Archive for the 'Community' Category

Chiusura Centralizzata

11 febbraio 2017

Anche quest’anno sono stato al FOSDEM. E anche quest’anno propongo la mia personale lettura dell’evento internazionale che, nel bene o nel male, funge da cartina da tornasole nei confronti dell’intero movimento opensource.

Stando a quanto visto il trend emergente è quello del self-hosting, ovvero la pratica di gestirsi da sé i propri servizi online (o, quantomeno, di rivolgersi a fornitori “alternativi”). Una tendenza con ovvie implicazioni tecniche, ma soprattutto con implicazioni sociali e politiche. Il debutto della devroom “Decentralized Internet” né è stato il segno più evidente, a partire dal suo nome provocatorio: laddove Internet è e resta una infrastruttura di fatto decentralizzata, è fuor di dubbio che gran parte del traffico (e delle informazioni) passi da un numero limitato di nodi – genericamente identificati con l’acronimo GAFA: Google, Apple, Facebook, Amazon -, e l’invito a ri-decentralizzare la Rete mira a bilanciare questo equilibrio spezzato. Sensibilizzando sull’argomento, ma anche costruendo strumenti più facili e rendendo accessibili anche ai profani le sofisticate tecnologie di virtualizzazione, contenimento e amministrazione abitualmente usate dai più skillati sistemisti.

Il tema non è affatto nuovo ma è interessante notare come, laddove continui ad esistere un approccio negazionista nei confronti del “cloud”, ci sia anche un movimento di azione e reazione volto a fornire non solo delle motivazioni ma anche delle soluzioni. Cosa nient’affatto scontata: il fork di ownCloud – la piattaforma forse più popolare del momento nella categoria “servizi cloud fai-da-te” – in NextCloud, avvenuto a giugno, avrebbe potuto minare la fiducia della community nei confronti di questo genere di iniziative, ed invece pare non aver intaccato l’ottimismo diffuso. Certo continuano a mancare alternative valide per tutte le esigenze (benché in questa sede ne abbia scoperta qualcuna nuova), ed il capitolo “social networks” fa storia a sé, e gestirsi il proprio server non è ancora cosa alla portata proprio di tutti, ma i progressi su questo fronte sono all’ordine del giorno.

Tra le note più folkloristiche relative alla manifestazione: quest’anno i talks più interessanti non sono stati condensati al mattino e, almeno al sabato, l’orario ha subito un lieve slittamento dal 9:00/18:00 al 10:00/19:00: evidentemente io ed i miei compagni di avventure non siamo i soli a far tardi nelle birrerie di Bruxelles; “Premio Originalità” agli sviluppatori di VLC, che si sono presentati in massa con improbabili cappelli a forma di cono: davvero non se ne poteva più di vedere solo cappelli rossi!; la bacheca dedicata alle offerte di lavoro diventa sempre più grande, ed è un buon segno: sempre di più sono le aziende “fuori dal coro” che cercano talenti nel campo dell’opensource, molto spesso in remoto e su tutta Europa, ed il settore continua a crescere in modo sensibile.

Manco a dirlo l’evento è stato anche una occasione per incontrare tanti italiani, vecchie e nuove conoscenze, e discutere sullo stato della nostra community nazionale, fare progetti e valutare idee. Come sempre non tutti i buoni propositi arriveranno ad essere realizzati, ma per alcuni già ho iniziato a mobilitarmi e a tastare il terreno. E facilmente qualcuno di essi sarà prossimamente veicolato per mezzo di ILS. Il più è riuscire a cavalcare il più a lungo possibile l’effetto-FOSDEM.

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Quel che Non C’era

26 marzo 2016

L’altro giorno sono incappato nella trascrizione di un talk tenuto a LibrePlanet, annuale conferenza statunitense promossa da FSF, e, sorvolando su alcuni dettagli di forma e di sostanza, devo confessare che mi ha toccato. Esso in qualche modo risponde alla mia intima ricerca di un obiettivo e di un metodo, emersa ad inizio anno (e prima ancora in occasione dello scorso Linux Day), e benché tale risposta non sia esaustiva riesce comunque a completare una visione.

O quantomeno la mia visione personale. Perché, va detto: il Movimento Free Software nel suo insieme, una visione completa, ufficiale e condivisa, non l’ha mai avuta. E questo fatto appare evidente nel momento in cui qualcuno ne propone una: non c’è niente con cui compararla. Vuoi perché gli smanettoni ne hanno fatto una questione tecnica prima ancora che politica, vuoi perché i non smanettoni ne hanno fatto una questione politica prima ancora che tecnica, vuoi perché ci siamo arenati sulla convinzione che lo scopo ultimo sia assecondare l’ego di un singolo.

Con un colpo al cerchio ed uno alla botte (citando FSF solo per fare esempi positivi, ma al contempo introducendo sfumature assai poco ortodosse), il suddetto talk fornisce una contestualizzazione storica, politica, etica e filosofica di quel che è e dovrebbe essere il freesoftware. Gli da un ruolo all’interno di uno schema più ampio. E suggerisce quattro perni intorno cui (ri)costruire un movimento che, a ben vedere, non gode di così buona salute. Mi sento in qualche modo sollevato dal fatto che, tra tali priorità, vi sia anche quella cui ero giunto anche io in separata sede (in maniera molto più grezza e grossolana, si intende): che il “software libero” è “libero”, ma è anche “software”. Con dei requisiti, delle funzionalità, e degli utenti. Cosa nient’affatto scontata, se ci si limita alla concezione di “freesoftware = 4 libertà”.

L’invito sottinteso del testo in oggetto è volgarmente traducibile in: meno pippette, più fatti. Un appello che molti – o quantomeno io – hanno sempre sentito dentro di sé. Sentirlo arrivare da fuori dalla propria testa fa tutt’altro effetto.

