Distratti per Scelta

22 luglio 2016

Qualche giorno fa sulla mailing list di Spaghetti Open Data è passato il link ad una raccolta di proposte confezionate dall’intellighenzia nostrana da sottoporre al Ministero della Funzione Pubblica, nel contesto della consultazione del progetto “Italia Open Gov” (rivolto al potenziamento delle politiche di open-government, trasparenza e partecipazione attiva), ed avevo felicemente notato – nella cartella “Innovazione e Cittadinanza Digitale”, documento numero 3 – che un’anima pia aveva avuto cura di infilare una suggestione espressamente dedicata al software libero nella pubblica amministrazione, non solo per la sua adozione ma pure per introdurre una governance “a misura di nerd” che potesse conciliarsi con le dinamiche proprie della comunità di sviluppo opensource. Certo un ottimo spunto, destinato a sopperire ai difetti intrinseci dell’attuale legge sul riuso riportata sul Codice di Amministrazione Digitale.

Quando poi è stata segnalata la disponibilità e la pubblica apertura del portale dedicato alla suddetta iniziativa governativa, lesto son ito a controllare le attività che erano state effettivamente incluse a partire dalle bozze circolate. Le ho trovate tutte, sotto varie forme e rielaborazioni. Tutte tranne una. Proprio quella sul software libero. Cercando bene nei documenti esposti qua e là un “open source” ogni tanto salta fuori, ma lo do per scontato, in un piano che parla di “open government”. Anche in questa occasione nessun ruolo strategico è stato voluto dare né al modello di sviluppo condiviso né al licenziamento del software prodotto ed usato dall’amministrazione pubblica, e nessuna azione è stata pianificata per sistematizzare un sano riuso applicativo all’interno della macchina burocratica.

La puntualità quasi chirurgica con cui a Roma si continua ad ignorare il tema è preoccupante. Perché non sembra più essere “una svista”, ma una deliberata e consapevole scelta.

Già sono rimasto molto colpito quando nel corso della consultazione su “La Buona Scuola” Linux, il software libero e l’opensource sono stati tra i temi in assoluto più menzionati dai partecipanti, salvo poi non trovare nessuno spazio all’interno del successivo Piano Nazionale Scuola Digitale. E, rivangando ancora più indietro nella memoria storica di questo mio blog, a metà 2014 il medesimo Ministro Madia aveva ricevuto numerose segnalazioni e solleciti a favore del software libero, che mai hanno avuto un seguito. C’è addirittura chi sostiene che, oltre ad ignorare passivamente la tematica, il Governo si sia pure mosso per sfalciare attivamente le direttive pre-esistenti (personalmente non ne sono allarmato, ma c’è chi lo è). Senza voler considerare le contestabili misurazioni su cui si basano le politiche occupazionali.

Data una così ampia premura nel non premurarsi affatto della questione, vien da chiedersi: vale la pena continuare a perder tempo mendicando una pacca sulla spalla da parte delle istituzioni? Qualche tempo fa ho espresso la mia titubanza sugli sforzi che troppo spesso vedo consumarsi nel vano tentativo di raggiungere le amministrazioni centrali, imputando tale perplessità alle ricadute pratiche che si possono ottenere, marginalizzate dalla complessità dell’apparato statale; oggi rinnovo tale sentore, aggiungendo che suddetti vani sforzi sono ulteriormente ostacolati da una evidente insofferenza e, forse, da una sottile ostilità.

Potrei stare tutto il giorno a seguire i periodici progetti di partecipazione popolare, le occasionali consultazioni online, i diversi tavoli di lavoro regolarmente aperti alla società civile, struggendomi nella perenne “opportunità” di dire la mia e nella costante speranza di essere ascoltato dal Ministro o dal Sottosegretario di turno. Ma, francamente, c’è altro da fare.


Arancina Mon Amour

7 luglio 2016

Il 24/25/26 giugno sono stato a Palermo per l’edizione 2016 della ConfSL, ed incurante della distanza geografica, della concomitanza con Wikimania 2016, del modesto appeal del programma e delle incombenze professionali, mi ci sono recato.

Il lato negativo è che – anche, ma non solo, a causa della distanza geografica e della concomitanza con Wikimedia 2016 – l’affluenza è stata approssimativamente pari a zero. Il lato positivo è che, proprio in virtù di tale assoluta assenza di pubblico, si è (almeno in parte, e su piccola scala) avverato quello che da tempo avrei voluto vedere alla ConfSL: una occasione di confronto interno alla nostra community. Al venerdi, una parvenza di programma è stata tenuta seppur con occasionali divagazioni. Al sabato pomeriggio non si è neppure provato a tenere talk in senso stretto, un pò tutti si sono dedicati a chiaccherate sparse. Idem per la domenica. Le serate, prima unico ambito ristretto per discutere clandestinamente tra noi, sono diventate prosecuzioni dei dibattiti iniziati nel pomeriggio. E, ne sono certo, queste circostanze sono state molto più utili di tre giorni di talk divulgativi sui soliti temi che tutti conosciamo fin troppo bene.

Andando più o meno con ordine, ho avuto modo di approfondire…

Scopi, obiettivi ed aspirazioni dell’associazione Industria Italiana del Software Libero. Il progetto è nato circa due anni fa, ma non ho mai avuto modo di confrontarmi con un qualche partecipante.; in questa occasione invece mi sono prima imbucato in una loro riunione, e poi ho scambiato una lunga chiaccherata col presidente. Le intenzioni sono buone, mirate al potenziamento di un’area che in Italia (contrariamente al resto d’Europa) abbiamo sempre trascurato, ignorato e sottovalutato ovvero quella del business opensource. Purtroppo sinora l’attività non è stata così evidente, a mio modesto parere soprattutto per via di un eccessivo zelo nei confronti di formalismi e regolamentazioni fini a loro stesse, e se da una parte posso capire che l’approccio al mondo imprenditoriale deve necessariamente essere diverso da quello verso il mondo amatorial/dilettantistico dei LUG dall’altra aspirerei a vedere maggiore intraprendenza e spirito d’iniziativa.

