Archive for the 'Scuola' Category

Passato di Futuro

30 aprile 2017

Qualche tempo fa, scartabellando su una bancarella di libri usati, mi sono imbattuto in un libriccino dall’aspetto e dal titolo dissonanti. Era un vecchio libretto, appartenente ad un’altra generazione editoriale, dalla copertina rovinata dal tempo; il titolo era “A scuola con il computer”, tema attualissimo di cui oggi quotidianamente si dibatte. L’ho preso in mano e l’ho aperto: “Finito di stampare nel gennaio 1984”. Un po’ per curiosità, un po’ per scherzo con l’amico che mi accompagnava, ho speso la folle cifra di 3 euro e me lo sono portato a casa.

Solo recentemente ho avuto modo di leggerlo. Trovandomi proiettato in una ucronia. A parte i dettagli tecnici, che inevitabilmente sono cambiati a distanza di più di trent’anni, nel volume si trova tutto quel che ad oggi costituisce l’ultima frontiera del dibattito sulla tecnologia a scuola, a partire dai presupposti. L’imminenza della digitalizzazione (nel 1984!) ed i cambiamenti previsti nel mondo del lavoro e nella società, il ruolo del sistema educativo nel preparare i giovani a tali cambiamenti e fornire le nozioni essenziali per la loro comprensione, la raccomandazione a non soffermarsi sul cieco addestramento all’utilizzo di specifiche applicazioni ma a far scoprire i meccanismi di base della computazione. E ancora, suggestioni che vanno persino oltre le più ardite visioni contemporanee: la standardizzazione e l’interoperabilità delle applicazioni didattiche, i programmi di simulazione destinati ad estendere i classici laboratori di fisica e chimica, la didattica personalizzata per ogni singolo alunno.

È del tutto evidente che le profezie del dott. Pentiraro non si sono avverate. Tra le resistenze attive (mosse dai sostenitori del metodo basato su carta e penna del “buon tempo antico”) e quelle passive (dovute alle scarse o nulle competenze esistenti all’interno della scuola), passando per la frammentazione degli strumenti digitali (operata in primis dagli editori, interessati – come qualsiasi altro soggetto commerciale – a differenziarsi sul mercato) e per l’insofferenza delle istituzioni di alto livello (incapaci di convogliare e guidare la trasformazione in atto), per decenni l’insegnamento dell’informatica a scuola si è limitato a “qual’è il tasto per mettere il testo in grassetto su Word” e nei casi più fortunati a qualche cenno di programmazione in Pascal o Basic spiegato non prima delle scuole superiori e sempre nel ghetto isolato del laboratorio di informatica.

E oggi? Oggi abbiamo ricominciato tutto daccapo, dimenticando da dove eravamo partiti e che strada abbiamo percorso: ci siamo nuovamente accorti della crescente necessità di comprendere e saper sfruttare la tecnologia, ci siamo nuovamente posti il problema di preparare i nostri giovani al mondo che li attende, ed uno alla volta stiamo nuovamente ripetendo gli errori dei precedenti trent’anni. Misuriamo la digitalizzazione delle scuole in termini di numero di LIM acquistate (senza chiederci se e come vengono usate), per andare incontro alle limitate capacità dei docenti – nella maggior parte dei casi per nulla preparati a certe tematiche e a certi strumenti – semplifichiamo i contenuti didattici fino al punto di renderli irrilevanti (vedasi la grande sfida del “coding”, che da un giorno all’altro è diventata “fare le casette su Minecraft”), e a tutt’oggi le direttive ministeriali – benché splendidamente infiocchettate – sono vaghe e nessuno sa come attuarle pragmaticamente, con delizia di editori ed operatori commerciali che possono colmare i vuoti esistenti proponendo opinabili e superficiali pacchetti riciclando all’infinito sempre gli stessi contenuti.

Il rischio di arrivare al 2047 e trovarci ancora qui a discutere di scuola e digitalizzazione come se si trattasse di argomenti nuovi ed innovativi, laddove invece dovrebbero essere la normalità, è alto. Non pretendo né di avere una soluzione al problema né che qualcuno ne abbia adesso una definitiva, ma penso che almeno aiuterebbe smettere di parlarne sempre e solo come qualcosa di rivoluzionario: non stiamo parlando di “futuro”, ma di un futuro già visto trent’anni fa.

Annunci

Il Bidello

12 aprile 2017

Dei miei incontri con dirigenti scolastici ed insegnanti ho già parlato, traendo qualche conclusione, ma vorrei qui soffermarmi su uno spunto che recentemente è riemerso in una discussione più estesa.

Un bel dì mi sono messo a cantare le lodi di Porte Aperte sul Web, community che provvede ad allestire e mantenere pacchetti installabili per siti scolastici già dotati di una serie di funzionalità richieste per i portali della pubblica amministrazione (accessibilità, pubblicazione dell’albo pretorio e dei documenti per la trasparenza, e via dicendo). In particolare ho insistito sulle già integrate funzioni per affrontare l’apparente chimerica “dematerializzazione”, attraverso cui è possibile inoltrare circolari e documenti a genitori ed insegnanti, filtrarli secondo una serie di criteri, sommariamente processarli secondo una serie di flussi standard, il tutto in via digitale direttamente sul sito. Ma mentre illustravo la – per me – utile funzione per tener traccia di coloro che avevano acceduto e ricevuto una tal comunicazione (quello che abitualmente viene chiamato “presa visione”) notai una insegnante in prima fila che scuoteva la testa. Il mio entusiasmo si è via via smorzato, fino al punto di cedere e chiedere ragguagli. La risposta è stata la più disarmante che potessi ricevere: “Facendo tutto questo sul sito ho un incarico in più da delegare alla mia già abbondantemente oberata segreteria; un foglio firme di carta può essere verificato da qualsiasi bidello”.

Basta questa semplice (ed oggettivamente inattaccabile) argomentazione per afferrare il problema. Che non necessariamente è legato solo a chi usa la tecnologia (che, si sa, ha spesso una grande resistenza al cambiamento e pregiudizi assortiti) ma alla tecnologia stessa. Che, più spesso di quanto non si vorrebbe, è fine a sé stessa e non risolve alcun problema.

Ho avuto modo di ripensare all’aneddoto di cui sopra più recentemente, quando, sempre in un contesto scolastico, mi è stata mostrata una applicazione per l’archiviazione della documentazione in formato digitale. Miriadi di tasti, che aprono infinite cartelle (virtuali), contenenti documenti tutti categorizzati in modo sostanzialmente manuale., esattamente come accade in un archivio cartaceo. Ma reso più complesso dai formati e dai contenuti dei files (vedasi la sottile ma grossa differenza tra un PDF contenente del testo oppure una immagine statica di un documento scannerizzato), da certificati e firme elettroniche, e da adempimenti di carattere amministrativo che possono essere assolti solo pagando un servizio terzo “certificato” dallo Stato (vedasi la conservazione sostitutiva o le marche temporali). Laddove è evidente il risparmio in termini di carta, inchiostro e spazio fisico di archiviazione di una soluzione del genere, davvero non mi sento di biasimare chi, nella pubblica amministrazione, ancora non ha aderito pienamente ai precetti della “dematerializzazione”.

