Il Cloud Democratico

6 Mag 2019

Uno dei temi caldi che agitano la community freesoftware da qualche anno è quello della ri-decentralizzazione dell’internet, motivata dal desiderio di contrapporsi ai rischi (politici, economici, sociali) della centralizzazione dei dati nelle mani di pochi soggetti, sempre più pervasivi. Da qui, l’implementazione di nuove piattaforme e di nuovi protocolli che permettano la pubblicazione e la federazione dei contenuti, e gli appelli che promuovono la pratica del self-hosting.

C’è però un problema di fondo da considerare quando si contempla l’apparentemente scarsa adesione ai suddetti appelli, giustificabile non solo con la modesta consapevolezza popolare nei confronti di privacy e centralizzazione: le applicazioni sono sempre più complesse da installare e gestire in autonomia. Tra package manager specializzati, web server dedicati, linguaggi poco supportati ed altri tipi di dipendenze e requisiti stravaganti, oggi mettere online una applicazione richiede almeno un proprio VPS con accesso SSH e qualche competenza di amministrazione di sistemi. Riducendo drasticamente il bacino di pubblico che può permettersi il lusso dell’autonomia.

Ben lo si vede confrontando due prodotti opensource che, in momenti storici e circostanze diverse, sono considerati un successo.

Il buon vecchio WordPress: dieci megabytes da scaricare, con dentro pressoché tutto quello che serve, da spacchettare e caricare via FTP così come è anche sul servizio hosting più modesto da dieci euro all’anno. In una manciata di minuti, e con una spesa minima, si è online con la propria istanza, da personalizzare a piacimento e su cui pubblicare tutto ciò che si vuole. Risultato: WordPress è la piattaforma web più usata in assoluto, laddove le soluzioni proprietarie di blogging e pubblicazione non sempre godono di buona salute, e ha di fatto permesso a molti di avere un proprio sito web indipendente.

Il nuovo Mastodon, fiore all’occhiello di quello che è l’intero panorama dei social network liberi e federati: il primo requisito enumerato nella pagina dedicata all’installazione è “Un server Ubuntu su cui si ha accesso root”. La piattaforma è implementata in Ruby, linguaggio neppur lontanamente supportato dalla maggioranza dei provider web, e anche se lo fosse la procedura di installazione prevede svariate altre applicazioni e librerie da predisporre. Risultato: di certo le istanza pubbliche non mancano, ma come osservato da qualcuno la stragrande maggioranza del pubblico è polarizzato su una manciata di esse laddove esisterebbero svariate ragioni (in primis: la possibilità di pubblicare contenuti a rischio censura, dalla pornografia alle opinioni politiche borderline) che motiverebbero tanti soggetti ad avere una propria istanza personale.

Io stesso sono, nel mio piccolo, complice di questa tendenza: non di rado ricevo richieste di assistenza per hostare GASdotto – il gestionale per Gruppi di Acquisto su cui lavoro oramai da anni – su qualche generico servizio di hosting, ma se la prima versione dell’applicazione (un blocco di PHP senza dipendenze particolari, accompagnato da un altro blocco di Java pre-compilato in Javascript) poteva essere facilmente caricato su un qualsiasi spazio web senza troppi grattacapi, la più recente versione (reimplementata in Laravel) presuppone la necessità di eseguire almeno qualche comando direttamente sul server. Tant’é che ho preferito offrire io direttamente un servizio di hosting gratuito per l’applicazione, per semplificare la vita a chi non può o non vuole badare ad un proprio server online, ma chiaramente questa non può essere una soluzione definitiva né tantomeno sostenibile a lungo termine.

I moderni strumenti di sviluppo semplificano molto la vita dei programmatori (da developer PHP posso solo dire: benedetto sia colui che ha inventato composer!), ma la rendono complicata agli utenti. E così, oltre agli ostacoli di natura culturale, vengono imposti anche limiti tecnici che allontanano – più che avvicinare – i non addetti ai lavori alla buona pratica dell’avere i propri strumenti di pubblicazione online. Aumentano le possibilità e le soluzioni, ma diminuisce l’effettivo impatto politico e sociale.

Una soluzione intermedia sono le iniziative che hostano applicazioni opensource di pubblico accesso, per almeno mitigare la centralizzazione dei dati. L’associazione francese Framasoft ne è l’esempio più popolare, ed il modello è stato adottato in Italia da ILS. Ma credo che una maggiore presa di coscienza sui suddetti vincoli e requisiti tecnologici sarebbe utile per ridefinire il perimetro entro cui orientare gli sforzi profusi in nome di un internet plurale, decentralizzato, libero e aperto.

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Nuove Tradizioni

13 febbraio 2019

Non c’è febbraio che non sia febbraio senza l’annuale tappa al Free Open Source Developers European Meeting, l’appuntamento fisso che ogni anno mi permette di rivedere vecchi amici, conoscerne di nuovi, tornare in certi posti, scoprirne altri, e soprattutto – ai fini di questo blog – cogliere i trends più rilevanti all’interno del mondo opensource.