Tre Amici al Bar

7 febbraio 2016

Oramai, dopo tanti anni, come potrei evitare di andare al FOSDEM? E, soprattutto, come potrei evitare di scrivere il mio canonico post di commento e riassunto?

Un primo spunto di analisi viene dalla diretta comparazione delle devroom 2015 con quelle 2016: Lisp è stato sostituito da Lua, Smalltalk (un linguaggio notoriamente estendibile) è stato sostituito da Guile (un linguaggio per le estensioni), lo spazio dedicato agli strumenti per la ricerca testuale è stato sostituito da quello dedicato agli strumenti per le traduzioni testuali, Valgrind e IaaS sono spariti e sono apparsi approfondimenti sullo sviluppo di giochi, di applicazioni per le comunicazioni, e quelli sugli oramai ubiqui “containers” e “Big Data”. Un taglio un poco più tematico, per dare spazio alle innumerevoli sfaccettature di un mondo da sempre – e sempre più – frammentato, ed in primis diviso nei due emisferi “programmatori” e “sistemisti”.

E tra programmatori e sistemisti, si riduce lo spazio per quelli che qui possiamo impropriamente chiamare “makers”. I banchetti espositivi dislocati nel corridoio centrale dell’edificio AW, abitualmente dedicati ai progetti hardware, si sono ridotti ad un terzo. Questo potrebbe avere due possibili spiegazioni: o si è trattata di una deliberata scelta organizzativa per favorire il transito del pubblico in un’area solitamente molto trafficata, oppure effettivamente non ci sono più gli hacker hardware di una volta. Un indizio può essere trovato nel fatto che la devroom da sempre intitolata “Embedded” quest’anno si sia chiamata “Embedded, Mobile and Automotive“, a sottolineare come quelle che precedentemente erano nicchie universalmente identificate all’interno di una macro-categoria abbiano guadagnato identità e rilevanza.

A proposito di mobile. A dispetto dell’entusiasmo riscontrato lo scorso anno, Jolla è sostanzialmente fuori dal mercato delle piattaforme hardware – come ben sanno tutti coloro che hanno partecipato alla campagna di crowdfunding per il Jolla Tablet – e sta (disperatamente) cercando il modo di sopravvivere con la piattaforma software. Di cui non si esclude la pubblicazione in dual-licensing, sul modello del framework Qt (n.b. parte di SailfishOS è attualmente ancora strettamente proprietaria). Sta di fatto che viene a mancare il device di riferimento che tutti vorrebbero e desidererebbero, ed in assenza di altro ci si rivolge all’outsider Fairphone: benché venga distribuito con un comunissimo Android, già ne esistono porting ufficiosi di FirefoxOS (che francamente ancora non s’è capito se è un progetto abbandonato o no) e di SailfishOS stesso. Su un canale isolato procede lo sviluppo di Ubuntu Phone, e sulla bocca dei suoi sviluppatori non v’è altro che la parola “convergenza“.

Impossibile è stato non notare al FOSDEM 2016 la massiccia presenza di ragazze e bambini. Ma non mi si fraintenda: non intendo che si sono viste più compagne di nerd presenti solo per badare alla prole portata in gita nella capitale d’Europa. Intendo che è capitato molto spesso, in pressoché tutte le devroom da me visitate – tecniche e meno tecniche -, di incappare in giovani donne, anche sole e dunque non trascinate lì a forza dallo sciagurato partner maschile, intente ad ascoltare e prendere appunti. Evidentemente i vari programmi di “outreach” portati avanti negli ultimi anni da diversi gruppi operativi nel mondo open stanno dando i loro frutti. Oppure, più semplicemente, la platea è maturata in modo naturale. La menzionata eccezionale presenza di bambini suggerisce una progressione demografica, percui la vecchia generazione che frequenta il convegno spingendo il passeggino è affiancata dalla nuova generazione di under-25 venuta su in un contesto sociale certo meno vincolato da “pregiudizi di genere” ed in cui è meno desueto trovare fanciulle interessate al calcolo parallelo.

In conclusione, riprendo un pensiero espresso dal mio abituale ed improbabile compagno di avventure belghe: questo FOSDEM è stato meno “coinvolgente” del solito. Negli anni passati dopo la chiusura dell’evento ci si trovava puntualmente invischiati in lunghe discussioni davanti ad una birra (= numerose birre…) sui progetti visti, sulle soluzioni proposte, sui loro benefici e sulle loro carenze, ed immancabilmente si tornava a casa con la voglia di mettersi alla tastiera ed implementare qualcosa di meglio. Questa volta no. Vuoi per la sfortuna avuta nel non incappare nei talk giusti, vuoi per la fisica difficoltà nell’incapparvi (buona parte degli interventi dal più alto potenziale sono stati concentrati nelle prime ore del mattino, inaccessibili per chi come noi fa le 3:00 al Delirium), vuoi per l’effettiva carenza di presentazioni di nuovi e stravaganti progetti (che potrebbe anche essere letta come una nota positiva, vuol dire che in giro ci sono meno sforzi vani e vaneggianti e ci si concentra maggiormente su progetti maturi).

Ciò non toglie che anche domenica notte, prima di ripartire per l’Italia, abbiamo fatto le ore piccole al pub, in tre davanti ad altrettanti boccali, animatamente argomentando propositi ed idee. Meno tecniche e più “politiche”. Anzi, “real-politiche“. Perché, comunque vada, la voglia di cambiare il mondo non passa mai.

Chiedimi se Sono Felice

9 gennaio 2016

Ieri sera sono incappato in un appello di FreeSoftware Foundation su Twitter, relativo ad un questionario da compilare in merito alla propria “visione” della fondazione stessa. Cliccando il link, quasi non ci volevo credere: trattasi proprio di un questionario relativo alla propria impressione sull’attività e sul ruolo di FSF, sugli obiettivi primari ed i metodi, con diverse domande aperte e spazi per commentare ed approfondire.