Lo storyteller di turno potrà sin qui rispondere che la soluzione del problema sta tutta nell’alfabetizzazione digitale del bidello che possa consultare anche sul sito web i rapporti di presa visione delle circolari. Ma c’è un problema di fondo: a tutt’oggi ancora non siamo stati capaci di alfabetizzare neppure analogicamente quasi metà dell’intera popolazione. Magari è il caso di porsi qualche quesito.

Forse il punto non sta (solo, per carità) nel rendere più competenti gli utenti, ma più semplici gli strumenti. Forse l’innovazione non sta nell’esistenza delle suddette conservazione sostitutiva o delle marche temporali, né tantomeno della fattura elettronica o della PEC, quanto nel fatto di renderli accessibili ed usabili in modo facile e conveniente. Cosa che ben difficilmente potrà avverarsi seguendo il burocratico approccio attuale, fatto di norme e note amministrative ma non di codice su cui poter rapidamente costruire soluzioni integrate.

Giunti a questo punto potrei mettermi a fare il panegirico del modello opensource come riferimento per l’accelerazione di questi processi, non solo per la mera adozione delle tecnologie ma anche per la prototipazione e la sperimentazione di metodi ed approcci nuovi che li portino più vicini agli utenti. Ma finirei sostanzialmente col ripetermi.

Per ora, attendo il giorno in cui il simbolico bidello potrà consultare le circolari facilmente tanto quanto oggi consulta Facebook.

Lezioni Teoriche

22 gennaio 2017

Nelle ultime settimane, per un corso di aggiornamento organizzato nel contesto del cosiddetto Piano Nazionale Scuola Digitale, mi è capitato di tenere alcune lezioni ad un gruppo di dirigenti scolastici in merito all’intersezione tra innovazione e didattica. Inutile dire che pressoché tutte le soluzioni e le esperienze che ho presentato erano riconducibili al mondo del software libero, dell’opensource, di Linux, di Wikipedia, di OpenStreetMap, ed ho preso a piene mani da quel che occasionalmente vedo transitare sulla mailing list Wii Libera la Lavagna. Meno inutile raccontare le reazioni che ho ricevuto, spesso inattese e ben diverse da quel che è la comune percezione all’interno della nostra community.

Praticamente tutti i presidi in aula già conoscevano l’esistenza di Linux e del software libero. Di questi, praticamente tutti ne riconoscevano il valore tecnico, economico e didattico. Forse sono stato particolarmente fortunato io, o forse mi sono trovato dinnanzi una platea atipica, ma in questa occasione nessuno ha citato quelle che sono sempre state le classiche contro-argomentazioni come “Linux è troppo difficile”.

Viceversa, tutti sono stati concordi nel dire che – volenti o nolenti – per Linux (e, più in generale, per le soluzioni libere) non esistono assistenza e supporto, dunque si devono arrangiare con quel che il mercato offre. Il problema dei soldi per pagare le consulenze esterne c’è, ma è assai minore del problema della mancanza di competenze interne e, pertanto, della capacità di potersi amministrare autonomamente i laboratori, il sito o la piattaforma amministrativa. Morale: chissenefrega se l’opensource è gratis, si fa quel che si può ed al momento si può solo pagare qualcuno che offra un servizio. Se poi gli unici servizi proposti sono fondati su soluzioni proprietarie, che magari introducono un deliberato lock-in, pazienza.

L’aneddoto più interessante in tal senso me lo ha raccontato quello che, tra tutti i dirigenti coinvolti, era evidentemente quello più filo-linuxaro: contattata l’azienda più vicina per l’allestimento di un laboratorio informatico ha esplicitamente chiesto che fosse attrezzato con Linux, quelli hanno accampato delle palesi scuse (tipo: “I ragazzi sono abituati con Windows”. Ah ah ah!) per mascherare la propria totale incapacità nel farlo, e lui, già oberato dalle sue proprie incombenze amministrative, non ha potuto far altro che lasciar cadere il buon proposito e farli procedere col solito Windows. Avrebbe potuto chiedere a qualcun’altro? Io stesso, pur essendo piuttosto addentro alla questione, non saprei citare nessuna azienda interessata ad allestire e soprattutto mantenere un laboratorio didattico con Linux. Avrebbe potuto aprire un bando, ed aspettare che un fornitore abile nel fare quanto richiesto andasse da lui? Questo è l’approccio adottato dal progetto FUSS di Bolzano, che però è abbastanza organizzato e strutturato da acquistare blocchi di PC per numerose scuole alla volta, muovere grossi volumi, e dunque essere appetibile; la singola scuola può aspettare all’infinito senza che nessuno si faccia avanti. Avrebbe potuto contattare un Linux Users Group? La scuola in oggetto sta in un paesello della provincia, dunque il LUG più vicino sta ad almeno un’ora di auto, e comunque quelli disponibili a dare assistenza tecnica ed in grado di garantire continuità nel tempo sono ben pochi rispetto al totale (ovviamente, trattandosi di volontari).

Medesimo discorso è stato fatto per il sito istituzionale (bello il pacchetto pre-confezionato da Porte Aperte sul Web, già noto a molti, ma chi le ha le conoscenze ed il tempo per installarlo e mantenerlo?), il registro elettronico (Lampschool offre un servizio di hosting assistito, ma poi non si integra con nessuno dei gestionali degli altri fornitori e bisogna gestire i dati due volte), e più in generale sul Ministero che impone tanti adempimenti ma fornisce poche soluzioni e ciascuno si deve in qualche modo arrabattare al netto del budget ristretto, del tempo ancor più ristretto, e delle competenze tecniche talmente ristrette da essere nulle.

Il punto è sempre lo stesso: prima di pretendere di educare gli ignoranti e di convertire gli scettici, forse sarebbe opportuno sostenere chi già è sensibile al tema. Fornendogli adeguata documentazione, realizzando ed integrando (empiricamente, non a parole) gli strumenti che mancano, e facendo in modo che la scelta opensource possa essere una opzione valida e realmente perseguibile. Fino ad allora, il software libero sarà solo un tema affascinante per una lezione teorica.

Chiavi in Mano

31 ottobre 2016

Qualche giorno fa è successo che uno di noi, attivista della comunità freesoftware italiana, si sia trovato in riunione con un referente del Ministero dell’Istruzione per ragionare sulla diffusione di Linux e del software libero nella scuola italiana. E contrariamente a quanto accaduto nelle diverse precedenti occasioni stavolta l’incontro si è tradotto in un appello finalizzato a coinvolgere da subito le diverse realtà operative nel settore (tra cui ovviamente Italian Linux Society) per definire insieme una risposta da dare a fronte delle richieste e delle osservazioni mosse.

Il problema è che quel che è stato chiesto – e che conseguentemente è stato chiesto ai soggetti successivamente coinvolti – è un “pacchetto” di soluzioni e riferimenti da dare alle scuole, un “prodotto, chiavi in mano” da esporre ai potenziali interessati, da far “benedire” al MIUR insieme ai tanti altri pacchetti presentati dai numerosi vendor che ci hanno preceduto. Cosa che, come comunità, non siamo e non saremo mai né capaci né interessati a fare.