L’inattesa realtà freesoftware palermitana. Ben pochi LUG, tra quelli che ho sinora conosciuto e visitato, possono vantare una così alta partecipazione di giovani come lo Sputnix, il quale gode dell’essere una associazione studentesca fortemente radicata presso l’università locale ed operando dunque in un contesto naturalmente popolato da giovanotti entusiasti, curiosi e volenterosi. Certo anche questa realtà ha i suoi grattacapi (quale non ne ha?), ma le discussioni intrattenute con gli studenti mi hanno illuminato nei confronti del ruolo delle università come poli di aggregazione e reclutamento per la prossima generazione di linuxari d’assalto.

L’oramai celeberrimo progetto di migrazione del Ministero della Difesa a LibreOffice, narrato direttamente dal Generale Sileo. Più in generale sono lieto di aver drenato qualche spunto e qualche dritta in merito a questo genere di operazioni massive, che si stanno adesso rivelando utili per affrontare la migrazione a Linux del Comune di Torino (annunciata due anni fa, incredibilmente in lavorazione, e su cui più recentemente ho avuto modo di intervenire personalmente): una cosa è leggere gli articoli che spuntano qua e là, un’altra cosa è ascoltare chi ci è passato.

Il pensiero di John Sullivan, direttore esecutivo di FSF, il braccio operativo di Richard Stallman, ospite d’eccezione della ConfSL 2016. Sicuramente un brav’uomo, certamente cordiale e disponibile, forse un poco disorientato dal suo primo impatto con una Italia in questa sede rappresentata dalla caotica Palermo, ma col carisma di una piastrella. Dall’incontro con esso avrei voluto trarre qualche pensiero, qualche ispirazione, qualche spunto, qualche prospettiva, ma dal timoniere della massima organizzazione mondiale di promozione del freesoftware ho carpito solo qualche “forse”, qualche “vedremo”, e qualche generico aneddoto di vita statunitense. Quando ha iniziato ad insistere troppo sul progetto GNU non ho potuto esimermi dal dire “GNU può forse essere un obiettivo di FSF, ma non del Movimento Freesoftware”; non ha saputo replicare.

La devastante attività divulgativa di Mozilla Foundation, qui personificata dal virgulto Daniele Scasciafratte, il quale gira l’Italia organizzando workshops, hackathons, incontri smanettosi, e coinvolgendo fiumi di giovanotti sulla programmazione web con strumenti opensource. Con lui ho a lungo chiaccherato in aereoporto, in attesa dei rispettivi voli, e mi ha ampiamente illustrato i meccanismi interni alla – libera, ma rigorosa – comunità Mozilla di misurazione e valutazione usati per quantificare i risultati ottenuti a fronte degli sforzi impiegati. Argomenti e considerazioni certo non banali, che prima o dopo dovrò tentare di introdurre anche nello strampalato mondo dei Linux Users Groups.

A margine di tutto ciò ho mangiato un sacco di arancine, sono stato portato a visitare angoli meno noti della caratteristica Palermo, ho fatto progetti e ho commentato idee. A posteriori, è stata (involontariamente) una bella esperienza.

Come al termine di ogni ConfSL sono state avanzate le candidature per la prossima edizione, e si sta facendo strada un proposito inedito ed audace: ricominciare daccapo, in modo completamente diverso. Ma di questo ne riparliamo – eventualmente – il prossimo anno.


Dottrina

1 luglio 2016

Ci sono un programmatore, un avvocato, un politico ed un social media manager. No, non è l’incipit di una barzelletta (anche se sono sicuro ne verrebbe fuori una bellissima), ma l’inizio di un aneddoto.

Nel contesto delle attività para-lobbistiche filo-linuxare condotte a Torino in occasione delle appena concluse elezioni amministrative, su iniziativa di un personaggio piuttosto popolare nel mondo freesoftware (non dico chi, ma nell’introduzione è l’avvocato) mi sono trovato a colloquio privato con uno dei candidati sindaco (non dico chi, ma nell’introduzione è il politico) ed il relativo coordinatore della campagna elettorale (non dico chi, ma nell’introduzione è il social media manager). Manco a dirlo: nell’introduzione, io sono il programmatore. Scopo dell’incontro: sensibilizzare la parte politica sul tema dell’annunciata migrazione a Linux del Comune (la quale, contrariamente a ogni aspettativa, sta procedendo) ed incassare l’adesione all’appello pubblico, che potrà sempre tornare utile in futuro.

Dopo una rapida presentazione sul come e sul perché del software libero, il suddetto coordinatore della campagna ha espresso il suo favore nei confronti della tematica. Infilando nella frase, ahilui, “opensource” anziché “software libero”. Alché il suddetto avvocato, da buon jihadista stallmaniano, non ha esitato a rimbrottarlo. Dicendo, su per giù: “Quando dici ‘opensource’ fai riferimento alla parte tecnica, quando dici ‘software libero’ alla parte etica. Ebbene: a me della parte tecnica non frega assolutamente niente, quella che conta è la parte etica”. A questo punto candidato e staffista non hanno potuto far altro che annuire vigorosamente. Ed io non ho potuto far altro che osservare mestamente la triste scena.

