Archive for the 'Divulgazione' Category

Stay Angry

25 giugno 2017

Nel giro di 24 ore ho visto emergere la notizia relativa al disegno di legge promosso da Stefano Quintarelli in merito alla libertà di utilizzo dei dispositivi digitali e ho seguito le reazioni esacerbate sui social network. Ispirate da un articolo clickbait pubblicato sul sito del Corriere della Sera: “al bando l’iPhone in Italia”.

Non si capisce come la suddetta bozza legislativa sia stata sbandierata dai media come una mossa aggressiva ad esclusivo danno di Apple. Che certo non è l’unica azienda a commercializzare dispositivi elettronici – più o meno complessi e sofisticati – dotati di firmware. Stando alla mia sommaria (e certo poco tecnica) lettura, anzi, la prima implicazione della legge sarebbe in favore del diritto – sancito dalla Cassazione e mai realmente garantito né dalla legge né tantomeno dai fornitori di hardware – al rimborso della licenza Windows sui nuovi computer acquistati.

Meno ancora si capisce perché mai Apple dovrebbe abbandonare quello che è il terzo mercato al mondo per penetrazione degli smartphone semplicemente perché costretta a riconoscere e legittimare una pratica, quella del jailbreaking, diffusa fin da quando esiste il “melafonino”. Da ché l’iPhone è l’iPhone gli utenti intenzionati a modificare il software del proprio telefono l’hanno potuto tecnicamente fare, rinunciando però alla garanzia di Apple, cosiccome accade del resto per pressoché ogni altro dispositivo elettronico di qualsiasi altro fornitore, incluso ovviamente il rooting degli smartphone Android. La legge in discussione mira ad eliminare questi vincoli contrattuali, garantendo il sacrosanto diritto allo spippolamento senza necessariamente andare ad interessare coloro che si accontentano di usare il proprio device così come gli è stato venduto (e che adesso si lamentano, a sproposito, sui social). E se un qualche dirigente Apple – non è dato di sapere quale – fa la sparata, dichiarando che a fronte di questo intollerabile sopruso (…) non si potranno più vendere iPhone in Italia, ci sarebbe da chiedergli perché non abbiano già smesso di farlo quando, nel 2011, l’authority italiana per la concorrenza ha contestato il loro opinabile schema sulla durata della garanzia imponendogli una multa da 900 milioni e procurandogli grattacapi a cascata in tutta Europa. O perché non abbiano bloccato le importazioni nel Vecchio Continente davanti all’assurda pretesa (…) di pagare le tasse.

È inquietante constatare come un banale clickbait possa suscitare tali spropositate reazioni. E come più di un consumatore preferisca contestare l’introduzione di un nuovo diritto (di cui magari non vorrà godere mai, per propria scelta, ma che è pur sempre un diritto per tutti) pur di non dover affrontare la prospettiva (assurda, infondata ed inverosimile) di dover rinunciare ad uno specifico prodotto. Realizzato e distribuito da un soggetto già ben noto per non avere alcun rispetto per i propri consumatori e per la legge.

Altrove

11 giugno 2017

Negli scorsi giorni ho avuto modo di consultare alcuni dei principali forum italiani dedicati all’informatica, e soprattutto alla programmazione, ed ho tratto qualche conclusione.

La prima, tutt’altro che scontata, è che i forum online sono ancora popolati. Certo probabilmente anche questa categoria di media comunitari ha visto momenti migliori, ma ancora non è raro vedere il post di qualche giovine che chiede consiglio in merito ad un progetto da implementare per la scuola, o sull’università da frequentare, o su particolari tecnologie con cui deve ancora prendere dimestichezza. Ma proprio qui sta il problema. O meglio: non nelle richieste, quanto nelle risposte ricevute.

Tutte le community visionate prevedono una sezione dedicata al supporto su Linux, solitamente ben frequentata da utenti che sanno dare risposte puntuali ed un ragionevole livello di assistenza. Con buona pace dei forum monotematici, dedicati espressamente al tema Linux o peggio ad una singola distribuzione, attivi ma isolati rispetto al resto della Rete. Il fatto è che, almeno stando alla mia sommaria impressione, al di fuori di queste aree delimitate la presenza pro-freesoftware sia scarsa o nulla, e viene lasciato campo libero alle vecchie generazioni. Quelli che hanno colonizzato per prime questi spazi, quelli che difficilmente si trovano su un gruppo Facebook o su Reddit, quelli che sono convinti di saperla più lunga degli altri semplicemente perché ci sono da più tempo (senza rendersi conto che, proprio in virtù del tempo, le cose cambiano). Quelli che hanno passato la vita ad implementare gestionali contabili in Visual Basic, quelli percui WindowsXP è il miglior sistema operativo della storia, quelli cresciuti nella cultura secondo cui “Linux è un cancro”. Quelli che dimostrano una ostilità aperta, cieca, brutale, a volte violenta nei confronti dell’opensource, e cui basta leggere questa parola in un post per arroccarsi in un thread e – a prescindere da quel che era il topic della discussione – sciorinare fiumi di luoghi comuni e posizioni retrograde. Perché se pubblichi il codice poi te lo rubano (!), perché se adotti una licenza opensource poi hai problemi legali (?), perché nessuno campa con l’opensource (?!). Confuse linee di pensiero che poi restano lì, ad uso del prossimo giovanotto che capiterà su quel thread (deliberatamente, o casualmente cercando qualche termine su Google), e che contribuiranno a formare una idea nella sua testa.