L’esercizio più utile da svolgere ogni anno è quello di confrontare le devrooms – le aule strettamente tematiche entro cui si svolgono i 600 e più talks della manifestazione – dell’edizione appena passata con quelle dell’anno precedente. E se non possono non saltare all’occhio le new entries “Blockchain” e “Quantum Computing“, meno evidente potrebbe essere la dipartita di quelle dedicate a “Embedded e Mobile” (che negli anni passati hanno sempre avuto un ruolo di primo piano, inseguendo la chimera di una piattaforma completamente libera alternativa ad Android e iOS) e all’Internet of Things (buzzword che, evidentemente, ha fatto il suo tempo. Prima che se ne renda conto anche il resto del mondo). PERL ha lasciato il posto a Python e PHP (ed è incredibile che ciò sia successo solo ora), quel che prima era “Source Code Analysis” è diventato “Machine Learning on Code” (ed è curioso come il mega-trend del machine learning sia stato relegato ad un ambito così specifico e ristretto), e si è raddoppiato l’interesse nei confronti di una internet aperta e plurale: oltre alla già consolidata area su “Decentralized Internet” si è aggiunta la nuova “Collaborative Information“, che insiste più o meno nello stesso segmento.

Meno immediati e meno documentati sono stati gli avvicendamenti tra gli stand che ogni anno affollano i corridoi del FOSDEM. Ne ho trovato più di uno dedicato a progetti legati all’educazione, in particolare esperienze affini a quello che in Italia è noto come CoderDojo. Mentre lo spazio dedicato ai progetti open-hardware è sempre meno entusiasmante, a riprova del fatto che, nel bene o nel male (e forse più nel male che nel bene), embedded e IoT sono settori di sempre più scarso – o, quantomeno, limitato – interesse.

A margine va detto che la maglietta di quest’anno non era particolarmente pregevole, avendo una stampa “vinilica” di quelle che solitamente vengono via dopo pochi lavaggi in lavatrice: ci si poteva aspettare qualcosa di meglio, o almeno qualcosa come gli anni precedenti (la buona vecchia stampa serigrafica che resiste negli anni). Ma, di contro, ho notato che al Beer Event del venerdi sera i “token” distribuiti a prezzo calmierato ai nerd assetati stavolta erano dei veri “token”, dei gettoni di plastica con l’iconico elefantino rosa simbolo del Delirium, anziché i soliti sottobicchieri convenzionati: un gran salto di qualità ed eleganza per l’appuntamento alcolico più atteso dagli smanettoni di tutta Europa.

Personalmente ammetto di aver goduto solo in parte della manifestazione, avendo passato buona parte della giornata di sabato in riunione. Ma di questo parlerò in un altro post. Mi limito a segnalare che per la prima volta dopo diversi anni ho provato un paio di nuovi ristoranti a Bruxelles e che ho incontrato numerosissime persone alla loro prima esperienza: le vecchie tradizioni si rinnovano, e nuove tradizioni nascono.


Il Furto

9 febbraio 2019

Leggendo l’ennesimo articolo su “Il caso MongoDB”, mi sento di sollevare una mia umile considerazione su quello che in questo momento è il dibattito più acceso nel mondo opensource.

Per riassumere gli avvenimenti: alcune aziende che sviluppano componenti liberi hanno cambiato le licenze con cui distribuiscono i propri prodotti, a fronte del fatto che altri (nella fattispecie: Amazon) hanno preso ad erogare servizi cloud basati su di essi assimilando gran parte di quello che avrebbe potuto essere il loro bacino di clienti. Solitamente nei numerosi articoli che possono essere trovati online a tal riguardo vengono citate MongoDB, RedisLab e Confluent, benché le ultime due abbiano banalmente reagito adottando licenze non libere (la prima vieta la vendita del software, la seconda vieta la pubblicazione di servizi in competizione con quelli offerti Confluent stessa, in ambo i casi la libertà 0 viene violata) e risultano di assai scarso interesse dialettico mentre la prima ha curiosamente proposto una licenza talmente tanto virale da risultare inutilizzabile (alla faccia di chi si lamentava della GPL…).

Da tutto questo è esplosa (nuovamente) la discussione sulla sostenibilità del software libero, e più nello specifico sulla mancanza di meccanismi che garantiscano all’autore del software un ritorno economico esclusivo. La tesi storica, quella da sempre sostenuta dai più scettici nei confronti del modello opensource e oggi evidentemente ritornata in auge, è sempre la stessa: “Se può essere venduto da altri, io cosa vendo?”.

Ahimé, tali scettici – vecchi e nuovi che siano – peccano sempre di arroganza e presunzione dimenticando un fatto scientifico ed inconfutabile: tutto il software può essere reimplementato da qualcun altro. Tant’è che, poco tempo dopo il cambio di rotta di MongoDB, Amazon ha annunciato la sua propria alternativa sviluppata in-house (in fase di lavorazione già da due anni, dicono), lasciando la modesta azienda nella duplice scomoda situazione di non aver ricevuto il riconoscimento economico che stava espressamente cercando di ottenere dalla multinazionale statunitense e di essersi giocata la reputazione nei confronti della community opensource.

