Archive for the 'Divulgazione' Category

Volontariamente

9 agosto 2015

Incontrando, scrivendo e confrontandomi regolarmente con tanti membri della cosiddetta “community linuxara” italiana mi capita di raccogliere posizioni ed opinioni ricorrenti, spesso raggruppabili e riconducibili ad atteggiamenti simili. Tra queste posizioni ne esiste in particolare una che ancora non sono riuscito ad inquadrare: la prima volta l’ho considerata una singolare stravaganza del mio interlocutore, alla seconda mi sono stupito di ritrovarla, alla terza ho tentato invano di seguire il discorso, giunto alla decima iterazione mi urge soffermarmici un istante per carpirne l’essenza ed il senso. Sempre che un senso lo abbia.

Essa è sommariamente riassumibile in tale linea di pensiero:

Io promuovo il software libero in qualità di volontario, gratis, nessuno mi paga per farlo. Pertanto non assecondo alcuna via di mezzo che anteponga la convenienza utilitaristica alla totale ed assoluta libertà del software, mi dissocio da ogni tentativo di compromesso nei confronti della più rigida purezza della filosofia del software libero, contesto ogni rapporto con entità che non aderiscano completamente e consapevolmente alle ragioni ideologiche del freesoftware. E’ vero, per lavoro uso Windows/Mac/PiattaformaProprietaria, ma mi pagano dunque va bene.

Tale costrutto è spesso accompagnato da altre argomentazioni strettamente correlate al denaro, benché comuni anche ad altre categorie: non insegno niente a nessuno, per quello ci sono i corsi a pagamento; se un utente ha un problema si cerca la soluzione da solo o paga un tecnico; lo faccio gratis dunque è l’ultimo dei miei pensieri dopo la famiglia, il lavoro, i fatti miei, gli hobby e qualsiasi altra cosa… Ed è spesso individuabile presso le frange più estremiste e intolleranti, i “talebani”, che più frequentemente di quanto non si creda tirano in mezzo la questione del “lo faccio gratis” come argomentazione per motivare la propria rigidità (e giustificare la propria apparente incoerenza nell’ambito lavorativo).

Ma io, in tutto questo, stento a trovare un nesso, un legame logico.

Come si può pretendere che altri perseguano la più rigorosa disciplina stallmaniana, se poi per primi ci si vende all’uso (o peggio ancora alla diffusione) del software proprietario proprio per gli stessi motivi di “convenienza” che altrove si respingono ciecamente? Magari è più comodo e sicuro tenersi la propria occupazione che non tentar fortuna presso una delle innumerevoli aziende che in questa epoca di migrazione verso il “cloud” cercano sistemisti e programmatori web (ambito in cui Linux e l’opensource dominano), restando nella propria azienda Windows-centrica con una certificazione Microsoft appesa al muro e Visual Studio e Outlook aperti sul desktop di Windows 10, ma con che faccia si può poi andare a pretendere che i dipendenti del proprio comune, o i maestri nella scuola dei propri figli, o più banalmente il proprio vicino di casa, debbano di punto in bianco rinunciare a Skype, Steam ed alla propria stampante per la quale non esiste un driver libero in nome di astratti ideali che neppure capiscono (e ben lungi andarglieli a spiegare, “mica mi pagano per fare l’educatore”…)?

Nessuno paga nessun’altro neanche per mangiare, bere e dormire. Anzi, solitamente si paga per farlo (e appunto si lavora per avere i soldi per farlo). Ma queste sono attività dopotutto necessarie ed indispensabili alla sopravvivenza. Meno strettamente necessario ed indispensabile, ma altrettanto non retribuito, è metter su famiglia e allevare dei figli. Ancor meno necessario, ed ancor meno retribuito, è passare la serata guardando la televisione o giocando ad un videogioco o assemblando il modellino del galeone spagnolo. È assolutamente legittimo che tutte queste cose vengano prima della divulgazione del software libero nella propria scala di priorità, anzi per fortuna che c’è anche dell’altro nella vita!, ma il proprio grado di pretesa nei confronti del prossimo dovrebbe essere commisurato al proprio personale coinvolgimento: se ci si concede per sé – giustamente – qualche svago e qualche distrazione anziché devolvere tutto tutto il proprio tempo alla Causa Suprema, appunto perché si è volontari (tutti noi lo siamo) e nessuno ci paga per farlo, è difficile imporre una totale assenza di compromessi e facilitazioni ad altri.

E poi, quel che proprio mi sfugge: qual’é la correlazione tra il “farlo gratis” ed il “farlo in modo estremo”? È emblematico notare come secondo il dizionario la definizione di “promozione” sia “l’atto, il fatto di promuovere, cioè di dare inizio, di dar corso a qualche cosa, o anche di caldeggiarla”. Ovvero l’esatto opposto del negare qualsiasi transizione graduale, del voler arrivare direttamente al compimento assoluto dell’adozione del software libero senza alcuna sfumatura nel mezzo, sia essa concretizzata in una installazione di Ubuntu (che, si, contiene anche driver proprietari) o in una pagina divulgativa su Facebook (che, si, è una piattaforma chiusa) o nel cercare la collaborazione – soprattutto comunicativa e mediatica – con altre realtà associative o pubbliche (che, si, magari non sono a loro volta apertamente sostenitrici del freesoftware occupandosi di altro). Evidentemente sfugge la non così sottile differenza tra “promuovere” e “pontificare”…

Nessuno vieta, anzi si è altamente incoraggiati, di usare Linux a casa propria, per proprio conto, perché piace smanettare o perché lo si ritiene più comodo o interessante, come fa la maggioranza degli attuali utenti Linux (che sono ben più di coloro che frequentano i LUG cittadini o scrivono sulle mailing list): di sicuro quello è un approccio intellettualmente più onesto che non fare la stessa identica cosa e aver la pretesa di essere dei “volontari” che fanno “promozione”, arrogandosi peraltro (“perché io lo faccio gratis, e dunque ne ho diritto”) posizioni decisionali nei confronti di altri.