Ben conoscendo l’esistenza e la radicalizzazione di queste posizioni ho voluto pubblicare una pagina su linux.it, che riassume alcuni dei preconcetti più diffusi e cerca di fornire una contro-argomentazione in linea con quella che è la realtà attuale, eppure sembra necessario presidiare attivamente quelle che sono le pubbliche piazze dell’internet, oggi per l’appunto infestate dalla dannosa tecno-geriatria che genuinamente crede (e pertanto vuol far credere agli altri) che la vendita di licenze sia l’unico modello esistente per chiunque voglia condurre una carriera professionale in ambito software.

Io personalmente mi sono almeno per ora parcheggiato sul forum de iprogrammatori.it, ed ogni tanto do uno sguardo ai nuovi topic per vedere se abbisognano di un intervento. Perché altrove, al di fuori della comfort-zone delle community più squisitamente Linux-friendly, c’è ancora un gran lavoro culturale da fare.

Volontariamente

9 agosto 2015

Incontrando, scrivendo e confrontandomi regolarmente con tanti membri della cosiddetta “community linuxara” italiana mi capita di raccogliere posizioni ed opinioni ricorrenti, spesso raggruppabili e riconducibili ad atteggiamenti simili. Tra queste posizioni ne esiste in particolare una che ancora non sono riuscito ad inquadrare: la prima volta l’ho considerata una singolare stravaganza del mio interlocutore, alla seconda mi sono stupito di ritrovarla, alla terza ho tentato invano di seguire il discorso, giunto alla decima iterazione mi urge soffermarmici un istante per carpirne l’essenza ed il senso. Sempre che un senso lo abbia.

Essa è sommariamente riassumibile in tale linea di pensiero:

Io promuovo il software libero in qualità di volontario, gratis, nessuno mi paga per farlo. Pertanto non assecondo alcuna via di mezzo che anteponga la convenienza utilitaristica alla totale ed assoluta libertà del software, mi dissocio da ogni tentativo di compromesso nei confronti della più rigida purezza della filosofia del software libero, contesto ogni rapporto con entità che non aderiscano completamente e consapevolmente alle ragioni ideologiche del freesoftware. E’ vero, per lavoro uso Windows/Mac/PiattaformaProprietaria, ma mi pagano dunque va bene.

Tale costrutto è spesso accompagnato da altre argomentazioni strettamente correlate al denaro, benché comuni anche ad altre categorie: non insegno niente a nessuno, per quello ci sono i corsi a pagamento; se un utente ha un problema si cerca la soluzione da solo o paga un tecnico; lo faccio gratis dunque è l’ultimo dei miei pensieri dopo la famiglia, il lavoro, i fatti miei, gli hobby e qualsiasi altra cosa… Ed è spesso individuabile presso le frange più estremiste e intolleranti, i “talebani”, che più frequentemente di quanto non si creda tirano in mezzo la questione del “lo faccio gratis” come argomentazione per motivare la propria rigidità (e giustificare la propria apparente incoerenza nell’ambito lavorativo).

Ma io, in tutto questo, stento a trovare un nesso, un legame logico.

Come si può pretendere che altri perseguano la più rigorosa disciplina stallmaniana, se poi per primi ci si vende all’uso (o peggio ancora alla diffusione) del software proprietario proprio per gli stessi motivi di “convenienza” che altrove si respingono ciecamente? Magari è più comodo e sicuro tenersi la propria occupazione che non tentar fortuna presso una delle innumerevoli aziende che in questa epoca di migrazione verso il “cloud” cercano sistemisti e programmatori web (ambito in cui Linux e l’opensource dominano), restando nella propria azienda Windows-centrica con una certificazione Microsoft appesa al muro e Visual Studio e Outlook aperti sul desktop di Windows 10, ma con che faccia si può poi andare a pretendere che i dipendenti del proprio comune, o i maestri nella scuola dei propri figli, o più banalmente il proprio vicino di casa, debbano di punto in bianco rinunciare a Skype, Steam ed alla propria stampante per la quale non esiste un driver libero in nome di astratti ideali che neppure capiscono (e ben lungi andarglieli a spiegare, “mica mi pagano per fare l’educatore”…)?

Nessuno paga nessun’altro neanche per mangiare, bere e dormire. Anzi, solitamente si paga per farlo (e appunto si lavora per avere i soldi per farlo). Ma queste sono attività dopotutto necessarie ed indispensabili alla sopravvivenza. Meno strettamente necessario ed indispensabile, ma altrettanto non retribuito, è metter su famiglia e allevare dei figli. Ancor meno necessario, ed ancor meno retribuito, è passare la serata guardando la televisione o giocando ad un videogioco o assemblando il modellino del galeone spagnolo. È assolutamente legittimo che tutte queste cose vengano prima della divulgazione del software libero nella propria scala di priorità, anzi per fortuna che c’è anche dell’altro nella vita!, ma il proprio grado di pretesa nei confronti del prossimo dovrebbe essere commisurato al proprio personale coinvolgimento: se ci si concede per sé – giustamente – qualche svago e qualche distrazione anziché devolvere tutto tutto il proprio tempo alla Causa Suprema, appunto perché si è volontari (tutti noi lo siamo) e nessuno ci paga per farlo, è difficile imporre una totale assenza di compromessi e facilitazioni ad altri.