Quel che ancor più mi ha sorpreso è che, ad una impressione del tutto personale, dalle domande e dalle possibili risposte – laddove fossero risposte chiuse – traspare un senso di imbarazzo, di colpevolezza, e di piena consapevolezza di non essere un ente universalmente amato e supportato. Non serve necessariamente essere delle riottose malelingue (come me) per constatare oggettivamente che EFF, Wikipedia o persino Mozilla, altre realtà legate alla promozione dei diritti digitali e all’attivismo, hanno un seguito uno o due ordini di grandezza superiori rispetto a quello di FSF, che negli anni, in nome di valori troppo astratti per essere verosimili, si è progressivamente isolata e sempre più arroccata su posizioni più dannose che benefiche alla sua stessa mission.

Per amor di condivisione riporto qui di seguito le domande e le mie risposte al questionario, il tutto tradotto in italiano, integrando con links agli approfondimenti ed eventuali commenti addizionali.

 

In che direzione FSF dovrebbe concentrare gli sforzi nei prossimi cinque anni?

  • Libertà della Rete: Javascript libero, net-neutrality, promozione di servizi di rete distribuiti ed opposizione al “Service as a Software Substitute”. Risposta: no. Temi come la net-neutrality sono già abbondantemente (ed efficacemente) tutelati da altre realtà, e la promozione di servizi self-hosted certo sarebbe una strada auspicabile (come scrivo sotto) ma ha poco senso finché l’implementazione di tali servizi non esiste
  • Copyleft: promuovere l’adozione di licenze copyleft come la GNU General Public License (GNU GPL) al posto di licenze più lasche, e tutelare la GPL. Risposta: no. Non tanto perché non sia una causa meritevole, ma essenzialmente perché la cosiddetta “viralità” non è uno dei quattro principi essenziali del software libero. Ad oggi l’Internet brulica di ottime soluzioni distribuite con licenze permissive, rifiutarsi di accoglierle, integrarle e sfruttarle per il bene collettivo solo per via della poca simpatia per una licenza vorrebbe dire spararsi in un piede (anzi, su entrambi)
  • Sorveglianza e sicurezza: usare il software libero per proteggere gli utenti dalla sorveglianza di massa, e verificare che il software libero sia sicuro. Risposta: no. Anche in questo caso, ci sono altri soggetti che si occupano molto più efficacemente di questo. Tre esempi su tutti: Privacy Badger, HTTPS Everywhere e Let’s Encrypt, tutti di EFF. FSF dovrebbe dare il proprio sostegno a tal genere di iniziative anziché pretendere di inventarsene delle proprie “concorrenti”
  • DRM: ostacolare le tecnologie di restrizione digitale, e tenerle fuori dal web. Risposta: no. Personalmente ho una posizione tutt’altro che restrittiva nei confronti delle tecnologie restrittive; qualcuno vuole adottarle, complicando la vita ai propri utenti e portandoli all’esasperazione? Buon pro gli faccia, noi anziché distrarci nel cercare di convincerli avremmo un mondo di contenuti liberi (e ridistribuibili, e spesso gratuiti) da proporre come valida alternativa
  • Educazione alle licenze: aiutare gli sviluppatori a comprendere meglio l’utilizzo delle licenze libere, ed informarli su quelle che fanno al caso loro. Risposta: no. Dato il precedente presupposto sul supporto esclusivo alle licenze copyleft sarebbe facile immaginare che tale “educazione” sarebbe a senso unico. Meglio lasciar perdere, o quantomeno dare a tale obiettivo una priorità secondaria
  • Brevetti software: annullare (e non solo riformare) i brevetti software. Risposta: no. I brevetti software sono un problema “regionale” degli USA, mentre FSF dovrebbe (dovrebbe) avere una aspirazione internazionale
  • Sviluppo: iniziative per sostenere il progetto GNU, ottenere più applicazioni e migliorare quelle esistenti. Risposta: si. Sia chiaro: del progetto GNU in quanto GNU mi interessa molto poco (vedi sotto), ma complessivamente dalle mie personali risposte al questionario traspare una unica direzione raccomandata: occuparsi dello sviluppo di codice libero, che troppo spesso manca o è insufficiente
  • Crescita del movimento: incrementare la diversità e la rappresentanza di gruppi sotto-rappresentati all’interno del movimento freesoftware. Risposta: no. Davvero: il convolgimento delle donne nel settore tecnologico (perché alla fine di questo si parla) spetta ad altri, non a FSF. Tale missione non può diventare La Missione di tutti, checché ne dicano i benpensanti
  • Hardware: supportare ed ispirare lo sviluppo di hardware compatibile al 100% con software libero, soprattutto in settori come il mobile ed i dispositivi embedded. Risposta: no. Ammetto di aver avuto qualche titubanza nel non selezionare questo possibile traguardo, a fronte della crescente minaccia rappresentata dalla cosiddetta “Internet of Things” (ovvero: un sacco di gadgets chiusi, imperscrutabili ed onnipresenti, che raccolgono chissà quali dati e li mandano chissà dove per farci chissà cosa), ma se proprio dobbiamo definire delle priorità cerchiamo di essere mirati e realisti: iniziamo dagli obiettivi semplici e ragionevolmente raggiungibili, nonostante il forte ritardo, tipo quello di riportare un ordine su una Internet sempre maggiormente monopolizzata, poi ci occuperemo del resto
  • Adozione: aiutare individui ed organizzazioni nell’iniziare ad usare software libero. Risposta: si. Questo è il vero punto cruciale della questione: permettere agli utenti di usare software libero, fornendogli soluzioni verosimili e realmente competitive con quelle proprietarie. Altrimenti il software libero resta quello che attualmente è: una idea astratta, certo affascinante ma poco utile. La sopra citata necessità di concentrarsi sullo sviluppo è solo strumentale a questo unico e specifico obiettivo

 

Quanto concordi o non concordi con le seguenti affermazioni?

