Algebra Industriale

16 luglio 2020

Da sempre la politica è abituata ad interloquire (ovvero: dialogare, fare concessioni, trovare compromessi) con i grandi gruppi industriali sulla scorta di un ragionamento molto semplice: grande industria = grandi investimenti = tanti posti di lavoro. Da questa banale equazione nascono lo storico rapporto conflittuale con l’odierna FCA (34 mila dipendenti in Italia), il tira e molla sull’Ilva (10 mila lavoratori coinvolti), o i più recenti scontri sulle concessioni autostradali (7000 dipendenti direttamente toccati).

Ha sempre funzionato un po’ per tutto, funzionerà certamente anche con la grande industria (statunitense) della tecnologia. No?
No.

Apple è l’azienda con il più alto capitale azionario del mondo. Non stupisce che nel 2016 l’allora premier Matteo Renzi sia andato personalmente a ricevere Tim Cook, e sia magari stato genuinamente convinto del fatto che assecondare il progetto della “Apple Academy” a Napoli (poi malamente naufragato, eppur rinnovato dall’attuale premier Giuseppe Conte) fosse una buona idea. Grande industria = grandi investimenti = tanti posti di lavoro.
Ma…
Apple conta, oggi in Italia, 1624 dipendenti. E sulla pagina web dedicata all’argomento (pubblicata anni fa, in risposta allo scandalo dei 13 miliardi di dollari di tasse non pagate in Europa sfruttando la complicità dell’Irlanda) ostenta il merito di altri 62 mila posti, nicchiando sul fatto che la stragrande maggioranza degli sviluppatori di app mobile lavorano (necessariamente) anche su piattaforma Android e pertanto tale numero non è certo un merito esclusivo di Apple.

Google non è certo da meno, in termini di dimensioni e impatto. Il recente annuncio di 900 milioni di investimenti nel nostro Paese ha scaldato i cuori del già citato premier Conte e della ministra Paola Pisano, i quali indubbiamente colgono le opportunità della digitalizzazione per le piccole e medie imprese italiane. E forse un po’ meno le opportunità negate a chi si occupa di digitalizzazione in Italia, ma che importa? Grande industria = grandi investimenti = tanti posti di lavoro.
Ma…
Non è chiaro quanti siano i dipendenti di Google in Italia. L’unico suggerimento che trovo online risale al 2012, e menziona 130 lavoratori nella sede di Milano. Esiste un’altra sede in Italia (cioé quella di Roma), e possiamo generosamente arrotondare tale numero a 300. Non esattamente le cifre che sarebbe lecito aspettarsi per una azienda che fattura 46 miliardi di dollari all’anno.

“Ma Bob, la fai troppo semplice! I posti di lavoro offerti da queste aziende saranno forse pochi, ma altamente qualificati e ad alto valore aggiunto!”.
No.

Le offerte pubblicate per l’Italia tanto da Apple che da Google sono in massima parte rivolte a personale che si occupa del marketing, delle vendite, qualche volta dell’assistenza tecnica. Niente di diverso rispetto a quanto si può trovare, per dire, tra le proposte di Unieuro (5000 dipendenti). Ricerca e sviluppo – appunto, i lavori che rendono di più e che ingenuamente si riconducono a queste realtà – avvengono interamente altrove, nei “paradisi fiscali” europei ed in massima parte negli Stati Uniti. Certamente ci sono tra questi anche tanti italiani che si sono trasferiti all’estero, all’estero vivono e lavorano, all’estero pagano le tasse, all’estero si fanno una famiglia. Chissà quanti tra i 29 mila giovani laureati che hanno lasciato il Belpaese solo nell’ultimo anno oggi producono ricchezza in Irlanda, in Svizzera, o in California.

I metodi e le aspettative della politica industriale sono rimaste invariate nei decenni, e vengono applicate tanto alle automobili quanto ai servizi web. Ma dove mancano le variabili dei grandi impianti, le costanti della logistica e gli esponenti del consumo, la classica ed amata semplice equazione non funziona più. E serve una nuova algebra industriale per far quadrare i conti.


I Nodi nel Pettine

24 febbraio 2020

Anche nel 2020, il mio tradizionale report sull’esperienza al FOSDEM di Bruxelles. Per il decimo anno. Questo genere di cose mi ricordano che sto invecchiando. E mentre io invecchio, il mondo cambia.

Il FOSDEM – giunto quest’anno al suo ventesimo anniversario – è sempre stato una conferenza notoriamente di taglio prettamente tecnico. L’acronimo “Free Open Source Developers European Meeting” suggerisce una vocazione rivolta alla programmazione, e negli anni – con la crescita del cosiddetto “cloud” – sono altrettanto cresciuti i contenuti rivolti ai sistemisti. Unica eccezione per lungo tempo è stata la devroom dedicata agli aspetti legali delle licenze open source, che storicamente hanno un ampio seguito tra avvocati, giuristi ed altri soggetti diversamente tecnici ma pur sempre con il pallino per i “codici”.

Per l’edizione 2016 proposi – con la complicità di FSFE – uno stand informativo e divulgativo dedicato alle realtà associative europee di promozione e sostegno al software libero. Una proposta a quel tempo così anomala rispetto all’approccio classico della conferenza che fu cassata, benché l’esperienza sia poi sfociata nel “pre-FOSDEM meeting” organizzato (almeno fino allo scorso anno) appunto da FSFE il venerdi precedente al FOSDEM per far almeno incontrare tra loro le suddette associazioni nazionali operative in Europa. A fasi alterne, poi, è occasionalmente stata allocata una devroom per il tema “Community”, ovvero alle dinamiche squisitamente umane che soggiaciono alla produzione, promozione ed adozione del software libero, e solo dal 2017 questa è diventata una presenza fissa nel programma della manifestazione.

Nell’edizione 2020, qualcosa è cambiato. Non solo è stata allestita la suddetta devroom Community, ma ci sono state anche non una ma ben due main tracks a tema non tecnico (Freedom e Community and Ethics) e, ancora, buona parte della devroom Legal è stata dedicata ad aspetti etici e sociali (peraltro, con talk molto ben congeniati in forma di dibattito con interpreti dei diversi risvolti di ogni argomento toccato). Una vera e propria svolta umanistica all’interno della conferenza più tecnica che ci sia.

Le ragioni di questa inedita attenzione agli aspetti meno tecnici e più politici in quel di Bruxelles vanno probabilmente cercate in prima istanza nell’oramai famigerato caso di MongoDB vs Amazon, che ha animato una discussione estremamente accesa – né del resto ancora spenta – nel mondo open source in merito ai fondamenti stessi della disciplina. L’evento in sé è occorso a fine 2018, quando già i programmi per il FOSDEM 2019 erano in gran parte fatti, ma le ripercussioni della vicenda sono tali da avere uno strascico nel 2020. A questo aggiungiamo una diffusa presa di coscienza in merito al legame indissolubile tra software e dati (esacerbato dalla propagazione dell’uso del machine learning, che pur essendo implementato spesso con software a sorgente aperta viene alimentato da grosse moli di informazioni ai fatti accessibili solo dai grandi colossi del web), il nodo ancora insoluto della sostenibilità economica dell’open source (tema ricorrente al FOSDEM fin dal 2018), un crescente interesse sugli utilizzi etici e meno etici del software libero, ed il gioco è fatto.