E poi, quel che proprio mi sfugge: qual’é la correlazione tra il “farlo gratis” ed il “farlo in modo estremo”? È emblematico notare come secondo il dizionario la definizione di “promozione” sia “l’atto, il fatto di promuovere, cioè di dare inizio, di dar corso a qualche cosa, o anche di caldeggiarla”. Ovvero l’esatto opposto del negare qualsiasi transizione graduale, del voler arrivare direttamente al compimento assoluto dell’adozione del software libero senza alcuna sfumatura nel mezzo, sia essa concretizzata in una installazione di Ubuntu (che, si, contiene anche driver proprietari) o in una pagina divulgativa su Facebook (che, si, è una piattaforma chiusa) o nel cercare la collaborazione – soprattutto comunicativa e mediatica – con altre realtà associative o pubbliche (che, si, magari non sono a loro volta apertamente sostenitrici del freesoftware occupandosi di altro). Evidentemente sfugge la non così sottile differenza tra “promuovere” e “pontificare”…

Nessuno vieta, anzi si è altamente incoraggiati, di usare Linux a casa propria, per proprio conto, perché piace smanettare o perché lo si ritiene più comodo o interessante, come fa la maggioranza degli attuali utenti Linux (che sono ben più di coloro che frequentano i LUG cittadini o scrivono sulle mailing list): di sicuro quello è un approccio intellettualmente più onesto che non fare la stessa identica cosa e aver la pretesa di essere dei “volontari” che fanno “promozione”, arrogandosi peraltro (“perché io lo faccio gratis, e dunque ne ho diritto”) posizioni decisionali nei confronti di altri.

Giunti alla fine di codesto post, resto senza una risposta alla mia domanda iniziale. La prossima volta che incontrerò uno di quelli che “nessuno mi paga”, proverò a dargli 10 euro e vedere se rinsavisce.

Gratuito a Tutti i Costi

23 luglio 2015

Come tutti ben sappiamo, purtroppo, negli anni si è ampiamente diffuso il binomio “software libero = gratis”. Al punto che questo suo attributo (che il più delle volte è un effetto collaterale del modello di sviluppo opensource) è spesso considerato come quello principale e caratterizzante della categoria. Le scuole dovrebbero adottare il software libero per risparmiare, le pubbliche amministrazioni dovrebbero adottare il software libero per risparmiare, in azienda si dovrebbe adottare il software libero per risparmiare…

Da una parte, tale distorto punto di vista genera aberrazioni del tipo “Io sono favorevole all’opensource, infatti ho installato Winzoz crakkato così non ho dato i soldi a Micro$oft!”. Dall’altro, nel momento in cui pressoché tutti i grossi produttori di software proprietario regalano le proprie applicazioni onde potersi garantire una ampia base di utenti e guadagnare poi su altri fronti (l’hardware, la pubblicità, i contenuti e quant’altro), viene a mancare il motivo per cui scegliere il software libero: se è tutto gratis, tanto vale aderire alla soluzione più popolare, col nome più trendy, o meglio integrata con altri servizi.

Forse sarebbe opportuno provare a sopperire a questo luogo comune del software libero “gratuito a tutti i costi”, per dare maggiore risalto alle sue effettive proprietà, ed optare per una strategia di comunicazione anti-ciclica. Mentre tutti regalano (o almeno fingono di regalare, ma il risultato percepito è lo stesso…), si dovrebbe porre l’attenzione sul fatto che il software libero – in qualità di software, e dunque prodotto ingegneristico per la cui produzione sono necessarie risorse – abbisogna di supporto, certamente di carattere tecnico (patch, traduzioni e documentazione sono sempre molto gradite) ma anche e soprattutto di carattere economico.

Un approccio in tal senso è quello di natura imprenditoriale e commerciale. Scegliere soluzioni libere, e basate su software libero, azzera il rischio di lock-in, aumenta l’interoperabilità, e… riduce i costi, non prevedendo spese fisse di licenza; optando per l’adozione di una soluzione libera l’impresa di turno gode di tutti questi vantaggi ed i soldi che investe per acquisirli finiscono interamente nelle mani del suo fornitore anziché essere in buona parte dirottati ad una multinazionale straniera (che paga le tasse in Irlanda). Correttissimo ed incontestabile, ma, diciamolo, questo discorso è maggiormente incentrato sul giusto riconoscimento pecuniario del lavoro svolto che non sulle qualità proprie del software libero, ed anzi parte dallo stesso presupposto (errato) percui il software libero cresce sugli alberi; il messaggio di fondo è “il prodotto è gratuito, ma io che te lo installo, configuro, personalizzo e mantengo vado pagato”. Siamo tornati al punto daccapo.

Un altro approccio è quello “etico”, di responsabilizzazione nei confronti degli utenti. Chi implementa e rilascia software con una licenza libera non intende abusare della sua posizione obbligando a pagare ciclicamente delle licenze che non aggiungono nessun valore al prodotto, ma ha comunque le bollette da pagare ed i figli da mantenere: dai un tuo contributo, per mezzo di una donazione libera, in modo che essi possano continuare a svolgere la loro opera e tu a trarne beneficio. Questa modalità di coinvolgimento è sempre esistita, da che mondo è mondo numerosi progetti di sviluppo opensource espongono un tasto “Donate” sul proprio sito web, ma è emersa in modo preponderante negli ultimi anni con la diffusione del concetto di “crowdfunding” e la proliferazione di campagne di raccolte fondi mirate, a volte riuscite ed altre meno: MediaGoblin, Geary, Builder e Roundcube sono forse quelle che hanno destato maggiori attenzioni, ma certo non sono le uniche; tra le tante annovero anche la recente iniziativa di Italian Linux Society, che su donazioni.linux.it ha già condotto una raccolta di inaspettato successo ed altre analoghe ne lancerà nei prossimi mesi.