Ma forse questa limitazione, questo rischio di plagio e di circonvenzione del proprio presunto diritto esclusivo, riguarda solo il software rilasciato con licenza libera? Non mi pare proprio. Spesso le nuove funzioni lanciate da Google devastano mercati in cui sono attive dozzine di startup, per il solo fatto che Google gode di una visibilità immensamente maggiore e può nel giro di una notte assorbire il traffico di chiunque altro. Il fatto che il codice di Snapchat – social network estremamente popolare tra i giovani – sia chiuso e proprietario non ha impedito a Facebook di copiare ed integrare all’interno dei suoi propri prodotti buona parte delle sue funzionalità più interessanti, di fatto usando il “piccolo” concorrente come laboratorio di ricerca e sviluppo gratuito. Più in generale, è ben noto da tempo come un pugno di colossi agiscano per intercettare i prodotti più promettenti ed amati da acquisire (quando va bene) o copiare (quando va male) ed aggiungere al proprio arsenale.

Data codesta realtà, è lecito chiedersi se il problema della competitività sia davvero da cercare nell’adozione delle licenze libere e del modello di sviluppo opensource oppure nel fatto di non poter oggettivamente nulla contro lo strapotere – tecnologico, economico e mediatico – dei GAFAM. Chiunque venga messo nel mirino di questi ultimi, a prescindere che si tratti di una azienda che produce software libero o proprietario, o che raccoglie e organizza informazioni, o che fornisce servizi di qualsiasi tipo e genere, non può far altro che soccombere. E mentre la community opensource si interroga per l’ennesima volta se il modello di sviluppo condiviso sia economicamente sostenibile o meno, il resto del mondo imprenditoriale – prendendo atto dello stato delle cose – si mobilita al contrario adottando modelli condivisi per tutto: software rilasciato con licenza libera per condividere costi e oneri, blockchain per distribuire i dati, decentralizzazione delle istanze per spalmare le risorse.

No, il problema non è l’opensource. Che, semmai, è uno strumento per far fronte comune contro soggetti altrimenti invincibili ed impareggiabili che travolgono qualsiasi cosa gli si pari dinnanzi. Il problema resta sempre quello del business model, che è il grattacapo principale di qualsivoglia attività economica.


Uno Per Cento (2018)

16 dicembre 2018

Termina un altro anno, ed è di nuovo tempo di fare i conti con l’1% del mio fatturato da destinare a progetti liberi ed opensource che in modo più o meno diretto hanno contribuito alla generazione del fatturato stesso (e, pertanto, al pagamento dell’affitto di casa, delle bollette, delle birre, e di qualsiasi altra mia spesa). Rispetto allo scorso anno ho incluso alcuni soggetti maggiori che colpevolmente non ho preso in considerazione appunto 12 mesi fa, ed è aumentato il numero di progetti minori cui destinare almeno una piccola somma (mi sono fatto furbo ed ho tenuto aggiornato l’elenco di librerie e componenti che man mano adottavo per questo o quest’altro lavoro), dunque la distribuzione è un tantino cambiata ma non cambia l’intento: finanziare le opere da cui io personalmente traggo pressoché tutto il mio profitto, non per generosità o filantropia ma per poter continuare in futuro a costruire su di essi il mio proprio benessere.

 

Let’s Encrypt (50 dollari) – https://letsencrypt.org/donate/ – Tutti coloro che lavorano con il web lo conoscono, tutti lo usano, e tutti sono consapevoli del fatto che Let’s Encrypt – progetto che eroga gratuitamente e semplicemente certificati SSL per il web – li ha liberati dalla mafia dei vecchi e costosissimi fornitori. Considerando la quantità di clienti resi felici dal famigerato lucchetto verde che identifica le connessioni “sicure e protette” in HTTPS, nonché ovviamente l’impatto che questa iniziativa ha avuto e continua ad avere sul sempre acceso fronte della privacy online, 50 dollari sono davvero il minimo.

Debian (50 dollari) – https://www.debian.org/donations – Da sempre la mia distribuzione di riferimento, sui server tanto quanto sul PC con cui quotidianamente lavoro. Con poco sforzo ho sempre le macchine aggiornate e posso installare nuovi componenti, tutto grazie al lavoro costante di questa storica community: senza di loro, il mestiere di DevOps sarebbe indubbiamente più difficile e faticoso.

MariaDB (50 euro) – https://mariadb.org/donate/ – Pressoché ogni mio lavoro prevede l’utilizzo di un database, e pressoché sempre tale database è MariaDB, diventato oramai il rimpiazzo “ufficiale” di MySQL. Questo, insieme a PHP, è uno strumento per me imprescindibile ed inevitabile per qualsiasi progetto di sviluppo su commissione, e pertanto un candidato non ignorabile per la ridistribuzione del mio 1%.

jQuery (25 dollari) – https://js.foundation/about/donate – Alla faccia dei sempre più gettonati (e cervellotici) React e Angular io continuo a restare fedele a jQuery, che semplifica enormemente l’implementazione di funzioni per la manipolazione client-side delle pagine web. Prima o poi mi adeguerò anche io a ES6, ma fino a quel giorno sono ben lieto di destinare qualche soldo al mantenimento della mia libreria Javascript preferita.

OpenBSD (25 euro) – https://www.openbsd.org/donations.html – Pur non essendo io un utente BSD ogni giorno mi trovo ad usare strumenti sviluppati e mantenuti da questa community. In primis l’indispensabile SSH.

Thunderbird (25 euro) – https://donate.mozilla.org/en-US/thunderbird/ – La mail resta sempre, nel bene e nel male, il canale preferenziale con cui scambiare documentazione e segnalazioni con i clienti. Ed un buon client risulta vitale per riuscire a recuperare quel che serve quando serve, nel marasma di messaggi che si accumulano giorno dopo giorno. Thunderbird è forse l’applicazione desktop che uso maggiormente, dopo il browser e l’editor per il codice.