Certamente è un bene che nel dibattito collettivo inizi ad emergere la consapevolezza nei confronti di domande che negli ultimi anni hanno trovato ampio riscontro all’interno della community. E che i nodi inizino a venire al pettine. Preoccupa semmai il fatto che ancora non ci siano delle risposte convincenti, che non esista una leadership consolidata in grado di sostenere e dare altrettanto riscontro a tali eventuali risposte, e che tale vuoto dialettico lasci spazio a posizioni reazionarie che – se lasciate propagare senza controllo – vanno a minare le fondamenta stesse del Movimento Freesoftware.

Non ho seguito tutti i talk che trattavano i suddetti argomenti “caldi”, dunque non so fino a che punto ci si è limitati a prendere atto delle questioni in essere e fino a dove ci si è spinti nel fornire delle argomentazioni, ma spero di riuscire a recuperarne almeno una parte grazie alle registrazioni audio/video fornite sul sito del FOSDEM.

Oltre a questo, nel corso della manifestazione ho avuto modo di chiaccherare profusamente con diversi vecchi e nuovi amici, soprattutto in merito al prossimo MERGE-it previsto per inizio aprile 2020. E di bere un sacco di birra belga, ma questa è un’altra storia.


Smanettone

14 gennaio 2020

La parola inglese “hacker” ha una sua propria storia ed origine e un suo proprio significato designato, ma tutti sappiamo che – al di là della presunta retorica e degli occasionali sforzi condotti per arginare la proliferazione di altre interpretazioni – nell’accezione comune ha assunto tutt’altro contenuto. Nella migliore delle ipotesi, l’hacker è qualcuno che si occupa espressamente di sicurezza informatica, cioé di un sottoinsieme limitato di quel che è lo scibile digitale. Nella peggiore egli è il pirata informatico, chi penetra nei sistemi informatici altrui spesso a scopo di profitto personale. Tutti coloro che hanno qualche competenza informatica prima o dopo si sono sentiti chiedere, da un amico o da un parente, “Ma dunque tu sei un hacker?!”, e tutti a tal domanda hanno sempre percepito il sottinteso “Ma dunque tu infrangi la legge, entri nei computer e spii chi vuoi?!”.

Onde evitare dunque questo perenne e costante fraintendimento tra significati storici e significati contemporanei, e per agevolare ed accelerare la comunicazione con chiunque – sia esso un addetto ai lavori in ambito informatico o un completo profano – negli anni ha iniziato ad adottare e ad usare sempre più frequentemente l’italianissimo termine “smanettone”, il quale è immediatamente comprensibile e riconoscibile dai più e scevro di ogni doppia interpretazione. Talvolta tale scelta mi viene contestata, forse per l’accezione negativa che dà qualcuno a tale sostantivo, e pertanto tenevo a scrivere qui – per futura referenza – le mie motivazioni e considerazioni.

“Hacker” nasce – secondo la tradizione – presso il circolo di modellismo ferroviario del MIT di Boston; diretta derivazione del verbo “to hack”, che letteralmente significa “fare a pezzi”, viene adottato dai giovani studenti che all’epoca si divertivano a manipolare i circuiti elettronici dei modelli in modi raffinati e spesso senza utilità diretta se non quella dell’esplorazione.

Benché anche in Italia ci sia una discreta tradizione di modellismo ferroviario, c’è una tradizione molto più forte, marcata e popolare: quella per i motori. Negli anni ’80, con la massiccia diffusione dei ciclomotori (più economici e pratici delle motociclette canoniche, nonché legalmente utilizzabili anche dai più giovani), dilaga nel nostro Paese l’uso di modificare, alterare e “truccare” i propri mezzi per aumentarne la velocità ed il rumore. La manopola del manubrio che serve ad accelerare si chiama “manetta”, l’atto di manovrarla su e giù per far rombare il motore diventa “smanettare”, e per estensione lo “smanettone” è colui che non solo si esibisce in impennate e sgommate ma che ha anche dimestichezza con la meccanica interna del veicolo, ne sa smontare e sostituire le componenti per ottenere le migliori prestazioni, o che semplicemente si diverte nello sporcarsi le mani di olio e benzina.

Non saprei dire come il termine “smanettone” sia stato mutuato dal gergo informatico, ma è evidente che il significato è del tutto affine a quello originario di “hacker”, benché inizialmente applicato ad un ambito diverso (meccanico anziché elettronico). Ma in più gode di una etimologia tutta italiana, strettamente legata alla cultura ed alla storia del Bel Paese, e pertanto facilmente afferabile da chiunque, soprattutto da chi ha vissuto i suddetti anni ’80 (e magari ha meno confidenza col gergo prettamente digitale).

Mi sento pertanto di consigliarne e promuoverne l’uso, per identificare coloro che creano, disfano, esplorano e sperimentano in ambito informatico. Chi, secondo lo stereotipo classico, passa notti insonni per risolvere un problema (che spesso lui stesso si è andato a cercare o si è più o meno consciamente creato da solo), che adotta la soluzione meno ovvia e semplice per ottenere un certo risultato (a discapito di una infinita quantità di tempo passata per metterla in opera e mantenerla operativa nel tempo), che persegue progetti di dubbia e opinabile utilità usandoli come pretesto per capire, costruire, documentarsi e padroneggiare tecniche e tecnologie altrimenti senza alcuno scopo, e che genericamente trova piacere (al limite del masochismo) nell’affrontare sfide sempre nuove nel contesto digitale.


Uno Per Cento (2019)

3 gennaio 2020

Come oramai tradizione, anche quest’anno metto mano agli appunti raccolti e alle fatture emesse nel corso dell’anno per tirare le somme e destinare l’1% del mio fatturato 2019 ai progetti open source che maggiormente hanno avuto un ruolo nella mia attività professionale. Sia per riconoscere un valore economico alle componenti software che mi permettono di pagare l’affitto, le bollette e le spese, sia per contribuire alla loro salute ed al loro sviuppo (e garantirmi la possibilità di poter continuare a pagare, in futuro, i suddetti affitto, bollette e spese).

Nel 2019 è stato alzato il limite di fatturato per chi, come me, ha una partita IVA a regime agevolato. Pertanto sono riuscito a rastrellare un po’ di più rispetto agli anni passati, e conseguentemente il mio 1% è un tantino più ricco.

Let’s Encrypt (50 dollari) – https://letsencrypt.org/donate/ – Spesso lo dico: chi lavora sul web e non ha mai donato a Let’s Encrypt è, a prescindere, un ladro. Perché a tutti è certamente capitato di avere bisogno di un certificato SSL per attivare il protocollo HTTPS su un proprio dominio – vuoi per assecondare un cliente in crisi isterica perché il browser gli diceva che il suo sito non era “sicuro”, o vuoi per assecondare una qualche API che pretendeva di interfacciarsi solo via HTTPS – e certamente tutti, dovendo scegliere se pagare il pizzo alla mafia dei certificati a pagamento o se usare l’alternativa gratuita offerta da Let’s Encrypt, hanno optato per la seconda. Un contributo a questo progetto, che ha cambiato – forse irreversibilmente – l’intero mondo del web, è scontato.