Tale pratica, oltre ovviamente ad essere utile nel raccimolare i soldi necessari a garantire l’esistenza del progetto per un certo periodo di tempo, ha il gradevole effetto di suggerire al pubblico – anche quello che ai fatti non partecipa con una donazione – l’implicita necessità di sostegno economico, il fatto che il software sarà pure gratuito ma se nessuno lo supporta finisce con lo sparire (a discapito di tutti), e che forse è meglio donare spontaneamente adesso 10 euro una tantum che pagare dopo 100 euro fissi all’anno.

Constatato il summenzionato, inatteso successo della prima esperienza di donazioni.linux.it, non escludo di inventarmi nei prossimi mesi qualcosa di ancor più strutturato che vada in questa direzione…

Parole (e) Crociate

11 luglio 2015

All’interno della nostra community di “attivisti da mailing list” ho constatato nell’ultimo anno l’emergere di un ennesimo trend para-linguistico. Non solo vano, come certi altri, ma potenzialmente dannoso ed auto-lesionistico. Esso mi è stato ricordato oggi, ricevendo dall’ennesimo fanciullo l’ennesima mail dal pensiero copiato-e-incollato da chissà quale altra mail o chissà quale blog, e ne traggo spunto per riportare qui qualche considerazione in merito.

Partiamo, come sempre, dal principio. Negli anni, attraverso ignoti percorsi cognitivi, si è molto diffuso sul web l’utilizzo del termine “non commerciale” per descrivere il software libero, e – in modo uguale e contrario – l’espressione “software commerciale” per indicare quello che non è libero. Certo perché la frequente disponibilità gratuita del software libero e opensource è, ahimé, spesso posta come principale caratteristica della categoria, e qualcuno ha ben pensato di associare (erroneamente) tale caratteristica al fatto di essere scevro da ogni genere di interesse economico e, appunto, commerciale.

Alché, i nostri Luminari (e FSF in primis, che sulla terminologia è sempre zelante) hanno iniziato ad opporsi a tale utilizzo improprio dell’aggettivo. Perché anche il software libero può certamente e legittimamente essere oggetto di commercio, di vendita e di profitto, e definirlo “non commerciale” è fuorviante e scorretto.

Fin qui va tutto abbastanza bene. Il problema arriva quando si inizia ad usare deliberatamente il termine “commerciale” riferendosi al software libero, magari per rimarcare ed ostentare orgogliosamente tale posizione, facendosi pregio di conoscere le direttive di FSF meglio degli altri.

Quel che non tutti sanno, o meglio che non tutti prendono in considerazione, è che nell’accezione contemporanea “commerciale” non è necessariamente sinonimo di “commerciabile”. Stando al vocabolario Treccani il termine è “riferito a prodotti dell’industria, di qualità ordinaria, non pregiata, andante. In senso più spregiativo, di opera dell’ingegno prodotta o realizzata soprattutto a fini di diffusione e di guadagno, priva perciò di pregi intrinseci e di qualità artistiche o di valore scientifico”. Analogamente il Sabatini-Coletti dice che un prodotto commerciale è “fatto per una vasta vendita, di scarsa qualità”. Per Hoepli è un aggettivo “di prodotto che mira unicamente al profitto economico”.

Personalmente, la prima volta che ebbi modo di recepire una contestazione sulla falsità del binomio software libero / non commerciale fui molto perplesso. La prima cosa che mi è venuta in mente è stata la mia giovinezza, i tempi dell’ITIS, quando era molto in voga un genere musicale per l’appunto chiamato “commerciale” (sotto-genere trasversale dell’elettronica): chiaramente ogni genere musicale è “commerciabile”, ma quello in particolare era così chiamato essendo costituito da brani di facile ascolto, ritmati, appositamente composti per una serena fruizione da parte dei fanciulli sbronzi di coca-e-rum in discoteca (i quali ne andavano entusiasti). Proprio in campo musicale l’aggettivo “commerciale” è da sempre inteso come dispregiativo, e l’aggettivo è usato come uno dei peggiori insulti che un musicofilo può dare ad un brano o ad un album.

Preso atto del significato che, nel linguaggio comune e popolare, assume il termine “commerciale”, evidentemente potrebbe non essere una così grande strategia quella di usarlo per descrivere il software libero. Anzi, azzardo una ipotesi controintuitiva: proprio in virtù del suo informale intento negativo non sarebbe male chiudere un occhio sulle potenziali implicazioni economiche e continuare ad utilizzarlo per indicare il software proprietario, lasciando che il sottinteso malinteso giochi in favore della controparte libera nell’immaginario collettivo.

Ma temo che, come sempre, la cieca ed ottusa pedanteria prevarrà anche per questa ennesima Crociata di Parole.

Venghino, Siori

9 maggio 2015

In qualità di Direttore-e-ora-Presidente di Italian Linux Society, o comunque di persona con accesso diretto alla (modesta) rete di comunicazione dell’associazione, ricevo spesso segnalazioni di eventi e conferenze a tema linuxaro distribuite in tutta Italia con la richiesta più o meno esplicita di promuoverle a livello nazionale. Ci sono tre cose che stonano in tale pratica: “spesso”, “conferenze” e “nazionale”.

All’atto pratico, volenti o nolenti, piaccia o non piaccia, l’unico evento nazionale che ha una minima visibilità presso il pubblico è il Linux Day. Al secondo posto mi verrebbe da mettere la ConfSL, conferenza annuale (salvo le dovute eccezioni) ben nota nei circoli strettamente linuxari che comunque ha una portata di pubblico inferiore di due ordini di grandezza. Un terzo posto, semplicemente non esiste. Qualsiasi altro evento nel settore, almeno a mia memoria e a mia conoscenza, non ha mai raggiunto quota 100 partecipanti: decisamente modesti per essere considerati appuntamenti di portata nazionale.

