Archive for the 'Divulgazione' Category

Uno Per Cento (2018)

16 dicembre 2018

Termina un altro anno, ed è di nuovo tempo di fare i conti con l’1% del mio fatturato da destinare a progetti liberi ed opensource che in modo più o meno diretto hanno contribuito alla generazione del fatturato stesso (e, pertanto, al pagamento dell’affitto di casa, delle bollette, delle birre, e di qualsiasi altra mia spesa). Rispetto allo scorso anno ho incluso alcuni soggetti maggiori che colpevolmente non ho preso in considerazione appunto 12 mesi fa, ed è aumentato il numero di progetti minori cui destinare almeno una piccola somma (mi sono fatto furbo ed ho tenuto aggiornato l’elenco di librerie e componenti che man mano adottavo per questo o quest’altro lavoro), dunque la distribuzione è un tantino cambiata ma non cambia l’intento: finanziare le opere da cui io personalmente traggo pressoché tutto il mio profitto, non per generosità o filantropia ma per poter continuare in futuro a costruire su di essi il mio proprio benessere.

 

Let’s Encrypt (50 dollari) – https://letsencrypt.org/donate/ – Tutti coloro che lavorano con il web lo conoscono, tutti lo usano, e tutti sono consapevoli del fatto che Let’s Encrypt – progetto che eroga gratuitamente e semplicemente certificati SSL per il web – li ha liberati dalla mafia dei vecchi e costosissimi fornitori. Considerando la quantità di clienti resi felici dal famigerato lucchetto verde che identifica le connessioni “sicure e protette” in HTTPS, nonché ovviamente l’impatto che questa iniziativa ha avuto e continua ad avere sul sempre acceso fronte della privacy online, 50 dollari sono davvero il minimo.

Debian (50 dollari) – https://www.debian.org/donations – Da sempre la mia distribuzione di riferimento, sui server tanto quanto sul PC con cui quotidianamente lavoro. Con poco sforzo ho sempre le macchine aggiornate e posso installare nuovi componenti, tutto grazie al lavoro costante di questa storica community: senza di loro, il mestiere di DevOps sarebbe indubbiamente più difficile e faticoso.

MariaDB (50 euro) – https://mariadb.org/donate/ – Pressoché ogni mio lavoro prevede l’utilizzo di un database, e pressoché sempre tale database è MariaDB, diventato oramai il rimpiazzo “ufficiale” di MySQL. Questo, insieme a PHP, è uno strumento per me imprescindibile ed inevitabile per qualsiasi progetto di sviluppo su commissione, e pertanto un candidato non ignorabile per la ridistribuzione del mio 1%.

jQuery (25 dollari) – https://js.foundation/about/donate – Alla faccia dei sempre più gettonati (e cervellotici) React e Angular io continuo a restare fedele a jQuery, che semplifica enormemente l’implementazione di funzioni per la manipolazione client-side delle pagine web. Prima o poi mi adeguerò anche io a ES6, ma fino a quel giorno sono ben lieto di destinare qualche soldo al mantenimento della mia libreria Javascript preferita.

OpenBSD (25 euro) – https://www.openbsd.org/donations.html – Pur non essendo io un utente BSD ogni giorno mi trovo ad usare strumenti sviluppati e mantenuti da questa community. In primis l’indispensabile SSH.

Thunderbird (25 euro) – https://donate.mozilla.org/en-US/thunderbird/ – La mail resta sempre, nel bene e nel male, il canale preferenziale con cui scambiare documentazione e segnalazioni con i clienti. Ed un buon client risulta vitale per riuscire a recuperare quel che serve quando serve, nel marasma di messaggi che si accumulano giorno dopo giorno. Thunderbird è forse l’applicazione desktop che uso maggiormente, dopo il browser e l’editor per il codice.

Gnome (10 euro) – https://www.gnome.org/support-gnome/donate/ – Il mio ambiente desktop. Ogni volta che mi trovo ad usare qualcosa di diverso mi trovo spaesato, ed ogni operazione (in particolare: la ricerca e l’apertura delle applicazioni) mi sembra più lenta e macchinosa. A modo suo, anche questo è uno strumento per la produttività.

Apache Foundation (10 euro) – https://www.apache.org/foundation/contributing.html – Benché in produzione abbia adottato quasi esclusivamente Nginx, il web server Apache resta un componente inevitabile per chiunque lavori sul web.

LibreOffice (10 euro) – https://www.libreoffice.org/donate/ – Al di là della redazione e consultazione di documenti, aprire il template che uso per generare le fatture in Writer è sempre motivo di gran soddisfazione.

Inkscape (10 dollari) – https://inkscape.org/en/support-us/donate/ – Lo uso sia per comporre piccole opere grafiche (banner, loghi, icone…) che per consultare i files SVG che mi arrivano dai colleghi designers (i quali oramai hanno capito di non mandarmeli nel formato PSD di Photoshop).

Rambox (10 dollari) – https://rambox.pro/#donate – Utility che aggrega diversi canali di comunicazione (Telegram, Whatsapp, Messenger…) in un’unica applicazione: assai utile per non perdere la testa tra segnalazioni e messaggi – di natura sia professionale che personale – che ogni giorno piovono da ogni parte. Oramai diventata una presenza fissa sul mio desktop.

OpenPGP.js (5 euro) – https://openpgpjs.org/ – Piccola libreria Javascript che permette cifratura e firma di contenuti direttamente nel browser. Usata con successo per un piccolo lavoro, meriterebbe forse di essere maggiormente sfruttata per implementare funzioni crittografiche client-side.

Summernote (5 dollari) – https://summernote.org/ – Editor di testo WYSIWYG da includere nelle proprie applicazioni web, alternativo ai più noti TinyMCE e CKEditor. Rapido ed indolore, consigliato nei casi in cui il cliente chiede una funzione di editing avanzato di testo ma ce la si vuole sbrigare senza troppe complicazioni.