Debian (50 dollari) – https://www.debian.org/donations – Confesso che da quest’anno ho iniziato ad usare un po’ meno la ben nota distribuzione Debian (vedi sotto, il paragrafo dedicato a Ubuntu), ma questa rimane la mia scelta di default per i numerosi server che amministro e che, grazie a questa attiva community, riesco a tenere aggiornati senza particolari sforzi.

Ubuntu (50 dollari) – https://ubuntu.com/download/desktop/thank-you – Nel 2019 ho acquistato un nuovo PC, un Dell XPS 13, scegliendone ovviamente uno con Linux preinstallato. Viene distribuito con Ubuntu 18.04, l’attuale versione LTS, ed ho preferito mantenerlo anziché rimpiazzarlo con la mia solita Debian, vuoi anche per vedere lo stato della distribuzione che abitualmente consiglio a chi si avvicina a Linux per la prima volta. Mi ci trovo abbastanza bene – del resto, è pur sempre una Debian “abbellita” – e dunque quest’anno qualche soldino lo riservo anche a loro.

Thunderbird (50 dollari) – https://donate.mozilla.org/en-US/thunderbird/ – A Thunderbird dono qualcosa tutti gli anni, ma questa volta – avendo un poco di fondi in più da allocare – ho optato per un passaggio di livello, da 25 a 50 dollari. Perché questa resta una delle applicazioni desktop che uso maggiormente, e senza sarebbe per me davvero molto complesso tenere ordine tra le mie svariate caselle di posta elettronica.

jQuery (25 dollari) – https://js.foundation/about/donate – Sono un tipo all’antica, e a dispetto dei framework più moderni – nonché delle più recenti evoluzioni di Javascript – torno sempre ad usare codesta classica e popolare libreria. Un giorno o l’altro passerò a Vue, ma neanche questo è stato l’anno buono.

OpenBSD (25 euro) – https://www.openbsdfoundation.org/donations.html – Quelli che supportano lo sviluppo di OpenSSH. Questo dovrebbe essere, già di per sé, motivo sufficiente per giustificare una donazione da parte di chi ogni giorno si trova a dover metter mano ad un server remoto su cui hosta applicazioni e strumenti.

Gnome (25 dollari) – https://secure.givelively.org/donate/gnome-foundation-inc/gnome-patent-troll-defense-fund – Tutti gli anni dono qualche quattrino a Gnome, il mio desktop enviroment d’elezione, e quest’anno ho anticipato il contributo partecipando alla raccolta fondi indetta per fronteggiare una bega legale in cui si sono trovati invischiati a causa di un patent troll.

DOMPDF (25 dollari) – https://github.com/dompdf/dompdf – Spesso capita che i clienti chiedano una qualche funzione per esportare documenti in PDF dalla loro applicazione, e nel 2019 ho adottato questa libreria PHP. Che, stando alla mia esperienza personale, ha un rendering HTML/PDF molto migliore rispetto alle altre soluzioni. 25 dollari ben spesi.

Inkscape (25 dollari) – https://inkscape.org/support-us/donate/ – Come sempre, il mio editor grafico di riferimento per realizzare loghi, piccoli elementi da aggiungere nelle pagine web, diagrammi, wireframes e altro.

Libreoffice (25 euro) – https://www.libreoffice.org/donate/ – Strumento di cui non si può fare a meno, sia per elaborare documenti CSV (anche molto voluminosi) che per preparare le slides delle lezioni.

RamBox (25 dollari) – https://rambox.app/donate.html – Una delle applicazioni desktop che uso maggiormente, complementare a Thunderbird in fatto di comunicazione.

Apache Foundation (25 dollari) – https://www.apache.org/foundation/contributing.html – Il webserver Apache è pur sempre il webserver Apache. Da supportare oggi più che mai, considerando i recenti problemi avuti da Nginx e la futura possibilità di dover tornare ad esso.

OpenStreetMap (25 euro) – https://donate.openstreetmap.org/ – A OpenStreetMap, il database pubblico di informazioni geografiche, contribuisco abbastanza regolarmente. Recentemente ho però anche usato tali informazioni per una applicazione destinata ad un cliente, pertanto è d’obbligo destinare una piccola parte del mio fatturato.

youtube-dl (25 dollari) – http://ytdl-org.github.io/youtube-dl/donations.html – Semplice utility che permette di scaricare i video pubblicati su YouTube. Mi è stata molto utile durante una massiccia migrazione di contenuti da YouTube a Vimeo; per colmo di sfortuna proprio quel giorno Google ha modificato qualcosa nel suo servizio di hosting video, rompendo l’applicazione, ma nel giro di poche ore gli sviluppatori hanno rilasciato una nuova versione funzionante.

DAVx5 (10 euro) – https://www.davx5.com/donate – Piccola app, disponibile su F-Droid, per sincronizzare il calendario dello smartphone con una sorgente CalDAV esterna. Ideale per tenere allineata l’agenda del telefono con la mia istanza NextCloud, e non perdersi gli appuntamenti occasionali.

Laravel DebugBar (2 dollari) – https://github.com/sponsors/barryvdh – Utilissimo ed imprescindibile strumento per chiunque sviluppi applicazioni PHP/Laravel. La donazione è molto modesta in quanto solo adesso ho scoperto la possibilità di “sponsorizzare” l’autore usando il nuovo GitHub Sponsor, dunque solo adesso ho attivato un versamento mensile da 2 dollari (ovvero: 2 * 12 = 24 dollari all’anno). Preferirei avere la possibilità di fare donazioni cumulative una-tantum ma mi accontento di questa modalità, anzi vorrei vederla più spesso usata (almeno questa) esistendo su GitHub una pletora di altre librerie e componenti che vorrei aggiungere a questo mio elenco annuale ma che non offrono alcuna possibilità per contribuire economicamente al progetto.

Oltre a queste donazioni sto attualmente valutando di aderire al nuovo programma di sponsorship di Italian Linux Society. La quota annuale è relativamente alta, per un freelance individuale come me, ma d’altro canto ho già constatato che la visibilità paga ed aiuta ad essere trovato e contattato da nuovi clienti dunque, anche questa, sarebbe una forma di investimento professionale (con il gradevole effetto collaterale di essere anche di aiuto e supporto alla crescita del movimento freesoftware in Italia).

Come ogni anno raccomando i miei colleghi sviluppatori – siano essi freelance, soci di piccole e medie società, o amministratori delegati di aziende – a destinare anche loro l’1% del proprio fatturato al sostegno dei progetti open source che usano più o meno regolarmente nel corso dell’anno per la propria attività professionale.


