune di Torino (annunciata due anni fa, incredibilmente in lavorazione, e su cui più recentemente ho avuto modo di intervenire personalmente): una cosa è leggere gli articoli che spuntano qua e là, un’altra cosa è ascoltare chi ci è passato.

Il pensiero di John Sullivan, direttore esecutivo di FSF, il braccio operativo di Richard Stallman, ospite d’eccezione della ConfSL 2016. Sicuramente un brav’uomo, certamente cordiale e disponibile, forse un poco disorientato dal suo primo impatto con una Italia in questa sede rappresentata dalla caotica Palermo, ma col carisma di una piastrella. Dall’incontro con esso avrei voluto trarre qualche pensiero, qualche ispirazione, qualche spunto, qualche prospettiva, ma dal timoniere della massima organizzazione mondiale di promozione del freesoftware ho carpito solo qualche “forse”, qualche “vedremo”, e qualche generico aneddoto di vita statunitense. Quando ha iniziato ad insistere troppo sul progetto GNU non ho potuto esimermi dal dire “GNU può forse essere un obiettivo di FSF, ma non del Movimento Freesoftware”; non ha saputo replicare.

La devastante attività divulgativa di Mozilla Foundation, qui personificata dal virgulto Daniele Scasciafratte, il quale gira l’Italia organizzando workshops, hackathons, incontri smanettosi, e coinvolgendo fiumi di giovanotti sulla programmazione web con strumenti opensource. Con lui ho a lungo chiaccherato in aereoporto, in attesa dei rispettivi voli, e mi ha ampiamente illustrato i meccanismi interni alla – libera, ma rigorosa – comunità Mozilla di misurazione e valutazione usati per quantificare i risultati ottenuti a fronte degli sforzi impiegati. Argomenti e considerazioni certo non banali, che prima o dopo dovrò tentare di introdurre anche nello strampalato mondo dei Linux Users Groups.

A margine di tutto ciò ho mangiato un sacco di arancine, sono stato portato a visitare angoli meno noti della caratteristica Palermo, ho fatto progetti e ho commentato idee. A posteriori, è stata (involontariamente) una bella esperienza.

Come al termine di ogni ConfSL sono state avanzate le candidature per la prossima edizione, e si sta facendo strada un proposito inedito ed audace: ricominciare daccapo, in modo completamente diverso. Ma di questo ne riparliamo – eventualmente – il prossimo anno.


Dottrina

1 luglio 2016

Ci sono un programmatore, un avvocato, un politico ed un social media manager. No, non è l’incipit di una barzelletta (anche se sono sicuro ne verrebbe fuori una bellissima), ma l’inizio di un aneddoto.

Nel contesto delle attività para-lobbistiche filo-linuxare condotte a Torino in occasione delle appena concluse elezioni amministrative, su iniziativa di un personaggio piuttosto popolare nel mondo freesoftware (non dico chi, ma nell’introduzione è l’avvocato) mi sono trovato a colloquio privato con uno dei candidati sindaco (non dico chi, ma nell’introduzione è il politico) ed il relativo coordinatore della campagna elettorale (non dico chi, ma nell’introduzione è il social media manager). Manco a dirlo: nell’introduzione, io sono il programmatore. Scopo dell’incontro: sensibilizzare la parte politica sul tema dell’annunciata migrazione a Linux del Comune (la quale, contrariamente a ogni aspettativa, sta procedendo) ed incassare l’adesione all’appello pubblico, che potrà sempre tornare utile in futuro.

Dopo una rapida presentazione sul come e sul perché del software libero, il suddetto coordinatore della campagna ha espresso il suo favore nei confronti della tematica. Infilando nella frase, ahilui, “opensource” anziché “software libero”. Alché il suddetto avvocato, da buon jihadista stallmaniano, non ha esitato a rimbrottarlo. Dicendo, su per giù: “Quando dici ‘opensource’ fai riferimento alla parte tecnica, quando dici ‘software libero’ alla parte etica. Ebbene: a me della parte tecnica non frega assolutamente niente, quella che conta è la parte etica”. A questo punto candidato e staffista non hanno potuto far altro che annuire vigorosamente. Ed io non ho potuto far altro che osservare mestamente la triste scena.