Semantic UI (5 dollari) – https://semantic-ui.com/ – Completo framework CSS alternativo al più popolare Bootstrap. L’ho usato per un paio di lavori, e benché non sempre perfetto meriterebbe una maggiore diffusione ed adozione.

Weblate (5 euro) – https://weblate.org/en/donate/ – Piattaforma per le traduzioni online. Uso con gran soddisfazione la versione “hosted” (riservata a progetti opensource) per le traduzioni del mio GASdotto.

Fullcalendar (5 dollari) – https://fullcalendar.io/donate – Libreria Javascript per implementare calendari nelle proprie applicazioni web, e visualizzare in modo più o meno interattivo date ed appuntamenti.

 

Per ciascun versamento, laddove possibile, ho lasciato come commento un link alla pagina web che spiega l’iniziativa 1% di Italian Linux Society (nella versione inglese), con l’auspicio che l’idea di fondo possa essere raccolta ed in qualche modo rilanciata per l’interesse stesso dei progetti che sono stati in questo caso coinvolti.

Come sempre invito i miei colleghi, coloro che ogni giorno lavorano con soluzioni opensource e più o meno consapevolmente ne traggono diretto giovamento soprattutto in termini economici, a destinare parte del proprio fatturato – grande o piccolo che sia – alle applicazioni ed ai componenti software che usano per la propria attività professionale.

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Uno Sticker come Esca

23 luglio 2018

A maggio Italian Linux Society ha ricevuto invito a partecipare all’edizione 2018 di Campus Party Italia, evento sull’innovazione e la creatività digitale presso Fiera Milano, e dopo qualche iniziale perplessità – dovuta soprattutto all’impegno di presidiare lo spazio per diversi giorni – mi sono organizzato insieme a qualche amico con un roll-up, un monitor, qualche sticker ed uno zaino di magliette nerd.

Tra giovedi 18 e sabato 21 luglio abbiamo avuto il piacere di condividere lo spazio con la delegazione di End Summer Camp (l’evento di fine estate cui ho partecipato per la prima volta lo scorso anno, e presso cui nel 2018 intendo tornare con anche un paio di interventi) e con quella di Mittelab, l’hackerspace di Trieste, simpatico manipolo di smanettoni goliardi. Sabato ho persino tenuto un talk, destinato a rilanciare l’appello 1% (con tutte le sue implicazioni) pubblicato da Italian Linux Society qualche tempo fa, eccezionalmente partecipato e, almeno apparentemente, di ispirazione per diversi degli operatori che hanno assistito.

Nel corso della permanenza, benché ci siano stati numerosi momenti morti di scarsa affluenza, abbiamo avuto modo di attaccar bottone con tutti coloro che si sono avvicinati per prendere un adesivo o hanno tentennato leggendo lo striscione. Così facendo abbiamo intercettato:

  • svariati universitari, alcuni già coinvolti in gruppi studenteschi linuxari ed altri no. Tutti sono stati indottrinati sull’importanza di mantenere un “presidio linuxaro” all’interno delle università, organizzando incontri, corsi, sportelli di assistenza, o più semplicemente sfruttando gli spazi degli atenei per il Linux Day;
  • altrettanti giovanotti pre-universitari (studenti delle superiori), cui è stata inculcata l’idea che Linux e l’opensource sono ottimi canali per apprendere cose nuove, sia per piacere personale che in previsione di una eventuale occupazione nel settore IT;
  • professionisti di vario tipo, tutti accomunati dall’essere utilizzatori di Linux. Programmatori e sistemisti, ovviamente, ma anche – tra gli altri – un designer che abitualmente lavora con Gimp e Blender, un giornalista, ed un paio di operatori nel settore hardware che hanno abbracciato il movimento open hardware;
  • Jon “maddog” Hall, uno degli ospiti d’onore del Campus, pioniere dell’informatica moderna e del movimento freesoftware, inesauribile fonte di aneddoti bizzarri sulle tecnologie digitali degli anni ’70 e su Richard Stallman

Tutto sommato, e visti gli evidenti limiti della manifestazione (incentrata su tematiche abitualmente etichettate come “fuffa” dai tecnici del settore), devo ritenermi soddisfatto dell’esperienza. Determinante per questa mia personale conclusione sono proprio i suddetti limiti, o per meglio dire il fatto che un evento del genere attira un pubblico eterogeneo, diverso dal solito pugno di smanettoni duri e puri cui siamo altrove abituati, e c’è dunque modo di incontrare persone che difficilmente si sarebbero potute incontrare altrove. Cosa utile sia per dare un senso ed uno scopo al movimento di propaganda softwareliberista – il cui spirito da anni va scemando, in virtù della progressiva implosione dei gruppi di attivisti locali – che per avvicinare e stimolare potenziali nuovi volontari.

Non so se parteciperò al prossimo Campus Party, ma probabilmente asseconderò altri inviti per eventi trasversali e non necessariamente di stampo tecnico. Tanto oramai il roll-up ILS ce l’ho e qualche sticker da usare come esca l’ho avanzato, tanto vale sfruttarli.

Uno Per Cento

23 dicembre 2017

All’inizio dell’anno ho pubblicato su Linux.it un appello rivolto ai tanti che, in modo più o meno diretto e più o meno consapevole, lavorano con strumenti e piattaforme libere e opensource, affinché destinassero una piccola parte del proprio fatturato (idealmente l’1%, da cui il nome dell’appello stesso) al sostegno di quegli stessi strumenti. Non per filantropia o generosità, ma per esclusivo interesse personale, bieco opportunismo e spietata avidità: fintantoché tali strumenti – gratuiti, eppure spesso assai più sofisticati e malleabili delle controparti commerciali – esistono e vengono sviluppati, si può continuare a sfruttarli con ampi margini di profitto.