Il Cugino di Adam Smith

26 dicembre 2019

In Europa non esistono grandi aziende legate alla tecnologia. A parte magari Siemens, che non è esattamente il primo nome che salta alla mente quando si parla di “tecnologia”, o la tedesca SAP, la quale – per dare una proporzione rispetto alla realtà statunitense – era candidata per una acquisizione da parte di Microsoft qualche anno fa (salvo poi ingrandirsi e di Microsoft diventare partner). Le varie Google, Apple e affini hanno tutte sede negli USA. Questo per vari motivi – sociali, economici, legali, politici, fiscali, storici – ed è un trend che può essere riscontrato, più generalmente, nell’elenco delle aziende più grandi del mondo, ove i Paesi europei appaiono sporadicamente. Il tessuto economico europeo (e ancor più quello italiano) è caratterizzato da innumerevoli aziende di piccole e medie dimensioni che tra loro si complementano, qualche volta si sovrappongono, qualche volta collaborano, ma ciascuna delle quali opera in modo autonomo nel suo ambito specifico.

Eppure questa realtà dei fatti, per quanto oggettivamente inconfutabile, non è mai stata sinora percepita come un fattore determinante nell’azione politica. E – per qualche motivo, soprattutto in ambito tecnologico – si è spesso inseguito il modello americano del “grande, grosso, e che genera tanti posti di lavoro”. Modello evidentemente inapplicabile, non esistendo nessun riscontro reale e concreto da additare come esempio ben riuscito. Le diverse iniziative economiche rivolte a ricerca e sviluppo in ambito tecnologico – leve fiscali, finanziamenti agevolati o a fondo perduto, bandi – sono sempre state congeniate su base individuale, destinate alla singola azienda, senza badare al fatto che – come dicevamo sopra – la singola azienda che agisce sul campo europeo ha sempre un limitato impatto, e limitato sarà dunque l’impatto (occupazionale, produttivo, fiscale) del finanziamento pubblico ricevuto.

Se viene sostenuto l’acquisto di un nuovo macchinario industriale per una azienda, può esser fatto solo per quella e l’investimento non può avere nessun altro beneficiario (oltre a chi produce e vende il macchinario, ovviamente). Viceversa il software è riproducibile all’infinito e a costo zero: alimentata la spesa della sua implementazione ne possono beneficiare tutti, a cascata, sia coloro che lo usano che coloro che su di esso vendono servizi di integrazione, personalizzazione e formazione. Questa differenza essenziale tra beni fisici e beni digitali, per quanto scontata, viene troppo spesso ignorata da chiunque, tale percui ne ho tratto un talk all’ultimo EndSummerCamp e per aver detto tale banalità in pubblico ho persino ricevuto dei complimenti. Ciò detto, l’intero piano Impresa 4.0 del Ministero per lo Sviluppo Economico, nell’allocare milioni di euro in sgravi ed incentivi fiscali atti ad accelerare la digitalizzazione industriale, pone strumentazioni tecnologiche e software sullo stesso identico piano, conducendo implicitamente a due risultati: il massiccio acquisto di licenze per soluzioni che magari contribuiscono sì alla digitalizzazione ma che hanno un ritorno molto moderato se non nullo sulla crescita della produzione software nazionale (Microsoft, che notoriamente non ha manco uno sviluppatore in Italia né ci paga le tasse, a marzo 2019 definiva il nostro “tra i Paesi più promettenti in Europa” nell’annunciare l’eccezionale crescita delle vendite di Dynamics), oppure il finanziamento per la creazione di nuove soluzioni, molto verticali, molto personalizzate e molto proprietarie, costruite da zero, replicate ancora e ancora, che vanificano tutti i progressi condotti (e altrettanto finanziati) precedentemente, e di cui gode solo l’azienda che ha ricevuto l’agevolazione prevista.

Qua e là in Europa si inizia a prendere atto di queste dinamiche basilari, e si inizia ad occhieggiare il modello open source come naturale strumento per affermare la produzione nel Vecchio Continente pur assecondandone la sua ineluttabile frammentazione. Il pretesto politico è quello della “sovranità digitale”, della tutela dei dati dei cittadini e dell’emancipazione tecnologica; la volontà reale è quella di smettere di essere i passivi clienti globali delle tecnologie altrui – statunitensi e cinesi in primis – ed alimentare una offerta interna di innovazione e tecnologia che possa in qualche modo riequilibrare lo squilibrio imposto dalla progressiva delocalizzazione della manifattura e della produzione industriale.

Il governo tedesco non si è fatto troppi problemi nel destinare ad una propria azienda locale – NextCloud, uno dei leader europei in fatto di open source – un grosso appalto per la propria piattaforma interna di condivisione di documenti ed informazioni. Alla faccia di Google Drive, e con gaudio di tutti i fornitori terzi di NextCloud (ufficiali e non) che possono beneficiare degli sviluppi finanziati da tale operazione. Più recentemente il CDU (il partito di Angela Merkel, per intendersi) ha introdotto l’open source tra le sue linee programmatiche. La Francia non solo ha adottato la medesima piattaforma NextCloud per il Ministero dell’Interno, non solo ha condotto una operazione simile con il suo sistema di messaggistica interna (basato sul protocollo aperto Matrix, ed implementata dall’azienda franco-inglese New Vector), ma fa anche pubblicare il codice delle soluzioni software realizzate dalle startup finanziate con fondi statali. Presso la Commissione Europea si è recentemente tenuto un incontro per discutere dell’impatto dell’open source sull’economia locale, e farne emergere le opportunità.

La dimostrazione che tutte queste azioni, di origine governativa, hanno un riscontro più ampio? A ottobre Microsoft Germania si è scomodata per indire una conferenza per “spiegare” – a modo suo – la sovranità digitale, la quale evidentemente è percepita come una minaccia per gli affari del colosso statunitense e va in qualche modo arginata e contenuta.

Sull’approccio italiano a questi temi non mi esprimo: qui si trova una revisione edulcorata e politically-correct dell’ultimo Piano Nazionale Innovazione presentato dal Ministero per l’Innovazione, in cui – manco a dirlo – il software libero e open source non viene citato manco per errore. Non resta che sperare, oggi, nel traino degli altri Paesi europei, presso cui poco alla volta sembra crescere una consapevolezza politica un tantino più ampia e solida.

Domanda e offerta, surplus, materie prime, suddivisione del lavoro: le basi del sistema economico descritto da Adam Smith non trovano riscontro nel mondo digitale. E finché non comprende questa ovvietà difficilmente la politica nostrana potrà parlare di “innovazione”.


Crisi Permanente

14 ottobre 2019

Da troppo tempo non aggiorno codesto mio blog, ma da ancor più tempo non mi capita di leggere un altro post di commento a riguardo dello stato della community italiana pro-linuxara meritevole di replica e risposta. Colgo l’assist offerto da Enrico Alletto su questo post (e veicolato con questo tweet) per sviscerare qualche considerazione macroscopica legata al Linux Day (che è il topic iniziale della discussione) ma non solo, e riprendo punto per punto le sue elucubrazioni. Consiglio, per chi già non lo ha fatto, di leggere il suo brano prima di procedere qui.

Cos’è il Linux Day

Al di là delle definizioni formali, il Linux Day è sostanzialmente due cose.

La prima: è l’unico momento dell’anno – salvo occasionali ed impredicibili eccezioni – in cui Linux ed il software libero vengono citati dai media ed ottengono una esposizione più alta del (comunque scarso) solito. Ben lo vedo dai dati sul traffico che approda su linux.it, e questo è un fatto.