Non ne siamo capaci perché, per l’appunto, siamo una comunità, ovvero un insieme eterogeneo di persone variamente assortito che possono occasionalmente donare un po’ di tempo ed un po’ di competenze ma che non possono fornire garanzie, tempi e modi certi. Ci sono diversi volontari che hanno fatto e fanno grandi cose presso le scuole della loro zona, dal ripristino dei laboratori informatici al coinvolgimento in attività didattiche (informatiche, e non solo), ma certo non si può pretendere che essi seguano un modello predefinito, che rispettino delle pianificazioni fatte da altri e che seguano dei protocolli unici per tutti. L’approccio del LUG di Voghera è diverso da quello di Spoleto, che è diverso da quello di Agrigento, cosiccome sono diverse le competenze, gli interessi, le ambizioni, le preferenze e le disponibilità. Non siamo mai stati in grado di metterci d’accordo su una distribuzione da installare, figuriamoci costruire una unica e coerente rete di assistenza di livello professionale.

Ma anche assumendo per assurdo che ne fossimo capaci, che potessimo prenderci questa responsabilità ed agire non come tanti soggetti autonomi ed indipendenti ma come un unico operatore con una linea unica e condivisa; assumendo che fossimo in grado di dare in un colpo solo sostenibilità su scala nazionale a queste attività, e garantire una copertura completa di operatori sempre pronti a rispondere al telefono ed intervenire dove e quando necessario; assumendo di voler compiere questo sforzo anche a fronte del fatto che non sarebbe garanzia di nulla, in quanto (come già noto) il Ministero non ha potere di obbligare nessuna scuola a nulla ed in ogni caso la nostra ipotetica “Linux SpA” sarebbe un operatore come tutti gli altri, in competizione su un mercato già assediato da commerciali accaniti, offerte promozionali allettanti e strategie di marketing aggressive; assumendo di poter realizzare il “prodotto, chiavi in mano” della richiesta iniziale: davvero vorremmo farlo?

Quello che abiamo noi oggi non è un prodotto, ma un modello. Il modello dei gruppi di discussione e confronto, presso cui docenti di ogni scuola e grado spontaneamente scambiano esperienze e progetti fornendo degli esempi da seguire (o da evitare); il modello delle applicazioni software implementate collaborativamente, coinvolgendo tecnici, insegnanti e studenti, che non solo assolvono alla loro funzione di calcolo ma che diventano essi stessi oggetto di approfondimento didattico; il modello dei contenuti condivisi, elaborati, migliorati, e nuovamente condivisi per gli altri; il modello degli strumenti digitali usati in modo creativo ed innovativo, perché lo scopo non è insegnare ad usare il mero strumento (che, data l’evoluzione in campo digitale e non solo, cambia ogni sei mesi) ma insegnare a risolvere problemi e combinare informazioni.

Certo una offerta di questo genere non può essere rivolta a tutti gli insegnanti che lavorano nella scuola italiana. Molti di essi, la maggioranza, fino al giorno della pensione continueranno ad interrogare i loro studenti sulla data di nascita di Napoleone, sul paragrafo evidenziato a pagina 122 del libro di testo, e su qual’è il tasto dell’applicazione usata in laboratorio che serve a stampare un foglio di carta. Essi continueranno sempre a scegliere i propri strumenti didattici – software, hardware ed editoriali che siano – da un catalogo preconfezionato che un commerciale in giacca e cravatta gli ha portato. Ma voglio sperare (fortissimamente spero) che quello non sia il campione preso come riferimento dal Ministero per pianificare la direzione da far prendere alla scuola nei prossimi 5, 10 o 20 anni. Metodi nuovi, approcci nuovi e strumenti nuovi sono il frutto di pochi, pochissimi, che in aula ci provano tutti i giorni, a volte riuscendo e a volte no, dai quali deriva quella costante e forse inconsapevole attività di ricerca e sperimentazione che, un domani, sarà ingegnerizzata e presentata sottoforma di un nuovo prodotto sui summenzionati cataloghi e raggiungerà la maggioranza degli altri insegnanti, incidendo praticamente sulla didattica di tutti. È successo così per i pazzi visionari che hanno inventato senza saperlo il “coding” (adottato nel mondo freesoftware italiano almeno dal 2010, oggi consacrato dalle istituzioni) o hanno portato in classe i primi Arduino (laddove oggi il “making” viene considerato l’ultima frontiera).

A quei pochi, pochissimi, è destinata l’offerta di un modello. Per facilitare ed accelerare la loro opera, abilitare (per quanto possibile) altri insegnanti a fare altrettanto, e segnare una strada che poi, dopo, con comodo, i fornitori di “pacchetti” chiavi in mano e un tanto al chilo seguiranno. Se l’unica cosa che il rappresentante MIUR di turno si aspetta di trovare sulla scrivania è un catalogo patinato, temo proprio che non potrò accontentarlo. Non posso. E dopotutto neanche voglio. Che il Ministero lo voglia o no, c’è un futuro da costruire.

 

[Post Scriptum: ad ogni modo, a prescindere dal MIUR, intendo approfittare di questa situazione e di questo stimolo per condurre un paio di attività di monitoraggio sul rapporto tra scuole e LUG, su cui sinora ho procrastinato fin troppo. Dopotutto anche questa vicenda ha un suo risvolto positivo…]

L’Ultima Chance

30 ottobre 2015

Antefatto: a metà ottobre il Ministero per l’Istruzione ha annunciato svariati milioni di fondi europei per la digitalizzazione nelle scuole. Scadenza per presentare i progetti: metà novembre.

La questione è molto semplice: già che questi quattrini cadono letteralmente dal cielo, o almeno si prova ad approfittare di tale opportunità per intercettare qualche minima risorsa da dirottare sullo sviluppo di quelle soluzioni libere e aperte che ancora mancano e/o sono da perfezionare, o possiamo serenamente chiudere tutte le mailing list di sedicenti e velleitari “promotori del software libero” perché, fattivamente, dimostriamo di non essere capaci a fare niente e facciam più bella figura a dedicarci al modellismo.

Se conoscete un docente o un dirigente in una scuola, scrivetegli. Se conoscete un professionista in ambito di sviluppo e deploy di soluzioni libere, scrivetegli. Se conoscete persone in entrambe le categorie, scrivete ad entrambi e metteteli in contatto. Se non conoscete professionisti da coinvolgere nella definizione dei progetti, cercateli: lanciate un appello sulla mailing list Lavoro@Linux, scrivete all’Industria Italiana Software Libero, o mandate una mail a me e cerchiamo insieme qualcuno nella vostra provincia o regione. Adesso.

Non sapete che proposte avanzare? Qui di seguito una serie di spunti puramente a caso, alcuni rivolti ai singoli istituti scolastici ed altri a progetti di sviluppo utili per tutti da farsi pagare e poi condividere in licenza libera.