Dati questi presupposti freddamente numerici – ma che vanno a considerare quello che è il principale metro di giudizio per misurare il successo di una conferenza: i volumi di partecipazione -, vien da chiedersi: perché questa costante ostinazione nel volerne allestire ancora? Perché a ogni folata di vento qualcuno da qualche parte si alza con la velleità di fare la mega-convention per la quale invitare ogni singolo smanettone d’Italia, salvo poi trovarsi puntualmente in 15 in un’aula? Ingenuità? Alterigia? Sopravvalutate capacità? Sindrome del “Questa è la Volta Buona”?

Anche io ci sono passato. Anche io ho avuto la pretesa di organizzare da un giorno all’altro eventi pubblici aspettandomi quasi come per magia dozzine di persone interessate per poi trovarmi con più relatori che partecipanti nella sala. L’ho fatto una volta. L’ho fatto due. Alla terza ho guardato in faccia la realtà ed ho lasciato perdere. Non posso pertanto biasimare chi compie gli stessi miei errori, ma mi concedo la sfacciataggine di dare un consiglio a chi sta pianificando il prossimo raduno nazional-popolare con gli amici del bar sotto casa: la metà delle energie possono essere spese in altro modo per ottenere il doppio dei risultati.

L'”altro modo” consiste non in appuntamenti randomici inventati di sana pianta con prestigiosi speaker ed in grandi aule, estremamente difficili non solo da organizzare ma soprattutto da comunicare e far conoscere, ma in appuntamenti periodici, cadenzati, e molto più contenuti nella forma e nella sostanza. In poche parole: gli incontri di assistenza settimanale/bisettimanale/mensile. Che già diversi LUG svolgono, ma mai quanti sarebbe desiderabile.

Il fatto di essere costantemente presenti sul territorio, sempre nello stesso posto e sempre con lo stessa ciclicità, porta a ben tre benefici diretti:

  • la popolarità dell’iniziativa stessa cresce (o, alla peggio, si mantiene uguale) col tempo, perché chi partecipa una volta facilmente informa amici e conoscenti che a loro volta sapranno dove e come presentarsi la volta successiva
  • laddove non esiste un programma prestabilito ma una attività collettiva, più facilmente si faranno avanti nuovi volontari che potranno dare una mano. Per l’attività stessa, e magari in seguito anche per iniziative più strutturate
  • il fatto di ritrovarsi periodicamente con gli altri smanettoni coinvolti offre un sano e piacevole svago, ed una occasione per discutere e ragionare su altre azioni

Mi rendo conto di non star dicendo niente di inedito e stupefacente, anzi alcune cose le sto pure ripetendo, eppure, come sopra citato, ancora non mi capacito di quanti preferiscano adottare la strategia dell'”evento a tutti i costi” (storicamente fallimentare, come dimostrano i fatti) anziché prendere accordi con un amico barista, occupare un tavolo ogni giovedi sera ed installare Linux al curioso in transito di turno.

Davvero: il mondo linuxaro non ha bisogno di affollate conferenze. Ha bisogno di una birra alla settimana.

Pinguino e Peyote

20 aprile 2015

L’altro giorno mi è stato segnalato che nel suo ultimo album J-Ax – cantante noto ai vecchi come me come “quello degli Articolo 31” – menziona Linux in un brano, “Santoro e Peyote”. Naturalmente incuriosito, sono andato ad ascoltarlo. Qui il testo, anche se la versione originale rende molto meglio l’idea.

La frase “Poi da quando ho installato Linux sull’iPhone mia mamma non riesce più a chiamarmi” compare nella intro, insieme ad altre dichiarazioni metaforicamente enunciate da un non meglio identificato “ragazzo ignorante” che si atteggia all’impegno sociale pur preoccupandosi maggiormente del proprio look e della propria presenza sui social network. Provocando l’ilarità del pubblico, che si esprime con risate di sottofondo.

Al primo ascolto sembrerebbe trasparire l’associazione tra l’attitudine dell’opinabile personaggio e la sua velleità di voler utilizzare Linux (il quale, peraltro, non funziona. Con buona pace della mamma all’altro capo del telefono). Sono fricchettone, faccio l’alternativo, e dunque installo Linux. Un messaggio certo non di encomio nei confronti dell’intera comunità filo-linuxara, e ancor meno di incoraggiamento verso chi vorrebbe avvicinarsi a questo sistema.

Dopodiché, analizzando meglio frase e contesto (e dopo aver ricevuto la sobria interpretazione di una persona che non è direttamente coinvolta nella promozione del software libero, e non ha dunque il nervo scoperto su tale argomento), salta fuori che il rapper nostrano potrebbe saperla più lunga di quanto ci si potrebbe aspettare. Il protagonista della storia ostenta grande attenzione per le questioni sociali salvo poi avere un iPhone, dispositivo di gran moda e prodotto da una azienda abitualmente contestata per la scarsa tutela dei diritti dei propri clienti; su di esso installa Linux, piattaforma operativa più di nicchia che rappresenta l’esatto opposto in termini di diritti, modello di sviluppo e riferimenti. Il suo essere “ignorante” non si manifesta nella volontà fine a sé stessa di installare Linux, quanto nel volerlo installare proprio su un iPhone, e di non aver dunque minimamente compreso la differenza – se vogliamo, “filosofica” – tra i due oggetti. Sono fricchettone, faccio l’alternativo, installo Linux, ma intanto i soldi per lo smartphone li ho dati ad Apple. Un contenuto non solo ben diverso, ma da cui emerge soprattutto una discreta conoscenza del tema da parte dell’autore.

