Parole (e) Crociate

11 luglio 2015

All’interno della nostra community di “attivisti da mailing list” ho constatato nell’ultimo anno l’emergere di un ennesimo trend para-linguistico. Non solo vano, come certi altri, ma potenzialmente dannoso ed auto-lesionistico. Esso mi è stato ricordato oggi, ricevendo dall’ennesimo fanciullo l’ennesima mail dal pensiero copiato-e-incollato da chissà quale altra mail o chissà quale blog, e ne traggo spunto per riportare qui qualche considerazione in merito.

Partiamo, come sempre, dal principio. Negli anni, attraverso ignoti percorsi cognitivi, si è molto diffuso sul web l’utilizzo del termine “non commerciale” per descrivere il software libero, e – in modo uguale e contrario – l’espressione “software commerciale” per indicare quello che non è libero. Certo perché la frequente disponibilità gratuita del software libero e opensource è, ahimé, spesso posta come principale caratteristica della categoria, e qualcuno ha ben pensato di associare (erroneamente) tale caratteristica al fatto di essere scevro da ogni genere di interesse economico e, appunto, commerciale.

Alché, i nostri Luminari (e FSF in primis, che sulla terminologia è sempre zelante) hanno iniziato ad opporsi a tale utilizzo improprio dell’aggettivo. Perché anche il software libero può certamente e legittimamente essere oggetto di commercio, di vendita e di profitto, e definirlo “non commerciale” è fuorviante e scorretto.

Fin qui va tutto abbastanza bene. Il problema arriva quando si inizia ad usare deliberatamente il termine “commerciale” riferendosi al software libero, magari per rimarcare ed ostentare orgogliosamente tale posizione, facendosi pregio di conoscere le direttive di FSF meglio degli altri.

Quel che non tutti sanno, o meglio che non tutti prendono in considerazione, è che nell’accezione contemporanea “commerciale” non è necessariamente sinonimo di “commerciabile”. Stando al vocabolario Treccani il termine è “riferito a prodotti dell’industria, di qualità ordinaria, non pregiata, andante. In senso più spregiativo, di opera dell’ingegno prodotta o realizzata soprattutto a fini di diffusione e di guadagno, priva perciò di pregi intrinseci e di qualità artistiche o di valore scientifico”. Analogamente il Sabatini-Coletti dice che un prodotto commerciale è “fatto per una vasta vendita, di scarsa qualità”. Per Hoepli è un aggettivo “di prodotto che mira unicamente al profitto economico”.

Personalmente, la prima volta che ebbi modo di recepire una contestazione sulla falsità del binomio software libero / non commerciale fui molto perplesso. La prima cosa che mi è venuta in mente è stata la mia giovinezza, i tempi dell’ITIS, quando era molto in voga un genere musicale per l’appunto chiamato “commerciale” (sotto-genere trasversale dell’elettronica): chiaramente ogni genere musicale è “commerciabile”, ma quello in particolare era così chiamato essendo costituito da brani di facile ascolto, ritmati, appositamente composti per una serena fruizione da parte dei fanciulli sbronzi di coca-e-rum in discoteca (i quali ne andavano entusiasti). Proprio in campo musicale l’aggettivo “commerciale” è da sempre inteso come dispregiativo, e l’aggettivo è usato come uno dei peggiori insulti che un musicofilo può dare ad un brano o ad un album.

Preso atto del significato che, nel linguaggio comune e popolare, assume il termine “commerciale”, evidentemente potrebbe non essere una così grande strategia quella di usarlo per descrivere il software libero. Anzi, azzardo una ipotesi controintuitiva: proprio in virtù del suo informale intento negativo non sarebbe male chiudere un occhio sulle potenziali implicazioni economiche e continuare ad utilizzarlo per indicare il software proprietario, lasciando che il sottinteso malinteso giochi in favore della controparte libera nell’immaginario collettivo.

Ma temo che, come sempre, la cieca ed ottusa pedanteria prevarrà anche per questa ennesima Crociata di Parole.

Una Risposta to “Parole (e) Crociate”


  1. […] Parole (e) Crociate […]


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