Giunti alla fine di codesto post, resto senza una risposta alla mia domanda iniziale. La prossima volta che incontrerò uno di quelli che “nessuno mi paga”, proverò a dargli 10 euro e vedere se rinsavisce.

Gratuito a Tutti i Costi

23 luglio 2015

Come tutti ben sappiamo, purtroppo, negli anni si è ampiamente diffuso il binomio “software libero = gratis”. Al punto che questo suo attributo (che il più delle volte è un effetto collaterale del modello di sviluppo opensource) è spesso considerato come quello principale e caratterizzante della categoria. Le scuole dovrebbero adottare il software libero per risparmiare, le pubbliche amministrazioni dovrebbero adottare il software libero per risparmiare, in azienda si dovrebbe adottare il software libero per risparmiare…

Da una parte, tale distorto punto di vista genera aberrazioni del tipo “Io sono favorevole all’opensource, infatti ho installato Winzoz crakkato così non ho dato i soldi a Micro$oft!”. Dall’altro, nel momento in cui pressoché tutti i grossi produttori di software proprietario regalano le proprie applicazioni onde potersi garantire una ampia base di utenti e guadagnare poi su altri fronti (l’hardware, la pubblicità, i contenuti e quant’altro), viene a mancare il motivo per cui scegliere il software libero: se è tutto gratis, tanto vale aderire alla soluzione più popolare, col nome più trendy, o meglio integrata con altri servizi.

Forse sarebbe opportuno provare a sopperire a questo luogo comune del software libero “gratuito a tutti i costi”, per dare maggiore risalto alle sue effettive proprietà, ed optare per una strategia di comunicazione anti-ciclica. Mentre tutti regalano (o almeno fingono di regalare, ma il risultato percepito è lo stesso…), si dovrebbe porre l’attenzione sul fatto che il software libero – in qualità di software, e dunque prodotto ingegneristico per la cui produzione sono necessarie risorse – abbisogna di supporto, certamente di carattere tecnico (patch, traduzioni e documentazione sono sempre molto gradite) ma anche e soprattutto di carattere economico.

Un approccio in tal senso è quello di natura imprenditoriale e commerciale. Scegliere soluzioni libere, e basate su software libero, azzera il rischio di lock-in, aumenta l’interoperabilità, e… riduce i costi, non prevedendo spese fisse di licenza; optando per l’adozione di una soluzione libera l’impresa di turno gode di tutti questi vantaggi ed i soldi che investe per acquisirli finiscono interamente nelle mani del suo fornitore anziché essere in buona parte dirottati ad una multinazionale straniera (che paga le tasse in Irlanda). Correttissimo ed incontestabile, ma, diciamolo, questo discorso è maggiormente incentrato sul giusto riconoscimento pecuniario del lavoro svolto che non sulle qualità proprie del software libero, ed anzi parte dallo stesso presupposto (errato) percui il software libero cresce sugli alberi; il messaggio di fondo è “il prodotto è gratuito, ma io che te lo installo, configuro, personalizzo e mantengo vado pagato”. Siamo tornati al punto daccapo.

Un altro approccio è quello “etico”, di responsabilizzazione nei confronti degli utenti. Chi implementa e rilascia software con una licenza libera non intende abusare della sua posizione obbligando a pagare ciclicamente delle licenze che non aggiungono nessun valore al prodotto, ma ha comunque le bollette da pagare ed i figli da mantenere: dai un tuo contributo, per mezzo di una donazione libera, in modo che essi possano continuare a svolgere la loro opera e tu a trarne beneficio. Questa modalità di coinvolgimento è sempre esistita, da che mondo è mondo numerosi progetti di sviluppo opensource espongono un tasto “Donate” sul proprio sito web, ma è emersa in modo preponderante negli ultimi anni con la diffusione del concetto di “crowdfunding” e la proliferazione di campagne di raccolte fondi mirate, a volte riuscite ed altre meno: MediaGoblin, Geary, Builder e Roundcube sono forse quelle che hanno destato maggiori attenzioni, ma certo non sono le uniche; tra le tante annovero anche la recente iniziativa di Italian Linux Society, che su donazioni.linux.it ha già condotto una raccolta di inaspettato successo ed altre analoghe ne lancerà nei prossimi mesi.

Tale pratica, oltre ovviamente ad essere utile nel raccimolare i soldi necessari a garantire l’esistenza del progetto per un certo periodo di tempo, ha il gradevole effetto di suggerire al pubblico – anche quello che ai fatti non partecipa con una donazione – l’implicita necessità di sostegno economico, il fatto che il software sarà pure gratuito ma se nessuno lo supporta finisce con lo sparire (a discapito di tutti), e che forse è meglio donare spontaneamente adesso 10 euro una tantum che pagare dopo 100 euro fissi all’anno.

Constatato il summenzionato, inatteso successo della prima esperienza di donazioni.linux.it, non escludo di inventarmi nei prossimi mesi qualcosa di ancor più strutturato che vada in questa direzione…

Parole (e) Crociate

11 luglio 2015

All’interno della nostra community di “attivisti da mailing list” ho constatato nell’ultimo anno l’emergere di un ennesimo trend para-linguistico. Non solo vano, come certi altri, ma potenzialmente dannoso ed auto-lesionistico. Esso mi è stato ricordato oggi, ricevendo dall’ennesimo fanciullo l’ennesima mail dal pensiero copiato-e-incollato da chissà quale altra mail o chissà quale blog, e ne traggo spunto per riportare qui qualche considerazione in merito.

Partiamo, come sempre, dal principio. Negli anni, attraverso ignoti percorsi cognitivi, si è molto diffuso sul web l’utilizzo del termine “non commerciale” per descrivere il software libero, e – in modo uguale e contrario – l’espressione “software commerciale” per indicare quello che non è libero. Certo perché la frequente disponibilità gratuita del software libero e opensource è, ahimé, spesso posta come principale caratteristica della categoria, e qualcuno ha ben pensato di associare (erroneamente) tale caratteristica al fatto di essere scevro da ogni genere di interesse economico e, appunto, commerciale.