  • ci sarebbe da rendere l’interfaccia di LampSchool, il registro elettronico opensource, adattiva e fruibile anche su dispositivi mobili. In generale, più soldi si riescono a dirottare su questo prodotto e più si riesce a potenziare per il bene di tutti (alla faccia dell’approccio dei fornitori di soluzioni proprietarie…)
  • plugin WordPress, Drupal e Joomla che implementino l’autenticazione SPID, protocollo promosso da AgID e che prossimamente diventerà obbligatorio per i siti delle pubbliche amministrazioni – ivi compresi i siti delle scuole
  • gran parte delle scuole italiane non ha connettività verso l’Internet, o quantomeno non ce l’ha per permettere ad ogni classe di 20 studenti di connettersi contemporaneamente. Anche quando ce l’hanno, il miglior uso che ne possono fare è condividersi materiali su Google Docs. Sarebbe utile ingegnerizzare in qualche modo un “server di classe”, ovvero un qualche dispositivo dotato di connettività wireless che monta una distribuzione Linux tagliata all’occorrenza, accessibile dall’interno della classe stessa per mezzo degli smartphone che i ragazzi già hanno in tasca e che esponga servizi di condivisione files (ownCloud), editing collaborativo (Etherpad), una copia locale di Wikipedia e chissà che altro. Meglio ancora se con una architettura basata su cointainers (Docker?), in modo da estendere anche successivamente l’elenco di servizi disponibili
  • fatevi finanziare il deploy e l’hosting di istanze Elgg, Mattermost, pump.io o qualsiasi altro genere di “social network” privato da usare per condividere contenuti digitali tra docenti e studenti, su Internet o su rete privata a seconda della connettività che avete. Più realtà utilizzano questo genere di strumenti, più facilmente emergono opportunità, problemi e soluzioni
  • se proprio volete fare qualcosa di semplice semplice, chiedete un finanziamento per far migrare la segreteria scolastica a Linux (o almeno a LibreOffice!), che includa il porting dei documenti esistenti e la formazione per il personale addetto
  • e se volete tagliarla corta: fatevi pagare un bel corso per i docenti. No, non uno di quelli in cui si “imparano” ad usare Word ed Excel: uno di quelli in cui si spiegano le basi essenziali per capire cosa si sta facendo quando si hanno tastiera e mouse (o touchscreen) in mano. Difficilmente si potranno mai “aumentare” le aule se prima non si “aumentano” gli insegnanti…

Date una occhiata alla dotazione tecnologica della scuola, sia in ambito didattico che amministrativo. Se c’è qualche applicazione proprietaria per cui non esiste una alternativa libera, o per la quale esiste ma mancano delle funzioni, o esiste ma c’è qualche ostacolo alla migrazione, questo è il momento buono (per non dire l’unico) per farla sviluppare / perfezionare / farsi dare assistenza e rilasciare tutto su un repository pubblico affinché altre scuole possano utilizzarla.

Qui non si parla di migrare un laboratorio di informatica a Linux. I laboratori sono destinati ad essere dismessi, e chiaramente non rientrano in nessuno degli obiettivi posti da questo bando. Qui si tratta di scegliere se far spendere milioni e milioni di euro in iPad, LIM, tristi contenuti editoriali pre-fabbricati e licenze software, lasciando che un numero ancora più grande di scuole entri nel tunnel senza uscita e senza ritorno della tecnologia di consumo (dalla quale sempre più difficilmente le si potranno tirare fuori con l’andar del tempo), oppure quantomeno mettersi in pari per quanto riguarda l’offerta di soluzioni e di alternative da parte del panorama libero.

Il Ministero per l’Istruzione non finanzierà mai espressamente uno specifico progetto “come piace a noi”, come ogni tanto si sente auspicare nel silenzio di una mailing list. Non lo fa perché non può farlo. Ma i soldi sono lì, e bisogna andarseli a prendere.

Correva l’Anno

14 dicembre 2014

La storia cui vorrei far riferimento in questo post e’ una storia antica, lontana, di cui s’e’ persa memoria ed in buona parte s’e’ persa traccia. Risale (pensate!) al 2011.

In quel tempo, la distribuzione WiiLDOS – nata in origine come piattaforma di riferimento per la WiiLD, la lavagna interattiva “artigianale” ed opensource basata sul controller della console Wii – gia’ raccoglieva ampi consensi e coinvolgeva un gran numero di docenti e tecnici impegnati a discutere e sperimentare col software libero a scuola e, piu’ in generale, con metodi didattici “alternativi” legati all’uso – consapevole ed accorto – delle tecnologie. In qualche modo dei pionieri, considerando che adesso tutti parlano – per lo piu’ a sproposito – di innovazione in classe, ma del resto il tema del software libero e’ da sempre legato a doppio filo con quello dell’insegnamento della scienza informatica: laddove i programmi didattici dell’ora di informatica hanno sempre riguardato le icone di Word e le opzioni di Excel (ovvero: nozioni mnemoniche e passive relative a ben specifici prodotti commerciali, i quali sono destinati a cambiare piu’ e piu’ volte da quando vengono inculcate al fanciullo di turno a quando tale fanciullo cresce e si affaccia al mondo del lavoro col suo bagaglio di nozioni mnemoniche, passive ed obsolete), i softwareliberisti hanno sempre promosso e supportato l’insegnamento dei linguaggi, degli algoritmi, delle funzioni, delle basi scientifiche su cui si poggia l’evoluzione contemporanea della matematica applicata.

Per tal motivo nella suddetta distribuzione WiiLDOS venne incluso Scratch, bellissima applicazione che permette anche ai piu’ piccoli di mettere insieme giochini interattivi ed animati incastrando qualche for, qualche if, ed insomma di fatto “programmando” per mezzo di un semplice ed intuitivo linguaggio visuale. Una metodologia perfettamente in linea con gli intenti culturali di riferimento, e di indubbio valore strategico per finalmente far avvicinare non solo gli studenti ma anche gli insegnati (i quali, va tristemente detto, molto spesso insegnano Word ed Excel perche’ non sanno assolutamente nient’altro) ad un approccio attivo e consapevole all’informatica.

Eppure, appunto nel 2011, l’introduzione di Scratch fece storcere piu’ di un naso. Per via della sua licenza: era opensource, era aperto, era analizzabile e modificabile e ridistribuibile, ma era distribuito con una licenza in cui veniva esplicitato a chiare lettere il divieto di utilizzo commerciale. Una violazione della Liberta’ 0 del freesoftware, quella di poter usare il programma per qualsiasi scopo. Sufficiente a non considerarlo “software libero”, e pertanto non degno di essere incluso in una distribuzione definita come “libera”. Il conflitto tra le potenzialita’ di una applicazione “libera ma non abbastanza” e la linea di principio “libero a tutti i costi” ha animato la comunita’ internazionale per mesi, e naturalmente anche quella italiana: fiumi di mail e discussioni si sono succedute, fomentate anche da un duro post di Renzo Davoli (da molti considerato “lo Stallman italiano”) – purtroppo non piu’ reperibile online ma citato da numerose fonti -, col risultato che non pochi misero la sopra menzionata WiiLDOS in croce per la scandalosa scelta di voler promuovere cotanto strumento del demonio all’interno delle scuole.

Infine Scratch cambio’ la licenza, passando alla GPLv2. E si smise di parlarne. Del resto, piu’ che a commentare e biasimare le altrui scelte, a che altro servono le mailing list?