Perché la virtuosa eco di quel “a me della parte tecnica non frega assolutamente niente” si stemperava sugli spigoli arrotondati dell’iPad che il ragazzo accanto a lui continuava a consultare durante la pontificazione, e rimbalzava sull’iPhone poggiato dall’altra parte del tavolo di fronte al candidato. Perché la seconda cosa cui ho pensato, sentendo quel “a me della parte tecnica non frega assolutamente niente”, è stata una discussione intrattenuta poche sere prima con un giovanotto che, pur con tutta la consapevolezza e la competenza tecnica del mondo, non riusciva a sbarazzarsi delle componenti solidamente proprietarie ancora installate sul suo smartphone Android nonostante le nottate spese a rootare, flashare e smanettare (e figuriamoci cosa potrebbe ottenere una persona non altrettanto preparata e, soprattutto, motivata). Perché alle spalle di quel “a me della parte tecnica non frega assolutamente niente” ci sono reggimenti di utenti che ogni giorno vorrebbero approcciarsi a Linux ed al software libero, ma sono puntualmente bloccati da un problema di compatibilità, dalla mancanza di una applicazione, dall’oggettiva difficoltà che ancora troppo spesso si riscontra nell’adozione domestica di questa scelta. Perché “a me della parte tecnica non frega assolutamente niente” è il grido di vittoria di soggetti come Microsoft ed Apple, che ogni giorno sfornano nuovi strumenti sempre più efficienti e comodi ed integrati per attirare sviluppatori software affinché vadano ad arricchire sempre più le loro relative piattaforme (magari pure dotate di una API aperta, ma internamente rigorosamente proprietarie) ed allargare ogni giorno, ogni ora, ogni minuto, il divario.

“A me della parte tecnica non frega assolutamente niente” è l’epitaffio che incideremo sulla lapide del movimento freesoftware.

Da anni oramai ripeto che il software libero è libero, ma è anche software. Lo ripeto perché, incredibilmente, troppo spesso ce ne dimentichiamo. Ne facciamo una questione politica, culturale, ideologica, sociale, e poi falliamo miseramente al primo “Non mi funziona la stampante”. Se si assume che il software libero debba essere un diritto, ci si dovrebbe anche prendere la responsabilità di garantirlo, questo diritto. E non solo a coloro che hanno le competenze, il tempo e la voglia di farlo (spesso peraltro senza neppure riuscirci), ma a tutti.

Se nel nostro piccolo mondo moderno ci fossero più programmatori e meno avvocati, avremmo risolto molti problemi.


Ricchi e Poveri

6 giugno 2016

Proseguo il discorso lasciato a metà nel precedente post, per commentare la seconda parte dell’articolo di Moglen. Benché molte delle considerazioni a seguire siano state precedentemente elaborate in occasione dell’ultima tappa torinese di Stallman, al termine della quale dal pubblico si è levata codesta domanda: “Se regalo il software che produce la mia azienda, come faccio a campare?”. Risposta: “In verità in verità ti dico, porgi l’altra guncia e ama il prossimo tuo come te stesso” (ok, non ha detto esattamente così, ma il senso era quello: la purezza etica e morale prima di tutto). Chiaramente una replica alquanto insoddisfacente e poco credibile. Eppure nel summenzionato post lo stesso Moglen, che pure solitamente si dimostra persona un tantino più ragionevole e pragmatica, solleva una questione analoga – lo scetticismo del mondo dell’impresa dinnanzi all’adozione di licenze software non solo libere ma pure copyleft – ma non sa dare alcuna risposta se non quella della lenta evangelizzazione alle Vie della Misericordia Digitale.

A fronte di quello che è l’aspetto più controverso, complesso e difficilmente digeribile esistente dell’intersezione tra opensource (il modello di sviluppo aperto, la cui più ovvia implicazione è che il software è accessibile gratuitamente) e freesoftware (più nello specifico della libertà 0, quella di permettere a chiunque di fare ogni cosa col frutto del proprio lavoro incluso venderlo ad altri), evidentemente nessuno sa dare non dico una risposta definitiva ma neppure un vago spunto. Laddove, a ben guardare, lo spunto non solo c’è ma se ne parla abbondantemente da 15 anni.

Da quando esiste il digitale, e da quando si è iniziato a produrre e vendere beni digitali, ci si è accorti che i modelli economici validi fino al giorno precedente non erano più applicabili. Per il semplice fatto che un bene digitale può essere facilmente e rapidamente riprodotto e distribuito a costo marginale zero, da chiunque e senza intermediari, e venendo a mancare un rapporto diretto tra venditore e compratore viene anche a mancare l’occasione per aggiungere un plusvalore che vada ad alimentare la produzione di nuovi beni e/o a generare profitti. Vengono meno le precondizioni per ragionare in termini di scarsità ed abbondanza, da sempre fattori elementari dell’economia (confido che tutti abbiano sentito parlare di “domanda” ed “offerta”, e del rapporto che le lega): il singolo bene digitale è sempre, per definizione, talmente abbondante da essere potenzialmente infinito. E dunque potenzialmente di nessun valore.

Date queste nuove condizioni di mercato, esistono due modi per fronteggiarle. O si ostacolano, o si assecondano. Nel primo caso, con meccanismi esotici che permettano di arginare in modo artificiale la riproducibilità del bene e dunque la sua innata abbondanza: DRM, chiavi hardware, controlli centralizzati. Nel secondo caso, “commoditizzando” il bene e spostando la propria fonte di profitti altrove.

Senza doverci inventare niente di astratto o teorico, per approfondire e chiarire questi assunti è sufficiente guardare all’industria musicale. Quella che in modo più evidente è stata trasformata dalla sua propria digitalizzazione (ed ancor più dalla digitalizzazione del mondo intorno). È noto a tutti come il P2P abbia di fatto cannibalizzato l’album acquistato in negozio, ma è altrettanto noto che – a dispetto dei puntuali piagnistei – ciò non ha impedito alla suddetta industria di continuare a generare profitti. Inventando nuovi metodi (la monetizzazione dei video online diffusi gratuitamente per mezzo della pubblicità, o i vari economici servizi di streaming su abbonamento tipo Spotify), o spremendo di più quelli esistenti (merchandise e concerti).

Dall’altra parte, l’industria del software che fa? Ben poco, essendo ancora in larga parte condizionata a ragionare in termini di scarsità dei beni: il prodotto venduto è la licenza, e l’erogazione delle licenze è artificialmente vincolata e controllata. Gran parte di coloro che producono software pensa in modo non molto diverso da chi produce mele. O almeno i produttori più piccoli. Quelli grandi, o quelli più astuti, sono già alla fase successiva. Spesso replicando i suddetti metodi già usati dalla controparte musicale: la pubblicità (che per l’occasione è stata portata anche al di fuori del web), lo streaming (o meglio, l’erogazione di servizi “cloud”), ed i sotto-prodotti accessori come la formazione.