Alché, i nostri Luminari (e FSF in primis, che sulla terminologia è sempre zelante) hanno iniziato ad opporsi a tale utilizzo improprio dell’aggettivo. Perché anche il software libero può certamente e legittimamente essere oggetto di commercio, di vendita e di profitto, e definirlo “non commerciale” è fuorviante e scorretto.

Fin qui va tutto abbastanza bene. Il problema arriva quando si inizia ad usare deliberatamente il termine “commerciale” riferendosi al software libero, magari per rimarcare ed ostentare orgogliosamente tale posizione, facendosi pregio di conoscere le direttive di FSF meglio degli altri.

Quel che non tutti sanno, o meglio che non tutti prendono in considerazione, è che nell’accezione contemporanea “commerciale” non è necessariamente sinonimo di “commerciabile”. Stando al vocabolario Treccani il termine è “riferito a prodotti dell’industria, di qualità ordinaria, non pregiata, andante. In senso più spregiativo, di opera dell’ingegno prodotta o realizzata soprattutto a fini di diffusione e di guadagno, priva perciò di pregi intrinseci e di qualità artistiche o di valore scientifico”. Analogamente il Sabatini-Coletti dice che un prodotto commerciale è “fatto per una vasta vendita, di scarsa qualità”. Per Hoepli è un aggettivo “di prodotto che mira unicamente al profitto economico”.

Personalmente, la prima volta che ebbi modo di recepire una contestazione sulla falsità del binomio software libero / non commerciale fui molto perplesso. La prima cosa che mi è venuta in mente è stata la mia giovinezza, i tempi dell’ITIS, quando era molto in voga un genere musicale per l’appunto chiamato “commerciale” (sotto-genere trasversale dell’elettronica): chiaramente ogni genere musicale è “commerciabile”, ma quello in particolare era così chiamato essendo costituito da brani di facile ascolto, ritmati, appositamente composti per una serena fruizione da parte dei fanciulli sbronzi di coca-e-rum in discoteca (i quali ne andavano entusiasti). Proprio in campo musicale l’aggettivo “commerciale” è da sempre inteso come dispregiativo, e l’aggettivo è usato come uno dei peggiori insulti che un musicofilo può dare ad un brano o ad un album.

Preso atto del significato che, nel linguaggio comune e popolare, assume il termine “commerciale”, evidentemente potrebbe non essere una così grande strategia quella di usarlo per descrivere il software libero. Anzi, azzardo una ipotesi controintuitiva: proprio in virtù del suo informale intento negativo non sarebbe male chiudere un occhio sulle potenziali implicazioni economiche e continuare ad utilizzarlo per indicare il software proprietario, lasciando che il sottinteso malinteso giochi in favore della controparte libera nell’immaginario collettivo.

Ma temo che, come sempre, la cieca ed ottusa pedanteria prevarrà anche per questa ennesima Crociata di Parole.

Venghino, Siori

9 maggio 2015

In qualità di Direttore-e-ora-Presidente di Italian Linux Society, o comunque di persona con accesso diretto alla (modesta) rete di comunicazione dell’associazione, ricevo spesso segnalazioni di eventi e conferenze a tema linuxaro distribuite in tutta Italia con la richiesta più o meno esplicita di promuoverle a livello nazionale. Ci sono tre cose che stonano in tale pratica: “spesso”, “conferenze” e “nazionale”.

All’atto pratico, volenti o nolenti, piaccia o non piaccia, l’unico evento nazionale che ha una minima visibilità presso il pubblico è il Linux Day. Al secondo posto mi verrebbe da mettere la ConfSL, conferenza annuale (salvo le dovute eccezioni) ben nota nei circoli strettamente linuxari che comunque ha una portata di pubblico inferiore di due ordini di grandezza. Un terzo posto, semplicemente non esiste. Qualsiasi altro evento nel settore, almeno a mia memoria e a mia conoscenza, non ha mai raggiunto quota 100 partecipanti: decisamente modesti per essere considerati appuntamenti di portata nazionale.

Dati questi presupposti freddamente numerici – ma che vanno a considerare quello che è il principale metro di giudizio per misurare il successo di una conferenza: i volumi di partecipazione -, vien da chiedersi: perché questa costante ostinazione nel volerne allestire ancora? Perché a ogni folata di vento qualcuno da qualche parte si alza con la velleità di fare la mega-convention per la quale invitare ogni singolo smanettone d’Italia, salvo poi trovarsi puntualmente in 15 in un’aula? Ingenuità? Alterigia? Sopravvalutate capacità? Sindrome del “Questa è la Volta Buona”?

Anche io ci sono passato. Anche io ho avuto la pretesa di organizzare da un giorno all’altro eventi pubblici aspettandomi quasi come per magia dozzine di persone interessate per poi trovarmi con più relatori che partecipanti nella sala. L’ho fatto una volta. L’ho fatto due. Alla terza ho guardato in faccia la realtà ed ho lasciato perdere. Non posso pertanto biasimare chi compie gli stessi miei errori, ma mi concedo la sfacciataggine di dare un consiglio a chi sta pianificando il prossimo raduno nazional-popolare con gli amici del bar sotto casa: la metà delle energie possono essere spese in altro modo per ottenere il doppio dei risultati.

L'”altro modo” consiste non in appuntamenti randomici inventati di sana pianta con prestigiosi speaker ed in grandi aule, estremamente difficili non solo da organizzare ma soprattutto da comunicare e far conoscere, ma in appuntamenti periodici, cadenzati, e molto più contenuti nella forma e nella sostanza. In poche parole: gli incontri di assistenza settimanale/bisettimanale/mensile. Che già diversi LUG svolgono, ma mai quanti sarebbe desiderabile.