Veniamo a oggi. All’epoca in cui Scratch e’ diventato tanto popolare da essere fulcro di una intera community parallela – per lo piu’ in Italia nota per le attivita’ di CoderDojo, negli USA per Code.org – che nel giro di pochi mesi e’ arrivata a toccare l’interesse delle massime istituzioni del nostro e di altri Paesi. Community incentrata sull’insegnamento del “pensiero computazionale” presso i piu’ giovani – ovvero: il medesimo traguardo cui ambiva il movimento freesoftware svariati anni prima – ma non necessariamente devota al software libero: gli strumenti sono strumenti, quel che conta e’ il contenuto, e poco male se, ad esempio, si collabora con Disney, una delle multinazionali da sempre piu’ avverse alla condivisione. Community nella cui orbita e tra i cui promotori spesso troviamo – sorpresa! – alcuni di coloro che nel 2011 avevano tacciato WiiLDOS di tradimento e collusione. Cambiano i tempi e le mode, e quel che prima era intollerabile diventa non solo tollerabile ma anche meritevole di sostegno.

L’opensource domina il mondo tecnologico, e fornisce metodi e strumenti su cui vengono costruite le piu’ sofisticate piattaforme chiuse. Le argomentazioni culturali proprie del freesoftware si stanno facendo strada in modo autonomo ed indipendente rispetto al freesoftware stesso. Nel mezzo, la comunita’ FLOSS si strugge quotidianamente della sua irrilevanza, in un sistema che essa stessa ha maldestramente contribuito a costruire, restando sempre un passo indietro rispetto a se’ stessa e facendosi scippare, pezzo dopo pezzo, la sua stessa essenza.

Il Senso della Misura

20 dicembre 2013

L’altro giorno sono incappato nell’ennesimo articolo di lamentazione sull’imbarazzante stato di penetrazione della tecnologia nella scuola italiana. Tema assolutamente condivisibile, benche’ qui sostenuto da una argomentazione opinabile: il numero di Lavagne Interattive Multimediali nel nostro Paese e’ solo una frazione di quelle presenti in Gran Bretagna, ergo dobbiamo comprarne di piu’.

Ora: io certo non sono un esperto di scuola, didattica, istruzione, pedagogia ne’ tantomeno delle tecnologie applicate a questi campi, ma l’autore del post (anzi: l’autrice) lo e’ forse anche meno di me. Perche’ basta scambiare due parole con un insegnante – cosa che a volte capita persino a me, che appunto non bazzico il settore – per scoprire che la maggior parte delle LIM presenti nelle classi nostrane stanno a prender polvere in qualche sgabuzzino o nella migliore delle ipotesi vengono adoperate come mero proiettore per visualizzare lo schermo del PC connesso. Ne ho sentite veramente di ogni colore: scuole che acquistano tre o quattro LIM solo per “prestigio” e per potersi vantare nei confronti degli altri istituti salvo poi neanche piazzarle nelle aule, apparati che non sono mai stati montati perche’ all’ultimo momento ci si e’ accorti che mancava una presa elettrica dove serviva (e che fai?, tiri una prolunga da 30 metri e ci fai inciampare i ragazzini?), e ovviamente il grande classico: nessuno ha idea di come usarle.

Nessuno – e tantomeno il Ministero dell’Istruzione, che pure tanto ha spinto per l’adozione delle lavagne elettriche – ha pensato ad alcun piano di formazione strutturato per i docenti, ne’ per dimostrare le potenzialita’ dei nuovi strumenti ma manco per fornire quelle minime nozioni informatiche indispensabili per connettervi un PC, proiettare lo schermo e interagirci in qualche modo. Evidentemente e’ stato dato tutto per scontato, a prescindere, senza valutare eta’ media degli insegnanti, disponibilita’ empiricamente misurabile di attrezzature informatiche, e conoscenze che, forse, dopotutto, tanto scontate non erano e non sono. Basta dare una occhiata al simpatico video di presentazione di PADDI, la “certificazione” per la tecnologia a scuola promossa dagli amici dell’Accademia Libera Adriano Olivetti di Ivrea, per farsi una idea di quali sono gli spunti, le tematiche ed i relativi sentimenti in oggetto.

Dati questi presupposti mi sento di dichiararmi contento per la mancanza di LIM nelle aule, perche’ vuol dire che almeno il danno in termini economici dovuto all’acquisto di apparati che poi non vengono usati o vengono usati solo per una microscopica frazione delle loro possibilita’ e’ stato sinora contenuto. Miope e superficiale sarebbe ostentare il contrario.

E dunque? Se il mero quantitativo numerico di lavagna multimediali non e’ indicatore sufficiente e soddisfacente per misurare l’effettivo progresso delle nostre scuole, quale potra’ mai essere? Forse il cambiamento cui auspicare non e’ di mezzi, ma di metodi: i fanciulli che insegnano ai professori come si formatta un ebook sono – almeno per me – un esempio di buona pratica. Benche’ probabilmente isolata e poco misurabile in metriche da sbandierare e soprattutto biasimare. Su cui non e’ possibile scrivere alcun articolo di lamentazione sul blog radical-innovation-chic di turno, e che dunque non puo’ che essere ignorato.

Zoppi e Zappe

17 novembre 2013

Oggi sono stato all’edizione 2013 di Didattica Aperta, annuale convegno sullo stato del software e dei contenuti liberi per la scuola. Appuntamento cui non potevo mancare per almeno tre motivi: non ero mai stato prima a Didattica Aperta, quest’anno si e’ svolta ad Ivrea (dunque ad un tiro di schioppo da Torino), ed essendo saltata la ConfSL questa e’ stata l’unica occasione del 2013 per rivedere un po’ di facce conosciute del panorama open italiano.

Dunque come al solito condivido qualche considerazione a caldo su quanto visto nel corso della giornata. E come al solito salto a pie’ pari i commenti sugli interventi che si sono tenuti, essendo di carattere perlopiu’ divulgativo e pertanto di scarso interesse per chi gia’ conosce l’argomento. Vado direttamente al sodo, al “dietro le quinte”, alle chiaccherate scambiate nei corridoi.

In estrema sintesi, lo stato in cui versa la community linuxara nel settore scuola e’ a meta’ tra il catastrofico e l’apocalittico. Sempre gli stessi progetti triti e ritriti, nessuno dei quali con prospettive di crescita lontanamente apprezzabili e nessuno dei quali collabori con un altro, persone che nella migliore delle ipotesi non si parlano (e nella peggiore si insultano).

Due i casi eclantanti e sintomatici, protagonisti della mia giornata di peregrinazioni e discussioni: WiiLD vs SoDiLinux, e Matematica C3 vs Wikisource.