Sembra paradossale che uno degli strumenti più profittevoli per il mercato musicale sia stato solo in parte sfruttato dal mercato software: la performance live. Ovviamente non mi riferisco al fatto di mettere cinque programmatori a codare su un palco tra le acclamazioni del pubblico, ma al corrispettivo software della personalizzazione e della soluzione su misura. Beni naturalmente “scarsi”, tanto quanto scarsi sono i programmatori con le competenze adeguate, e dunque di valore crescente al crescere della domanda. Questo approccio viene spesso adottato dai produttori più piccoli, che assecondano ogni richiesta dei dieci clienti persuasi ad adottare la loro piattaforma (solitamente di natura gestionale), ma difficilmente può scalare oltre. Almeno finché la piattaforma di riferimento è chiusa, ed il suo unico detentore deve continuamente struggersi tra il bisogno di trovare nuovi clienti a cui fatturare e la necessità di far parallelamente crescere la disponibilità di competenze da vendere.

Non voglio adesso spacciare modelli teorici come verità assolute, né tantomeno imporre Automattic, Acquia o Red Hat come prove definitive dell’indiscutibile validità di astrazioni accademiche. Resta il fatto che ci sono elementi concreti, materiali e scientifici per una riflessione sull’economia del software libero più ampia, e magari più suggestiva – per imprenditori ed investitori -, che non la sola ostentazione di valori morali. Quanto mi piacerebbe se gli intellettuali non si concentrassero solo sui cavilli legali, ma sapessero anche suggerire una risposta alla domanda più grande di tutte: “come faccio a campare?”.


Diritto di Vuoto

9 maggio 2016

Da settimane ho una tab del browser aperta su questo articolo di Eben Moglen, che solo adesso sono riuscito a leggere. Un poco tardivamente, ma non è mai troppo tardi per una riflessione ed un commento. Anzi in questo caso ce ne sarebbe più di uno di commento da fare, ma per adesso mi limito a quelli semplici.

L’argomento di fondo del brano è il rapporto tra freesoftware e business. Un rapporto delicato, spesso apparentemente impossibile, più frequentemente incompreso. E su cui tornerò prossimamente. La prima metà del testo prende spunto da ben noti eventi di cronaca (ben noti a chi segue le notizie del mondo freesoftwarista, si intende), ma senza mai citarli direttamente, ed è propedeutica alla seconda. Nonché strumentale, e strumentalizzata, per fomentare pareri e sentimenti tanto popolari quanto infondati.

Il tacito incipit dell’articolo è la recente revisione della composizione del gruppo direttivo di Linux Foundation, precedentemente costituito, oltre che da persone nominate delle aziende che fanno parte della rete (nota bene: Linux Foundation non è una associazione no-profit, bensì, per dirla all’italiana, una “rete di imprese”. E lo è sempre stata), anche da un paio di membri liberamente votati dalla community. Dalla sera alla mattina è stato deciso che questi due ultimi rappresentanti non dovessero essere più votati direttamente, ed è scoppiata la polemica sulla democrazia tradita e sul potere delle corporation. Polemica che, evidentemente, viene a tutt’oggi cavalcata in maniera sorniona da chi vuole creare un contrasto a tutti i costi, magari allo scopo di consolidare la propria presunta posizione di Paladino del Bene.

Dopodiché, chi ha voluto andare un poco più a fondo nella questione, ha letto non solo di vesti stracciate e di Guerre Sante ma anche la risposta di Jim Zemlin, che di Linux Foundation è Direttore. Da cui emergono due cose. Primo: che i rappresentanti del mondo community, benché non votati direttamente, continuano ad avere un posto nel Direttivo (ed il relativo diritto di voto); cosa non da poco, per una istituzione esplicitamente rivolta all’impresa. Secondo – e forse più importante – : che “il processo di reclutamento dovrà essere modificato per essere in linea con quello delle altre principali associazioni del settore”.

A cosa mai si riferiva Zemlin?

Al fatto che, di tutte le grosse organizzazioni pro-freesoftware (e pro-libertà-digitali in generale) che vi possono venire in mente, ben poche hanno un Direttivo eletto democraticamente. Neppure in parte. Non quello di FSF. Non quello di EFF. Non quello di Apache Foundation (si, è eletto dai membri, ma i membri votanti sono ammessi solo su invito). Molte prevedono un qualche meccanismo di iscrizione / fellowship / sottoscrizione, ma nella maggior parte dei casi gli aderenti non hanno alcun diritto nei confronti dell’associazione (men che meno quello di voto) ed è semplicemente un modo simpatico per raccogliere donazioni. [Update: Stefano Zacchiroli fa giustamente notare che almeno una grossa associazione il cui board è eletto c’è: Open Source Initiative]

Il buon Alessandro Rubini, all’indomani della sua nomina a vice-presidente di FSFE, spiegò che lui stesso non era stato votato da nessuno ma coinvolto per “co-optazione”: quelli che c’erano prima di lui lo hanno scelto a tavolino, gli hanno proposto la carica, e lui ha accettato. Tale metodo è assai popolare tra gli enti statunitensi – terrorizzati dall’idea di essere internamente sovvertiti da una votazione aperta pilotata da altri soggetti ostili – e la stessa FSFE, che invece vorrebbe essere un tantino più democratica ed aperta, deve sottostare al ferreo dictat d’oltreoceano.

Dato questo scenario, le accuse di velleità dittatoriali da parte di Linux Foundation appaiono quantomeno smussate e ridimensionate. Anzi, ci sarebbe da fargli un plauso per aver avuto il coraggio di aver mantenuto, fino a pochi mesi fa, almeno alcune posizione del Direttivo totalmente aperte agli umori della community, contrariamente a tutti gli altri. Gli altri, quelli che oggi vogliono far passare Linux Foundation come un covo di biechi speculatori e complottatori. Gli altri, la cui carica non è mai stata votata da nessuno.