La seconda: è il motivo percui una buona maggioranza di Linux Users Groups italiani esiste. Per molti è l’unico sprone e pretesto dell’anno per svolgere una qualche attività divulgativa, per altri è il momento di massimo contatto con il pubblico e con nuovi volontari da coinvolgere nel resto dell’anno. Premesso che l’intero apparato della community di promozione, assistenza e sostegno al software libero in Italia è in crisi, il Linux Day ne è da una parte la cartina di tornasole e dall’altro il pilastro che permette di evitarne il completo collasso.

Il tema dell’edizione 2019

Non tutti sanno che il tema annuale del Linux Day è oggetto di confronto ed approvazione sull’apposita mailing list destinata agli organizzatori. Che pochi conoscono, ed ancor meno frequentano. Qua si trova il thread all’interno del quale è stato decretato il tema 2019.

Quello dell'”intelligenza artificiale” può forse essere considerato un argomento lontano dal presupposto storico del Linux Day – ovvero quello di far conoscere Linux a chi non lo conosce – ma anche qui due considerazioni vanno fatte.

La prima: sono più di 10 anni che ogni edizione del Linux Day viene accompagnata da un tema, ed in questo lasso di tempo tutti quelli scontati (la scuola, l’impresa, la pubblica amministrazione…) sono già stati toccati. Quasi sempre con risultati disastrosi, mancando i contatti con coloro che avrebbero dovuto essere i diretti ìinteressati (quante aziende hanno realmente partecipato al Linux Day dedicato alle aziende?). Ad un certo punto, o ci si inventa qualcosa di diverso – o almeno: ci si inventa un modo diverso di dire sempre le stesse cose – o ci si gioca per intero il proprio già limitato pubblico.

In quanto (e qui veniamo alla seconda considerazione), a dispetto dei presupposti e degli intenti teorici, il pubblico del Linux Day è costituito in massima parte da persone che già conoscono Linux ed il software libero. Esiste una ampia e comprovata incapacità di raggiungere ed interessare il pubblico generico, di convincerlo ad uscire di casa un sabato pomeriggio per andare a sentir parlare di programmi per il computer (!!!), e se vogliamo questo limite sta alla base della suddetta crisi dell’intero apparato. Perché se non c’è pubblico non c’è impatto, se non c’è impatto non c’è motivazione, se non c’è motivazione non c’è partecipazione. D’altro canto sempre più frequentemente si sente la mancanza di canali di comunicazione anche all’interno della comunità stessa, e non tutti sanno sempre quello che davvero c’è da sapere: se non siamo in grado di dirci le cose tra di noi, figuriamoci se siamo in grado di dirle ad altri.

Il Linux Day è in crisi?

Risposta secca: si. Non per suoi problemi strutturali, quanto perché è in crisi la community da cui esso dipende. Mancano gli strumenti, mancano i canali, mancano le persone, mancano le risorse, manca la cognizione.

È così da anni, da ben prima che venisse proposta (e, ahimé, bocciata) la sua riforma radicale presso il MERGE-it di marzo 2018. Anche se si è provato a coinvolgere più attivamente e direttamente le community affini a quella del software libero con un appello nazionale (poi nessuno usava il form pubblicato sul sito, né per dare le proprie disponibilità né per cercare nuove persone da coinvolgere, l’esperimento è cessato dopo un paio d’anni). Anche se dal 2015 esiste una pagina web che fornisce dritte e direttive su come organizzare un evento nella propria città, con l’intento deliberato di estendere la manifestazione oltre il bacino dei moribondi LUG (non so quanti l’abbiano letta, però tutti gli anni arrivano registrazioni anche da altri soggetti non sempre così scontati).

Non tutti hanno ancora preso seriamente atto di questi fatti. Io, dal canto mio, si. E laddove attendo che si radichi più o meno spontaneamente un consenso mirato a riformare l’intera manifestazione secondo canoni più adeguati ai tempi in cui viviamo ed alle risorse a disposizione (o, in alternativa, date le condizioni esistenti, ne attendo l’inevitabile ed ineluttabile fine), esploro altre strade.

Il presupposto da cui personalmente parto è semplice: ad oggi più o meno tutti coloro che potevano essere raggiunti sono stati raggiunti, e dopotutto la community nel suo complesso non sta così tanto male. Giunti a questo punto, è inutile voler a tutti i costi coinvolgere anche la casalinga di Voghera o, peggio, far cambiare idea a chi è indifferente o apertamente ostile. Semmai, giriamoci indietro e rivolgiamoci a chi già conosce e sostiene il software libero e rendiamolo operativo sul campo. Dandogli gli strumenti per organizzare eventi e rivolgersi alle proprie istituzioni (cfr. le Sezioni Locali ILS. Maggiori informazioni verranno pubblicate a breve, sul sito e sulla newsletter, con l’idea di renderle attive dall’inizio del 2020), guidandolo verso la produzione e revisione di software libero (cfr. l’imminente iniziativa “Sicurezza”, prossimamente sugli stessi canali ILS), e sostenendo l’imprenditoria opensource nostrana dirottando su di essa le competenze e le capacità dei nostri giovani prima che espatrino per andare a lavorare per Google o Facebook (l’iniziativa del FOSDEM Extended lanciata all’inizio di quest’anno era in parte orientata a questo, benché sia stata poco colta).

Il problema è solo organizzativo?

Come sviscerato sopra no, esistono problemi di ogni sorta. Di comunicazione, partecipazione, progettazione, leadership, economici e operativi. Anche gli obiettivi non sono comuni.

Francamente non ho colto il commento di Enrico relativo al coinvolgimento di Microsoft nel mondo opensource, men che meno in un post dedicato al Linux Day. Il cambio di rotta di Microsoft non è certo da considerare come una presa di coscienza o un atto di benevolenza, quanto una inevitabile reazione nei confronti di un mercato orientato in una direzione diametralmente opposta rispetto a quella da cui essi hanno sempre tratto i propri profitti (Internet vs Desktop). Windows e Office e Teams e tutto il resto sono e rimangono piattaforme proprietarie basate su standard non aperti e deliberatamente non interoperabili con le altre, e l’interesse nei confronti del kernel Linux è limitato al suo sfruttamento per il loro servizio cloud.

Su Stallman, mi sono già espresso in altra sede e non vedo l’ora di farlo nuovamente in occasione del suo recente defenestramento da FSF.

Qualche risposta alle proposte

Prima proposta: non c’è nessuna intenzione di alterare le Linee Guida del Linux Day. Il vero problema, come detto, è attuarle per davvero.

Seconda proposta: la pagina che fornisce indicazioni su come organizzare il proprio Linux Day esiste già dal 2015. Qualora risultasse incompleta, non chiara o non esaustiva, benvenuti sono i suggerimenti o le pull request sul repository.