Non so quanto tale appello sia stato colto e recepito, ma so che il suddetto appello si rivolge anche a me – libero professionista di cui pressoché tutti i guadagni derivano dall’utilizzo di componenti opensource – dunque, giunta la fine dell’anno ed emesse le ultime fatture, è giunta anche l’ora di versare il mio obolo.

 

Laravel (86 dollari) – il framework PHP Laravel è in assoluto il mio principale strumento di lavoro. Con esso produco facilmente e rapidamente applicazioni web, e più recentemente mi è capitato di tenere corsi (ovviamente retribuiti). Non esiste un canale per donare a questo progetto, essendo verosimilmente sostenuto da entità commerciali ben più facoltose di me, ma sentendomi in dovere di contribuire a questo ecosistema ho pagato una sottoscrizione annuale a Laracast, portale di video tutorial e supporto; dubito che ne fruirò mai, ma chissà che in qualche modo non torni a sua volta utile. Nota fiscale: il servizio eroga una fattura che può essere personalizzata coi propri parametri amministrativi, e dunque data al commercialista per farla figurare come spesa.

jQuery (50 dollari) – alla faccia di tutti i vari ed astrusi framework Javascript esistenti io rimango fedele al buon vecchio jQuery. Che ha molteplici difetti, ma il grosso pregio di essere facile ed immediato. L’ideale per implementare velocemente piccole interazioni ed animazioni che fanno contento il cliente pagante. L’entità che sostiene jQuery è la Javascript Foundation, che principalmente fa divulgazione e promozione per una serie di componenti (non solo jQuery).

Debian (50 dollari)Debian è e resta la mia distribuzione Linux di preferenza, tanto sul PC con cui lavoro che sui server su cui hosto le mie applicazioni. Da svariati anni non mi capitano più grattacapi a seguito di un upgrade, e posso dunque permettermi di mantenere le macchine sempre aggiornate – e dunque sicure – senza perdere troppo tempo. Per le donazioni si può far riferimento a questa pagina, io ho scelto il metodo semplice (Software in the Public Interest) ma penso che appoggiandosi alle entità tedesche o francesi si può ottenere una ricevuta detraibile dalle tasse.

Gnome (25 euro) – non un vero e proprio strumento di lavoro, ma comunque l’ambiente che mi permette di organizzare tutto il resto. E gestire comodamente le tante applicazioni tra cui mi trovo a saltare durante le mie giornate produttive. Qui la pagina per le donazioni.

Thunderbird (25 euro) – volenti o nolenti, mandare e ricevere mail è parte integrante del mio mestiere. E Thunderbird, pur coi suoi problemi, resta una delle poche soluzioni valide per gestire molteplici accounts di posta e ripescare rapidamente messaggi ed allegati mandati alla rinfusa dai clienti pasticcioni. Qui la pagina per le donazioni.

LibreOffice (25 euro) – ci faccio le fatture, i preventivi, le slide per i corsi: nonostante la mia principale occupazione sia quella di programmatore, qualche documento capita sempre di doverlo produrre. Qui la pagina per le donazioni.

Inkscape (10 dollari) – una piccola eccezione in questa lista: Inkscape non l’ho mai usato per lavoro, bensì per i piccoli task grafici che accompagnano le attività di volontariato (banners, loghi, pagine web…). Motivo percui ricade in una categoria inferiore di donazione, ma comunque anche questi pochi soldi se li merita. Qui la pagina per le donazioni.

Agent (10 euro)Agent è un modulo Laravel per distinguere, server-side, i client desktop, mobile e tablet, ed essere dunque in grado di fornire il template giusto. Utilizzato con profitto in un grosso lavoro.

Laravel Gettext (10 dollari)Laravel-Gettext è un altro modulo Laravel, utile per bypassare il formato nativo usato per le traduzioni (poco compatibile col resto del mondo) ed adoperare al suo posto il formato Gettext (ben più fruibile ed integrabile). Una nota a margine: di moduli Laravel ne uso in gran quantità, e a tutti avrei voluto fare una piccola donazione, ma reperire informazioni a tal proposito è talvolta complicato; per questo, nella fattispecie, sono dovuto andare ad esplorare il profilo GitHub dell’autore, dunque il suo sito personale, ed arrivare dunque ad un link Paypal.

 

Grazie a tutti coloro che producono e distribuiscono software libero e open. In virtù del loro contributo posso permettermi di svolgere lavori molto più grandi di quel che da solo potrei mai permettermi, fatturarli, e tenere per me tutto il profitto. Ridistribuire solo l’1% è, oggettivamente, un affarone.

In chiusura segnalo che ho creato il mio profilo Patreon, piattaforma che permette di erogare donazioni periodiche nel tempo. Principalmente per sostenere il progetto GASdotto, attualmente la mia maggiore opera non commissionata e non retribuita da nessun cliente specifico, benché nei report mensili riporti anche altre attività di sviluppo opensource che mi trovo a condurre (vuoi per esigenze personali – e verosimilmente condivise con altri – o vuoi come spin-off di lavori propriamente detti).

Zelo Innovativo

8 agosto 2017

Esiste questa diffusa convinzione secondo cui il software libero, per imporsi nei confronti del pubblico, dovrebbe riprodurre dettagliatamente le funzioni e l’aspetto delle controparti proprietarie. Perché basta una icona leggermente spostata, o persino colorata diversamente, per far rumorosamente protestare l’utente da sempre abituato alla soluzione precedente. “Resistenza al cambiamento”, la chiamano.

Laddove detto fenomeno innegabilmente esiste ed è ampiamente documentato, non sono però del tutto convinto che esso debba condizionare così fortemente gli sforzi orientati alla promozione, alla diffusione e soprattutto allo sviluppo del software libero. Anzi: l’impatto eccezionale della resistenza dovrebbe far agire in senso esattamente opposto.