  • I rappresentanti FSF sono figure positive all’interno del movimento freesoftware. Risposta: disaccordo. Certo non si può pretendere di essere molto amati, quando la maggior parte delle proprie invettive sono rivolte verso dei possibili alleati (o, quantomeno, entità non “nemiche”)
  • FSF invia troppe mail. Risposta: neutro. Non saprei dire, non sono iscritto a nessuna delle loro newsletter o mailing list
  • I materiali di FSF pubblicati online non sono abbastanza interessanti o facili. Risposta: accordo. Dico solo una cosa: la terza pagina più visitata di linux.it, dopo la homepage e quella che descrive sommariamente Linux, è quella relativa alla spiegazione semplificata della nozione di “software libero”. Sul sito di FSF non c’è niente di simile, solo lunghi e complicati testi che inevitabilmente finiscono con lo scoraggiare coloro che non ne sanno nulla e vorrebbero saperne qualcosa di più. A ciò aggiungo: chi non ne sa niente non ha gli strumenti per interpretare e comprendere la manfrina su GNU/Linux e la dicotomia tra freesoftware e opensource, è davvero inutile e controproducente pretendere di sbattere in faccia questi sottili e sofisticati temi a chiunque
  • FSF fa abbastanza per promuovere la diversità e la partecipazione di gruppi sotto-rappresentati nella community freesoftware. Risposta: neutro. O, detto in altro modo: non me ne frega assolutamente niente. Vedi sopra
  • FSF fa un ottimo lavoro nel collaborare con altre organizzazioni nello scenario più ampio dei diritti digitali. Risposta: disaccordo. Ben raramente s’è visto il logo di FSF tra i promotori di una iniziativa altrimenti supportata da altri soggetti analoghi, già precedentemente citati, come EFF, Mozilla, Wikipedia e altri. Per non parlare della distanza che esiste con quella che dovrebbe essere l’organizzazione naturalmente più vicina: FSFE
  • FSF necessita di maggiori compromessi. Risposta: accordo. Per inciso: non necessariamente dico che FSF dovrebbe chiudere un occhio su fattori su cui noi comuni mortali comunemente chiudiamo un occhio, tipo l’utilizzo di drivers e firmware proprietari o, peggio ancora, di Skype o Steam. Bastarebbe anche solo non essere così oltranzisti nei confronti del software rilasciato con licenze permissive (e comunque libere, nella definizione originale di “software libero”), e sfruttarlo per costruire soluzioni alternative e realmente libere. Per non parlare della mai risolta questione della cieca ed ottusa ossessione del GNU davanti a Linux: ragazzi, dateci un taglio
  • FSF fa un uso efficace delle donazioni che riceve. Risposta: disaccordo. Finché c’è anche un solo dollaro speso per lo sviluppo di scemenze come Hurd o Gnash, decisamente non si può dire che i soldi vengano spesi bene
  • Dopotutto, FSF fa un buon lavoro. Risposta: disaccordo.
  • Il movimento freesoftware ha raggiunto con successo i suoi obiettivi negli ultimi 30 anni. Risposta: forte disaccordo. Il movimento freesoftware in 30 anni non ha raggiunto nessuno dei suoi obiettivi. Tant’è che durante le conferenze Stallman si arroga i meriti altrui pur di dimostrare che qualcosa è stato combinato. Non prendere atto di tale triste realtà vuol dire non avere la forza ed il coraggio di riuscire per davvero a lasciare un segno, qualunque esso sia
  • Il software libero è troppo difficile e la facilità d’uso dovrebbe essere una priorità dello sviluppo software. Risposta: forte accordo. Bravi! Ci siete arrivati! Il fatto che sia anche solo stata contemplata questa possibile risposta nel questionario mi fa scorgere una flebile speranza in fondo al tunnel

 

Immagina che sia il 2020 e le persone abbiano maggiori diritti digitali, grazie agli sforzi del movimento freesoftware e di FSF. Descrivi come siamo arrivati a questo traguardo.

Risposta: il movimento freesoftware ha fatto quello che avrebbe dovuto fare nelle ultime due decadi: fornire e promuovere soluzioni reali per gli utenti. Non possiamo continuare a cantare il ritornello di “Google è cattiva ed Apple è peggio” finché non siamo in grado di offrire delle vere alternative. FSF ha l’autorità di diventare un punto di riferimento presso gli sviluppatori, coloro capaci di risolvere i diversi problemi che impediscono il raggiungimento degli utenti (complessità, integrazione e costo); solo, le manca la motivazione.

 

Immagina che sia il 2020 ed è vero il contrario: abbiamo meno diritti digitali. Descrivi cosa è andato storto.

Risposta: FSF ha insistito in inutili e ridicoli sforzi come Gnash e Hurd, e continua a rispondere “No” a qualsiasi cosa invece di essere quello che dovrebbe essere: una entità a sostegno degli sviluppatori.

 

Ci sono movimenti ed organizzazioni con cui ti piacerebbe vederci collaborare più spesso?

Risposta: EFF spacca. Mozilla ha qualche problema, dovreste supportarvi reciprocamente. L’attuale Direttivo di FSFE sembra più collaborativo, ma sembrate agire come due entità distinte.

Una nota personale in merito alla “collaborazione”. Dal 2001 qui in Italia organizziamo il “Linux Day“, manifestazione nazionale che si svolge in più di 100 città nello stesso giorno per promuovere il software libero presso i meno tecnici. Da diversi anni Stallman tenta di sabotare l’iniziativa, inviando minacce agli Users Groups ed invocando uno scisma, ovviamente a causa del “Linux-senza-GNU” nel nome. Il vostro maggiore problema è che voi, come organizzazione, siete identificati come lui, che è la persona meno collaborativa del pianeta.