Terza proposta: vorrei ricordare che anni fa Stallman ha minacciato (ed in parte tentato, senza successo) la scissione della community italiana proprio perché il Linux Day non si chiamava GNU/Linux Day. Quella forma di integralismo non è mai stata parte del Linux Day, né della Italian Linux-senza-GNU Society. Viceversa, ribadisco che per quanto Microsoft ostenti il suo viscerale amore per l’opensource, io il codice di Windows ancora non l’ho visto; son tutti open col source degli altri…

Quarta proposta: che la comunicazione sia un grosso problema è ben noto, ed ognuno ha la sua attitudine. Che, mediamente, va a toccare una fascia diversa del pubblico. Non esiste una formula universale valida per tutti.

Infine: il recupero dei PC è stato un cavallo di battaglia per molti LUG per svariati anni, ma nel bene o nel male è stato da molti abbandonato. Perché smistare PC in ingresso ed in uscita richiede almeno la disponibilità di un magazzino (che ovviamente non tutti hanno o possono permettersi), occorre avere garanzia del fatto che il materiale venga effettivamente allocato (pena l’accumulo incondizionato di vecchio hardware che poi diventa molto difficile, o peggio molto oneroso sotto la normativa RAEE, da smaltire), ed i prezzi in picchiata dei nuovi computer rendono assai meno appetibile il riuso (cosa molto grave da un punto di vista ambientale, ma ahimé, questo è il mercato). Insomma: è tematica per molti, ma non per tutti.

In chiusura

I problemi – noti, evidenti ed inoppugnabili – del Linux Day in quanto manifestazione ricalcano i problemi della sua community di riferimento. E qualsiasi ragionamento in questo senso deve prendere in considerazione circa trent’anni di evoluzioni, involuzioni, successi e fallimenti, dinamiche interne e soprattutto esterne della promozione linuxara in Italia. Il tutto in un contesto – quello informatico/tecnologico – in continuo cambiamento.

Non ci sono molte occasioni per parlarne. L’idea originale di MERGE-it nasceva proprio da questo – dall’offrire un punto di contatto e discussione per la community, senza voler far necessariamente finta di tenere un evento divulgativo che divulgava sempre alle stesse persone. L’ultima LUGConf si è svolta lì, e la prossima edizione potrebbe eventualmente ospitarne un’altra.


Il Cloud Democratico

6 maggio 2019

Uno dei temi caldi che agitano la community freesoftware da qualche anno è quello della ri-decentralizzazione dell’internet, motivata dal desiderio di contrapporsi ai rischi (politici, economici, sociali) della centralizzazione dei dati nelle mani di pochi soggetti, sempre più pervasivi. Da qui, l’implementazione di nuove piattaforme e di nuovi protocolli che permettano la pubblicazione e la federazione dei contenuti, e gli appelli che promuovono la pratica del self-hosting.

C’è però un problema di fondo da considerare quando si contempla l’apparentemente scarsa adesione ai suddetti appelli, giustificabile non solo con la modesta consapevolezza popolare nei confronti di privacy e centralizzazione: le applicazioni sono sempre più complesse da installare e gestire in autonomia. Tra package manager specializzati, web server dedicati, linguaggi poco supportati ed altri tipi di dipendenze e requisiti stravaganti, oggi mettere online una applicazione richiede almeno un proprio VPS con accesso SSH e qualche competenza di amministrazione di sistemi. Riducendo drasticamente il bacino di pubblico che può permettersi il lusso dell’autonomia.

Ben lo si vede confrontando due prodotti opensource che, in momenti storici e circostanze diverse, sono considerati un successo.

Il buon vecchio WordPress: dieci megabytes da scaricare, con dentro pressoché tutto quello che serve, da spacchettare e caricare via FTP così come è anche sul servizio hosting più modesto da dieci euro all’anno. In una manciata di minuti, e con una spesa minima, si è online con la propria istanza, da personalizzare a piacimento e su cui pubblicare tutto ciò che si vuole. Risultato: WordPress è la piattaforma web più usata in assoluto, laddove le soluzioni proprietarie di blogging e pubblicazione non sempre godono di buona salute, e ha di fatto permesso a molti di avere un proprio sito web indipendente.

Il nuovo Mastodon, fiore all’occhiello di quello che è l’intero panorama dei social network liberi e federati: il primo requisito enumerato nella pagina dedicata all’installazione è “Un server Ubuntu su cui si ha accesso root”. La piattaforma è implementata in Ruby, linguaggio neppur lontanamente supportato dalla maggioranza dei provider web, e anche se lo fosse la procedura di installazione prevede svariate altre applicazioni e librerie da predisporre. Risultato: di certo le istanza pubbliche non mancano, ma come osservato da qualcuno la stragrande maggioranza del pubblico è polarizzato su una manciata di esse laddove esisterebbero svariate ragioni (in primis: la possibilità di pubblicare contenuti a rischio censura, dalla pornografia alle opinioni politiche borderline) che motiverebbero tanti soggetti ad avere una propria istanza personale.

Io stesso sono, nel mio piccolo, complice di questa tendenza: non di rado ricevo richieste di assistenza per hostare GASdotto – il gestionale per Gruppi di Acquisto su cui lavoro oramai da anni – su qualche generico servizio di hosting, ma se la prima versione dell’applicazione (un blocco di PHP senza dipendenze particolari, accompagnato da un altro blocco di Java pre-compilato in Javascript) poteva essere facilmente caricato su un qualsiasi spazio web senza troppi grattacapi, la più recente versione (reimplementata in Laravel) presuppone la necessità di eseguire almeno qualche comando direttamente sul server. Tant’é che ho preferito offrire io direttamente un servizio di hosting gratuito per l’applicazione, per semplificare la vita a chi non può o non vuole badare ad un proprio server online, ma chiaramente questa non può essere una soluzione definitiva né tantomeno sostenibile a lungo termine.

I moderni strumenti di sviluppo semplificano molto la vita dei programmatori (da developer PHP posso solo dire: benedetto sia colui che ha inventato composer!), ma la rendono complicata agli utenti. E così, oltre agli ostacoli di natura culturale, vengono imposti anche limiti tecnici che allontanano – più che avvicinare – i non addetti ai lavori alla buona pratica dell’avere i propri strumenti di pubblicazione online. Aumentano le possibilità e le soluzioni, ma diminuisce l’effettivo impatto politico e sociale.

Una soluzione intermedia sono le iniziative che hostano applicazioni opensource di pubblico accesso, per almeno mitigare la centralizzazione dei dati. L’associazione francese Framasoft ne è l’esempio più popolare, ed il modello è stato adottato in Italia da ILS. Ma credo che una maggiore presa di coscienza sui suddetti vincoli e requisiti tecnologici sarebbe utile per ridefinire il perimetro entro cui orientare gli sforzi profusi in nome di un internet plurale, decentralizzato, libero e aperto.


Nuove Tradizioni

13 febbraio 2019

Non c’è febbraio che non sia febbraio senza l’annuale tappa al Free Open Source Developers European Meeting, l’appuntamento fisso che ogni anno mi permette di rivedere vecchi amici, conoscerne di nuovi, tornare in certi posti, scoprirne altri, e soprattutto – ai fini di questo blog – cogliere i trends più rilevanti all’interno del mondo opensource.