SoDiLinux e’ stata (in un lontano passato) una distribuzione Linux pensata per la scuola, recante il bollino del CNR benche’ ai fatti mantenuta da una sola persona, che ha avuto un suo seguito ed un suo pubblico. Per anni e’ stata abbandonata, dimenticata, non amministrata, e giocoforza l’attenzione si e’ spostata sul progetto WiiLD e su WiiLDOS, altra distribuzione maggiormente aggiornata, sviluppata, ma soprattutto legata ad uno specifico contesto di estrema attualita’ (l’uso sulla lavagna interattiva multimediale, ivi compresa quella “low cost” implementata con un proiettore ed un WiiMote, da cui prende il nome) ed intorno cui si e’ saputa costruire una community di docenti appassionati che contribuiscono attivamente. Alche’ l’autore originale di SoDiLinux, invece di rallegrarsi della disponibilita’ di una soluzione freesoftware completa per la didattica che non dipendesse dal sudore della sua sola fronte, ha ben pensato pochi mesi fa di forkare WiiLDOS, ribrandizzarla e spacciarla come la nuova edizione della sua propria piattaforma. Pretendendo un suo proprio spazio (all’interno di Didattica Aperta, ma non solo), un suo proprio riconoscimento (fondato sull’altrui lavoro), e seminando scompiglio e confusione all’interno di una comunita’ faticosamente messa insieme da altri. Inutile dire che tra tale personaggio ed il core team WiiLDOS non corra buon sangue, ma evidentemente l’interesse personale dell’individuo va ben oltre l’interesse per la costruizione di un progetto utile e condiviso dunque ogni scampolo di ragionevolezza e’ stato accantonato. Dato anche il periodo difficile che il progetto WiiLD sta vivendo, dovuto alla carenza di risorse umane in grado di stare al passo con la crescita del suo stesso pubblico, constatare pure questa insensata ed immotivata frattura interna sicuramente non puo’ essere piacevole ne’ essere di buon auspicio per la solidita’ di quella che ai fatti e’ la piu’ grossa community di docenti freesoftwaristi in Italia e l’unico progetto ad oggi credibile sul campo.

Matematica C3 e’ un libro – o meglio, l’inizio di una collana di libri – scritti a piu’ mani da diversi docenti e rilasciato in Creative Commons, caso pressoche’ unico nel suo genere (benche’ esistano libri Creative Commons scritti da singoli docenti, o opere scritte da squadre di docenti ma blindate in licenze ultra-restrittive). Wikisource e’ la raccolta di libri a licenza libera mantenuta e promossa da Wikimedia, associazione ai piu’ nota per essere riferimento dell’ancor piu’ nota Wikipedia. L’idea scontata sarebbe quella di pubblicare Matematica C3, e magari condurne l’opera di editing e revisione, sulla piattaforma gia’ disponibile (e ampiamente visibile, da cui dunque sarebbe possibile trarre piu’ contributi). E invece no. Versione del relatore Wikisource: “Ci abbiamo provato, non ci hanno dato nessun feedback”. Versione del relatore Matematica C3: “Usiamo un altro formato per i testi, e il wiki non va bene per l’editing”. Ho passato almeno due ore ad approfondire la questione, e aldila’ di problematiche tecniche in gran parte aggirabili l’unico ostacolo sembra essere, come sempre, la gelosia nei confronti della propria opera. Attitudine che incredibilmente affligge anche gli autori di contenuti liberi, per definizione condivisili e modificabili e ridistribuibili da altri. E cosi’ l’unica cosa che si ottiene e’ una ottima e trafficata piattaforma vuota, ed un progetto editoriale – ufficiosamente defunto, dei 40 insegnanti che hanno partecipato alla prima stesura pare ne siano rimasti 5 – con una altissima barriera di ingresso nei confronti di chi vorrebbe entrare e dare una mano.

Questo e’ lo stato dell’arte. Stendo un velo pietoso sul registro elettronico open source coi repository GitHub vuoti e sulla ciurma di anziani docenti che insegnano l’elettronica con Arduino ma non vogliono sentir parlare di tutorial online altrimenti gli studenti copiano.

Di progetti potenzialmente interessanti basati su contenuti e applicativi liberi abbonda l’Internet. Soprattutto – per motivi che non ho mai capito – quelli orientati al mondo della scuola. Ma ciascuno e’ zoppo, incompleto, non finito, spesso non piu’ mantenuto, impresentabile davanti alla (gia’ di suo rigida e scettica) platea di possibili utilizzatori. A fare un giro su alcuni dei siti citati nel corso della giornata viene solo da incazzarsi, tra pagine inguardabili ed obsolete, link rotti, aggiornamenti preistorici, grandi proclami di trasparenza ed apertura ed impossibilita’ di trovare pacchetti scaricabili ed installabili. Ad ogni passo avanti ci si tira – o qualcun’altro tira, piu’ o meno deliberatamente – una ennesima zappata sui piedi, per essere ben certi che il prossimo passo avvenga con un ulteriore ritardo ed in modo ancora piu’ incerto. Tanti, tantissimi, troppi sono gia’ caduti a terra e non si sono piu’ rialzati.

Chiappe Chiare

12 settembre 2011

Come nel 2010, anche quest’anno ho partecipato alla CoNAsSL di Follonica. E come lo scorso anno inizio a scriverne il report a caldo sulla strada verso casa (piu’ precisamente dalla stazione di Parma, presso cui sono stato portato in auto e attendo il treno per Torino).

Quella del 2011 e’ stata una edizione decisamente piu’ sottotono rispetto al 2010, un po’ per problemi logistici e un po’ per la completa defezione sia delle grandi associazioni nazionali (ILS e AsSoLi) che dei LUG autoctoni toscani che non hanno inviato rappresentanza (no Pisa, no Siena…). Di contro c’e’ stata una invasione in massa dei bresciani del LugBS. Venerdi ci siamo trovati, sabato abbiamo svolto i lavori, domenica se ne sono andati via tutti in mattinata o nel primo pomeriggio.

Lo spazio dedicato alle presentazioni e’ stato breve ma comunque intenso.

Ha aperto la seduta Matteo Ruffoni, del team WiiLD, che ci ha aggiornato sulla distribuzione WiiLDOS e su alcuni pacchetti software di recente scoperta particolarmente consigliati per la didattica (in primis Scratch, che sulle mailing list nazionali ha subito un vero e proprio processo a causa della sua licenza “free ma non troppo”).

Ha fatto seguito una presentazione di Libera Informatica, associazione fiorentina dedicata alla promozione del software libero nella scuola, che ha scatenato un acceso dibattito sulle scarse competenze tecniche degli operatori scolastici, sulla loro spesso ancor piu’ scarsa buona volonta’, e sui compromessi che possono e devono essere accettati per portare il freesoftware nelle aule. Da che mondo e’ mondo la community si e’ sempre divisa tra “usare esclusivamente software libero ed accertarsi che chi lo usa abbia compreso tutta la filosofia che ci sta dietro” e “ogni tanto la soluzione proprietaria deve essere tollerata, sia perche’ non esiste una alternativa free as in speech and in beer sia perche’ e’ difficile sconfiggere l’abitudine, facciamocene una ragione”; da che mondo e’ mondo, chi ottiene qualche risultato tangibile appartiene alla seconda categoria.

E’ stato poi il turno dei rappresentanti KDE Italia, intervenuti non tanto per presentare il loro gruppo quanto per capire come inquadrarsi in uno scenario di associazioni, enti ed attivita’ nazionali di supporto al freesoftware, i sono stati pero’ accolti con freddezza dalla platea. In virtu’ di quanto detto prima sulla scuola (gli utenti non hanno competenze per discernere il concetto per di “codice aperto”, figurarsi per stare a fare distinzione tra un desktop environment e l’altro) e perche’ oramai tutti all’utenza di bassa lega propinano Ubuntu (cioe’ Gnome, o per meglio dire Unity). Dunque i due giovanotti sono stati vittime di una rapida degenerazione dell’intervento, in cui si e’ parlato di Ubuntu e poco altro lasciando decadere gran parte delle considerazioni su KDE, KDE Italia, Qt et similia, ma e’ stato comunque apprezzato il tentativo.