Perché la virtuosa eco di quel “a me della parte tecnica non frega assolutamente niente” si stemperava sugli spigoli arrotondati dell’iPad che il ragazzo accanto a lui continuava a consultare durante la pontificazione, e rimbalzava sull’iPhone poggiato dall’altra parte del tavolo di fronte al candidato. Perché la seconda cosa cui ho pensato, sentendo quel “a me della parte tecnica non frega assolutamente niente”, è stata una discussione intrattenuta poche sere prima con un giovanotto che, pur con tutta la consapevolezza e la competenza tecnica del mondo, non riusciva a sbarazzarsi delle componenti solidamente proprietarie ancora installate sul suo smartphone Android nonostante le nottate spese a rootare, flashare e smanettare (e figuriamoci cosa potrebbe ottenere una persona non altrettanto preparata e, soprattutto, motivata). Perché alle spalle di quel “a me della parte tecnica non frega assolutamente niente” ci sono reggimenti di utenti che ogni giorno vorrebbero approcciarsi a Linux ed al software libero, ma sono puntualmente bloccati da un problema di compatibilità, dalla mancanza di una applicazione, dall’oggettiva difficoltà che ancora troppo spesso si riscontra nell’adozione domestica di questa scelta. Perché “a me della parte tecnica non frega assolutamente niente” è il grido di vittoria di soggetti come Microsoft ed Apple, che ogni giorno sfornano nuovi strumenti sempre più efficienti e comodi ed integrati per attirare sviluppatori software affinché vadano ad arricchire sempre più le loro relative piattaforme (magari pure dotate di una API aperta, ma internamente rigorosamente proprietarie) ed allargare ogni giorno, ogni ora, ogni minuto, il divario.

“A me della parte tecnica non frega assolutamente niente” è l’epitaffio che incideremo sulla lapide del movimento freesoftware.

Da anni oramai ripeto che il software libero è libero, ma è anche software. Lo ripeto perché, incredibilmente, troppo spesso ce ne dimentichiamo. Ne facciamo una questione politica, culturale, ideologica, sociale, e poi falliamo miseramente al primo “Non mi funziona la stampante”. Se si assume che il software libero debba essere un diritto, ci si dovrebbe anche prendere la responsabilità di garantirlo, questo diritto. E non solo a coloro che hanno le competenze, il tempo e la voglia di farlo (spesso peraltro senza neppure riuscirci), ma a tutti.

Se nel nostro piccolo mondo moderno ci fossero più programmatori e meno avvocati, avremmo risolto molti problemi.


Ricchi e Poveri

6 giugno 2016

Proseguo il discorso lasciato a metà nel precedente post, per commentare la seconda parte dell’articolo di Moglen. Benché molte delle considerazioni a seguire siano state precedentemente elaborate in occasione dell’ultima tappa torinese di Stallman, al termine della quale dal pubblico si è levata codesta domanda: “Se regalo il software che produce la mia azienda, come faccio a campare?”. Risposta: “In verità in verità ti dico, porgi l’altra guncia e ama il prossimo tuo come te stesso” (ok, non ha detto esattamente così, ma il senso era quello: la purezza etica e morale prima di tutto). Chiaramente una replica alquanto insoddisfacente e poco credibile. Eppure nel summenzionato post lo stesso Moglen, che pure solitamente si dimostra persona un tantino più ragionevole e pragmatica, solleva una questione analoga – lo scetticismo del mondo dell’impresa dinnanzi all’adozione di licenze software non solo libere ma pure copyleft – ma non sa dare alcuna risposta se non quella della lenta evangelizzazione alle Vie della Misericordia Digitale.

A fronte di quello che è l’aspetto più controverso, complesso e difficilmente digeribile esistente dell’intersezione tra opensource (il modello di sviluppo aperto, la cui più ovvia implicazione è che il software è accessibile gratuitamente) e freesoftware (più nello specifico della libertà 0, quella di permettere a chiunque di fare ogni cosa col frutto del proprio lavoro incluso venderlo ad altri), evidentemente nessuno sa dare non dico una risposta definitiva ma neppure un vago spunto. Laddove, a ben guardare, lo spunto non solo c’è ma se ne parla abbondantemente da 15 anni.

