Ricchi e Poveri

6 giugno 2016

Proseguo il discorso lasciato a metà nel precedente post, per commentare la seconda parte dell’articolo di Moglen. Benché molte delle considerazioni a seguire siano state precedentemente elaborate in occasione dell’ultima tappa torinese di Stallman, al termine della quale dal pubblico si è levata codesta domanda: “Se regalo il software che produce la mia azienda, come faccio a campare?”. Risposta: “In verità in verità ti dico, porgi l’altra guncia e ama il prossimo tuo come te stesso” (ok, non ha detto esattamente così, ma il senso era quello: la purezza etica e morale prima di tutto). Chiaramente una replica alquanto insoddisfacente e poco credibile. Eppure nel summenzionato post lo stesso Moglen, che pure solitamente si dimostra persona un tantino più ragionevole e pragmatica, solleva una questione analoga – lo scetticismo del mondo dell’impresa dinnanzi all’adozione di licenze software non solo libere ma pure copyleft – ma non sa dare alcuna risposta se non quella della lenta evangelizzazione alle Vie della Misericordia Digitale.

A fronte di quello che è l’aspetto più controverso, complesso e difficilmente digeribile esistente dell’intersezione tra opensource (il modello di sviluppo aperto, la cui più ovvia implicazione è che il software è accessibile gratuitamente) e freesoftware (più nello specifico della libertà 0, quella di permettere a chiunque di fare ogni cosa col frutto del proprio lavoro incluso venderlo ad altri), evidentemente nessuno sa dare non dico una risposta definitiva ma neppure un vago spunto. Laddove, a ben guardare, lo spunto non solo c’è ma se ne parla abbondantemente da 15 anni.

Da quando esiste il digitale, e da quando si è iniziato a produrre e vendere beni digitali, ci si è accorti che i modelli economici validi fino al giorno precedente non erano più applicabili. Per il semplice fatto che un bene digitale può essere facilmente e rapidamente riprodotto e distribuito a costo marginale zero, da chiunque e senza intermediari, e venendo a mancare un rapporto diretto tra venditore e compratore viene anche a mancare l’occasione per aggiungere un plusvalore che vada ad alimentare la produzione di nuovi beni e/o a generare profitti. Vengono meno le precondizioni per ragionare in termini di scarsità ed abbondanza, da sempre fattori elementari dell’economia (confido che tutti abbiano sentito parlare di “domanda” ed “offerta”, e del rapporto che le lega): il singolo bene digitale è sempre, per definizione, talmente abbondante da essere potenzialmente infinito. E dunque potenzialmente di nessun valore.

Date queste nuove condizioni di mercato, esistono due modi per fronteggiarle. O si ostacolano, o si assecondano. Nel primo caso, con meccanismi esotici che permettano di arginare in modo artificiale la riproducibilità del bene e dunque la sua innata abbondanza: DRM, chiavi hardware, controlli centralizzati. Nel secondo caso, “commoditizzando” il bene e spostando la propria fonte di profitti altrove.

Senza doverci inventare niente di astratto o teorico, per approfondire e chiarire questi assunti è sufficiente guardare all’industria musicale. Quella che in modo più evidente è stata trasformata dalla sua propria digitalizzazione (ed ancor più dalla digitalizzazione del mondo intorno). È noto a tutti come il P2P abbia di fatto cannibalizzato l’album acquistato in negozio, ma è altrettanto noto che – a dispetto dei puntuali piagnistei – ciò non ha impedito alla suddetta industria di continuare a generare profitti. Inventando nuovi metodi (la monetizzazione dei video online diffusi gratuitamente per mezzo della pubblicità, o i vari economici servizi di streaming su abbonamento tipo Spotify), o spremendo di più quelli esistenti (merchandise e concerti).

Dall’altra parte, l’industria del software che fa? Ben poco, essendo ancora in larga parte condizionata a ragionare in termini di scarsità dei beni: il prodotto venduto è la licenza, e l’erogazione delle licenze è artificialmente vincolata e controllata. Gran parte di coloro che producono software pensa in modo non molto diverso da chi produce mele. O almeno i produttori più piccoli. Quelli grandi, o quelli più astuti, sono già alla fase successiva. Spesso replicando i suddetti metodi già usati dalla controparte musicale: la pubblicità (che per l’occasione è stata portata anche al di fuori del web), lo streaming (o meglio, l’erogazione di servizi “cloud”), ed i sotto-prodotti accessori come la formazione.

Sembra paradossale che uno degli strumenti più profittevoli per il mercato musicale sia stato solo in parte sfruttato dal mercato software: la performance live. Ovviamente non mi riferisco al fatto di mettere cinque programmatori a codare su un palco tra le acclamazioni del pubblico, ma al corrispettivo software della personalizzazione e della soluzione su misura. Beni naturalmente “scarsi”, tanto quanto scarsi sono i programmatori con le competenze adeguate, e dunque di valore crescente al crescere della domanda. Questo approccio viene spesso adottato dai produttori più piccoli, che assecondano ogni richiesta dei dieci clienti persuasi ad adottare la loro piattaforma (solitamente di natura gestionale), ma difficilmente può scalare oltre. Almeno finché la piattaforma di riferimento è chiusa, ed il suo unico detentore deve continuamente struggersi tra il bisogno di trovare nuovi clienti a cui fatturare e la necessità di far parallelamente crescere la disponibilità di competenze da vendere.

Non voglio adesso spacciare modelli teorici come verità assolute, né tantomeno imporre Automattic, Acquia o Red Hat come prove definitive dell’indiscutibile validità di astrazioni accademiche. Resta il fatto che ci sono elementi concreti, materiali e scientifici per una riflessione sull’economia del software libero più ampia, e magari più suggestiva – per imprenditori ed investitori -, che non la sola ostentazione di valori morali. Quanto mi piacerebbe se gli intellettuali non si concentrassero solo sui cavilli legali, ma sapessero anche suggerire una risposta alla domanda più grande di tutte: “come faccio a campare?”.

Una Risposta to “Ricchi e Poveri”


  1. […] è diventata la base concettuale di gran parte dei modelli di business legati al software (che, ricordiamolo, è per sua natura un prodotto infinitamente replicabile a costo zero, contrariamente alle mele o […]


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