Il fatto di essere costantemente presenti sul territorio, sempre nello stesso posto e sempre con lo stessa ciclicità, porta a ben tre benefici diretti:

  • la popolarità dell’iniziativa stessa cresce (o, alla peggio, si mantiene uguale) col tempo, perché chi partecipa una volta facilmente informa amici e conoscenti che a loro volta sapranno dove e come presentarsi la volta successiva
  • laddove non esiste un programma prestabilito ma una attività collettiva, più facilmente si faranno avanti nuovi volontari che potranno dare una mano. Per l’attività stessa, e magari in seguito anche per iniziative più strutturate
  • il fatto di ritrovarsi periodicamente con gli altri smanettoni coinvolti offre un sano e piacevole svago, ed una occasione per discutere e ragionare su altre azioni

Mi rendo conto di non star dicendo niente di inedito e stupefacente, anzi alcune cose le sto pure ripetendo, eppure, come sopra citato, ancora non mi capacito di quanti preferiscano adottare la strategia dell'”evento a tutti i costi” (storicamente fallimentare, come dimostrano i fatti) anziché prendere accordi con un amico barista, occupare un tavolo ogni giovedi sera ed installare Linux al curioso in transito di turno.

Davvero: il mondo linuxaro non ha bisogno di affollate conferenze. Ha bisogno di una birra alla settimana.

Pinguino e Peyote

20 aprile 2015

L’altro giorno mi è stato segnalato che nel suo ultimo album J-Ax – cantante noto ai vecchi come me come “quello degli Articolo 31” – menziona Linux in un brano, “Santoro e Peyote”. Naturalmente incuriosito, sono andato ad ascoltarlo. Qui il testo, anche se la versione originale rende molto meglio l’idea.

La frase “Poi da quando ho installato Linux sull’iPhone mia mamma non riesce più a chiamarmi” compare nella intro, insieme ad altre dichiarazioni metaforicamente enunciate da un non meglio identificato “ragazzo ignorante” che si atteggia all’impegno sociale pur preoccupandosi maggiormente del proprio look e della propria presenza sui social network. Provocando l’ilarità del pubblico, che si esprime con risate di sottofondo.

Al primo ascolto sembrerebbe trasparire l’associazione tra l’attitudine dell’opinabile personaggio e la sua velleità di voler utilizzare Linux (il quale, peraltro, non funziona. Con buona pace della mamma all’altro capo del telefono). Sono fricchettone, faccio l’alternativo, e dunque installo Linux. Un messaggio certo non di encomio nei confronti dell’intera comunità filo-linuxara, e ancor meno di incoraggiamento verso chi vorrebbe avvicinarsi a questo sistema.

Dopodiché, analizzando meglio frase e contesto (e dopo aver ricevuto la sobria interpretazione di una persona che non è direttamente coinvolta nella promozione del software libero, e non ha dunque il nervo scoperto su tale argomento), salta fuori che il rapper nostrano potrebbe saperla più lunga di quanto ci si potrebbe aspettare. Il protagonista della storia ostenta grande attenzione per le questioni sociali salvo poi avere un iPhone, dispositivo di gran moda e prodotto da una azienda abitualmente contestata per la scarsa tutela dei diritti dei propri clienti; su di esso installa Linux, piattaforma operativa più di nicchia che rappresenta l’esatto opposto in termini di diritti, modello di sviluppo e riferimenti. Il suo essere “ignorante” non si manifesta nella volontà fine a sé stessa di installare Linux, quanto nel volerlo installare proprio su un iPhone, e di non aver dunque minimamente compreso la differenza – se vogliamo, “filosofica” – tra i due oggetti. Sono fricchettone, faccio l’alternativo, installo Linux, ma intanto i soldi per lo smartphone li ho dati ad Apple. Un contenuto non solo ben diverso, ma da cui emerge soprattutto una discreta conoscenza del tema da parte dell’autore.

E a questo punto il linuxaro medio, abituato ad essere incompreso da amici e colleghi nella sua stravagante scelta softwareliberista, si chiederà “J-Ax ha consapevolezza del fatto che iPhone e Linux non sono solo ‘cose tecnologiche’, ma in qualche modo idealizzano valori e principi tra loro diametralmente divergenti?”. Stando alla lettura di cui sopra, forse si. Magari (e legittimamente) non dettagliata ed approfondita, ma si. Anzi arriva al punto di esporla al proprio pubblico, che di sicuro non è costituito solo da smanettoni cantinari che passano le giornate a ricompilarsi il kernel.

Indipendentemente da quanto l’artista sia conscio o meno del tema, ad ogni modo una cosa è certa: Linux è un fenomeno nazional-popolare. Tanto da essere citato nei testi delle canzoni, appunto, pop. E come ogni fenomeno popolare può essere conosciuto solo superficialmente, a malapena sentito nominare, persino travisato, ma comunque noto se non a tutti comunque a molti. E questa è la necessaria precondizione affinché il suo significato tecno/culturale – di condivisione, di collaborazione, di conoscenza, di equità e trasparenza – si propaghi di pari passo al mero nome “Linux”.

Perché c’é una gran differenza tra “essere per gli alternativi” ed “essere l’alternativa”.

Secondo Round

9 giugno 2014

Ad inizio maggio il Governo ha lanciato un appello per ricevere dai suoi dipendenti (ma anche dal resto dei cittadini, essendo diventata l’iniziativa cosa di dominio pubblico)  suggerimenti e consigli su come migliorare la Pubblica Amministrazione italiana. E l’altro giorno il Ministero per la Semplificazione ha pubblicato qualche dettaglio sul numero e sui contenuti delle mail ricevute, tra i quali mi sono sinceramente stupito di vedere nell’elenco degli argomenti piu’ spesso citati la voce “Software libero e gratuito nella PA”.

Dati alla mano, non si puo’ negare che questa storia del freesoftware sia (piu’) un tema specifico per smanettoni ed addetti ai lavori: se piu’ di 1000 persone, su 40000 partecipanti (inclusi i tanti che hanno scritto solo per il rinnovo del proprio contratto, richiesta forse legittima ma certo non in linea con lo scopo dell’iniziativa), hanno spontaneamente ed autonomamente avuto lo spirito di comporre una mail di senso compiuto su di esso e spedirla (azione nient’affatto scontata, nell’era del “vaffanculo” dilagante), e’ forse perche’ piu’ persone di quanto non si creda hanno almeno vagamente presente che esiste e che vale la pena sbattersi due minuti per segnalarlo.

Almeno vagamente.