Da quando esiste il digitale, e da quando si è iniziato a produrre e vendere beni digitali, ci si è accorti che i modelli economici validi fino al giorno precedente non erano più applicabili. Per il semplice fatto che un bene digitale può essere facilmente e rapidamente riprodotto e distribuito a costo marginale zero, da chiunque e senza intermediari, e venendo a mancare un rapporto diretto tra venditore e compratore viene anche a mancare l’occasione per aggiungere un plusvalore che vada ad alimentare la produzione di nuovi beni e/o a generare profitti. Vengono meno le precondizioni per ragionare in termini di scarsità ed abbondanza, da sempre fattori elementari dell’economia (confido che tutti abbiano sentito parlare di “domanda” ed “offerta”, e del rapporto che le lega): il singolo bene digitale è sempre, per definizione, talmente abbondante da essere potenzialmente infinito. E dunque potenzialmente di nessun valore.

Date queste nuove condizioni di mercato, esistono due modi per fronteggiarle. O si ostacolano, o si assecondano. Nel primo caso, con meccanismi esotici che permettano di arginare in modo artificiale la riproducibilità del bene e dunque la sua innata abbondanza: DRM, chiavi hardware, controlli centralizzati. Nel secondo caso, “commoditizzando” il bene e spostando la propria fonte di profitti altrove.

Senza doverci inventare niente di astratto o teorico, per approfondire e chiarire questi assunti è sufficiente guardare all’industria musicale. Quella che in modo più evidente è stata trasformata dalla sua propria digitalizzazione (ed ancor più dalla digitalizzazione del mondo intorno). È noto a tutti come il P2P abbia di fatto cannibalizzato l’album acquistato in negozio, ma è altrettanto noto che – a dispetto dei puntuali piagnistei – ciò non ha impedito alla suddetta industria di continuare a generare profitti. Inventando nuovi metodi (la monetizzazione dei video online diffusi gratuitamente per mezzo della pubblicità, o i vari economici servizi di streaming su abbonamento tipo Spotify), o spremendo di più quelli esistenti (merchandise e concerti).

Dall’altra parte, l’industria del software che fa? Ben poco, essendo ancora in larga parte condizionata a ragionare in termini di scarsità dei beni: il prodotto venduto è la licenza, e l’erogazione delle licenze è artificialmente vincolata e controllata. Gran parte di coloro che producono software pensa in modo non molto diverso da chi produce mele. O almeno i produttori più piccoli. Quelli grandi, o quelli più astuti, sono già alla fase successiva. Spesso replicando i suddetti metodi già usati dalla controparte musicale: la pubblicità (che per l’occasione è stata portata anche al di fuori del web), lo streaming (o meglio, l’erogazione di servizi “cloud”), ed i sotto-prodotti accessori come la formazione.

Sembra paradossale che uno degli strumenti più profittevoli per il mercato musicale sia stato solo in parte sfruttato dal mercato software: la performance live. Ovviamente non mi riferisco al fatto di mettere cinque programmatori a codare su un palco tra le acclamazioni del pubblico, ma al corrispettivo software della personalizzazione e della soluzione su misura. Beni naturalmente “scarsi”, tanto quanto scarsi sono i programmatori con le competenze adeguate, e dunque di valore crescente al crescere della domanda. Questo approccio viene spesso adottato dai produttori più piccoli, che assecondano ogni richiesta dei dieci clienti persuasi ad adottare la loro piattaforma (solitamente di natura gestionale), ma difficilmente può scalare oltre. Almeno finché la piattaforma di riferimento è chiusa, ed il suo unico detentore deve continuamente struggersi tra il bisogno di trovare nuovi clienti a cui fatturare e la necessità di far parallelamente crescere la disponibilità di competenze da vendere.

Non voglio adesso spacciare modelli teorici come verità assolute, né tantomeno imporre Automattic, Acquia o Red Hat come prove definitive dell’indiscutibile validità di astrazioni accademiche. Resta il fatto che ci sono elementi concreti, materiali e scientifici per una riflessione sull’economia del software libero più ampia, e magari più suggestiva – per imprenditori ed investitori -, che non la sola ostentazione di valori morali. Quanto mi piacerebbe se gli intellettuali non si concentrassero solo sui cavilli legali, ma sapessero anche suggerire una risposta alla domanda più grande di tutte: “come faccio a campare?”.