Quel che Non C’era

26 marzo 2016

L’altro giorno sono incappato nella trascrizione di un talk tenuto a LibrePlanet, annuale conferenza statunitense promossa da FSF, e, sorvolando su alcuni dettagli di forma e di sostanza, devo confessare che mi ha toccato. Esso in qualche modo risponde alla mia intima ricerca di un obiettivo e di un metodo, emersa ad inizio anno (e prima ancora in occasione dello scorso Linux Day), e benché tale risposta non sia esaustiva riesce comunque a completare una visione.

O quantomeno la mia visione personale. Perché, va detto: il Movimento Free Software nel suo insieme, una visione completa, ufficiale e condivisa, non l’ha mai avuta. E questo fatto appare evidente nel momento in cui qualcuno ne propone una: non c’è niente con cui compararla. Vuoi perché gli smanettoni ne hanno fatto una questione tecnica prima ancora che politica, vuoi perché i non smanettoni ne hanno fatto una questione politica prima ancora che tecnica, vuoi perché ci siamo arenati sulla convinzione che lo scopo ultimo sia assecondare l’ego di un singolo.

Con un colpo al cerchio ed uno alla botte (citando FSF solo per fare esempi positivi, ma al contempo introducendo sfumature assai poco ortodosse), il suddetto talk fornisce una contestualizzazione storica, politica, etica e filosofica di quel che è e dovrebbe essere il freesoftware. Gli da un ruolo all’interno di uno schema più ampio. E suggerisce quattro perni intorno cui (ri)costruire un movimento che, a ben vedere, non gode di così buona salute. Mi sento in qualche modo sollevato dal fatto che, tra tali priorità, vi sia anche quella cui ero giunto anche io in separata sede (in maniera molto più grezza e grossolana, si intende): che il “software libero” è “libero”, ma è anche “software”. Con dei requisiti, delle funzionalità, e degli utenti. Cosa nient’affatto scontata, se ci si limita alla concezione di “freesoftware = 4 libertà”.

L’invito sottinteso del testo in oggetto è volgarmente traducibile in: meno pippette, più fatti. Un appello che molti – o quantomeno io – hanno sempre sentito dentro di sé. Sentirlo arrivare da fuori dalla propria testa fa tutt’altro effetto.


Semplificazioni

16 febbraio 2016

 

Il 20 gennaio, nel corso del Consiglio dei Ministri numero 101, sono state approvate in via preliminare – tra le altre cose – alcune modifiche al Codice di Amministrazione Digitale, documento che fornisce ampie linee guida per la digitalizzazione della Pubblica Amministrazione. Il comunicato stampa pubblicato il giorno successivo non fornisce dettagli in merito alla natura di dette modifiche, ma nel giro di poco ha iniziato a circolare su canali non ufficiali un Google Doc, anonimo e di fonte ignota, col testo integrale del decreto legislativo proposto. Dal quale risultava che i ritocchi erano andati ben oltre l’annunciata introduzione dello SPID (il protocollo “universale” per l’autenticazione ai servizi pubblici online, proposto dall’Agenzia per l’Italia Digitale), ma intervenivano su gran parte degli articoli del Codice. Solo recentemente il testo è stato reso pubblico per via ufficiale.

Non scendo nel dettaglio di ogni modifica in via di approvazione – anche perché ci sono approfondimenti ben più ricchi e dettagliati – ma mi soffermo su quelle riguardanti il Capo VI (e più nello specifico gli articoli 68 e 70), ben noto a tutti i promotori del software libero: di fatto è quello che introduce la nozione di “riuso” del software tra diversi enti statali, ed indirizzano alla scelta di soluzioni libere ed opensource.

Il decreto prevede un paio di correzioni sparse, e soprattutto la soppressione dei commi 68.2, 68.2-bis, 68.4 e 70.2. In pratica, dal Codice di Amministrazione Digitale spariscono le seguenti frasi:

Le pubbliche amministrazioni nella predisposizione o nell’acquisizione dei programmi informatici, adottano soluzioni informatiche, quando possibile modulari, basate sui sistemi funzionali resi noti ai sensi dell’articolo 70, che assicurino l’interoperabilità e la cooperazione applicativa e consentano la rappresentazione dei dati e documenti in più formati, di cui almeno uno di tipo aperto, salvo che ricorrano motivate ed eccezionali esigenze.

Le amministrazioni pubbliche comunicano tempestivamente al DigitPA l’adozione delle applicazioni informatiche e delle pratiche tecnologiche, e organizzative, adottate, fornendo ogni utile informazione ai fini della piena conoscibilità delle soluzioni adottate e dei risultati ottenuti, anche per favorire il riuso e la più ampia diffusione delle migliori pratiche.

DigitPA istruisce ed aggiorna, con periodicità almeno annuale, un repertorio dei formati aperti utilizzabili nelle pubbliche amministrazioni e delle modalità di trasferimento dei formati.

Le pubbliche amministrazioni centrali che intendono acquisire programmi applicativi valutano preventivamente la possibilità di riuso delle applicazioni analoghe rese note dal DigitPA ai sensi del comma 1, motivandone l’eventuale mancata adozione.

Chiaramente non hanno tardato ad arrivare (legittime e comprensibili) prese di posizione sul ridimensionamento della portata dei suddetti articoli, da cui vengono soppressi numerosi obblighi volti a favorire riuso ed interoperabilità. Obblighi che non sono mai stati rispettati, ma questo è un altro discorso.

La domanda è: tale sfalciamento degli articoli 68 e 70 è davvero così grave? A mio modestissimo parere no, sono “solo” dei grattacapi fastidiosi ma non determinanti.