E a questo punto il linuxaro medio, abituato ad essere incompreso da amici e colleghi nella sua stravagante scelta softwareliberista, si chiederà “J-Ax ha consapevolezza del fatto che iPhone e Linux non sono solo ‘cose tecnologiche’, ma in qualche modo idealizzano valori e principi tra loro diametralmente divergenti?”. Stando alla lettura di cui sopra, forse si. Magari (e legittimamente) non dettagliata ed approfondita, ma si. Anzi arriva al punto di esporla al proprio pubblico, che di sicuro non è costituito solo da smanettoni cantinari che passano le giornate a ricompilarsi il kernel.

Indipendentemente da quanto l’artista sia conscio o meno del tema, ad ogni modo una cosa è certa: Linux è un fenomeno nazional-popolare. Tanto da essere citato nei testi delle canzoni, appunto, pop. E come ogni fenomeno popolare può essere conosciuto solo superficialmente, a malapena sentito nominare, persino travisato, ma comunque noto se non a tutti comunque a molti. E questa è la necessaria precondizione affinché il suo significato tecno/culturale – di condivisione, di collaborazione, di conoscenza, di equità e trasparenza – si propaghi di pari passo al mero nome “Linux”.

Perché c’é una gran differenza tra “essere per gli alternativi” ed “essere l’alternativa”.

Secondo Round

9 giugno 2014

Ad inizio maggio il Governo ha lanciato un appello per ricevere dai suoi dipendenti (ma anche dal resto dei cittadini, essendo diventata l’iniziativa cosa di dominio pubblico)  suggerimenti e consigli su come migliorare la Pubblica Amministrazione italiana. E l’altro giorno il Ministero per la Semplificazione ha pubblicato qualche dettaglio sul numero e sui contenuti delle mail ricevute, tra i quali mi sono sinceramente stupito di vedere nell’elenco degli argomenti piu’ spesso citati la voce “Software libero e gratuito nella PA”.

Dati alla mano, non si puo’ negare che questa storia del freesoftware sia (piu’) un tema specifico per smanettoni ed addetti ai lavori: se piu’ di 1000 persone, su 40000 partecipanti (inclusi i tanti che hanno scritto solo per il rinnovo del proprio contratto, richiesta forse legittima ma certo non in linea con lo scopo dell’iniziativa), hanno spontaneamente ed autonomamente avuto lo spirito di comporre una mail di senso compiuto su di esso e spedirla (azione nient’affatto scontata, nell’era del “vaffanculo” dilagante), e’ forse perche’ piu’ persone di quanto non si creda hanno almeno vagamente presente che esiste e che vale la pena sbattersi due minuti per segnalarlo.

Almeno vagamente.

Cio’ che mi pone qualche perplessita’ e’ la dicitura “e gratuito” che accompagna “Software libero”. E l’atroce dubbio e’ che una parte delle suddette 1000 mail (forse addirittura la maggioranza?) siano state motivate non gia’ dalle numerose opportunita’ tecniche offerte dalle licenze libere e dal modello di sviluppo opensource ma piu’ banalmente dal puro e semplice risparmio economico che si trarrebbe usando applicazioni gratuite (quali sono molto spesso le applicazioni libere, ma non solo). Se cosi’ fosse, tutti i proclami sulla competizione, sul lock-in, sulle ricadute locali degli investimenti, sulla trasparenza, sui formati aperti, si risolverebbero presso la pubblica opinione con “LibreOffice e’ aggratis, scaricatevelo”.

Cosa alquanto grave, per due motivi. Primo: Microsoft e compagnia gia’ offrono abitualmente pacchetti scontati per le pubbliche amministrazioni, addirittura gratuiti per le scuole, al fine di mantenere la posizione in settori strategici come l’istruzione (si sa, la prima dose e’ gratis…) e l’amministrazione (che deve relazionarsi con migliaia di altri enti, sia pubblici che soprattutto privati, scambiandosi documenti e dati puntualmente fruibili solo con altri prodotti dello stesso produttore). Penso che in situazione di emergenza, qualora arrivassero pressioni politiche sollecitate dall’opinione di massa, i grandi vendor di soluzioni proprietarie non si farebbero grandi scrupoli a regalare mazzi di licenze in questo ambito, appunto per tutelare i propri interessi di larga scala, nullificando di fatto il vantaggio economico del software libero e facendoci tornare al punto daccapo. Secondo: anche il software libero ha bisogno di soldi, per garantire un livello elevato di qualita’ e di rapidita’ di sviluppo (anche i developers mangiano, a volte), o anche solo per pagare i servizi di installazione, manutenzione, formazione. Non essendoci i costi fissi di licenza, che spesso si reiterano annualmente e non portano alcun valore reale, la spesa totale e’ probabilmente inferiore rispetto all’alternativa proprietaria, ma comunque da qui a “gratis” ce ne corre. E se si instaura l’idea che il software libero e’ sempre e solo gratis, certo nel momento in cui una amministrazione dovesse allocare dei quattrini per le suddette necessarie spese ci sarebbe chi si staccerebbe le vesti per il presunto immotivato magna-magna ed ostacolerebbe l’altresi’ virtuoso investimento: un rischio politico non accettabile.