 

In che modo sei coinvolto con FSF?

  • Volontario, dipendente o membro del direttivo. Risposta: no. E dubito che mi accoglierebbero, date le mie posizioni
  • Associato. Risposta: no. Mi basta far parte di Italian Linux Society
  • Donatore. Risposta: no. Quando dono dei soldi, li dono ad un progetto di sviluppo
  • Seguo la vostra presenza online (sito, mail, social networks). Risposta: si. Volente o nolente, devo avere una vaga idea di cosa combinano. Sempre sperando (invano) combinino qualcosa di buono
  • Partecipo ad eventi FSF. Risposta: no. In Italia è già difficile trovare un Software Freedom Day…

 

Se ci segui online, quali di questi canali di comunicazione utilizzi?

  • Email (incluse la nostra newsletter mensile). Risposta: no. Anche se, lo ammetto, dovrei
  • Blog. Risposta: si. Non spesso, ma capita
  • Comunicati stampa. Risposta: si. Almeno quelli più importanti
  • Feed RSS. Risposta: no.
  • Social networks e piattaforme che non siano Twitter. Risposta: no. Ho intenzione di iniziare ad usare GNU Social, ma ancora non lo faccio
  • Twitter. Risposta: no. Anche se molto spesso mi capitano i loro tweets sotto agli occhi

 

Se supporti, in qualsiasi modo, l’attività di FSF, quali sono le principali motivazioni?

  • Voglio supportare lo sviluppo di software libero. Risposta: si. Benché molto spesso, quando si parla di FSF, “software libero” è esclusivo sinonimo di “roba marchiata GNU, tutto il resto non esiste”
  • Voglio supportare l’attivismo e l’educazione sulle questioni etiche. Risposta: no. Nella fase attuale le “questioni etiche” sono ancora del tutto marginali, ed impossibili da sottoporre efficacemente al pubblico
  • Ci tengo alla tutela della GPL. Risposta: no. Non che non mi interessi, per la carità, ma se questa fosse una mia priorità comunque mi interesserei al Software Freedom Conservancy, non certo a FSF
  • Uso software GPL e vorrei restituire qualcosa. Risposta: no. La maggior parte di software libero che uso non è FSF, tant’è che, come detto, quando dono lo faccia nei confronti di altri

 

Se hai contribuito economicamente / sei stato membro associato in passato, ma non lo sei più, perché hai smesso?

Risposta: nessuna, non avendogli mai dato un soldo. Sinora. Spero.

 

Perché il software libero è importante per te? Perché lo usi?

Risposta: in un mondo dominato dalla tecnologia, dominare la tecnologia è obbligatorio. Spesso aiuto altre persone nell’adottare software libero, ma per la mia propria convenienza: finché tutte le persone di cui sono circondato non saranno libere, io stesso non sarò libero.

 

Come descrivi la tua principale forma di partecipazione al freesoftware?

Sono uno sviluppatore di software libero. Risposta: si. Gran parte di quello che scrivo è prima o dopo rilasciato con una licenza libera

Contribuisco al software libero con documentazione, design, test, traduzioni ed altri modi. Risposta: no. Non è del tutto vero, ma certo non è la mia forma “principale” di partecipazione

Uso software libero. Risposta: si. E fin qui…

Sono un attivista. Risposta: si. Anche se a modo mio.

 

Sei mai stato pagato per implementare software (libero o meno)?

Risposta: si. Desumo che questa domanda sia stata piazzata per filtrare coloro che sviluppano per mestiere da quelli che si dilettano.

 

Maggiori approfondimenti sulle tue risposte?

Risposta: le mie raccomandazioni generali:

  • chiudete Stallman in cantina
  • abbandonate in toto il nome “GNU”: esso è stato un progetto (fallito) per creare un sistema operativo libero, oggi è un nome collettivo per progetti differenti e tra loro scorrelati, ha perso qualsiasi significato
  • concentratevi sugli sviluppatori e sullo sviluppo software. Altri sono meglio di voi nel promuovere consapevolezza con campagne e comunicazione, ma senza vere opzioni anche la consapevolezza serve a poco. Il “Movimento per un Mondo Migliore” non necessita di altri politici o di PR, ma solo di hackers

 

Il questionario in oggetto è aperto fino al primo di febbraio, ed invito tutti a partecipare. Non importa se con risposte analoghe alle mie o diametralmente opposte: confido che qualcuno legga e valuti i feedback che arriveranno, e FSF inizi, finalmente, a fare quello che tutti speriamo inizi a fare.

Freddo al Nord

8 febbraio 2015

E come oramai ogni inizio di febbraio, ecco qui un breve report sulla gita al Free Open Source Developers European Meeting, tappa imprescindibile per vedere l’aria che tira presso la community open internazionale. E far rifornimento di buoni propositi e birre belghe.

Partiamo dalla notizia piu’ drammatica, e per molti versi piu’ emblematica: sono riuscito ad acquistare una sola maglietta, quella del FOSDEM stesso. Cioe’: ci sono 5000 nerd che ogni anno prendono d’assalto Bruxelles sud, non aspirano ad altro che poter tornare a casa sfoggiando una maglietta nuova che capiscono solo loro, e… Quelli di Gnome le lasciano a casa, tanti (in primis FSF) ostentano sempre le stesse da anni incuranti del fatto che chi le ha comprate alla scorsa edizione magari non le ricompra uguali a questa, molti (in primis, KDE) si presentano con delle magliette inedite e… bianche. Ed infine c’e’ oVirt. Il mercato delle magliette al FOSDEM sarebbe sufficiente ad alimentare e finanziare la produzione di software libero e opensource per tutto l’anno, il fatto che sia ampiamente ignorato e costantemente sottostimato la dice purtroppo lunga sulle scarse capacita’ di marketing e comunicazione della nostra piccola comunita’ di smanettoni incalliti…