Dal Codice non spariscono affatto concetti come “software libero”, “riuso”, e soprattutto “valutazione comparativa” (articolo 68, commi 1 e 1-bis), il cui obbligo persiste. Cosiccome persiste il riferimento a “le modalità e i criteri definiti dall’Agenzia per l’Italia digitale”, espressi nella Circolare 63/2013, la quale risulta essere persino più favorele e propizia al software libero che non il CAD stesso. Certo era più “comodo” avere certi riferimenti e certi obbligi direttamente nel CAD, ma certo non si può dire che siano stati fatti sparire e non si può biasimare il Ministero della Semplificazione per aver semplificato ed eliminato alcune ridondanze. Semmai, anziché paventare la cancellazione di tali obblighi, sarebbe utile far notare come essi continuano ad esistere ed anzi da circa due anni sono stati persino potenziati (nella più totale indifferenza).

Viceversa, un dettaglio cui pochi hanno badato: la Legge di Stabilità 2016 da maggiori poteri al CONSIP – il consorzio attraverso cui transitano gli acquisti di prodotti informatici delle pubbliche istituzioni -, pur specificando, nell’articolo 1 comma 514, la necessità di un parere vincolante da parte di AgID per i nuovi acquisti nel rispetto del “Piano Triennale per l’Informatica nella Pubblica Amministrazione”. Piano che ancora non s’è visto, ma è stato annunciato come imminente.

A questo punto sembra ragionevole che l’Agenzia che ha promulgato la suddetta Circolare 63/2013 ponga un occhio di riguardo nei confronti del software libero all’interno del suo piano strategico. Ragionevole, ma niente affatto scontato. Motivo percui, da comuni e umili cittadini, non ci resta che “far la nostra parte”. Sostenendo l’argomentazione e dandole la visibilità che merita, sottoponendola con la massima energia possibile ai decisori ed agli strateghi, ma anche con piccole azioni concrete come il sostegno economico alla realizzazione di una implementazione libera e riusabile del sopra citato protocollo SPID, da mettere pubblicamente a disposizione delle amministrazioni e degli operatori del settore per abilitarle il prima (ed il più convenientemente) possibile al nuovo sistema di autenticazione. Al fine di dimostrare che questa storiella dell’opensource non è solo un capriccio da nerd sfaccendati ma oggettivamente l’approccio più veloce, efficiente, economico e trasparente per la digitalizzazione della PA. Se 5000 miseri euro possono bastare per fornire a tutti i comuni italiani, anche il più piccolo ed isolato, gli strumenti tecnici per adeguarsi all’apparato unico di identificazione, ci si può solo immaginare cosa non si potrebbe fare con i milioni in dotazione ad AgID se spesi in modo oculato.


In Europa

12 febbraio 2016

Il mese scorso, il venerdi prima di andare al FOSDEM, ho avuto l’onore di partecipare all’European Free Software Policy Meeting 2016.

Antefatto. Come citato, nel corso della tappa belga dello scorso anno ho incidentalmente incontrato il coordinatore del team legale di Free Software Foundation Europe. Nelle settimane successive abbiamo scambiato qualche mail, coinvolgendo anche l’allora Direttivo dell’associazione, in cui ho espresso le mie considerazioni su quel che avrebbe dovuto essere il ruolo di aggregazione e coordinamento di FSFE stessa, ma tali note hanno sempre avuto scarso seguito. Con la nomina del nuovo Direttivo il discorso è stato ripreso in mano – anche in virtù della complicità di Alessandro Rubini, attuale Vice-Presidente – e si è iniziato a ragionare sulla possibilità di farsi allocare una devroom proprio al FOSDEM 2016 presso cui invitare i rappresentanti delle svariate associazioni promotrici del software libero in Europa. La devroom non ci è stata assegnata, ma evidentemente lo spunto è stato comunque raccolto ed elaborato sfociando nel suddetto appuntamento pre-FOSDEM.

Presenti esponenti pro-freesoftware di numerosi Paesi (tra cui appunto io in vece di Italian Linux Society), assenti alcuni altri (mi ha colpito la mancanza dei francesi, che mi dicono essere un pochino snob…), e tra gli altri sono intervenuti una europarlamentare ed un funzionario del dipartimento IT della Commissione Europea.

Buona parte della giornata è stata dedicata ad un giro di reciproche presentazioni, da cui sono emerse le grandi differenze esistenti tra una realtà e l’altra. Da quanto ho constatato diverse – più di quante mi aspettassi – sono le istituzioni che operano a stretto contatto con il mondo dell’impresa, e/o che agiscono in primo luogo nei confronti dei rispettivi governi per stimolare l’adozione di soluzioni libere ed aperte mirando ai termini del procurement (e, dunque, favorendo i fornitori freesoftwaristi): una sensibilità ed un approccio certo diversi da quelli abitualmente riscontrati in Italia, presso cui l’imprenditoria filo-opensource non è mai riuscita (e, temo, mai riuscirà) ad agire in modo compatto ed unitario in nome degli interessi propri e comuni. Non numericamente inferiori sono comunque i gruppi più operativamente simili a ILS, maggiormente orientati al pubblico generico, al mondo dell’educazione, e più in generale alla divulgazione.

L’unica grossa differenza che ho osservato tra ILS e tutti gli altri riguarda il rapporto con i Linux Users Groups locali. Benché LUG ce ne siano di fatto in ogni Paese – dove di più, dove di meno, ma comunque dappertutto – io sono stato l’unico a menzionarli durante i miei cinque minuti di presentazione. Durante le pause tra una sessione e l’altra ho scambiato quattro chiacchere con alcuni “colleghi”, col pretesto di coinvolgerli nel Linux Presentation Day europeo e chiedendo loro di fare da intermediari nei confronti dei rispettivi gruppi locali di appassionati, ma a quanto pare nessuno si è mai premurato di relazionarsi, e dunque costruire e mantenere un canale di comunicazione, con quelli che sembrano essere da tutti considerati dei branchi di sciamannati ingestibili, ingovernabili, inaffidabili e riottosi. Da ciò probabilmente deriva il fatto che cose come la LugMap siano prerogative esclusivamente italiane. Discutendo su questo tema, inevitabilmente mi sono venuti in mente i tanti sciamannati, ingestibili, ingovernabili, inaffidabili e riottosi italiani che spesso si lagnano della scarsa attenzione loro prestata da parte dell’associazione nazionale: sapessero come funziona altrove, forse avrebbero un poco meno da protestare.