Un esempio. Da che mondo è mondo, la stragrande maggioranza di coloro che operano nel campo della grafica si lamenta del fatto che Gimp è troppo diverso da Photoshop e non ci si riesca a lavorare. Quelle stesse persone ora stanno adottando in massa Sketch, che con Photoshop non c’entra niente. Perché la nuova applicazione serve ad uno scopo ben preciso (design per il web. Ovvero quel che, volenti o nolenti, fa la gran parte dei grafici oggi) ed implementa un approccio mirato e specifico, benché diverso, che la rende migliore. In molti, vedendo risolto un problema, non si sono posti il problema del “cambiamento”, proprio perché non sentono di “cambiare”.

Altro esempio, forse maggiormente familiare ai più. Immagino che tutti i miei lettori si siano imbattuti almeno una volta (di persona, o per narrazione di seconda mano) in qualche insegnante che proprio non ne voleva sapere di LibreOffice, anche di fronte all’evidenza che le differenze estetiche e funzionali fossero minime rispetto al più noto e conosciuto Microsoft Office. Quegli stessi insegnanti – fateci caso – sono coloro che con grande entusiasmo hanno preso ad usare per le loro lezioni Prezi, che con PowerPoint non c’entra niente. Perché la nuova applicazione serve ad uno scopo ben preciso (realizzare presentazioni un po’ meno noiose del solito slideshow) ed implementa un approccio mirato e specifico, benché diverso, che la rende migliore. In molti, vedendo risolto un problema, non si sono posti il problema del “cambiamento”, proprio perché non sentono di “cambiare”.

Ultimo esempio, di tutt’altro genere. Da anni la community freesoftware tenta, invano, di ricostruire il successo dei social network più famosi, replicandone l’interfaccia e le funzionalità. Diaspora o Mastodon sono meri (e talvolta opinabili) cloni di Facebook e Twitter, che poco o nulla valore aggiunto danno all’aspirante utente. Dopodiché, basta guardarsi attorno per rendersi conto che i più giovani usano tutti Snapchat, che con Facebook o Twitter non c’entra niente. Perché la nuova applicazione serve ad uno scopo ben preciso (condividere i selfie scattati al parco con la canna in mano facendo in modo che li vedano gli amici ma non i genitori) ed implementa un approccio mirato e specifico, benché diverso, che la rende migliore. In questo caso non si tratta di un cambiamento individuale, ma dovrebbe altrettanto rendere l’idea del fatto che quel che noi (= quelli della mia generazione) diamo per assodato ed immutabile è altresì estremamente volatile, anzi già cambiato per qualcun’altro.

Il software open domina laddove non si limita ad imitare o peggio ancora scimmiottare, ma dove anzi traccia le nuove tendenze ed i nuovi strumenti. Certo l’ambito più strettamente tecnologico è popolato da persone mediamente più inclini ad accettare i cambiamenti tecnici, anzi li bramano essendo fonte di continua sfida intellettuale, ma gli esempi di cui sopra ci dicono che in presenza di uno strumento migliore (che non necessariamente faccia tutto quanto meglio, ma solo quel che serve ai più) le persone non si fanno troppo scrupolo ad utilizzarlo dimenticandosi via via di quel che c’era prima.

Chiosa: invece di insistere con gli utenti per fargli utilizzare a tutti i costi quel che vogliamo noi, sarebbe opportuno provare ad implementare quel che vogliono loro. O, meglio, che non sanno di volere. Meno lezioni, più implementazioni.

Stay Angry

25 giugno 2017

Nel giro di 24 ore ho visto emergere la notizia relativa al disegno di legge promosso da Stefano Quintarelli in merito alla libertà di utilizzo dei dispositivi digitali e ho seguito le reazioni esacerbate sui social network. Ispirate da un articolo clickbait pubblicato sul sito del Corriere della Sera: “al bando l’iPhone in Italia”.

Non si capisce come la suddetta bozza legislativa sia stata sbandierata dai media come una mossa aggressiva ad esclusivo danno di Apple. Che certo non è l’unica azienda a commercializzare dispositivi elettronici – più o meno complessi e sofisticati – dotati di firmware. Stando alla mia sommaria (e certo poco tecnica) lettura, anzi, la prima implicazione della legge sarebbe in favore del diritto – sancito dalla Cassazione e mai realmente garantito né dalla legge né tantomeno dai fornitori di hardware – al rimborso della licenza Windows sui nuovi computer acquistati.

Meno ancora si capisce perché mai Apple dovrebbe abbandonare quello che è il terzo mercato al mondo per penetrazione degli smartphone semplicemente perché costretta a riconoscere e legittimare una pratica, quella del jailbreaking, diffusa fin da quando esiste il “melafonino”. Da ché l’iPhone è l’iPhone gli utenti intenzionati a modificare il software del proprio telefono l’hanno potuto tecnicamente fare, rinunciando però alla garanzia di Apple, cosiccome accade del resto per pressoché ogni altro dispositivo elettronico di qualsiasi altro fornitore, incluso ovviamente il rooting degli smartphone Android. La legge in discussione mira ad eliminare questi vincoli contrattuali, garantendo il sacrosanto diritto allo spippolamento senza necessariamente andare ad interessare coloro che si accontentano di usare il proprio device così come gli è stato venduto (e che adesso si lamentano, a sproposito, sui social). E se un qualche dirigente Apple – non è dato di sapere quale – fa la sparata, dichiarando che a fronte di questo intollerabile sopruso (…) non si potranno più vendere iPhone in Italia, ci sarebbe da chiedergli perché non abbiano già smesso di farlo quando, nel 2011, l’authority italiana per la concorrenza ha contestato il loro opinabile schema sulla durata della garanzia imponendogli una multa da 900 milioni e procurandogli grattacapi a cascata in tutta Europa. O perché non abbiano bloccato le importazioni nel Vecchio Continente davanti all’assurda pretesa (…) di pagare le tasse.