Appurato che, finalmente, il termine “software libero” e’ diventato di uso popolare, ed altrettanto popolare ne e’ il consenso, piu’ di quanto precedentemente immaginato, e’ forse giunta l’ora di porre un accento piu’ marcato sui suoi effettivi vantaggi e benefici. Non solo quelli relativi al prezzo. Del resto anche il pubblico odierno, oramai avvezzo alla tecnologia digitale ed un poco piu’ abituato che non in passato a concetti prettamente tecnici come “codice sorgente”, e’ forse adesso sufficientemente maturo per cogliere la sfumatura tra “libero” e “gratuito”. E molte altre cose.

Ho speso il weekend per accrocchiare e mettere in bella vista una pagina su linux.it (il sito web di maggior visibilita’ su cui posso metter le mani) che spieghi in modo semplice, per mezzo di schemini, cosa distingue il software libero da cio’ che libero non e’. E dopo aver pubblicato un chiarimento sul sito ILS l’ho pure twittato all’attuale ministra Madia per buona misura. Dall’altra parte, il tema “Community” del prossimo Linux Day si presta ad essere sfruttato per affrontare l’altro grosso fraintendimento che avvolge il software libero – e per estensione il mondo della cultura libera -: la community non esiste se tutti applaudono e pochi partecipano attivamente.

Sembra strano, ma nonostante tutto qualcosina si muove. Abbiam fatto Linux, ora facciamo i linuxari.

Firme Anonime

20 marzo 2014

Nell’ultimo periodo ho viste transitare ben due velleitarie petizioni, di quelle che talvolta si vedono nel mondo linuxaro: quella per togliere Silverlight dal sito RAI e quella per Linux nelle scuole italiane.

La prima aveva come obiettivo 20000 firme, si e’ fermata a meno di 3000 pur avendola vista rimbalzare pressoche’ ovunque nei circoli filo-linuxofili (social networks e mailing list). Il promotore, un fanciullo che nella foto dell’avatar ostenta uno strabuzzante Panariello (chissa’ se anche lui ha aderito o si e’ fatto portavoce dell’iniziativa presso l’ente, al mio tweet non ha risposto…), lascia intendere di aver contattato appunto la televisione di Stato e questi – non viene specificato chi – hanno risposto che “non si muoveranno finchè non avranno la lista delle firme via fax o raccomandata”. Da anni si parla della questione, le raccolte firme online ci sono gia’ state cosiccome le mail dirette e le segnalazioni alle associazioni di consumatori, l’accanimento nei confronti dello “scandalo” digitale e’ perpetuo e perpetuamente vano.

La seconda pseudo-iniziativa e’ ancor piu’ stravagante: il testo presentato, malamente formattato e sconnesso nella presentazione, enumera i “vantaggi” (almeno quelli di carattere economico) di una migrazione massiva delle scuole a Linux, ma fallisce nell’identificare un destinatario dell’appello, delle modalita’ operative, dei traguardi, insomma e’ un messaggio fine a se’ stesso. Che ha pero’ gia’ convinto piu’ di 3500 persone a compilare il form annesso con nome e cognome delle 5000 poste come obiettivo. Non e’ dato sapere cosa succedera’ nell’improbabile caso in cui tale obiettivo sara’ raggiunto.

Iniziative analoghe abbondano, periodicamente emergono e circolano, spesso provocando moti di indignazione, e mai portando ad un qualsivoglia risultato. Ma del resto neanche fanno alcun male, aiutano ad estendere la sensibilizzazione su certi temi, e magari “questa e’ la volta buona”. Giusto? No.

Il presupposto di massima e’ che le petizioni online che si trovano adesso sono a prescindere inutili, anche laddove dovessero raggiungere quota 10000 firme, per il semplice fatto che mai nessun ente prendera’ sul serio un elenco di nomi ed indirizzi mail cosi’ facilmente falsificabile. Stando a quanto ne so io qualsiasi raccolta firme a fine istituzionale (per accettare una candidatura ad una elezione, per approvare un referendum, per chiedere una qualsiasi cosa ad una amministrazione) si fa su carta, con delle firme vere vergate con una penna, accompagnate da numeri di documenti di identita’ validi e verificabili. Chiaramente anche cosi’ si puo’ barare, come ben sappiamo qui in Piemonte, ma almeno ci sono alcuni strumenti per controllare e validare; per quanto riguarda la controparte digitale, in cui le sottoscrizioni sono confermate da una semplice mail (che peraltro serve al fornitore della piattaforma per raccogliere indirizzi validi da rivendere in blocco allo spammer miglior offerente), chiunque puo’ registrarsi quante volte vuole con nominativi diversi – io personalmente ne ho almeno una dozzina – e nessuno sara’ mai in grado di garantire la loro univocita’.

Ma oltre che inutili le petizioni sono soprattutto dannose. Per due motivi.

Il primo e’ che nella stragrande maggioranza dei casi la realta’ rivelata e’ esattamente opposta all’intento che muove ogni promotore ad avviare la sua propria campagna, e quel che nasce come atto di forza mediatico atto a raccogliere l’interesse di molte persone su un particolare tema per aggregare la voce di tutti in un unico coro finisce con lo svelare la debolezza intrinseca di un movimento privo di canali di comunicazione interna efficienti, incapace di suscitare attenzione anche tra i propri stessi componenti, numericamente modesto se non addirittura irrilevante, incoerente nella sua attivita’ (come si puo’ chiedere ad altri l’adozione di software libero, quando per la petizione stessa si usano piattaforme closed?), presso cui un testo sommariamente steso da un ragazzino che difficilmente prendera’ mai un 8 in italiano viene orgogliosamente eretto a manifesto. Quando un non-linuxaro clicca su uno di questi link fatti circolare su Facebook, e guarda la pagina con la sobrieta’ di chi non si sente direttamente coinvolto nell’azione promossa, dinnanzi all’esiguo numero di sottoscrizioni raccolte (si, 3500 e’ un numero oggettivamente esiguo) davvero non puo’ far altro che rafforzare la sua propria idea che Linux lo usano in quattro gatti e non se lo fila nessuno.