Gnome (10 euro) – https://www.gnome.org/support-gnome/donate/ – Il mio ambiente desktop. Ogni volta che mi trovo ad usare qualcosa di diverso mi trovo spaesato, ed ogni operazione (in particolare: la ricerca e l’apertura delle applicazioni) mi sembra più lenta e macchinosa. A modo suo, anche questo è uno strumento per la produttività.

Apache Foundation (10 euro) – https://www.apache.org/foundation/contributing.html – Benché in produzione abbia adottato quasi esclusivamente Nginx, il web server Apache resta un componente inevitabile per chiunque lavori sul web.

LibreOffice (10 euro) – https://www.libreoffice.org/donate/ – Al di là della redazione e consultazione di documenti, aprire il template che uso per generare le fatture in Writer è sempre motivo di gran soddisfazione.

Inkscape (10 dollari) – https://inkscape.org/en/support-us/donate/ – Lo uso sia per comporre piccole opere grafiche (banner, loghi, icone…) che per consultare i files SVG che mi arrivano dai colleghi designers (i quali oramai hanno capito di non mandarmeli nel formato PSD di Photoshop).

Rambox (10 dollari) – https://rambox.pro/#donate – Utility che aggrega diversi canali di comunicazione (Telegram, Whatsapp, Messenger…) in un’unica applicazione: assai utile per non perdere la testa tra segnalazioni e messaggi – di natura sia professionale che personale – che ogni giorno piovono da ogni parte. Oramai diventata una presenza fissa sul mio desktop.

OpenPGP.js (5 euro) – https://openpgpjs.org/ – Piccola libreria Javascript che permette cifratura e firma di contenuti direttamente nel browser. Usata con successo per un piccolo lavoro, meriterebbe forse di essere maggiormente sfruttata per implementare funzioni crittografiche client-side.

Summernote (5 dollari) – https://summernote.org/ – Editor di testo WYSIWYG da includere nelle proprie applicazioni web, alternativo ai più noti TinyMCE e CKEditor. Rapido ed indolore, consigliato nei casi in cui il cliente chiede una funzione di editing avanzato di testo ma ce la si vuole sbrigare senza troppe complicazioni.

Semantic UI (5 dollari) – https://semantic-ui.com/ – Completo framework CSS alternativo al più popolare Bootstrap. L’ho usato per un paio di lavori, e benché non sempre perfetto meriterebbe una maggiore diffusione ed adozione.

Weblate (5 euro) – https://weblate.org/en/donate/ – Piattaforma per le traduzioni online. Uso con gran soddisfazione la versione “hosted” (riservata a progetti opensource) per le traduzioni del mio GASdotto.

Fullcalendar (5 dollari) – https://fullcalendar.io/donate – Libreria Javascript per implementare calendari nelle proprie applicazioni web, e visualizzare in modo più o meno interattivo date ed appuntamenti.

 

Per ciascun versamento, laddove possibile, ho lasciato come commento un link alla pagina web che spiega l’iniziativa 1% di Italian Linux Society (nella versione inglese), con l’auspicio che l’idea di fondo possa essere raccolta ed in qualche modo rilanciata per l’interesse stesso dei progetti che sono stati in questo caso coinvolti.

Come sempre invito i miei colleghi, coloro che ogni giorno lavorano con soluzioni opensource e più o meno consapevolmente ne traggono diretto giovamento soprattutto in termini economici, a destinare parte del proprio fatturato – grande o piccolo che sia – alle applicazioni ed ai componenti software che usano per la propria attività professionale.


Unfollow the Money

4 novembre 2018

Ieri sono incappato in codesto blog post che riassume il concetto di “zebra”, un idealistico modello imprenditoriale alternativo e dichiaratamente opposto al più comune – ma altrettanto idealizzato, benché con una accezione molto diversa – modello degli “unicorni” (come vengono chiamate nella Silicon Valley le startup che raggiungono il miliardo di dollari di valore). Tra le buone pratiche raccomandate per le aspiranti startup “zebra” c’è quella della condivisione della conoscenza e l’adozione di licenze libere e aperte per il software prodotto, affinché il ruolo della novella attività produttiva non sia quello di accentratore e monopolizzatore ma di tassello che contribuisce alla crescita collettiva della società.

Questo mi ha fatto tornare in mente un ragionamento sviluppato in sede di Campus Party con un giovanotto che lavorava per conto di un fondo di venture capital, ovvero una pseudo-società che investe capitali per acquisire porzioni di nascenti aziende con la speranza che queste crescano, si arricchiscano, e generino profitti da cui attingere. Il ragionamento era molto semplice: alla luce del fatto che nove startup su dieci falliscono molto prima di iniziare a diventare profittevoli, è vivo interesse dell’investitore fare in modo che quanto prodotto sia pubblicato fin da subito come software opensource, affinché anche in caso di chiusura del progetto – eventualità statisticamente molto probabile, appunto – l’investimento erogato non venga perso completamente ma almeno la tecnologia sviluppata (e sovvenzionata) possa essere recuperata ed utilizzata da qualcun altro – vuoi da un’altra startup, magari meglio gestita ed amministrata, o vuoi da un soggetto già consolidato che vuole espandere il suo mercato di interesse.