L’esercizio più utile da svolgere ogni anno è quello di confrontare le devrooms – le aule strettamente tematiche entro cui si svolgono i 600 e più talks della manifestazione – dell’edizione appena passata con quelle dell’anno precedente. E se non possono non saltare all’occhio le new entries “Blockchain” e “Quantum Computing“, meno evidente potrebbe essere la dipartita di quelle dedicate a “Embedded e Mobile” (che negli anni passati hanno sempre avuto un ruolo di primo piano, inseguendo la chimera di una piattaforma completamente libera alternativa ad Android e iOS) e all’Internet of Things (buzzword che, evidentemente, ha fatto il suo tempo. Prima che se ne renda conto anche il resto del mondo). PERL ha lasciato il posto a Python e PHP (ed è incredibile che ciò sia successo solo ora), quel che prima era “Source Code Analysis” è diventato “Machine Learning on Code” (ed è curioso come il mega-trend del machine learning sia stato relegato ad un ambito così specifico e ristretto), e si è raddoppiato l’interesse nei confronti di una internet aperta e plurale: oltre alla già consolidata area su “Decentralized Internet” si è aggiunta la nuova “Collaborative Information“, che insiste più o meno nello stesso segmento.

Meno immediati e meno documentati sono stati gli avvicendamenti tra gli stand che ogni anno affollano i corridoi del FOSDEM. Ne ho trovato più di uno dedicato a progetti legati all’educazione, in particolare esperienze affini a quello che in Italia è noto come CoderDojo. Mentre lo spazio dedicato ai progetti open-hardware è sempre meno entusiasmante, a riprova del fatto che, nel bene o nel male (e forse più nel male che nel bene), embedded e IoT sono settori di sempre più scarso – o, quantomeno, limitato – interesse.

A margine va detto che la maglietta di quest’anno non era particolarmente pregevole, avendo una stampa “vinilica” di quelle che solitamente vengono via dopo pochi lavaggi in lavatrice: ci si poteva aspettare qualcosa di meglio, o almeno qualcosa come gli anni precedenti (la buona vecchia stampa serigrafica che resiste negli anni). Ma, di contro, ho notato che al Beer Event del venerdi sera i “token” distribuiti a prezzo calmierato ai nerd assetati stavolta erano dei veri “token”, dei gettoni di plastica con l’iconico elefantino rosa simbolo del Delirium, anziché i soliti sottobicchieri convenzionati: un gran salto di qualità ed eleganza per l’appuntamento alcolico più atteso dagli smanettoni di tutta Europa.

Personalmente ammetto di aver goduto solo in parte della manifestazione, avendo passato buona parte della giornata di sabato in riunione. Ma di questo parlerò in un altro post. Mi limito a segnalare che per la prima volta dopo diversi anni ho provato un paio di nuovi ristoranti a Bruxelles e che ho incontrato numerosissime persone alla loro prima esperienza: le vecchie tradizioni si rinnovano, e nuove tradizioni nascono.


Il Furto

9 febbraio 2019

Leggendo l’ennesimo articolo su “Il caso MongoDB”, mi sento di sollevare una mia umile considerazione su quello che in questo momento è il dibattito più acceso nel mondo opensource.

Per riassumere gli avvenimenti: alcune aziende che sviluppano componenti liberi hanno cambiato le licenze con cui distribuiscono i propri prodotti, a fronte del fatto che altri (nella fattispecie: Amazon) hanno preso ad erogare servizi cloud basati su di essi assimilando gran parte di quello che avrebbe potuto essere il loro bacino di clienti. Solitamente nei numerosi articoli che possono essere trovati online a tal riguardo vengono citate MongoDB, RedisLab e Confluent, benché le ultime due abbiano banalmente reagito adottando licenze non libere (la prima vieta la vendita del software, la seconda vieta la pubblicazione di servizi in competizione con quelli offerti Confluent stessa, in ambo i casi la libertà 0 viene violata) e risultano di assai scarso interesse dialettico mentre la prima ha curiosamente proposto una licenza talmente tanto virale da risultare inutilizzabile (alla faccia di chi si lamentava della GPL…).

Da tutto questo è esplosa (nuovamente) la discussione sulla sostenibilità del software libero, e più nello specifico sulla mancanza di meccanismi che garantiscano all’autore del software un ritorno economico esclusivo. La tesi storica, quella da sempre sostenuta dai più scettici nei confronti del modello opensource e oggi evidentemente ritornata in auge, è sempre la stessa: “Se può essere venduto da altri, io cosa vendo?”.

Ahimé, tali scettici – vecchi e nuovi che siano – peccano sempre di arroganza e presunzione dimenticando un fatto scientifico ed inconfutabile: tutto il software può essere reimplementato da qualcun altro. Tant’è che, poco tempo dopo il cambio di rotta di MongoDB, Amazon ha annunciato la sua propria alternativa sviluppata in-house (in fase di lavorazione già da due anni, dicono), lasciando la modesta azienda nella duplice scomoda situazione di non aver ricevuto il riconoscimento economico che stava espressamente cercando di ottenere dalla multinazionale statunitense e di essersi giocata la reputazione nei confronti della community opensource.

Ma forse questa limitazione, questo rischio di plagio e di circonvenzione del proprio presunto diritto esclusivo, riguarda solo il software rilasciato con licenza libera? Non mi pare proprio. Spesso le nuove funzioni lanciate da Google devastano mercati in cui sono attive dozzine di startup, per il solo fatto che Google gode di una visibilità immensamente maggiore e può nel giro di una notte assorbire il traffico di chiunque altro. Il fatto che il codice di Snapchat – social network estremamente popolare tra i giovani – sia chiuso e proprietario non ha impedito a Facebook di copiare ed integrare all’interno dei suoi propri prodotti buona parte delle sue funzionalità più interessanti, di fatto usando il “piccolo” concorrente come laboratorio di ricerca e sviluppo gratuito. Più in generale, è ben noto da tempo come un pugno di colossi agiscano per intercettare i prodotti più promettenti ed amati da acquisire (quando va bene) o copiare (quando va male) ed aggiungere al proprio arsenale.

Data codesta realtà, è lecito chiedersi se il problema della competitività sia davvero da cercare nell’adozione delle licenze libere e del modello di sviluppo opensource oppure nel fatto di non poter oggettivamente nulla contro lo strapotere – tecnologico, economico e mediatico – dei GAFAM. Chiunque venga messo nel mirino di questi ultimi, a prescindere che si tratti di una azienda che produce software libero o proprietario, o che raccoglie e organizza informazioni, o che fornisce servizi di qualsiasi tipo e genere, non può far altro che soccombere. E mentre la community opensource si interroga per l’ennesima volta se il modello di sviluppo condiviso sia economicamente sostenibile o meno, il resto del mondo imprenditoriale – prendendo atto dello stato delle cose – si mobilita al contrario adottando modelli condivisi per tutto: software rilasciato con licenza libera per condividere costi e oneri, blockchain per distribuire i dati, decentralizzazione delle istanze per spalmare le risorse.

No, il problema non è l’opensource. Che, semmai, è uno strumento per far fronte comune contro soggetti altrimenti invincibili ed impareggiabili che travolgono qualsiasi cosa gli si pari dinnanzi. Il problema resta sempre quello del business model, che è il grattacapo principale di qualsivoglia attività economica.