Cio’ che mi pone qualche perplessita’ e’ la dicitura “e gratuito” che accompagna “Software libero”. E l’atroce dubbio e’ che una parte delle suddette 1000 mail (forse addirittura la maggioranza?) siano state motivate non gia’ dalle numerose opportunita’ tecniche offerte dalle licenze libere e dal modello di sviluppo opensource ma piu’ banalmente dal puro e semplice risparmio economico che si trarrebbe usando applicazioni gratuite (quali sono molto spesso le applicazioni libere, ma non solo). Se cosi’ fosse, tutti i proclami sulla competizione, sul lock-in, sulle ricadute locali degli investimenti, sulla trasparenza, sui formati aperti, si risolverebbero presso la pubblica opinione con “LibreOffice e’ aggratis, scaricatevelo”.

Cosa alquanto grave, per due motivi. Primo: Microsoft e compagnia gia’ offrono abitualmente pacchetti scontati per le pubbliche amministrazioni, addirittura gratuiti per le scuole, al fine di mantenere la posizione in settori strategici come l’istruzione (si sa, la prima dose e’ gratis…) e l’amministrazione (che deve relazionarsi con migliaia di altri enti, sia pubblici che soprattutto privati, scambiandosi documenti e dati puntualmente fruibili solo con altri prodotti dello stesso produttore). Penso che in situazione di emergenza, qualora arrivassero pressioni politiche sollecitate dall’opinione di massa, i grandi vendor di soluzioni proprietarie non si farebbero grandi scrupoli a regalare mazzi di licenze in questo ambito, appunto per tutelare i propri interessi di larga scala, nullificando di fatto il vantaggio economico del software libero e facendoci tornare al punto daccapo. Secondo: anche il software libero ha bisogno di soldi, per garantire un livello elevato di qualita’ e di rapidita’ di sviluppo (anche i developers mangiano, a volte), o anche solo per pagare i servizi di installazione, manutenzione, formazione. Non essendoci i costi fissi di licenza, che spesso si reiterano annualmente e non portano alcun valore reale, la spesa totale e’ probabilmente inferiore rispetto all’alternativa proprietaria, ma comunque da qui a “gratis” ce ne corre. E se si instaura l’idea che il software libero e’ sempre e solo gratis, certo nel momento in cui una amministrazione dovesse allocare dei quattrini per le suddette necessarie spese ci sarebbe chi si staccerebbe le vesti per il presunto immotivato magna-magna ed ostacolerebbe l’altresi’ virtuoso investimento: un rischio politico non accettabile.

Appurato che, finalmente, il termine “software libero” e’ diventato di uso popolare, ed altrettanto popolare ne e’ il consenso, piu’ di quanto precedentemente immaginato, e’ forse giunta l’ora di porre un accento piu’ marcato sui suoi effettivi vantaggi e benefici. Non solo quelli relativi al prezzo. Del resto anche il pubblico odierno, oramai avvezzo alla tecnologia digitale ed un poco piu’ abituato che non in passato a concetti prettamente tecnici come “codice sorgente”, e’ forse adesso sufficientemente maturo per cogliere la sfumatura tra “libero” e “gratuito”. E molte altre cose.

Ho speso il weekend per accrocchiare e mettere in bella vista una pagina su linux.it (il sito web di maggior visibilita’ su cui posso metter le mani) che spieghi in modo semplice, per mezzo di schemini, cosa distingue il software libero da cio’ che libero non e’. E dopo aver pubblicato un chiarimento sul sito ILS l’ho pure twittato all’attuale ministra Madia per buona misura. Dall’altra parte, il tema “Community” del prossimo Linux Day si presta ad essere sfruttato per affrontare l’altro grosso fraintendimento che avvolge il software libero – e per estensione il mondo della cultura libera -: la community non esiste se tutti applaudono e pochi partecipano attivamente.

Sembra strano, ma nonostante tutto qualcosina si muove. Abbiam fatto Linux, ora facciamo i linuxari.

Firme Anonime

20 marzo 2014

Nell’ultimo periodo ho viste transitare ben due velleitarie petizioni, di quelle che talvolta si vedono nel mondo linuxaro: quella per togliere Silverlight dal sito RAI e quella per Linux nelle scuole italiane.

La prima aveva come obiettivo 20000 firme, si e’ fermata a meno di 3000 pur avendola vista rimbalzare pressoche’ ovunque nei circoli filo-linuxofili (social networks e mailing list). Il promotore, un fanciullo che nella foto dell’avatar ostenta uno strabuzzante Panariello (chissa’ se anche lui ha aderito o si e’ fatto portavoce dell’iniziativa presso l’ente, al mio tweet non ha risposto…), lascia intendere di aver contattato appunto la televisione di Stato e questi – non viene specificato chi – hanno risposto che “non si muoveranno finchè non avranno la lista delle firme via fax o raccomandata”. Da anni si parla della questione, le raccolte firme online ci sono gia’ state cosiccome le mail dirette e le segnalazioni alle associazioni di consumatori, l’accanimento nei confronti dello “scandalo” digitale e’ perpetuo e perpetuamente vano.

La seconda pseudo-iniziativa e’ ancor piu’ stravagante: il testo presentato, malamente formattato e sconnesso nella presentazione, enumera i “vantaggi” (almeno quelli di carattere economico) di una migrazione massiva delle scuole a Linux, ma fallisce nell’identificare un destinatario dell’appello, delle modalita’ operative, dei traguardi, insomma e’ un messaggio fine a se’ stesso. Che ha pero’ gia’ convinto piu’ di 3500 persone a compilare il form annesso con nome e cognome delle 5000 poste come obiettivo. Non e’ dato sapere cosa succedera’ nell’improbabile caso in cui tale obiettivo sara’ raggiunto.

Iniziative analoghe abbondano, periodicamente emergono e circolano, spesso provocando moti di indignazione, e mai portando ad un qualsivoglia risultato. Ma del resto neanche fanno alcun male, aiutano ad estendere la sensibilizzazione su certi temi, e magari “questa e’ la volta buona”. Giusto? No.