Tutto ciò che rientra nelle categorie “shared economy” e “social networks”, nonché buona parte di quanto identificabile come “fintech”, ha il suo proprio valore nel volume di utenti, e pertanto di dati e relazioni, che riesce ad intercettare, usando tecnologie già esistenti e – nella migliore delle ipotesi – adottando, adattando e domando quelle più raffinate e sofisticate (dal machine learning alle progressive web apps). Oggettivamente, non c’è nulla che valga la pena di tener nascosto.

Ma anche laddove l’apporto tecnologico sia maggiore – cosa che coincide quasi sempre col fatto che la stessa tecnologia sviluppata sia il prodotto vero e proprio proposto dalla nuova azienda – il fattore opensource non può essere ignorato. Sia da chi su tale prodotto costruisce il proprio modello di business (ricordiamo ancora una volta: il software è un bene riproducibile all’infinito a costo zero, venderlo come le mele – un tot al chilo, o un tot a licenza – alla lunga non può funzionare) sia da chi ci mette i quattrini per farlo sviluppare e rischia di veder totalmente svanire ogni frutto del proprio investimento per i mille e più ben noti motivi percui una iniziativa imprenditoriale può fallire a prescindere dalla bontà della sua offerta (cattiva amministrazione, scarsa comunicazione, pessima commercializzazione, e chi più ne ha più ne metta). La creazione del prodotto è solo una parte del successo di una impresa: una volta creato esso va anche venduto e monetizzato, ed i modelli commerciali relativi all’opensource certo non mancano.

Pertanto: no, l’adozione di licenze libere e aperte non è questione di etica, morale, collettività e zebre. Ma di opportunità, lungimiranza e scaltrezza commerciale. “Follow the money”, non “follow the stereotype”.


Uno Sticker come Esca

23 luglio 2018

A maggio Italian Linux Society ha ricevuto invito a partecipare all’edizione 2018 di Campus Party Italia, evento sull’innovazione e la creatività digitale presso Fiera Milano, e dopo qualche iniziale perplessità – dovuta soprattutto all’impegno di presidiare lo spazio per diversi giorni – mi sono organizzato insieme a qualche amico con un roll-up, un monitor, qualche sticker ed uno zaino di magliette nerd.

Tra giovedi 18 e sabato 21 luglio abbiamo avuto il piacere di condividere lo spazio con la delegazione di End Summer Camp (l’evento di fine estate cui ho partecipato per la prima volta lo scorso anno, e presso cui nel 2018 intendo tornare con anche un paio di interventi) e con quella di Mittelab, l’hackerspace di Trieste, simpatico manipolo di smanettoni goliardi. Sabato ho persino tenuto un talk, destinato a rilanciare l’appello 1% (con tutte le sue implicazioni) pubblicato da Italian Linux Society qualche tempo fa, eccezionalmente partecipato e, almeno apparentemente, di ispirazione per diversi degli operatori che hanno assistito.

Nel corso della permanenza, benché ci siano stati numerosi momenti morti di scarsa affluenza, abbiamo avuto modo di attaccar bottone con tutti coloro che si sono avvicinati per prendere un adesivo o hanno tentennato leggendo lo striscione. Così facendo abbiamo intercettato:

  • svariati universitari, alcuni già coinvolti in gruppi studenteschi linuxari ed altri no. Tutti sono stati indottrinati sull’importanza di mantenere un “presidio linuxaro” all’interno delle università, organizzando incontri, corsi, sportelli di assistenza, o più semplicemente sfruttando gli spazi degli atenei per il Linux Day;
  • altrettanti giovanotti pre-universitari (studenti delle superiori), cui è stata inculcata l’idea che Linux e l’opensource sono ottimi canali per apprendere cose nuove, sia per piacere personale che in previsione di una eventuale occupazione nel settore IT;
  • professionisti di vario tipo, tutti accomunati dall’essere utilizzatori di Linux. Programmatori e sistemisti, ovviamente, ma anche – tra gli altri – un designer che abitualmente lavora con Gimp e Blender, un giornalista, ed un paio di operatori nel settore hardware che hanno abbracciato il movimento open hardware;
  • Jon “maddog” Hall, uno degli ospiti d’onore del Campus, pioniere dell’informatica moderna e del movimento freesoftware, inesauribile fonte di aneddoti bizzarri sulle tecnologie digitali degli anni ’70 e su Richard Stallman

Tutto sommato, e visti gli evidenti limiti della manifestazione (incentrata su tematiche abitualmente etichettate come “fuffa” dai tecnici del settore), devo ritenermi soddisfatto dell’esperienza. Determinante per questa mia personale conclusione sono proprio i suddetti limiti, o per meglio dire il fatto che un evento del genere attira un pubblico eterogeneo, diverso dal solito pugno di smanettoni duri e puri cui siamo altrove abituati, e c’è dunque modo di incontrare persone che difficilmente si sarebbero potute incontrare altrove. Cosa utile sia per dare un senso ed uno scopo al movimento di propaganda softwareliberista – il cui spirito da anni va scemando, in virtù della progressiva implosione dei gruppi di attivisti locali – che per avvicinare e stimolare potenziali nuovi volontari.