È inquietante constatare come un banale clickbait possa suscitare tali spropositate reazioni. E come più di un consumatore preferisca contestare l’introduzione di un nuovo diritto (di cui magari non vorrà godere mai, per propria scelta, ma che è pur sempre un diritto per tutti) pur di non dover affrontare la prospettiva (assurda, infondata ed inverosimile) di dover rinunciare ad uno specifico prodotto. Realizzato e distribuito da un soggetto già ben noto per non avere alcun rispetto per i propri consumatori e per la legge.

Altrove

11 giugno 2017

Negli scorsi giorni ho avuto modo di consultare alcuni dei principali forum italiani dedicati all’informatica, e soprattutto alla programmazione, ed ho tratto qualche conclusione.

La prima, tutt’altro che scontata, è che i forum online sono ancora popolati. Certo probabilmente anche questa categoria di media comunitari ha visto momenti migliori, ma ancora non è raro vedere il post di qualche giovine che chiede consiglio in merito ad un progetto da implementare per la scuola, o sull’università da frequentare, o su particolari tecnologie con cui deve ancora prendere dimestichezza. Ma proprio qui sta il problema. O meglio: non nelle richieste, quanto nelle risposte ricevute.

Tutte le community visionate prevedono una sezione dedicata al supporto su Linux, solitamente ben frequentata da utenti che sanno dare risposte puntuali ed un ragionevole livello di assistenza. Con buona pace dei forum monotematici, dedicati espressamente al tema Linux o peggio ad una singola distribuzione, attivi ma isolati rispetto al resto della Rete. Il fatto è che, almeno stando alla mia sommaria impressione, al di fuori di queste aree delimitate la presenza pro-freesoftware sia scarsa o nulla, e viene lasciato campo libero alle vecchie generazioni. Quelli che hanno colonizzato per prime questi spazi, quelli che difficilmente si trovano su un gruppo Facebook o su Reddit, quelli che sono convinti di saperla più lunga degli altri semplicemente perché ci sono da più tempo (senza rendersi conto che, proprio in virtù del tempo, le cose cambiano). Quelli che hanno passato la vita ad implementare gestionali contabili in Visual Basic, quelli percui WindowsXP è il miglior sistema operativo della storia, quelli cresciuti nella cultura secondo cui “Linux è un cancro”. Quelli che dimostrano una ostilità aperta, cieca, brutale, a volte violenta nei confronti dell’opensource, e cui basta leggere questa parola in un post per arroccarsi in un thread e – a prescindere da quel che era il topic della discussione – sciorinare fiumi di luoghi comuni e posizioni retrograde. Perché se pubblichi il codice poi te lo rubano (!), perché se adotti una licenza opensource poi hai problemi legali (?), perché nessuno campa con l’opensource (?!). Confuse linee di pensiero che poi restano lì, ad uso del prossimo giovanotto che capiterà su quel thread (deliberatamente, o casualmente cercando qualche termine su Google), e che contribuiranno a formare una idea nella sua testa.

Ben conoscendo l’esistenza e la radicalizzazione di queste posizioni ho voluto pubblicare una pagina su linux.it, che riassume alcuni dei preconcetti più diffusi e cerca di fornire una contro-argomentazione in linea con quella che è la realtà attuale, eppure sembra necessario presidiare attivamente quelle che sono le pubbliche piazze dell’internet, oggi per l’appunto infestate dalla dannosa tecno-geriatria che genuinamente crede (e pertanto vuol far credere agli altri) che la vendita di licenze sia l’unico modello esistente per chiunque voglia condurre una carriera professionale in ambito software.

Io personalmente mi sono almeno per ora parcheggiato sul forum de iprogrammatori.it, ed ogni tanto do uno sguardo ai nuovi topic per vedere se abbisognano di un intervento. Perché altrove, al di fuori della comfort-zone delle community più squisitamente Linux-friendly, c’è ancora un gran lavoro culturale da fare.

Volontariamente

9 agosto 2015

Incontrando, scrivendo e confrontandomi regolarmente con tanti membri della cosiddetta “community linuxara” italiana mi capita di raccogliere posizioni ed opinioni ricorrenti, spesso raggruppabili e riconducibili ad atteggiamenti simili. Tra queste posizioni ne esiste in particolare una che ancora non sono riuscito ad inquadrare: la prima volta l’ho considerata una singolare stravaganza del mio interlocutore, alla seconda mi sono stupito di ritrovarla, alla terza ho tentato invano di seguire il discorso, giunto alla decima iterazione mi urge soffermarmici un istante per carpirne l’essenza ed il senso. Sempre che un senso lo abbia.

Essa è sommariamente riassumibile in tale linea di pensiero:

Io promuovo il software libero in qualità di volontario, gratis, nessuno mi paga per farlo. Pertanto non assecondo alcuna via di mezzo che anteponga la convenienza utilitaristica alla totale ed assoluta libertà del software, mi dissocio da ogni tentativo di compromesso nei confronti della più rigida purezza della filosofia del software libero, contesto ogni rapporto con entità che non aderiscano completamente e consapevolmente alle ragioni ideologiche del freesoftware. E’ vero, per lavoro uso Windows/Mac/PiattaformaProprietaria, ma mi pagano dunque va bene.