Il presupposto di massima e’ che le petizioni online che si trovano adesso sono a prescindere inutili, anche laddove dovessero raggiungere quota 10000 firme, per il semplice fatto che mai nessun ente prendera’ sul serio un elenco di nomi ed indirizzi mail cosi’ facilmente falsificabile. Stando a quanto ne so io qualsiasi raccolta firme a fine istituzionale (per accettare una candidatura ad una elezione, per approvare un referendum, per chiedere una qualsiasi cosa ad una amministrazione) si fa su carta, con delle firme vere vergate con una penna, accompagnate da numeri di documenti di identita’ validi e verificabili. Chiaramente anche cosi’ si puo’ barare, come ben sappiamo qui in Piemonte, ma almeno ci sono alcuni strumenti per controllare e validare; per quanto riguarda la controparte digitale, in cui le sottoscrizioni sono confermate da una semplice mail (che peraltro serve al fornitore della piattaforma per raccogliere indirizzi validi da rivendere in blocco allo spammer miglior offerente), chiunque puo’ registrarsi quante volte vuole con nominativi diversi – io personalmente ne ho almeno una dozzina – e nessuno sara’ mai in grado di garantire la loro univocita’.

Ma oltre che inutili le petizioni sono soprattutto dannose. Per due motivi.

Il primo e’ che nella stragrande maggioranza dei casi la realta’ rivelata e’ esattamente opposta all’intento che muove ogni promotore ad avviare la sua propria campagna, e quel che nasce come atto di forza mediatico atto a raccogliere l’interesse di molte persone su un particolare tema per aggregare la voce di tutti in un unico coro finisce con lo svelare la debolezza intrinseca di un movimento privo di canali di comunicazione interna efficienti, incapace di suscitare attenzione anche tra i propri stessi componenti, numericamente modesto se non addirittura irrilevante, incoerente nella sua attivita’ (come si puo’ chiedere ad altri l’adozione di software libero, quando per la petizione stessa si usano piattaforme closed?), presso cui un testo sommariamente steso da un ragazzino che difficilmente prendera’ mai un 8 in italiano viene orgogliosamente eretto a manifesto. Quando un non-linuxaro clicca su uno di questi link fatti circolare su Facebook, e guarda la pagina con la sobrieta’ di chi non si sente direttamente coinvolto nell’azione promossa, dinnanzi all’esiguo numero di sottoscrizioni raccolte (si, 3500 e’ un numero oggettivamente esiguo) davvero non puo’ far altro che rafforzare la sua propria idea che Linux lo usano in quattro gatti e non se lo fila nessuno.

Il secondo e’ la falsa percezione che per molti accompagna l’atto di sottoscrivere un appello. Gran parte degli utenti Linux sa che Linux e’ una community fatta da volontari e appassionati, ognuno dei quali porta un suo contributo; la summa dei contributi e’ un sistema operativo completo, supportato, ricco di funzioni e pure gratuito. Molti si sentono parte di questa community pur non avendo mai attivamente partecipato in alcun modo, e trovano appunto nella sottoscrizione alla raccolta firme di turno il proprio alibi: ho messo il mio nome, ho supportato la causa, ho fatto la mia parte, ho la coscienza pulita. E invece no. Scrivere una patch e’ un contributo. Fare una donazione e’ un contributo. Tradurre della documentazione e’ un contributo. Persino dedicare un po’ di tempo nell’assistere qualcuno che ha appena iniziato e’ un contributo. Firmare una petizione senza utilita’, senza scopo e senza valore non e’ un contributo. Non arricchisce in alcun modo il patrimonio comune, e non favorisce in alcun modo la diffusione ne’ del software libero ne’ dei principi di collaborazione propri del software libero. Se ciascuna delle persone che hanno letto ed approvato la lamentazione nei confronti di Silverlight avesse invece impiegato lo stesso tempo per tradurre una riga di testo su Transifex, il mondo sarebbe certamente un posto migliore.

Chissa’, forse potrei avviare una petizione contro le petizioni sulle mailing list linuxare…

Quattrocento al Giorno

14 marzo 2014

Un anno fa mettevo online il nuovo linux.it, e come ho pubblicato qualche analisi sul punto di partenza trascrivo ora qualche dato e qualche considerazione sul punto cui si e’ arrivati sinora.

Innanzitutto, le visite sono raddoppiate: dalle mediamente 200 al giorno del marzo 2013 siamo alle mediamente 400 al giorno di oggi. Quelle provenienti da macchine Linux sono rimaste pressoche’ invariate, mentre sono nettamente cresciute quelle da macchine Windows (ovvero quelle che contano davvero: francamente di spiegare cosa sia Linux a chi Linux lo usa mi interessa poco). Una curiosita’: la maggior parte degli utenti e’ su Windows 7, laddove ci si sarebbe forse aspettati un piu’ grande interesse – dettato dalla disperazione – da parte dei disgraziati che si trovano sull’inutilizzabile Windows Vista, sull’abominevole Windows 8 o sull’obsoleto Windows XP.

Finalmente linux.it e’ il primo risultato che Google fornisce per la keyword “linux”, prima della relativa pagina Wikipedia (che caoticamente aggrega informazioni sul kernel propriamente detto, sulle distribuzioni, su Stallman, su GNU/Linux, ed insomma rischia di essere un tantino confusionaria per chi non conosce affatto l’argomento) e prima di Ubuntu-IT (che giustamente e’ focalizzato su Ubuntu, ma dice poco in merito a quanto ci sta attorno). La “promozione” e’ avvenuta in periodo Linux Day, ovvero probabilmente quando il nuovo sito e’ stato effettivamente per la prima volta notato dai piu’ ed hanno iniziato ad aumentare i riferimenti sparsi online.

Gli iscritti alla newsletter sono aumentati meno di quanto auspicato: recentemente e’ stata toccata quota 2000, ma considerando che di questi 1500 erano stati ereditati da una precedente e fortunata operazione di raccolta si nota che in termini relativi la crescita e’ stata modesta. Sta di fatto che questo e’ il principale canale di comunicazione di Italian Linux Society, essendo numericamente piu’ vasto di tutti gli accounts Twitter messi insieme o della pagina Facebook dedicata all’evento nazionale di fine ottobre. A oggi, quando nel calendario eventi di linux.it viene aggiunta una nuova attivita’ a Roma sono notificate circa 200 persone.