Si estende a vista d’occhio lo spazio dedicato non gia’ allo sviluppo quanto alle soluzioni di virtualizzazione, paravirtualizzazione, clusterizzazione, parallelizzazione, contenimento, isolamento, ed insomma tutte le “cose da sistemisti” che nell’Era del Cloud assurgono all’interesse del pubblico, degli smanettoni e dell’impresa. Perche’ se l’anno di Linux sul desktop non e’ mai arrivato (e di questo passo neanche mai arrivera’: in questa edizione del FOSDEM sono completamente mancati contenuti di Gnome e KDE), quello di Linux sul server non e’ mai passato e anzi in virtu’ di questa nuova corsa all’Internet riscopre l’antico splendore.

Ma se Linux e’ la piattaforma operativa del cloud, sul piano applicativo siamo sempre messi maluccio: laddove, al solito, abbondano protocolli e formati, mancano i programmi – liberi, aperti ed installabili autonomamente – che implementano le funzioni effettivamente richieste e necessarie. Degno di rapida menzione e’ Diaspora, il social network federato alternativo a Facebook dapprima acclamato, poi scomparso dalla circolazione, ed ora – apparentemente e faticosamente – di nuovo in pista: v’era un banchetto promozionale, accanto a quello di ownCloud (forse unico vero caposaldo del settore dei servizi online liberi), da cui ho appreso che non solo qualche pazzo sfrenato sta ancora lavorando sul progetto, ma c’e’ addirittura chi lo ha usato per costruire un sito di incontri in Polonia fornendo indietro patches e feedback; tanto quanto, c’e’ qualcuno che e’ riuscito a dargli un senso.

Nel segmento mobile, e’ cambiato tutto per non cambiare niente. FirefoxOS continua a sembrare un buon progetto, ma appunto lo sembra e basta, e la prova empirica del nuovo device destinato al mercato non mi ha particolarmente entusiasmato. Viceversa Jolla continua ad entusiasmare – come ha dimostrato la recente campagna di crowdfunding per il tablet, cui ho partecipato persino io – e puo’ vantare una comunita’ piuttosto ricca che ho avuto modo di osservare da vicino durante la tavola rotonda abusiva di sabato pomeriggio e la cena (cui sono stato trascinato) di sabato sera. Ubuntu Phone continua ad essere beatamente ignorato dai piu’, ed il recente annuncio di un dispositivo sotto-dimensionato e sommariamente riciclato che verra’ distribuito secondo modalita’ del tutto casuali conferma la sensazione che esso continuera’ ad essere ignorato ancora per un bel po’.

Per il resto: un po’ di “Internet of Things”, quasi nulla di degno nell’area degli stand solitamente dedicati alle piattaforme hardware, un po’ di software di elaborazione geografica (per i quali non smettero’ mai di stupirmi di quante cose si riescano a dire)…

E’ stata la prima volta in cui in zona ho visto il Messia, Richard Stallman. Pare sia gia’ successo, svariati anni fa, ma da molto tempo non capitava piu’. E forse non e’ un caso che abbia tenuto un talk (il suo talk, il solito, quello che ripete da decenni) fuori dal FOSDEM stesso, in una sezione distaccata dell’universita’: evidentemente gli organizzatori si erano stufati di sentirglielo ripetere… Il lunedi successivo al FOSDEM ho avuto occasione di pranzare con un referente di FSFE, presentandomi ho citato ILS ed il LinuxDay, si e’ offerto di dare una mano per la promozione della nostra manifestazione nazionale, ma quando gli ho fatto notare l’attivita’ di boicottaggio regolarmente perpetuata dal loro stesso campione (per la questione del GNU/LinuxDay) non ha potuto evitare di alzare gli occhi e le mani al cielo. In queste condizioni, le condizioni in cui anche i suoi piu’ diretti collaboratori danno segno di mal tollerare le sue ingiustificabili giustificazioni, ed in cui la principale conferenza in tema freesoftware e opensource in Europa gli nega uno spazietto per fargli ripetere le sue quattro ciarle, non so quanto possano piu’ valere due strette di mano e quattro sorrisi.

Ma anche quest’anno e’ fatta. Il FOSDEM e’ andato. Ho rivisto i vecchi amici, ne ho conosciuti di nuovi, ho bevuto le birre. E me ne sono tornato a casa con un malanno che da una settimana mi costringe nel letto. Indipendentemente dall’esperienza accumulata, non mi abituero’ mai al freddo del nord.

Gli Indiani

17 maggio 2014

Stamane ho trovato nella mia inbox una mail con questo “racconto”, forwardata da un amico. Non so chi sia l’autore originale, e neppure ho chiesto il permesso di pubblicare il brano, spero che non se la prenda troppo male se lo riporto pubblicamente. Per spirito di condivisione, ed in segno di (triste) accordo sul pensiero di fondo. A futura memoria, e per futura referenza.

Ecco come vedo la “battaglia” che stiamo conducendo a favore del Software Libero.

Inizio 1800, su una grande pianura si confrontano l’esercito invasore degli stati uniti ed una tribù indiana, quella dei Soliux.

L’esercito degli stati uniti è schierato con 100000 uomini e si presenta con un fronte lungo a perdita d’occhio di divise blu, l’esercito è talmente numeroso che gli ordini vengono impartiti in tre o quattro lingue a secondo dei battaglioni, hanno arruolato tutti e l’inglese, per quanto lingua ufficiale, non è sufficiente.

Di fronte a loro, a qualche centinaio di yard, seduti in un piccolo cerchio stanno i 100 indiani Soliux: nei mesi precedenti alla battaglia si sono premuniti di litigare con tutte le tribù vicine, per stupide ragioni di purezza etnica e di ortodossia nelle modalità di combattimento, e così sono rimasti soli ad affrontare il nemico.