Tale costrutto è spesso accompagnato da altre argomentazioni strettamente correlate al denaro, benché comuni anche ad altre categorie: non insegno niente a nessuno, per quello ci sono i corsi a pagamento; se un utente ha un problema si cerca la soluzione da solo o paga un tecnico; lo faccio gratis dunque è l’ultimo dei miei pensieri dopo la famiglia, il lavoro, i fatti miei, gli hobby e qualsiasi altra cosa… Ed è spesso individuabile presso le frange più estremiste e intolleranti, i “talebani”, che più frequentemente di quanto non si creda tirano in mezzo la questione del “lo faccio gratis” come argomentazione per motivare la propria rigidità (e giustificare la propria apparente incoerenza nell’ambito lavorativo).

Ma io, in tutto questo, stento a trovare un nesso, un legame logico.

Come si può pretendere che altri perseguano la più rigorosa disciplina stallmaniana, se poi per primi ci si vende all’uso (o peggio ancora alla diffusione) del software proprietario proprio per gli stessi motivi di “convenienza” che altrove si respingono ciecamente? Magari è più comodo e sicuro tenersi la propria occupazione che non tentar fortuna presso una delle innumerevoli aziende che in questa epoca di migrazione verso il “cloud” cercano sistemisti e programmatori web (ambito in cui Linux e l’opensource dominano), restando nella propria azienda Windows-centrica con una certificazione Microsoft appesa al muro e Visual Studio e Outlook aperti sul desktop di Windows 10, ma con che faccia si può poi andare a pretendere che i dipendenti del proprio comune, o i maestri nella scuola dei propri figli, o più banalmente il proprio vicino di casa, debbano di punto in bianco rinunciare a Skype, Steam ed alla propria stampante per la quale non esiste un driver libero in nome di astratti ideali che neppure capiscono (e ben lungi andarglieli a spiegare, “mica mi pagano per fare l’educatore”…)?

Nessuno paga nessun’altro neanche per mangiare, bere e dormire. Anzi, solitamente si paga per farlo (e appunto si lavora per avere i soldi per farlo). Ma queste sono attività dopotutto necessarie ed indispensabili alla sopravvivenza. Meno strettamente necessario ed indispensabile, ma altrettanto non retribuito, è metter su famiglia e allevare dei figli. Ancor meno necessario, ed ancor meno retribuito, è passare la serata guardando la televisione o giocando ad un videogioco o assemblando il modellino del galeone spagnolo. È assolutamente legittimo che tutte queste cose vengano prima della divulgazione del software libero nella propria scala di priorità, anzi per fortuna che c’è anche dell’altro nella vita!, ma il proprio grado di pretesa nei confronti del prossimo dovrebbe essere commisurato al proprio personale coinvolgimento: se ci si concede per sé – giustamente – qualche svago e qualche distrazione anziché devolvere tutto tutto il proprio tempo alla Causa Suprema, appunto perché si è volontari (tutti noi lo siamo) e nessuno ci paga per farlo, è difficile imporre una totale assenza di compromessi e facilitazioni ad altri.

E poi, quel che proprio mi sfugge: qual’é la correlazione tra il “farlo gratis” ed il “farlo in modo estremo”? È emblematico notare come secondo il dizionario la definizione di “promozione” sia “l’atto, il fatto di promuovere, cioè di dare inizio, di dar corso a qualche cosa, o anche di caldeggiarla”. Ovvero l’esatto opposto del negare qualsiasi transizione graduale, del voler arrivare direttamente al compimento assoluto dell’adozione del software libero senza alcuna sfumatura nel mezzo, sia essa concretizzata in una installazione di Ubuntu (che, si, contiene anche driver proprietari) o in una pagina divulgativa su Facebook (che, si, è una piattaforma chiusa) o nel cercare la collaborazione – soprattutto comunicativa e mediatica – con altre realtà associative o pubbliche (che, si, magari non sono a loro volta apertamente sostenitrici del freesoftware occupandosi di altro). Evidentemente sfugge la non così sottile differenza tra “promuovere” e “pontificare”…

Nessuno vieta, anzi si è altamente incoraggiati, di usare Linux a casa propria, per proprio conto, perché piace smanettare o perché lo si ritiene più comodo o interessante, come fa la maggioranza degli attuali utenti Linux (che sono ben più di coloro che frequentano i LUG cittadini o scrivono sulle mailing list): di sicuro quello è un approccio intellettualmente più onesto che non fare la stessa identica cosa e aver la pretesa di essere dei “volontari” che fanno “promozione”, arrogandosi peraltro (“perché io lo faccio gratis, e dunque ne ho diritto”) posizioni decisionali nei confronti di altri.

Giunti alla fine di codesto post, resto senza una risposta alla mia domanda iniziale. La prossima volta che incontrerò uno di quelli che “nessuno mi paga”, proverò a dargli 10 euro e vedere se rinsavisce.

Gratuito a Tutti i Costi

23 luglio 2015

Come tutti ben sappiamo, purtroppo, negli anni si è ampiamente diffuso il binomio “software libero = gratis”. Al punto che questo suo attributo (che il più delle volte è un effetto collaterale del modello di sviluppo opensource) è spesso considerato come quello principale e caratterizzante della categoria. Le scuole dovrebbero adottare il software libero per risparmiare, le pubbliche amministrazioni dovrebbero adottare il software libero per risparmiare, in azienda si dovrebbe adottare il software libero per risparmiare…

Da una parte, tale distorto punto di vista genera aberrazioni del tipo “Io sono favorevole all’opensource, infatti ho installato Winzoz crakkato così non ho dato i soldi a Micro$oft!”. Dall’altro, nel momento in cui pressoché tutti i grossi produttori di software proprietario regalano le proprie applicazioni onde potersi garantire una ampia base di utenti e guadagnare poi su altri fronti (l’hardware, la pubblicità, i contenuti e quant’altro), viene a mancare il motivo per cui scegliere il software libero: se è tutto gratis, tanto vale aderire alla soluzione più popolare, col nome più trendy, o meglio integrata con altri servizi.