Le pagine piu’ visitate dell’ultimo mese sono la homepage (ovviamente), quella che spiega a grandi linee cosa sia Linux, e quella delle “Domande Frequenti“. Che e’ anche quella su cui il pubblico passa mediamente la maggior parte del tempo. Sintomo del fatto che i piu’ leggono effettivamente cosa ci sia scritto, e dunque nuova evidenza del fatto che i piu’ sono completamente all’oscuro del tema e cerchino delle informazioni basilari ed essenziali. Purtroppo troppo spesso, durante le attivita’ promozionali e di comunicazione, si da per scontato che le persone sappiano cosa sia Linux (o anche solo che Linux esista…), ma questi dati raccontano una realta’ differente che non puo’ e non deve essere ignorata.

Le prossime evoluzioni? Mi piacerebbe introdurre, fin dalla homepage, tre sezioni tematiche che illustrino – sempre a grandi linee, la documentazione gia’ esistente online abbonda e non mi sembra il caso di duplicarla o ridondarla – l’uso di soluzioni libere a scuola, nell’impresa e nella PA, ovvero nei tre macro-settori piu’ comuni e discussi. Per offrire una informazione un pochino piu’ dettagliata e completa, carpire l’attenzione di determinate categorie di pubblico in transito, e per trasmettere l’idea che questo benedetto Linux non sia solo un giocattolo per smanettoni ma puo’ persino avere degli utilizzi pratici.

Prossimo aggiornamento: marzo 2015.

Con Linux Potresti

6 marzo 2014

Ora che la pagina “Con Linux Puoi” e’ online, posso raccontare un piccolo retroscena su come l’idea sia nata ma soprattutto su come si sia sviluppata.

Tutti i lettori di codesto blog certo sanno della oramai imminente dismissione di Windows XP, dunque non mi dilungo. Sulla mailing list privata di Italian Linux Society uno dei soci, vicino al progetto LibreUmbria, fece notare come a Perugia si stessero organizzando con un incontro pubblico per fare divulgazione in merito, e proporre come soluzione non gia’ l’aggiornamento ad un ennesimo Windows ma la migrazione a Linux. Il concetto ufficiale e’ “si risparmia”, quello di fondo “gia’ che si deve cambiare radicalmente qualcosa cui si e’ abituati, tanto vale almeno provare tutt’altro”. L’invito fu quello di estendere l’invito ad altri LUG italiani, affinche’ a loro volta allestissero incontri locali sul tema e contribuissero alla promozione, ma l’appello esteso a fine gennaio ebbe scarso riscontro: solo una minoranza rispose, di questi solo una minoranza rispose esprimendo interesse per partecipare, di questi nessuno aveva gia’ iniziato a mettersi in moto. Il proposito di fare una sottospecie di “Linux Day XP” sfumo’ in breve tempo per ovvi limiti organizzativi: inutile sarebbe stato insistere dati quei presupposti.

Ho iniziato pertanto a ragionare in merito ad una “campagna” informativa online, senza troppe pretese (per quanto molto migliorata nel corso dell’ultimo anno, la presenza web di ILS non e’ ancora cosi’ massiccia) ma comunque con una ragione di esistere. Soprattutto, una ragione non auto-referenziale e non fine a se’ stessa: dato l’argomento prettamente tecnico (e la dismissione di un sistema operativo e’, sotto ogni punto di vista, un argomento prettamente tecnico) troppo facile sarebbe stato optare per un messaggio destinato agli smanettoni linuxari piu’ che agli effettivi utilizzatori di XP, celebrativo di un evento che nessuno al di fuori della schiera nerd avrebbe potuto comprendere, che sarebbe passato totalmente inosservato ai piu’.

Alche’ sono incappato in questo tweet, dunque in questo articolo, dunque in questo video, in cui un ragazzotto non meglio identificato spara a zero su “Linux”. Riassumendo in pochi minuti quelli che sono i luoghi comuni in assoluto piu’ popolari in merito all’opensource: e’ gratis dunque necessariamente di scarso valore, non ci si puo’ combinare nulla (il protagonista insiste sulla professionalita’ delle sue mansioni non applicabili su Linux, ma nel canale YouTube parla estensivamente di videogiochi e viene spontaneo pensare che quella sia la sua attivita’ principale), i virus non ci sono perche’ nessuno lo usa, ed i linuxari sono mediamente degli invasati che pretendono di avere sempre ragione. Sorvolando sull’ultima sacrosanta verita’ (comunque fondata solo se si restringe il cerchio agli incalliti che infestano le mailing list, il bacino di utenti Linux oramai va anche ben oltre i soli addetti ai lavori), le altre sono posizioni decisamente opinabili – ed espresse in maniera ancor piu’ opinabile nel video, costruito appositamente con fare provocatorio per diventare virale – che, volenti o nolenti, sono ampiamente diffuse e radicate presso la massa. E che pertanto vanne prese di mira in modo selettivo.

Da qui il “Con Linux Puoi”: non ha niente a che fare con Windows XP, non ha niente a che fare con il riuso di vecchio hardware (che invece e’ il filone comunicativo adottato da altri), grammaticalmente e’ una mezza frase che puo’ essere conclusa in vari modi – un appello propagandistico o un fatto – dunque si presta ad essere usata come hashtag sui social network, ma soprattutto e’ una affermazione in simmetrica contrapposizione con una di quelle sopra (ovvero: “non ci si puo’ combinare nulla”).

Il motto sembra sinora essere stato apprezzato dal comunque modesto bacino raggiungibile ed ha ricevuto un poco di esposizione da parte degli entusiasti della prima ora, mi sono giocato un paio di carte (la dignitosa newsletter ILS ed il relativo account Twitter) ed un altro paio sono in dirittura (il banner su linux.it, sito su cui il 19% delle visite arriva proprio da Windows XP, e gli account social del Linux Day), staremo ora a vedere se effettivamente il messaggio riuscira’ a raggiungere i diretti interessati.

Perche’ con Linux “puoi”, ma solo se qualcuno te lo dice.