Chiuse le presentazioni si è poi svolta una breve discussione aperta, che rapidamente si è focalizzata su quello che è stato identificato come il principale problema della nostra comunità: l’incapacità di fare “marketing”, e raggiungere la pubblica opinione. Fattore imprescindibile per dar fondamento a qualsiasi altra strategia, indipendentemente che essa sia rivolta all’industria, all’amministrazione pubblica, alla scuola o a qualsiasi altro obiettivo. In sede di riunione non si è andati molto oltre alla mera constatazione di tale fatto, ma ritengo già un gran successo che esso sia stato riconosciuto e circoscritto.

In generale – e fatte le debite eccezioni, che però non nomino – da questo tavolo di lavoro ho percepito maggiore senso pratico e focalizzazione di quanto, ahimé, mi hanno abituato certi contesti locali. Non ci si è posti tanti problemi nell’usare terminologia altrimenti bandita, non sono state sollevate questioni astratte, nessuno ha preteso di spiegare a qualcun altro quel che in un ambiente simile era ovviamente ovvio a tutti. Persino i rappresentanti di FSFE – che in cuor mio ho sempre immaginato come pure traslazioni europee della reazionaria FSF – sono risultati essere molto meno zelanti di quanto temessi. Solo fatti, esperienze (grandi e piccole), e azioni. Poche proposte, ma per quelle ci sarà spazio nel prossimo futuro.

L’altro giorno è stata predisposta una apposita mailing list per mantenerci in continuo contatto e sviluppare i temi sinora solo marginalmente toccati, ed è assodato l’intento unanime di ripetere l’incontro fisico almeno una volta all’anno (magari sempre approfittando del richiamo del FOSDEM). Con l’auspicio di riuscire a costituire una vera e solida “lobby” freesoftware in Europa.


Tre Amici al Bar

7 febbraio 2016

Oramai, dopo tanti anni, come potrei evitare di andare al FOSDEM? E, soprattutto, come potrei evitare di scrivere il mio canonico post di commento e riassunto?

Un primo spunto di analisi viene dalla diretta comparazione delle devroom 2015 con quelle 2016: Lisp è stato sostituito da Lua, Smalltalk (un linguaggio notoriamente estendibile) è stato sostituito da Guile (un linguaggio per le estensioni), lo spazio dedicato agli strumenti per la ricerca testuale è stato sostituito da quello dedicato agli strumenti per le traduzioni testuali, Valgrind e IaaS sono spariti e sono apparsi approfondimenti sullo sviluppo di giochi, di applicazioni per le comunicazioni, e quelli sugli oramai ubiqui “containers” e “Big Data”. Un taglio un poco più tematico, per dare spazio alle innumerevoli sfaccettature di un mondo da sempre – e sempre più – frammentato, ed in primis diviso nei due emisferi “programmatori” e “sistemisti”.

E tra programmatori e sistemisti, si riduce lo spazio per quelli che qui possiamo impropriamente chiamare “makers”. I banchetti espositivi dislocati nel corridoio centrale dell’edificio AW, abitualmente dedicati ai progetti hardware, si sono ridotti ad un terzo. Questo potrebbe avere due possibili spiegazioni: o si è trattata di una deliberata scelta organizzativa per favorire il transito del pubblico in un’area solitamente molto trafficata, oppure effettivamente non ci sono più gli hacker hardware di una volta. Un indizio può essere trovato nel fatto che la devroom da sempre intitolata “Embedded” quest’anno si sia chiamata “Embedded, Mobile and Automotive“, a sottolineare come quelle che precedentemente erano nicchie universalmente identificate all’interno di una macro-categoria abbiano guadagnato identità e rilevanza.

A proposito di mobile. A dispetto dell’entusiasmo riscontrato lo scorso anno, Jolla è sostanzialmente fuori dal mercato delle piattaforme hardware – come ben sanno tutti coloro che hanno partecipato alla campagna di crowdfunding per il Jolla Tablet – e sta (disperatamente) cercando il modo di sopravvivere con la piattaforma software. Di cui non si esclude la pubblicazione in dual-licensing, sul modello del framework Qt (n.b. parte di SailfishOS è attualmente ancora strettamente proprietaria). Sta di fatto che viene a mancare il device di riferimento che tutti vorrebbero e desidererebbero, ed in assenza di altro ci si rivolge all’outsider Fairphone: benché venga distribuito con un comunissimo Android, già ne esistono porting ufficiosi di FirefoxOS (che francamente ancora non s’è capito se è un progetto abbandonato o no) e di SailfishOS stesso. Su un canale isolato procede lo sviluppo di Ubuntu Phone, e sulla bocca dei suoi sviluppatori non v’è altro che la parola “convergenza“.

Impossibile è stato non notare al FOSDEM 2016 la massiccia presenza di ragazze e bambini. Ma non mi si fraintenda: non intendo che si sono viste più compagne di nerd presenti solo per badare alla prole portata in gita nella capitale d’Europa. Intendo che è capitato molto spesso, in pressoché tutte le devroom da me visitate – tecniche e meno tecniche -, di incappare in giovani donne, anche sole e dunque non trascinate lì a forza dallo sciagurato partner maschile, intente ad ascoltare e prendere appunti. Evidentemente i vari programmi di “outreach” portati avanti negli ultimi anni da diversi gruppi operativi nel mondo open stanno dando i loro frutti. Oppure, più semplicemente, la platea è maturata in modo naturale. La menzionata eccezionale presenza di bambini suggerisce una progressione demografica, percui la vecchia generazione che frequenta il convegno spingendo il passeggino è affiancata dalla nuova generazione di under-25 venuta su in un contesto sociale certo meno vincolato da “pregiudizi di genere” ed in cui è meno desueto trovare fanciulle interessate al calcolo parallelo.