Non so se parteciperò al prossimo Campus Party, ma probabilmente asseconderò altri inviti per eventi trasversali e non necessariamente di stampo tecnico. Tanto oramai il roll-up ILS ce l’ho e qualche sticker da usare come esca l’ho avanzato, tanto vale sfruttarli.


Amici e Conoscenti

14 aprile 2018

Devo confessare di essere sorpreso dai risultati della campagna Public Money Public Code, lanciata qualche mese fa da FSFE e a tutt’oggi promossa e sostenuta. Non tanto per gli esigui numeri raggiunti (17000 firme in tutta Europa. Vale a dire: meno di nessuno), a questo ero già abbondantemente preparato ed anzi non mi aspettavo nessun altro esito. I burocrati di Bruxelles possono serenamente continuare ad ignorare il tema “software libero nella pubblica amministrazione”, il quale, come nuovamente dimostrato in modo empirico, non ha alcun peso politico.

Semmai, sono colpito dall’imbarazzante partecipazione italiana. E sì che i miei compatrioti solitamente non si tirano indietro quando c’è da indignarsi, da protestare contro gli sperperi di pubblico denaro, e da far sentire la propria voce usando lo strumento più comodo possibile. Di seguito, i numeri della partecipazione per i Paesi con almeno 200 firme (estrapolati da questa pagina):

  • Germania: 3704
  • Francia: 1566
  • Spagna: 1358
  • Non Definito / Fuori EU: 877 (dato aggregato)
  • Italia: 678
  • Olanda: 677
  • Regno Unito: 433
  • Belgio: 315
  • Svezia: 291
  • Portogallo: 251
  • Austria: 239
  • Danimarca: 207

Il numero più eloquente: l’Italia ha avuto un impatto pari a quello dell’Olanda (!). Meno di metà di Spagna o Francia. Il confronto con la Germania, poi, non regge affatto.

Mi piacerebbe pensare che finalmente in molti abbiano preso coscienza di quanto le raccolte firme siano non solo inutili ma anche dannose e controproducenti, e consapevolmente abbiano deciso di disertare questa ennesima chiamata, ma temo che la realtà sia un’altra. Ovvero: i già poveri canali di comunicazione interni alla community sono persino peggiorati negli anni. Per non parlare di quelli rivolti all’esterno, che di fatto non sono mai esistiti.

“Ma io non lo sapevo” è una delle frasi che più spesso mi sento rispondere quando illustro una qualche iniziativa, o argomento un proposito rifacendomi a fatti ed eventi che dovrebbero essere noti a tutti coloro che pretendono di dichiararsi parte della cosiddetta “community”. Iniziative, fatti ed eventi che abitualmente transitano su mailing list pubbliche di connessione e coordinamento (che di fatto si sono ridotte a due: quella del Linux Day nazionale e quella WiiLDOS), e/o di cui si fa menzione sul sito e sulla newsletter ILS, insomma in un modo o nell’altro messi all’attenzione di chi dovrebbe almeno minimamente sforzarsi di sapere cosa succede nel suo settore d’interesse. Ma se manco “noi” facciamo questo sforzo, e dunque non siamo in grado di intercettare, raccogliere, elaborare le comunicazioni rivolte a noi stessi, difficilmente si può pretendere che lo faccia qualcun altro al di fuori della ristretta cerchia di amici e conoscenti.

Con buona pace della velleità alla divulgazione (divulgare a chi, se non siamo capaci manco di parlare a noi stessi?) o del presunto impatto istituzionale di un pugno (scarso, infinitamente scarso) di persone.


Fork Commit Merge

31 marzo 2018

Sabato 24 marzo si è tenuto a Torino MERGE-it, evento che, in un modo o nell’altro, per la prima volta ha messo insieme – nella stessa sede, nello stesso giorno e negli stessi orari – i principali soggetti italiani che operano nell’oramai esteso e variegato panorama delle libertà digitali. Un progetto folle, concepito dopo qualche birra di troppo al FOSDEM 2017, nato dopo l’ennesimo “appuntamento nazionale” sul software libero cui hanno partecipato 40 persone, cresciuto tra non poche difficoltà (logistiche, organizzative, comunicative), talvolta tirato per i capelli, spesso improvvisato alla meno peggio, ed infine giunto al risultato finale. Magari non bello come sperato, certo non perfetto come auspicato, indubbiamente diverso da quanto progettato, ma pur sempre un risultato che, un anno fa, era a malapena concepibile.

Il suddetto risultato è che “Si può fare”. Si può fare un evento dedicato alla nicchia dei diritti digitali cui partecipa qualcuno in più oltre agli amici stretti. Si può parlare tra community diverse – con contenuti, approcci e metodi diversi -, almeno per mettersi d’accordo su data e luogo. Si può cercare una strada che conduca fuori dalla più totale e completa irrilevanza in cui troppo spesso sguazziamo (col rischio che, alla lunga, ci piaccia). Tutti fattori nient’affatto scontati, tantopiù alla luce del fatto che nelle fasi iniziali del progetto più di uno mi ha risposto “Bella idea, era da anni che volevamo farlo”, con la differenza che nessuno lo ha mai fatto (e dunque osservato e misurato) per davvero.