Il secondo e’ la falsa percezione che per molti accompagna l’atto di sottoscrivere un appello. Gran parte degli utenti Linux sa che Linux e’ una community fatta da volontari e appassionati, ognuno dei quali porta un suo contributo; la summa dei contributi e’ un sistema operativo completo, supportato, ricco di funzioni e pure gratuito. Molti si sentono parte di questa community pur non avendo mai attivamente partecipato in alcun modo, e trovano appunto nella sottoscrizione alla raccolta firme di turno il proprio alibi: ho messo il mio nome, ho supportato la causa, ho fatto la mia parte, ho la coscienza pulita. E invece no. Scrivere una patch e’ un contributo. Fare una donazione e’ un contributo. Tradurre della documentazione e’ un contributo. Persino dedicare un po’ di tempo nell’assistere qualcuno che ha appena iniziato e’ un contributo. Firmare una petizione senza utilita’, senza scopo e senza valore non e’ un contributo. Non arricchisce in alcun modo il patrimonio comune, e non favorisce in alcun modo la diffusione ne’ del software libero ne’ dei principi di collaborazione propri del software libero. Se ciascuna delle persone che hanno letto ed approvato la lamentazione nei confronti di Silverlight avesse invece impiegato lo stesso tempo per tradurre una riga di testo su Transifex, il mondo sarebbe certamente un posto migliore.

Chissa’, forse potrei avviare una petizione contro le petizioni sulle mailing list linuxare…

Quattrocento al Giorno

14 marzo 2014

Un anno fa mettevo online il nuovo linux.it, e come ho pubblicato qualche analisi sul punto di partenza trascrivo ora qualche dato e qualche considerazione sul punto cui si e’ arrivati sinora.

Innanzitutto, le visite sono raddoppiate: dalle mediamente 200 al giorno del marzo 2013 siamo alle mediamente 400 al giorno di oggi. Quelle provenienti da macchine Linux sono rimaste pressoche’ invariate, mentre sono nettamente cresciute quelle da macchine Windows (ovvero quelle che contano davvero: francamente di spiegare cosa sia Linux a chi Linux lo usa mi interessa poco). Una curiosita’: la maggior parte degli utenti e’ su Windows 7, laddove ci si sarebbe forse aspettati un piu’ grande interesse – dettato dalla disperazione – da parte dei disgraziati che si trovano sull’inutilizzabile Windows Vista, sull’abominevole Windows 8 o sull’obsoleto Windows XP.

Finalmente linux.it e’ il primo risultato che Google fornisce per la keyword “linux”, prima della relativa pagina Wikipedia (che caoticamente aggrega informazioni sul kernel propriamente detto, sulle distribuzioni, su Stallman, su GNU/Linux, ed insomma rischia di essere un tantino confusionaria per chi non conosce affatto l’argomento) e prima di Ubuntu-IT (che giustamente e’ focalizzato su Ubuntu, ma dice poco in merito a quanto ci sta attorno). La “promozione” e’ avvenuta in periodo Linux Day, ovvero probabilmente quando il nuovo sito e’ stato effettivamente per la prima volta notato dai piu’ ed hanno iniziato ad aumentare i riferimenti sparsi online.

Gli iscritti alla newsletter sono aumentati meno di quanto auspicato: recentemente e’ stata toccata quota 2000, ma considerando che di questi 1500 erano stati ereditati da una precedente e fortunata operazione di raccolta si nota che in termini relativi la crescita e’ stata modesta. Sta di fatto che questo e’ il principale canale di comunicazione di Italian Linux Society, essendo numericamente piu’ vasto di tutti gli accounts Twitter messi insieme o della pagina Facebook dedicata all’evento nazionale di fine ottobre. A oggi, quando nel calendario eventi di linux.it viene aggiunta una nuova attivita’ a Roma sono notificate circa 200 persone.

Le pagine piu’ visitate dell’ultimo mese sono la homepage (ovviamente), quella che spiega a grandi linee cosa sia Linux, e quella delle “Domande Frequenti“. Che e’ anche quella su cui il pubblico passa mediamente la maggior parte del tempo. Sintomo del fatto che i piu’ leggono effettivamente cosa ci sia scritto, e dunque nuova evidenza del fatto che i piu’ sono completamente all’oscuro del tema e cerchino delle informazioni basilari ed essenziali. Purtroppo troppo spesso, durante le attivita’ promozionali e di comunicazione, si da per scontato che le persone sappiano cosa sia Linux (o anche solo che Linux esista…), ma questi dati raccontano una realta’ differente che non puo’ e non deve essere ignorata.

Le prossime evoluzioni? Mi piacerebbe introdurre, fin dalla homepage, tre sezioni tematiche che illustrino – sempre a grandi linee, la documentazione gia’ esistente online abbonda e non mi sembra il caso di duplicarla o ridondarla – l’uso di soluzioni libere a scuola, nell’impresa e nella PA, ovvero nei tre macro-settori piu’ comuni e discussi. Per offrire una informazione un pochino piu’ dettagliata e completa, carpire l’attenzione di determinate categorie di pubblico in transito, e per trasmettere l’idea che questo benedetto Linux non sia solo un giocattolo per smanettoni ma puo’ persino avere degli utilizzi pratici.

Prossimo aggiornamento: marzo 2015.