In conclusione, riprendo un pensiero espresso dal mio abituale ed improbabile compagno di avventure belghe: questo FOSDEM è stato meno “coinvolgente” del solito. Negli anni passati dopo la chiusura dell’evento ci si trovava puntualmente invischiati in lunghe discussioni davanti ad una birra (= numerose birre…) sui progetti visti, sulle soluzioni proposte, sui loro benefici e sulle loro carenze, ed immancabilmente si tornava a casa con la voglia di mettersi alla tastiera ed implementare qualcosa di meglio. Questa volta no. Vuoi per la sfortuna avuta nel non incappare nei talk giusti, vuoi per la fisica difficoltà nell’incapparvi (buona parte degli interventi dal più alto potenziale sono stati concentrati nelle prime ore del mattino, inaccessibili per chi come noi fa le 3:00 al Delirium), vuoi per l’effettiva carenza di presentazioni di nuovi e stravaganti progetti (che potrebbe anche essere letta come una nota positiva, vuol dire che in giro ci sono meno sforzi vani e vaneggianti e ci si concentra maggiormente su progetti maturi).

Ciò non toglie che anche domenica notte, prima di ripartire per l’Italia, abbiamo fatto le ore piccole al pub, in tre davanti ad altrettanti boccali, animatamente argomentando propositi ed idee. Meno tecniche e più “politiche”. Anzi, “real-politiche“. Perché, comunque vada, la voglia di cambiare il mondo non passa mai.


Tengo Famiglia s.r.l.

21 gennaio 2016

La notizia del giorno, rimbalzata tutto il dì sui social network: Apple apre una “scuola di apps iOS” in Italia, la prima in Europa.

Gioia e tripudio a secchiate, petti gonfi di italico orgoglio, ed un via vai di condivisioni entusiastiche hanno accompagnato in ogni dove l’annuncio. Il quale è sempre stato riportato con un numero, preso dal comunicato stampa di Apple e ripetutamente sottolineato: “In Italia, oltre 75.000 posti di lavoro sono attribuibili all’App Store“. Del resto è esattamente l’opportunità di creare posti di lavoro, e dunque occupazione e benessere, la motivazione principale che spinge la politica ad attivarsi per questo tipo di collaborazioni (“Cose del genere non capitano per caso, il governo e la Presidenza del Consiglio le hanno cercate e coltivate per molto tempo“, cit) e a chiudere un occhio su 800 milioni di euro evasi (di cui però la metà son stati pagati, neh!).

Ma io rimango sempre un poco perplesso quando piovono tali roboanti annunci da parte di grosse aziende che “investono” nel nostro Paese. In primis perché ho oramai imparato che queste azioni non vengono mai del tutto gratis: vuoi con un abbondante sgravio fiscale, vuoi con una divisione del finanziamento tra soggetto privato e soggetto pubblico, vuoi con una consistente commessa statale che segue l’investimento, da qualche parte il patto viene sempre suggellato con i quattrini dell’ignaro contribuente. Ma è per il lavoro, quello su cui la nostra Repubblica è fondata, no? No: in secundis, la mia modestissima esperienza quotidiana mi fa fare altro genere di conti sul numero di posti abilitati “per merito” di qualcuno, e dunque sull’impatto effettivo che uno sforzo di tal fatta ha su occupazione e benessere della nazione.

Dei sopra citati 75000 che lavorano in virtù dell’App Store, non ne conosco nessuno. In compenso mi imbatto spesso in spazi di co-working popolati da bande di freelance, agenzie digital, giovani startuppari, liberi professionisti alla sbaraglio e liberi professionisti navigati. E la stragrande maggioranza di questi hanno una cosa in comune: in modo più o meno diretto lavorano in virtù di software libero e opensource. Cosa che, a conti fatti, non stupisce: basta una partita IVA e si è istantaneamente abilitati all’erogazione di servizi web, dal sito WordPress/Drupal/Joomla all’e-commerce Magento/Prestashop/ZenCart all’applicazione custom (e magari al backend che fornisce i dati ad una app mobile, che da sola serve fino ad un certo punto) in Python/Ruby/Javascript, il tutto pubblicato su un web server Apache/Nginx/Node, un database MySQL/PostGreSQL/Mongo e dozzine di altre diavolerie a corredo che girano su una macchina Linux. E che non costano un euro di licenza, e sono liberamente fruibili da chiunque abbia il tempo e la voglia di mettersi a smanettare, produrre e vendere. L’unica spesa da sostenere è il server su cui hostare i prodotti dei clienti, ma certo si può iniziare con una macchina da 10 euro al mese. E questo non da ieri mattina, ma da anni.

È difficile trovare delle stime sui numeri di professionisti ICT oggi all’opera, men che meno divisi per settore di riferimento o piattaforma d’adozione, ma confido di non spararla troppo grossa (ed anzi di assumere un atteggiamento conservativo) se affermo che i posti di lavoro oggi “attribuibili” – per dirla a la Apple – all’immediata disponibilità di tecnologie libere, aperte, personalizzabili e persino a costo zero si aggira intorno al mezzo milione.

Evidentemente io non sono un fine economista, né tantomeno un accorto politico, in quanto mi sfugge perché, numeri (calcolati a spanne ma comunque verosimili) alla mano, si preferisca assecondare una azione a sostegno di un mercato che sinora ha prodotto 75000 posti, monca (una volta che sai fare la app iOS, al cliente che gli dici? Di andare dai cinesi per il restante 78% di utenti?) ed a diretto beneficio dell’ecosistema di una azienda statunitense, anziché prestare un occhio di riguardo per un bacino di 500000 operatori la cui totalità del fatturato ha immediata ricaduta locale.

Ahimé, non sarò mai Ministro dello Sviluppo Economico.


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