Dal canto mio posso ritenermi soddisfatto della frequentazione all’assemblea ILS ed alla successiva LUGConf articolata nel corso del pomeriggio. Non ho ottenuto quel che avrei voluto (ovvero: la riforma del Linux Day), ma almeno mi ha rincuorato vedere attenzione e partecipazione. E sono inoltre contento di essere riuscito a dedicare una intera giornata al dibattito, anziché alla classica sfilata di talk (utili ed interessanti fino ad un certo punto).

Di questo esperimento si può dire tutto ed il contrario di tutto. C’è chi dichiara che è stato un successo, ma è troppo facile acclamare al “successo” a fronte della media – molto bassa – cui tutti siamo abituati per questo genere di iniziative. C’è chi già non vede l’ora di ripetere l’esperienza, ovviamente ciascuno secondo una idea diversa da tutti gli altri (più tecnico, più divulgativo, tutti gli anni, ogni 2 anni, in città sempre diverse, sempre a Torino…), ma attendo che i facili entusiasmi si spengano spontaneamente prima di anche solo valutare tale ipotesi. C’è chi sostiene che le “collisioni” tra community diverse siano state troppo poche, ed è assolutamente vero, ma è anche vero che da una parte è stato comunque complesso arrivare a condividere una sede ed una data, dall’altra la maggior parte degli aficionados delle diverse associazioni e dei diversi gruppi tematici hanno preferito metter radici nelle loro rispettive aule (ed ascoltare talk su argomenti già conosciuti) piuttosto che farsi un giro altrove, come inizialmente auspicato.

Le mie conclusioni: presi individualmente non contiamo niente, insieme contiamo un pochino, potendo scegliere scelgo la seconda ma già so che l’inclinazione generale propende per la prima; ad una prima occhiata le tracce tecniche hanno avuto maggiore riscontro di quelle divulgative, come volevasi dimostrare; incontrarsi di persona, foss’anche per un breve saluto, aiuta.

E se son fiori, fioranno.


Un Progetto da Quattro Soldi

13 febbraio 2018

Altro anno, altro FOSDEM. L’imperdibile appuntamento come sempre offre, oltre ad un alibi perfetto per andare a sorseggiare ottime birre belghe, occasione per osservare e riflettere sul nostro piccolo mondo.

A margine dei canonici talk ultra-tecnici di approfondimento – quelli che fanno la differenza tra il FOSDEM e qualsiasi altro appuntamento del settore -, ho percepito come tema ricorrente di questa edizione la sostenibilità economica dell’opensource. Tema nient’affatto nuovo, che con sempre maggiore insistenza fa capolino su blog e mailing list, ma che evidentemente ha raggiunto un tale livello di criticità da essere profusamente affrontato in maniera esplicita e diretta. Buona parte dei talk della maintrack “Community” sono stati orientati in tal senso, e non sono mancati svariati altri esempi disseminati trasversalmente nelle altre devroom: casi di successo di aziende il cui business è fondato su prodotti opensource, consigli e dritte da parte dei maintainer di progetti minori, e le più disparate iniziative di supporto e sostegno hanno affollato il ricco programma della manifestazione. Certo siamo ancora lontani da una piena presa di coscienza nei confronti dell’economia opensource, ma trovo comunque incoraggiante il fatto che emergano esempi e modelli che possano via via ispirare le generazioni di smanettoni/imprenditori.

Anche le discussioni tenute coi miei compagni d’avventure (Michele e Stefano, con cui ho condiviso anche i due giorni precedenti al FOSDEM in quel di Madrid) sono state fortemente polarizzate dalla manifesta urgenza di dare sostenibilità economica all’opensource e, ancor più, alla ri-decentralizzazione dell’Internet (perno dello scorso anno). Modelli, esigenze, necessità e diritti, in collisione e sovrapposizione tra loro, rendono difficile dare una forma chiara a qualsivoglia possibile soluzione, ma anche in questo caso trovo positivo il fatto che almeno la problematica sia chiara e, pertanto, analizzabile.

Al FOSDEM 2018 anche io ho tenuto un breve talk, dedicato al progetto GASdotto, e nonostante il mio opinabile inglese (roba che Renzi al confronto pare un madrelingua…) pare che qualcuno abbia persino capito di cosa stessi parlando. Più di una persona mi ha interrogato in merito al modello italiano dei GAS e all’applicazione in sé (uno l’ho pure trovato sull’aereo del ritorno), e devo ammettere che non mi aspettavo tale riscontro all’interno di una conferenza solitamente dedicata ad argomenti ben più tecnici e smanettosi. Preso dall’entusiasmo ho anche tenuto un “pitch” nella devroom dedicata al design, con l’auspicio di ottenere supporto sul versante grafico ed estetico.

Prossimo appuntamento, geograficamente più abbordabile: sabato 24 marzo a MERGE-it. Un evento che, sul malgrado, è stato concepito proprio al FOSDEM (e più precisamente al Delirium Café. Dopo svariate birre. Da ciò, si capiscono parecchie cose).


Uno Per Cento

23 dicembre 2017

All’inizio dell’anno ho pubblicato su Linux.it un appello rivolto ai tanti che, in modo più o meno diretto e più o meno consapevole, lavorano con strumenti e piattaforme libere e opensource, affinché destinassero una piccola parte del proprio fatturato (idealmente l’1%, da cui il nome dell’appello stesso) al sostegno di quegli stessi strumenti. Non per filantropia o generosità, ma per esclusivo interesse personale, bieco opportunismo e spietata avidità: fintantoché tali strumenti – gratuiti, eppure spesso assai più sofisticati e malleabili delle controparti commerciali – esistono e vengono sviluppati, si può continuare a sfruttarli con ampi margini di profitto.