Diritto di Vuoto

9 maggio 2016

Da settimane ho una tab del browser aperta su questo articolo di Eben Moglen, che solo adesso sono riuscito a leggere. Un poco tardivamente, ma non è mai troppo tardi per una riflessione ed un commento. Anzi in questo caso ce ne sarebbe più di uno di commento da fare, ma per adesso mi limito a quelli semplici.

L’argomento di fondo del brano è il rapporto tra freesoftware e business. Un rapporto delicato, spesso apparentemente impossibile, più frequentemente incompreso. E su cui tornerò prossimamente. La prima metà del testo prende spunto da ben noti eventi di cronaca (ben noti a chi segue le notizie del mondo freesoftwarista, si intende), ma senza mai citarli direttamente, ed è propedeutica alla seconda. Nonché strumentale, e strumentalizzata, per fomentare pareri e sentimenti tanto popolari quanto infondati.

Il tacito incipit dell’articolo è la recente revisione della composizione del gruppo direttivo di Linux Foundation, precedentemente costituito, oltre che da persone nominate delle aziende che fanno parte della rete (nota bene: Linux Foundation non è una associazione no-profit, bensì, per dirla all’italiana, una “rete di imprese”. E lo è sempre stata), anche da un paio di membri liberamente votati dalla community. Dalla sera alla mattina è stato deciso che questi due ultimi rappresentanti non dovessero essere più votati direttamente, ed è scoppiata la polemica sulla democrazia tradita e sul potere delle corporation. Polemica che, evidentemente, viene a tutt’oggi cavalcata in maniera sorniona da chi vuole creare un contrasto a tutti i costi, magari allo scopo di consolidare la propria presunta posizione di Paladino del Bene.

Dopodiché, chi ha voluto andare un poco più a fondo nella questione, ha letto non solo di vesti stracciate e di Guerre Sante ma anche la risposta di Jim Zemlin, che di Linux Foundation è Direttore. Da cui emergono due cose. Primo: che i rappresentanti del mondo community, benché non votati direttamente, continuano ad avere un posto nel Direttivo (ed il relativo diritto di voto); cosa non da poco, per una istituzione esplicitamente rivolta all’impresa. Secondo – e forse più importante – : che “il processo di reclutamento dovrà essere modificato per essere in linea con quello delle altre principali associazioni del settore”.

A cosa mai si riferiva Zemlin?

Al fatto che, di tutte le grosse organizzazioni pro-freesoftware (e pro-libertà-digitali in generale) che vi possono venire in mente, ben poche hanno un Direttivo eletto democraticamente. Neppure in parte. Non quello di FSF. Non quello di EFF. Non quello di Apache Foundation (si, è eletto dai membri, ma i membri votanti sono ammessi solo su invito). Molte prevedono un qualche meccanismo di iscrizione / fellowship / sottoscrizione, ma nella maggior parte dei casi gli aderenti non hanno alcun diritto nei confronti dell’associazione (men che meno quello di voto) ed è semplicemente un modo simpatico per raccogliere donazioni. [Update: Stefano Zacchiroli fa giustamente notare che almeno una grossa associazione il cui board è eletto c’è: Open Source Initiative]

Il buon Alessandro Rubini, all’indomani della sua nomina a vice-presidente di FSFE, spiegò che lui stesso non era stato votato da nessuno ma coinvolto per “co-optazione”: quelli che c’erano prima di lui lo hanno scelto a tavolino, gli hanno proposto la carica, e lui ha accettato. Tale metodo è assai popolare tra gli enti statunitensi – terrorizzati dall’idea di essere internamente sovvertiti da una votazione aperta pilotata da altri soggetti ostili – e la stessa FSFE, che invece vorrebbe essere un tantino più democratica ed aperta, deve sottostare al ferreo dictat d’oltreoceano.

Dato questo scenario, le accuse di velleità dittatoriali da parte di Linux Foundation appaiono quantomeno smussate e ridimensionate. Anzi, ci sarebbe da fargli un plauso per aver avuto il coraggio di aver mantenuto, fino a pochi mesi fa, almeno alcune posizione del Direttivo totalmente aperte agli umori della community, contrariamente a tutti gli altri. Gli altri, quelli che oggi vogliono far passare Linux Foundation come un covo di biechi speculatori e complottatori. Gli altri, la cui carica non è mai stata votata da nessuno.