Ultimo round a cura di Andrea Gelmini, cui ho fatto da valletto durante l’inevitabilmente esilarante presentazione del lavoro svolto sulla LugMap nel corso dell’ultimo anno (e gia’ sufficientemente dettagliato su codesto blog). Parola d’ordine: PLP. Prima Le Patch, Poi Le Pippe.

Dopo cena avremmo ancora dovuto ascoltare lo speech del coordinatore del progetto Matematica C3, che ha recentemente rilasciato il suo secondo volume di Algebra in Creative Commons per le scuole superiori, e Fabrizio Felici del GroLug avrebbe dovuto farci un rapido riassunto sullo stato del Dossier Scuola, ma una lite coi gestori del ristorante interno al camping – che pretendevano di applicare prezzi arbitrari sul pasto – ci ha convinti ad abbandonare le posizioni e disperderci.

Da quanto sin qui delineato, una constatazione e’ inevitabile: il software libero a scuola continua ad essere il chiodo fisso di gran parte della community operativa italiana. Sul fatto che questo sia un bene o un male mi sono gia’ espresso, mi limito qui a riportare il dato statistico sul fatto che dei sei interventi teorici quattro erano orientati a tale argomento.

Due parole vanno anche al “backstage”, ovvero alle chiaccherate fuori programma, spontanee, schiette, intrattenute piu’ o meno privatamente tra i partecipanti di questo genere di manifestazioni.

Dovute le critiche ai “nomi noti” assenti, per cui alcuni degli esponenti invitati hanno mosso giustificazioni apparentemente valide e altri vaghe scuse. Probabilmente si e’ trattata di una coincidenza massiva, ma a mio modo di vedere si tratta dell’evidenza del fatto che le rappresentanze nella community italiana devono essere riviste e riassegnate: se di cinque o sei personaggi chiave non si presenta nessuno presso quella che dovrebbe essere la convention nazionale a loro interamente destinata, palesemente qualcosa non va.

Dopo l’intervento sulla LugMap, rispondendo ad alcuni quesiti sparsi, ho iniziato a spacciare in giro il proposito di raccogliere, evidenziare e valorizzare le attivita’ che i LUG indipendentemente svolgono in tutta Italia ed in tutti i periodi dell’anno, e parallelamente e’ anche emerso uno spunto per cercare di mettere in contatto persone residenti in una stessa zona geografica e che vorrebbero fondare a loro volta un nuovo gruppo; chissa’ che non approdi prossimamente in LugMap.it.

Infine, qualcuno si domandava che fine abbiano fatte le migliaia di copie cartacee del Dossier Scuola stampate da ILS meno di un anno fa ma solo centellinate presso i LUG che ne hanno fatto richiesta. Dove sono? Presso ILS? Presso il PDP (LUG di Luca Ferroni, coordinatore del Dossier)? In una cantina umida a marcire? Esiste davvero, ed esiste ancora, una organizzazione che li distribuisce?

In conclusione: bella esperienza anche quest’anno, magari meno intensiva della precedente ma comunque e’ sempre piacevole incontrare certi personaggi (o conoscerne di nuovi). Sta di fatto che anche questa volta al mare non ci sono andato, e le mie estremita’ sono rimaste pallide come quando son partito.

Il Compromesso Didattico

20 marzo 2011

Qualche tempo addietro ho gia’ espresso la mia posizione nei confronti dell’ossessione dimostrata da numerosi onorevoli membri della community linuxara nei confronti dell’introduzione del software libero nella scuola, concludendo che altri obiettivi erano a disposizione e che valesse la pena diversificare le proprie attivita’ anziche’ fossilizzarsi in un unico settore di penetrazione, peraltro difficilmente conquistabile. In questa occasione rinnovo tali mie affermazioni, proprio in virtu’ del fatto che ho recentemente contribuito a migrare una scuola a Linux.

Tutto inizio’ quando un socio dell’associazione “Officina Informatica Libera“, di cui sono membro, intercetto’ un articoletto su un giornale locale dell’hinterland torinese. In breve, tale brano era un appello lanciato da un assessore di un comune poco distante appunto dalla capitale sabauda, una richiesta di soccorso affinche’ qualcuno provvedesse a fornire nuovi PC alla scuola elementare del paese, ridotta in condizioni drammatiche dal punto di vista sia economico che tecnologico. Inevitabilmente, poiche’ l’attivita’ principale della summenzionata associazione e’ il recupero ed il riciclo di hardware dismesso da aziende ed enti pubblici eppure ancora perfettamente usabile, abbiamo palesato la nostra inclinazione a dare una mano.

Il primo incontro conoscitivo con l’assessore e due tecnici (uno proprio del comune, l’altro un maestro con vocazione da sistemista) e’ andato in modo pessimo. Una volta presa coscienza della dotazione informatica a disposizione della scuola in oggetto (gran parte delle macchine esistenti sono Pentium a 133MHz. Roba che quasi non va bene manco per fare il proverbiale router casalingo, figurarsi tenere una lezione…) abbiamo preso la parola ed abbiamo illustrato non solo la nostra disponibilita’ di macchine assai piu’ moderne (Pentium 4, come quelli che vengono buttati a camionate da enti quali il Politecnico di Torino: vecchi secondo le logiche di mercato, ma che ancora fanno la loro porca figura) ma anche la possibilita’ di salvare il salvabile sfruttando le magie di LTSP, tecnologia che permette di far girare un qualsiasi computer dotato di scheda di rete quasi come se fosse un computer comprato ieri. Ovviamente, tutto in ambiente Linux. Apriti cielo: “I maestri sono abituati con Windows, e non hanno tempo [il “e voglia” era sottinteso ma intelligibile, NdB] di imparare qualcosa di nuovo”, “Tutto il mondo usa Windows, perche’ noi dovremmo usare qualcosa di diverso?!”, “Poi non ci funzionano le stampanti”… Pur di farci desistere sono arrivati al punto di asserire che i Pentium 4 offerti (gratuitamente, per onor di cronaca) erano macchine obsolete e che non le volevano: comportamento alquanto sospetto, da parte di chi dispone solo di PC risalenti al tempo della fondazione di Forza Italia

Il pezzo forte e’ arrivato verso la fine della chiaccherata, quando uno di loro ha confessato che un privato aveva offerto altri computer di recupero (esattamente come quelli che avevamo noi…) e la loro massima aspirazione era che essi avessero appiccicato sopra il bollino della licenza Windows affinche’ almeno le apparenze fossero salve. “Tanto mica controllano se l’etichetta corrisponde con quello che e’ installato!”. In poche parole – e lo specifico per bene nel caso non fosse gia’ abbastanza evidente – l’intenzione dichiarata e neppur pudicamente mascherata era quella di piazzare software pirata su ogni sistema.