Ed anche all’interno della tribù hanno difficoltà a coordinare le azioni. Il loro modo di combattere è molto originale. Stanno tutti seduti e sembrano trascurare il fatto di essere schierati in campo di battaglia. Ogni tanto, senza una particolare regolarità, uno di loro si alza e si lancia urlante verso il nemico. La cosa per un attimo sorprende i soldati blu che reagiscono alla peggio con una salva di fucileria che abbatte il forsennato, il quale o muore sul campo o torna ferito e malconcio al cerchio; si racconta di un indiano che ha raggiunto le fila nemiche ma non è dato di sapere come sia finita la collutazione che ne è scaturita.

Alcuni dei Soliux non corrono molto verso il nemico e tornano velocemente nel cerchio accampando scuse improbabili per il mancato coraggio, o, incosapevoli o consapevoli facce toste, vantandosi di invisibili effetti ottenuti sulle file nemiche. Anche in questo caso non manca il mitico eroe che ha visto improvvisamente sparire davanti a sé il fronte nemico, a detta sua per la paura, ma molto più probabilmente per una chiamata al rancio.

La battaglia va avanti così da tempo immemore, e forse per motivi pietistici, o forse per pura convenienza, lo stato maggiore dell’esercito invasore ha deciso di mantenere le posizioni, lasciando sul campo 1000 uomini blu a comporre il fronte, nel mentre il resto dell’esercito si è dedicato alla conquista del west.

… in alcune notti intorno al fuoco nella giusta compagnia di qualche vecchio indiano oramai ridotto a vivere in riserva si sente ancora raccontare della mitica battaglia dei Soliux, anche se nel suo raconto una presa per il culo, viene confusa per una strenua resistenza.

Viva il Software Libero.

Gia’: viva il Software Libero. E viva gli indiani.

“Spare Ribs”

13 febbraio 2014

Anno nuovo, nuovo FOSDEM. Anche il 2014 mi ha visto partecipe del piu’ grande convegno di nerd linuxari in Europa, ricorrente opportunita’ per annusare l’aria che tira all’interno della community opensource. E per bere litri di birra belga, mangiare chili di “spare ribs” (vale a dire: costine) e far quattro risate con gli amici di sempre.

Questa edizione non mi ha particolarmente entusiasmato: nessun ospite in main track degno di grande attenzione, nessun particolare clamore in merito a temi specifici e mirati, pochi i nuovi progetti presentati per l’occasione, banchetti di rappresentanza uguali o anche peggiori di quelli dello scorso anno, e una maglietta commemorativa rossa a scritte gialle. Unica nota veramente positiva: a occhio direi che il pubblico e’ in crescita, poche son state le aule che ho visto semi-vuote – a parte qualche eccellente eccezione – e tante quelle rese inaccessibili per via dell’affollamento.

Tra le eccezioni di cui sopra, incredibilmente, la dev-room dedicata all’Internet of Things. Ovvero: il settore che da molti e’ considerato “the next big thing” in ambito tecnologico. Il sentimento percepito e’ che tale termine – “Internet of Things” – sia considerato una buzzword priva di significato, e di cui dunque non valga la pena interessarsi. Che si tratti di una mera questione di vocabolario lo dimostra il diametralmente opposto interesse nei confronti di IPv6, evoluzione del protocollo di routing su cui e’ costruita l’Internet (of Things e of qualsiasi altra cosa) ma che stenta a diffondersi soprattutto per via delle resistenze dei provider: alla ULB quest’anno gli access point, disseminati in tutta l’area, erogavano indirizzi a 128 bit, e la novita’ ha suscitato innumerevoli commenti – e persino un talk fuori programma – proprio sul numero sempre crescente di dispositivi connessi ed interconnessi da far comunicare tra loro. Ovvero, in altri termini, proprio sulla “Rete delle Cose”. Questione di parole.

E, sempre a proposito di dispositivi connessi: il macro-tema del mobile sembra essere assai maturato rispetto a due anni fa. Non ci sono solo piu’ progetti teorici ma prodotti sul mercato, acquistabili ed hackerabili, che montano sistemi sviluppati con metodologia opensource e pensati per essere facilmente estesi, modificati e rimaneggiati. Due su tutti: FirefoxOS e SailfishOS/Jolla. Due outsiders, considerando che Tizen (figlio di Meego, nipote di Maemo e Moblin…) era ad un passo dal diventare un competitor diretto di Android grazie all’apporto di Samsung, ma che proprio a causa di Samsung – mi dicono – e’ diventato un progetto unidirezionale senza una governance e senza una community. Sta di fatto che l’attenzione per il settore e’ ancora viva, molto viva, e tale restera’ per molto tempo ancora.

Doveroso e’ stato infine presenziare all’intervento su Tracker, l’indexer Gnome cui anni fa contribuii a modo mio con un intero componente aggiuntivo. E benche’ il talk sia stato tutt’altro che interessante e coinvolgente, ha comunque riavvampato l’antico interesse latente nei confronti delle tecnologie semantiche applicate al desktop. Tanto che, giunto a casa, ho rispolverato del vecchio codice e riesumato vecchi progetti con l’intento (o meglio, il desiderio) di dargli una rinfrescata e portarli alla prossima edizione della kermesse belga.

Perche’, come sempre: bello parlare di software libero, ma ogni tanto andrebbe anche implementato.

Avanti il Prossimo

20 agosto 2013

Ci mancava solo FSFE Italia. Dopo Italian Linux Society, GFOSS, Associazione Software Libero e FSUG Italia (e sicuramente mi sono pure dimenticato qualcuno…), un’altro ente di ispirazione all’incirca nazionale sul tema del software libero. La notizia della volonta’ di aprire una sezione specificatamente italiana della Free Software Foundation Europe mi e’ solo transitata dinnanzi e non ho trovato riscontri online, ma tanto basta a farmi rizzare i capelli in testa.