Del Linux Day 2013

3 novembre 2013

E un altro Linux Day e’ passato. Il tredicesimo, mio quinto come coordinatore torinese e quarto cui partecipo nell’organizzazione nazionale.

Avrei tanto da dire e considerare, ma in questo brano mi limitero’ a dare una mia risposta ad alcuni post di analisi e valutazione che ho letto in giro in queste settimane. Alcuni critici, altri meno critici, tutti degni di una reazione.

Marco Fioretti il 9 ottobre prendeva il ridotto numero di Linux Day registrati sul relativo sito web come riprova della crisi di identita’ della community italiana, insieme all’annullamento della ConfSL. La ConfSL e’ effettivamente data per dispersa, ma su linuxday.it i pallini sulla mappa sono aumentati da 80 a 107 in 10 giorni. Prevedibilmente, considerando che ogni anno i ritardatari abbondano (come ben so io, che ho l’ingrato compito di mandare mail di sollecito a chi una settimana prima dell’evento non ha ancora pubblicato uno straccio di programma). Certo meno dello scorso anno, anzi questo e’ il numero piu’ basso dal 2007, ma non mi sembra cosi’ male per una manifestazione data per morta innumerevoli volte, e che patisce la “concorrenza” del Software Freedom Day internazionale promosso direttamente da Free Software Foundation. Per quanto imperfetto, ed ancor piu’ imperfetto e’ stato quest’anno, il Linux Day resta il momento di massima risonanza dell’intera comunita’ italiana: quando sara’ morto per davvero, vorra’ dire che avremo seppellito l’intero movimento e mi comprero’ un Mac.

Simone Aliprandi il 28 ottobre constatava come l’appuntamento linuxaro per antonomasia abbia perso la sua connotazione propriamente linuxara, finendo con l’includere anche temi trasversali quali le Creative Commons, la privacy, l’open hardware, e tutto lo scibile delle liberta’ digitali. Il suo intervistato, Giacomo Rizzo (che conobbi personalmente ai tempi della ConfSL 2009), sembra critico nei confronti di tale spontaneo cambiamento di rotta, ma personalmente lo accolgo con favore: quale miglior modo per rinnovare l’evento – come tante volte auspicato – ed ampliare il pubblico interessato? Mesi fa, sapendo che proprio il 26 ottobre a Firenze si sarebbe tenuto un appuntamento organizzato da Wikimedia Italia sui dati bibliografici, ho spedito mail in lungo ed in largo per fare in modo che fosse presente anche Libera Informatica (una delle associazioni linuxofile locali) e portasse in quella stessa sede il messaggio del software libero, cosa che e’ avvenuta con gran piacere di tutti. Alla luce di tale esperienza positiva, e di una serie di altre motivazioni, per il 2014 intendo stimolare ancora maggiormente questo genere di “contaminazioni” tentando di coinvolgere in modo piu’ diretto gli enti che in Italia rappresentano le numerose sfumature della cultura digitale, facendo diventare il Linux Day un riferimento a tutto tondo.

A questo punto qualcuno inevitabilmente dira’ “E allora cambiamogli nome!”. Ma gia’ c’e’ qualcuno che vorrebbe farlo, e per motivazioni molto piu’ lasche e con toni molto piu’ polemici. Mi riferisco ovviamente alla diatriba senza fine (e senza senso) sul GNU/Linux Day, quest’anno eccezionalmente sollevata da Richard Stallman in persona. Il quale pare abbia contattato tutti – o comunque gran parte – dei LUG italiani per muovere il suo appello ad usare il nome alternativo. Risultato: l’unico GNU/Linux Day che ho visto e’ stato quello di Benevento, la dicitura e’ stata dismessa anche dai gruppi piu’ ortodossi. Inutile che ripeta per l’ennesima volta la mia contrarieta’ all’iniziativa, che antepone l’interesse di uno allo sforzo di tutti (n.b. in una mail circolata sulla mailing list privata dei soci AsSoLi, Stallman dichiara che “the way the name is handled has more influence, to help the GNU Project or make it forgotten”. Dopo trent’anni di sviluppo il progetto GNU e’ ancora utopia, la causa del mancato successo globale e’ davvero il nome di una manifestazione italiana?), ma ribadisco solo che alterare – per qualsiasi motivo – l’intestazione dell’unica e sola manifestazione massivamente conosciuta del nostro Paese non puo’ davvero portare a nulla di buono, per nessuno.

Dal comunicato sovversivamente distribuito da Stallman ai LUG trova il suo incipit Enrico Zini il 25 ottobre, che appunto nel suo post parla di una community “balcanizzata” e dice ‘the only way Italian LUGs manage to do something together, is to say “let’s not care what we all do, let’s just do it on the same day and call it a national event”‘. Impossibile dargli torto, ed impossibile e’ negare la mancanza non solo di modalita’ e contenuti condivisi ma anche solo di una comunicazione interna degna di questo nome. La mailing list di coordinamento nazionale quest’anno e’ stata ancor piu’ silente che nel 2012, scarse sono state le reazioni anche all’esplicita richiesta di feedback sull’esito della giornata, indubbiamente manca diffusamente il senso di partecipare ad una mobilitazione collettiva. Forse piu’ massiccie dovrebbero essere le comunicazioni “ufficiali” inviate agli organizzatori (quest’anno ho spedito una sola mail di notifica, per annunciare l’apertura delle registrazioni e poco altro), per dare realmente l’idea di non essere soli ed abbandonati. E forse ci si dovrebbe davvero decidere a predisporre una piattaforma unica ed unificata di pubblicazione di foto, slides, video ed altri contenuti collaterali, per aggregare e condividere piu’ efficacemente l’output della giornata. Ma ovviamente, meno c’e’ partecipazione e meno cose si riescono a fare; meno cose si riescono a fare, meno c’e’ partecipazione.

In qualche modo, anche quest’anno e’ andata. Non posso dire “bene”, non posso dire “male”, posso solo dire che e’ andata. I margini di miglioramento assolutamente non mancano, ed occorre non solo esserne consapevoli ma agire per ridurli.

Ora, prima del Linux Day 2014, ci sono altri 11 mesi da riempire.