Quel giorno il mio socio ed io ce ne siamo tornati a casa maledicendo il comune, la scuola, i genitori, gli insegnati e tutto il Ministero dell’Istruzione, e personalmente sono stato a rimuginare sulla cosa per tutto il resto della giornata. Tanto che, scesa la sera e sopiti i bollenti spiriti, ho compiuto una mossa azzardata: ho fatto qualche breve ricerca su Google, ho composto un aggregato di screenshots, ed ho spedito la seguente mail all’assessore:

Salve.

Sono il “giovane” della associazione Officina Informatica Libera che stamane (venerdi) e’ passato a fare quattro chiacchere con lei ed i suoi colleghi in merito al laboratorio informatico per la scuola di $NomeDelComune.

Mi permetta l’insistenza, ma non riesco a trattenermi dal muovere qualche commento pratico e, come constatera’, totalmente oggettivo sulle critiche che sono state mosse alla migrazione del laboratorio da Windows/Office a Linux/OpenOffice.

I computer di cui oggi dispone la scuola, su cui viene condotta l’attivita’ didattica e cui, per dichiarazione sua e dei suoi colleghi, i docenti sono ampiamente abituati e legati, sono obsoleti, molto molto lontani dalle dotazioni hardware e software moderne. Qualunque genere di ammodernamento comporta un cambiamento, il punto non sta se attuare tale cambiamento o meno quanto nella radicalita’ dello stesso.

In allegato a questa mail trova una immagine che ho composto accostando schermate prese da Microsoft Office 2000 (una versione verosimilmente vicina a quella oggi usata nella scuola), l’attuale versione di OpenOffice (nel mezzo), e Microsoft Office 2010 (in fondo). Puo’ constatare con i suoi occhi quanto il nuovo Office sia lontano dalle sue versioni piu’ antiquate, e quanto invece l’alternativa OpenOffice differisca solo marginalmente in termini di disposizione grafica.

Spero che osservera’ questo collage con il dovuto discernimento, senza partire dal presupposto (evidentemente falso, come dimostrano le foto) che “Office e’ sempre Office” e se si e’ abituati a quello non ce ne si puo’ allontanare.

Analoghi ragionamenti possono essere attuati all’intera piattaforma Windows, che ha a sua volta subito pesanti rivoluzioni dalla versione 95 all’odierna Seven. Sia grafiche che concettuali. E che non puo’ dunque essere considerato uno scoglio inamovibile cui aggrapparsi facendo appello all'”abitudine” dei maestri.

Tralascio qui ulteriori divagazioni, preferendo non approfondire qui temi delicati come la cultura della legalita’ o l’indottrinamento al consumismo. Voglio solo augurarmi che i sussurri di oggi sull’eventualita’ di installare copie di software contraffatte sui PC destinati ad essere usati come strumento didattico e disciplinare dai bambini di $NomeDelComune fossero battute ironiche.

Con l’augurio che il futuro delle nostre prossime generazioni non sia condizionato negativamente da capricci infondati ed immotivati, le porgo i miei piu’ cordiali saluti.

Nel giro di due giorni ho ricevuto una risposta da parte di uno dei tecnici, il maestro/sistemista per l’esattezza, che ci ha invitati a fare un test nel laboratorio informatico della scuola di un comune adiacente a quello di partenza e all’interno dello stesso comprensorio didattico. Siamo andati, in un paio di pomeriggi abbiamo finito di sistemare la rete LTSP usando i computer gia’ presenti (per lo piu’ Pentium 2 e 3, ed un PC acquistato due anni fa’ adottato come server. Una scuola privilegiata, senza ombra di dubbio), abbiamo spiegato quel poco che c’era da spiegare e ce ne siamo tornati a casa.

Adesso siamo in attesa di un feedback, di un esito nei confronti del primo impatto che i maestri avranno sul loro nuovo (o meglio, rinnovato) laboratorio. L’attesa e’ grande, in quanto non e’ affatto scontato che la disponibilita’ di computer estremamente piu’ reattivi e performanti vinca la ritrosia dell’abbandono della piattaforma operativa che hanno usato per anni se non per decenni, ma questa e’ un’altra storia ed eventualmente la raccontero’ quando io stesso ne sapro’ qualcosa in piu’.

Per ora mi limito ad esporre qualche conclusione in funzione di codesta esperienza, tratta indipendentemente da quel che sara’ il suo esito finale.

Innanzitutto, concentrare tutte le forze della community nella promozione del software libero nelle scuole (ad esempio, dirottando l’intero Linux Day su questo tema) e’ assolutamente inutile. Sono le scuole potenzialmente interessate, o potenzialmente coinvolgibili, che si fanno vive e avanzano richieste; tutte le altre evidentemente non hanno ragione di rivedere la loro dotazione tecnologica, dunque tanto vale andarle a bustigare. L’importante e’ ascoltare le domande giuste, non muovere le proposte sbagliate.

In secundis: i tagli alla scuola, motivo di grandi dibattiti e grandi manifestazioni, sono certamente criticabili ed opinabili, ma in un’ottica di strategia linuxofila sono quanto di meglio potesse capitare. Espressione cinica, ma ponderata. Essi impongono l’obsolescenza dell’hardware usato negli istituti scolastici, impongono il centellinamento delle risorse economiche ed umane destinate alla manutenzione degli impianti informatici, ma soprattutto impongono una presa di coscienza ed una responsabilizzazione da parte di chi deve non solo far quadrare i bilanci ma anche difendersi dalle accuse di sperpero e mala-educazione mosse per mezzo dei media da parte di un Governo a caccia di capri espiatori. In questo contesto la migrazione al software libero (gratuito, legale, ed implicitamente educativo) diventa una opzione molto piu’ papabile e considerabile, ma nuovamente spetta alla community intervenire materialmente laddove si manifesti una richiesta: urge farsi trovare preparati non solo a parole ma anche ai fatti e nel caso essere disposti ad operare direttamente, le aule non si migrano coi buoni propositi ma coi pomeriggi di bestemmie trascorsi sulla tastiera.

In ultimo, l’annoso ed apparentemente irrisolvibile problema dei piagnistei dirompenti degli utenti quando li si “minaccia” di cambiare qualcosa all’interno del loro ambiente di lavoro. Molto semplicemente: non sono un problema. O meglio: non sono un problema che riguarda la community. Come detto sopra: chi deve preoccuparsi dei conti e della reputazione sono i dirigenti delle scuole, chi deve prendere decisioni non emotive ma razionali e fattibili sono i dirigenti delle scuole, e chi deve far ragionare i propri “subordinati” sono i dirigenti delle scuole. A ognuno il suo mestiere: i tecnici installano e configurano, i maestri educano (e si auto-educano, e si educano reciprocamente). O cosi’, o ci si tengono i catorci digitali. Vane sono le numerose azioni mirate a convincere del contrario chi vive di routine, dunque tanto vale farsene una malattia. Ci si puo’ incazzare per un paio di ore, si puo’ fare un tentativo estremo (come nel caso della mia mail sopra pubblicata), ma poi si deve passare oltre: le opportunita’ sono troppo numerose perche’ ognuna di esse consumi troppo tempo in lamenti di biasimo.

Per una porta che si chiude, si spalanca un portone. E se la porta e’ chiusa, si entra dalla finestra. Stupido sarebbe cercare di buttare giu’ il muro…