Non so quanto tale appello sia stato colto e recepito, ma so che il suddetto appello si rivolge anche a me – libero professionista di cui pressoché tutti i guadagni derivano dall’utilizzo di componenti opensource – dunque, giunta la fine dell’anno ed emesse le ultime fatture, è giunta anche l’ora di versare il mio obolo.

 

Laravel (86 dollari) – il framework PHP Laravel è in assoluto il mio principale strumento di lavoro. Con esso produco facilmente e rapidamente applicazioni web, e più recentemente mi è capitato di tenere corsi (ovviamente retribuiti). Non esiste un canale per donare a questo progetto, essendo verosimilmente sostenuto da entità commerciali ben più facoltose di me, ma sentendomi in dovere di contribuire a questo ecosistema ho pagato una sottoscrizione annuale a Laracast, portale di video tutorial e supporto; dubito che ne fruirò mai, ma chissà che in qualche modo non torni a sua volta utile. Nota fiscale: il servizio eroga una fattura che può essere personalizzata coi propri parametri amministrativi, e dunque data al commercialista per farla figurare come spesa.

jQuery (50 dollari) – alla faccia di tutti i vari ed astrusi framework Javascript esistenti io rimango fedele al buon vecchio jQuery. Che ha molteplici difetti, ma il grosso pregio di essere facile ed immediato. L’ideale per implementare velocemente piccole interazioni ed animazioni che fanno contento il cliente pagante. L’entità che sostiene jQuery è la Javascript Foundation, che principalmente fa divulgazione e promozione per una serie di componenti (non solo jQuery).

Debian (50 dollari)Debian è e resta la mia distribuzione Linux di preferenza, tanto sul PC con cui lavoro che sui server su cui hosto le mie applicazioni. Da svariati anni non mi capitano più grattacapi a seguito di un upgrade, e posso dunque permettermi di mantenere le macchine sempre aggiornate – e dunque sicure – senza perdere troppo tempo. Per le donazioni si può far riferimento a questa pagina, io ho scelto il metodo semplice (Software in the Public Interest) ma penso che appoggiandosi alle entità tedesche o francesi si può ottenere una ricevuta detraibile dalle tasse.

Gnome (25 euro) – non un vero e proprio strumento di lavoro, ma comunque l’ambiente che mi permette di organizzare tutto il resto. E gestire comodamente le tante applicazioni tra cui mi trovo a saltare durante le mie giornate produttive. Qui la pagina per le donazioni.

Thunderbird (25 euro) – volenti o nolenti, mandare e ricevere mail è parte integrante del mio mestiere. E Thunderbird, pur coi suoi problemi, resta una delle poche soluzioni valide per gestire molteplici accounts di posta e ripescare rapidamente messaggi ed allegati mandati alla rinfusa dai clienti pasticcioni. Qui la pagina per le donazioni.

LibreOffice (25 euro) – ci faccio le fatture, i preventivi, le slide per i corsi: nonostante la mia principale occupazione sia quella di programmatore, qualche documento capita sempre di doverlo produrre. Qui la pagina per le donazioni.

Inkscape (10 dollari) – una piccola eccezione in questa lista: Inkscape non l’ho mai usato per lavoro, bensì per i piccoli task grafici che accompagnano le attività di volontariato (banners, loghi, pagine web…). Motivo percui ricade in una categoria inferiore di donazione, ma comunque anche questi pochi soldi se li merita. Qui la pagina per le donazioni.

Agent (10 euro)Agent è un modulo Laravel per distinguere, server-side, i client desktop, mobile e tablet, ed essere dunque in grado di fornire il template giusto. Utilizzato con profitto in un grosso lavoro.

Laravel Gettext (10 dollari)Laravel-Gettext è un altro modulo Laravel, utile per bypassare il formato nativo usato per le traduzioni (poco compatibile col resto del mondo) ed adoperare al suo posto il formato Gettext (ben più fruibile ed integrabile). Una nota a margine: di moduli Laravel ne uso in gran quantità, e a tutti avrei voluto fare una piccola donazione, ma reperire informazioni a tal proposito è talvolta complicato; per questo, nella fattispecie, sono dovuto andare ad esplorare il profilo GitHub dell’autore, dunque il suo sito personale, ed arrivare dunque ad un link Paypal.

 

Grazie a tutti coloro che producono e distribuiscono software libero e open. In virtù del loro contributo posso permettermi di svolgere lavori molto più grandi di quel che da solo potrei mai permettermi, fatturarli, e tenere per me tutto il profitto. Ridistribuire solo l’1% è, oggettivamente, un affarone.

In chiusura segnalo che ho creato il mio profilo Patreon, piattaforma che permette di erogare donazioni periodiche nel tempo. Principalmente per sostenere il progetto GASdotto, attualmente la mia maggiore opera non commissionata e non retribuita da nessun cliente specifico, benché nei report mensili riporti anche altre attività di sviluppo opensource che mi trovo a condurre (vuoi per esigenze personali – e verosimilmente condivise con altri – o vuoi come spin-off di lavori propriamente detti).