Uno Per Cento (2018)

16 dicembre 2018

Termina un altro anno, ed è di nuovo tempo di fare i conti con l’1% del mio fatturato da destinare a progetti liberi ed opensource che in modo più o meno diretto hanno contribuito alla generazione del fatturato stesso (e, pertanto, al pagamento dell’affitto di casa, delle bollette, delle birre, e di qualsiasi altra mia spesa). Rispetto allo scorso anno ho incluso alcuni soggetti maggiori che colpevolmente non ho preso in considerazione appunto 12 mesi fa, ed è aumentato il numero di progetti minori cui destinare almeno una piccola somma (mi sono fatto furbo ed ho tenuto aggiornato l’elenco di librerie e componenti che man mano adottavo per questo o quest’altro lavoro), dunque la distribuzione è un tantino cambiata ma non cambia l’intento: finanziare le opere da cui io personalmente traggo pressoché tutto il mio profitto, non per generosità o filantropia ma per poter continuare in futuro a costruire su di essi il mio proprio benessere.

 

Let’s Encrypt (50 dollari) – https://letsencrypt.org/donate/ – Tutti coloro che lavorano con il web lo conoscono, tutti lo usano, e tutti sono consapevoli del fatto che Let’s Encrypt – progetto che eroga gratuitamente e semplicemente certificati SSL per il web – li ha liberati dalla mafia dei vecchi e costosissimi fornitori. Considerando la quantità di clienti resi felici dal famigerato lucchetto verde che identifica le connessioni “sicure e protette” in HTTPS, nonché ovviamente l’impatto che questa iniziativa ha avuto e continua ad avere sul sempre acceso fronte della privacy online, 50 dollari sono davvero il minimo.

Debian (50 dollari) – https://www.debian.org/donations – Da sempre la mia distribuzione di riferimento, sui server tanto quanto sul PC con cui quotidianamente lavoro. Con poco sforzo ho sempre le macchine aggiornate e posso installare nuovi componenti, tutto grazie al lavoro costante di questa storica community: senza di loro, il mestiere di DevOps sarebbe indubbiamente più difficile e faticoso.

MariaDB (50 euro) – https://mariadb.org/donate/ – Pressoché ogni mio lavoro prevede l’utilizzo di un database, e pressoché sempre tale database è MariaDB, diventato oramai il rimpiazzo “ufficiale” di MySQL. Questo, insieme a PHP, è uno strumento per me imprescindibile ed inevitabile per qualsiasi progetto di sviluppo su commissione, e pertanto un candidato non ignorabile per la ridistribuzione del mio 1%.

jQuery (25 dollari) – https://js.foundation/about/donate – Alla faccia dei sempre più gettonati (e cervellotici) React e Angular io continuo a restare fedele a jQuery, che semplifica enormemente l’implementazione di funzioni per la manipolazione client-side delle pagine web. Prima o poi mi adeguerò anche io a ES6, ma fino a quel giorno sono ben lieto di destinare qualche soldo al mantenimento della mia libreria Javascript preferita.

OpenBSD (25 euro) – https://www.openbsd.org/donations.html – Pur non essendo io un utente BSD ogni giorno mi trovo ad usare strumenti sviluppati e mantenuti da questa community. In primis l’indispensabile SSH.

Thunderbird (25 euro) – https://donate.mozilla.org/en-US/thunderbird/ – La mail resta sempre, nel bene e nel male, il canale preferenziale con cui scambiare documentazione e segnalazioni con i clienti. Ed un buon client risulta vitale per riuscire a recuperare quel che serve quando serve, nel marasma di messaggi che si accumulano giorno dopo giorno. Thunderbird è forse l’applicazione desktop che uso maggiormente, dopo il browser e l’editor per il codice.

Gnome (10 euro) – https://www.gnome.org/support-gnome/donate/ – Il mio ambiente desktop. Ogni volta che mi trovo ad usare qualcosa di diverso mi trovo spaesato, ed ogni operazione (in particolare: la ricerca e l’apertura delle applicazioni) mi sembra più lenta e macchinosa. A modo suo, anche questo è uno strumento per la produttività.

Apache Foundation (10 euro) – https://www.apache.org/foundation/contributing.html – Benché in produzione abbia adottato quasi esclusivamente Nginx, il web server Apache resta un componente inevitabile per chiunque lavori sul web.

LibreOffice (10 euro) – https://www.libreoffice.org/donate/ – Al di là della redazione e consultazione di documenti, aprire il template che uso per generare le fatture in Writer è sempre motivo di gran soddisfazione.

Inkscape (10 dollari) – https://inkscape.org/en/support-us/donate/ – Lo uso sia per comporre piccole opere grafiche (banner, loghi, icone…) che per consultare i files SVG che mi arrivano dai colleghi designers (i quali oramai hanno capito di non mandarmeli nel formato PSD di Photoshop).

Rambox (10 dollari) – https://rambox.pro/#donate – Utility che aggrega diversi canali di comunicazione (Telegram, Whatsapp, Messenger…) in un’unica applicazione: assai utile per non perdere la testa tra segnalazioni e messaggi – di natura sia professionale che personale – che ogni giorno piovono da ogni parte. Oramai diventata una presenza fissa sul mio desktop.

OpenPGP.js (5 euro) – https://openpgpjs.org/ – Piccola libreria Javascript che permette cifratura e firma di contenuti direttamente nel browser. Usata con successo per un piccolo lavoro, meriterebbe forse di essere maggiormente sfruttata per implementare funzioni crittografiche client-side.

Summernote (5 dollari) – https://summernote.org/ – Editor di testo WYSIWYG da includere nelle proprie applicazioni web, alternativo ai più noti TinyMCE e CKEditor. Rapido ed indolore, consigliato nei casi in cui il cliente chiede una funzione di editing avanzato di testo ma ce la si vuole sbrigare senza troppe complicazioni.

Semantic UI (5 dollari) – https://semantic-ui.com/ – Completo framework CSS alternativo al più popolare Bootstrap. L’ho usato per un paio di lavori, e benché non sempre perfetto meriterebbe una maggiore diffusione ed adozione.

Weblate (5 euro) – https://weblate.org/en/donate/ – Piattaforma per le traduzioni online. Uso con gran soddisfazione la versione “hosted” (riservata a progetti opensource) per le traduzioni del mio GASdotto.

Fullcalendar (5 dollari) – https://fullcalendar.io/donate – Libreria Javascript per implementare calendari nelle proprie applicazioni web, e visualizzare in modo più o meno interattivo date ed appuntamenti.

 

Per ciascun versamento, laddove possibile, ho lasciato come commento un link alla pagina web che spiega l’iniziativa 1% di Italian Linux Society (nella versione inglese), con l’auspicio che l’idea di fondo possa essere raccolta ed in qualche modo rilanciata per l’interesse stesso dei progetti che sono stati in questo caso coinvolti.

Come sempre invito i miei colleghi, coloro che ogni giorno lavorano con soluzioni opensource e più o meno consapevolmente ne traggono diretto giovamento soprattutto in termini economici, a destinare parte del proprio fatturato – grande o piccolo che sia – alle applicazioni ed ai componenti software che usano per la propria attività professionale.