Forse sarebbe opportuno provare a sopperire a questo luogo comune del software libero “gratuito a tutti i costi”, per dare maggiore risalto alle sue effettive proprietà, ed optare per una strategia di comunicazione anti-ciclica. Mentre tutti regalano (o almeno fingono di regalare, ma il risultato percepito è lo stesso…), si dovrebbe porre l’attenzione sul fatto che il software libero – in qualità di software, e dunque prodotto ingegneristico per la cui produzione sono necessarie risorse – abbisogna di supporto, certamente di carattere tecnico (patch, traduzioni e documentazione sono sempre molto gradite) ma anche e soprattutto di carattere economico.

Un approccio in tal senso è quello di natura imprenditoriale e commerciale. Scegliere soluzioni libere, e basate su software libero, azzera il rischio di lock-in, aumenta l’interoperabilità, e… riduce i costi, non prevedendo spese fisse di licenza; optando per l’adozione di una soluzione libera l’impresa di turno gode di tutti questi vantaggi ed i soldi che investe per acquisirli finiscono interamente nelle mani del suo fornitore anziché essere in buona parte dirottati ad una multinazionale straniera (che paga le tasse in Irlanda). Correttissimo ed incontestabile, ma, diciamolo, questo discorso è maggiormente incentrato sul giusto riconoscimento pecuniario del lavoro svolto che non sulle qualità proprie del software libero, ed anzi parte dallo stesso presupposto (errato) percui il software libero cresce sugli alberi; il messaggio di fondo è “il prodotto è gratuito, ma io che te lo installo, configuro, personalizzo e mantengo vado pagato”. Siamo tornati al punto daccapo.

Un altro approccio è quello “etico”, di responsabilizzazione nei confronti degli utenti. Chi implementa e rilascia software con una licenza libera non intende abusare della sua posizione obbligando a pagare ciclicamente delle licenze che non aggiungono nessun valore al prodotto, ma ha comunque le bollette da pagare ed i figli da mantenere: dai un tuo contributo, per mezzo di una donazione libera, in modo che essi possano continuare a svolgere la loro opera e tu a trarne beneficio. Questa modalità di coinvolgimento è sempre esistita, da che mondo è mondo numerosi progetti di sviluppo opensource espongono un tasto “Donate” sul proprio sito web, ma è emersa in modo preponderante negli ultimi anni con la diffusione del concetto di “crowdfunding” e la proliferazione di campagne di raccolte fondi mirate, a volte riuscite ed altre meno: MediaGoblin, Geary, Builder e Roundcube sono forse quelle che hanno destato maggiori attenzioni, ma certo non sono le uniche; tra le tante annovero anche la recente iniziativa di Italian Linux Society, che su donazioni.linux.it ha già condotto una raccolta di inaspettato successo ed altre analoghe ne lancerà nei prossimi mesi.

Tale pratica, oltre ovviamente ad essere utile nel raccimolare i soldi necessari a garantire l’esistenza del progetto per un certo periodo di tempo, ha il gradevole effetto di suggerire al pubblico – anche quello che ai fatti non partecipa con una donazione – l’implicita necessità di sostegno economico, il fatto che il software sarà pure gratuito ma se nessuno lo supporta finisce con lo sparire (a discapito di tutti), e che forse è meglio donare spontaneamente adesso 10 euro una tantum che pagare dopo 100 euro fissi all’anno.

Constatato il summenzionato, inatteso successo della prima esperienza di donazioni.linux.it, non escludo di inventarmi nei prossimi mesi qualcosa di ancor più strutturato che vada in questa direzione…

Parole (e) Crociate

11 luglio 2015

All’interno della nostra community di “attivisti da mailing list” ho constatato nell’ultimo anno l’emergere di un ennesimo trend para-linguistico. Non solo vano, come certi altri, ma potenzialmente dannoso ed auto-lesionistico. Esso mi è stato ricordato oggi, ricevendo dall’ennesimo fanciullo l’ennesima mail dal pensiero copiato-e-incollato da chissà quale altra mail o chissà quale blog, e ne traggo spunto per riportare qui qualche considerazione in merito.

Partiamo, come sempre, dal principio. Negli anni, attraverso ignoti percorsi cognitivi, si è molto diffuso sul web l’utilizzo del termine “non commerciale” per descrivere il software libero, e – in modo uguale e contrario – l’espressione “software commerciale” per indicare quello che non è libero. Certo perché la frequente disponibilità gratuita del software libero e opensource è, ahimé, spesso posta come principale caratteristica della categoria, e qualcuno ha ben pensato di associare (erroneamente) tale caratteristica al fatto di essere scevro da ogni genere di interesse economico e, appunto, commerciale.

Alché, i nostri Luminari (e FSF in primis, che sulla terminologia è sempre zelante) hanno iniziato ad opporsi a tale utilizzo improprio dell’aggettivo. Perché anche il software libero può certamente e legittimamente essere oggetto di commercio, di vendita e di profitto, e definirlo “non commerciale” è fuorviante e scorretto.

Fin qui va tutto abbastanza bene. Il problema arriva quando si inizia ad usare deliberatamente il termine “commerciale” riferendosi al software libero, magari per rimarcare ed ostentare orgogliosamente tale posizione, facendosi pregio di conoscere le direttive di FSF meglio degli altri.

Quel che non tutti sanno, o meglio che non tutti prendono in considerazione, è che nell’accezione contemporanea “commerciale” non è necessariamente sinonimo di “commerciabile”. Stando al vocabolario Treccani il termine è “riferito a prodotti dell’industria, di qualità ordinaria, non pregiata, andante. In senso più spregiativo, di opera dell’ingegno prodotta o realizzata soprattutto a fini di diffusione e di guadagno, priva perciò di pregi intrinseci e di qualità artistiche o di valore scientifico”. Analogamente il Sabatini-Coletti dice che un prodotto commerciale è “fatto per una vasta vendita, di scarsa qualità”. Per Hoepli è un aggettivo “di prodotto che mira unicamente al profitto economico”.

Personalmente, la prima volta che ebbi modo di recepire una contestazione sulla falsità del binomio software libero / non commerciale fui molto perplesso. La prima cosa che mi è venuta in mente è stata la mia giovinezza, i tempi dell’ITIS, quando era molto in voga un genere musicale per l’appunto chiamato “commerciale” (sotto-genere trasversale dell’elettronica): chiaramente ogni genere musicale è “commerciabile”, ma quello in particolare era così chiamato essendo costituito da brani di facile ascolto, ritmati, appositamente composti per una serena fruizione da parte dei fanciulli sbronzi di coca-e-rum in discoteca (i quali ne andavano entusiasti). Proprio in campo musicale l’aggettivo “commerciale” è da sempre inteso come dispregiativo, e l’aggettivo è usato come uno dei peggiori insulti che un musicofilo può dare ad un brano o ad un album.

Preso atto del significato che, nel linguaggio comune e popolare, assume il termine “commerciale”, evidentemente potrebbe non essere una così grande strategia quella di usarlo per descrivere il software libero. Anzi, azzardo una ipotesi controintuitiva: proprio in virtù del suo informale intento negativo non sarebbe male chiudere un occhio sulle potenziali implicazioni economiche e continuare ad utilizzarlo per indicare il software proprietario, lasciando che il sottinteso malinteso giochi in favore della controparte libera nell’immaginario collettivo.

Ma temo che, come sempre, la cieca ed ottusa pedanteria prevarrà anche per questa ennesima Crociata di Parole.

Venghino, Siori

9 maggio 2015

In qualità di Direttore-e-ora-Presidente di Italian Linux Society, o comunque di persona con accesso diretto alla (modesta) rete di comunicazione dell’associazione, ricevo spesso segnalazioni di eventi e conferenze a tema linuxaro distribuite in tutta Italia con la richiesta più o meno esplicita di promuoverle a livello nazionale. Ci sono tre cose che stonano in tale pratica: “spesso”, “conferenze” e “nazionale”.

All’atto pratico, volenti o nolenti, piaccia o non piaccia, l’unico evento nazionale che ha una minima visibilità presso il pubblico è il Linux Day. Al secondo posto mi verrebbe da mettere la ConfSL, conferenza annuale (salvo le dovute eccezioni) ben nota nei circoli strettamente linuxari che comunque ha una portata di pubblico inferiore di due ordini di grandezza. Un terzo posto, semplicemente non esiste. Qualsiasi altro evento nel settore, almeno a mia memoria e a mia conoscenza, non ha mai raggiunto quota 100 partecipanti: decisamente modesti per essere considerati appuntamenti di portata nazionale.

Dati questi presupposti freddamente numerici – ma che vanno a considerare quello che è il principale metro di giudizio per misurare il successo di una conferenza: i volumi di partecipazione -, vien da chiedersi: perché questa costante ostinazione nel volerne allestire ancora? Perché a ogni folata di vento qualcuno da qualche parte si alza con la velleità di fare la mega-convention per la quale invitare ogni singolo smanettone d’Italia, salvo poi trovarsi puntualmente in 15 in un’aula? Ingenuità? Alterigia? Sopravvalutate capacità? Sindrome del “Questa è la Volta Buona”?

Anche io ci sono passato. Anche io ho avuto la pretesa di organizzare da un giorno all’altro eventi pubblici aspettandomi quasi come per magia dozzine di persone interessate per poi trovarmi con più relatori che partecipanti nella sala. L’ho fatto una volta. L’ho fatto due. Alla terza ho guardato in faccia la realtà ed ho lasciato perdere. Non posso pertanto biasimare chi compie gli stessi miei errori, ma mi concedo la sfacciataggine di dare un consiglio a chi sta pianificando il prossimo raduno nazional-popolare con gli amici del bar sotto casa: la metà delle energie possono essere spese in altro modo per ottenere il doppio dei risultati.

L'”altro modo” consiste non in appuntamenti randomici inventati di sana pianta con prestigiosi speaker ed in grandi aule, estremamente difficili non solo da organizzare ma soprattutto da comunicare e far conoscere, ma in appuntamenti periodici, cadenzati, e molto più contenuti nella forma e nella sostanza. In poche parole: gli incontri di assistenza settimanale/bisettimanale/mensile. Che già diversi LUG svolgono, ma mai quanti sarebbe desiderabile.

Il fatto di essere costantemente presenti sul territorio, sempre nello stesso posto e sempre con lo stessa ciclicità, porta a ben tre benefici diretti:

  • la popolarità dell’iniziativa stessa cresce (o, alla peggio, si mantiene uguale) col tempo, perché chi partecipa una volta facilmente informa amici e conoscenti che a loro volta sapranno dove e come presentarsi la volta successiva
  • laddove non esiste un programma prestabilito ma una attività collettiva, più facilmente si faranno avanti nuovi volontari che potranno dare una mano. Per l’attività stessa, e magari in seguito anche per iniziative più strutturate
  • il fatto di ritrovarsi periodicamente con gli altri smanettoni coinvolti offre un sano e piacevole svago, ed una occasione per discutere e ragionare su altre azioni

Mi rendo conto di non star dicendo niente di inedito e stupefacente, anzi alcune cose le sto pure ripetendo, eppure, come sopra citato, ancora non mi capacito di quanti preferiscano adottare la strategia dell'”evento a tutti i costi” (storicamente fallimentare, come dimostrano i fatti) anziché prendere accordi con un amico barista, occupare un tavolo ogni giovedi sera ed installare Linux al curioso in transito di turno.

Davvero: il mondo linuxaro non ha bisogno di affollate conferenze. Ha bisogno di una birra alla settimana.