Intendiamoci: in altre circostanze avrei probabilmente esaltato alla nuova, “Finalmente il pezzo da 90 scende in campo e viene a darci una mano!”, ma cosi’ non e’. Per due ragione fondamentali.

La prima e’ la gia’ esistente comunita’ nostrana legata alla fondazione, che si concretizza sull’apposita mailing list. Una sola volta ci ho avuto a che fare, e mi e’ bastata: in occasione della stesura della lettera aperta al Garante per la Privacy, in merito ad un documento PDF compilabile solo usando Adobe Acrobat Reader e nessun’altra applicazione (libera o proprietaria che sia). Passo’ l’annuncio dell’iniziativa in lista LUG, in cui si dichiarava che il suddetto documento era fruibile solo con una certa versione del programma che per Linux manco esisteva, all’ennesima mail di lamentazioni volli toccare con mano e constatai empiricamente che tale assunto era falso. Dieci persone coinvolte, impegnate a scambiarsi commenti sull’intollerabilita’ dell’episodio, e nessuno aveva neppure verificato le accuse che stavano per essere inviate all’istituzione incaricata di vigilare su uno dei temi collaterali piu’ prossimi a quello del software libero, la privacy, e dunque con cui sarebbe conveniente mantenere dei rapporti quantomeno cordiali. A seguito della mia mail di notifica il testo della lettera venne modificato e l’impatto dell’azione venne pesantemente ridimensionato, ma indubbiamente qualche perplessita’ sulla credibilita’ del nucleo italiano di FSFE mi e’ rimasta fin da allora.

Il secondo motivo di dubbio e’ legato al conflitto di interessi nei confronti dei costumi tipicamente italiani. In concreto: il Linux Day, che essendo da sempre motivo di polemiche e lamentele all’interno della comunita’ nostrana non puo’ non avere un ruolo anche sulle dispute internazionali. FSF di suo promuove il Software Freedom Day: stesso format del Linux Day (eventi distribuiti organizzati dai gruppi locali tutti nello stesso giorno), ma di respiro internazionale e, soprattutto, a settembre. Ovvero: in un periodo tradizionalmente difficile per l’Italia, che si sta rimettendo in moto dopo la classica chiusura per ferie nazionale del mese di agosto. Dettaglio logistico non da poco, in quanto va ad inficiare su tutta la gia’ difficile organizzazione di tale genere di manifestazioni, ma ciononostante non mancano (ovviamente) coloro che non badano alla realta’ dei fatti e regolarmente propongono di soppiantare l’evento Made in Italy in nome di quello mondiale (che poi forse cosi’ mondiale non e’: nel 2012 sono state registrate 301 iniziative, poco piu’ del doppio dei Linux Day svolti nella sola Italia il mese successivo). A parte la diretta collisione degli intenti, va inoltre – nuovamente – rammentata la mai sciolta questione del nome “Linux Day” in luogo di “GNU/Linux Day”: Stallman stesso si e’ piu’ volte espresso in merito alla questione, arrivando a scrivere in una mail dello scorso luglio

[…] This means that ILS would cooperate with those groups that use the term “GNU/Linux Day”, and we would avoid splitting the community.

Arrivare a minacciare (con garbo) di spezzare la comunita’ nazionale proprio sull’unico punto in cui e’ piu’ o meno all’incirca unita per pura vanagloria certo non e’ una buona premessa, ne’ un buon precedente.

La concomitanza di questi due fattori – la presenza di un gruppo di coloni FSFE molto poco credibile che agiscono senza cognizione di causa e viene legittimato dal Gran Visir del Movimento a piantar grane – certo non rende rosee le prospettive per l’insediamento di FSFE Italia. Troppi i possibili punti di attrito con la gia’ traballante struttura nazionale locale, anzi troppi i punti di attrito gia’ esistenti che non possono che inasprirsi con l’ufficializzazione dell’interlocutore.

Al momento non resta che capire nomi e cognomi di chi e’ coinvolto direttamente in tale iniziativa, per sapere se iniziare a pensare male o malissimo. Se va male avremo solo un ennesimo nome – oltre a quelli citati in apertura – in coda agli appelli che periodicamente vengono spediti a enti e istituzioni varie, appelli che tutti tengono sempre a firmare e sottoscrivere per assecondare in modo inutile iniziative gia’ di per loro inutili. Se va malissimo… ci saranno ancora piu’ gatte da pelare, ed ancora piu’ tempo da dedicare alla mediazione interna anziche’ all’azione esterna.

Avanti il prossimo. Piu’ gente entra, piu’ bestie si vedono.

Di Birre e di Nerd

26 febbraio 2013

Qualche idea chiara

Altro febbraio, altro FOSDEM. Anche quest’anno, come sempre trascinato dagli amici, mi sono recato alla principale conferenza europea degli sviluppatori free e open source con sede a Bruxelles. E anche quest’anno ho cercato di capire che aria tira nell’ambiente.

Una premessa: per una serie di motivi che non sto a dettagliare in questa occasione mi sono dedicato piu’ alle birre belghe e agli altri svaghi della capitale del nord che non alle questioni prettamente tecniche. Ho forse passato piu’ tempo al Delirium che alla ULB, e la conseguenza e’ che ho assistito a solo parte dei talk che mi ero prefissato. Di alcuni vorrei vedere le registrazioni audio/video pubblicate online, ma quanto percepito e raccolto dovrebbe gia’ essere sufficiente per trarre qualche conclusione.

La prima sensazione e’ stata quella di un FOSDEM piu’ sereno e maturo dello scorso anno. Nel 2012, in ogni corridoio ed in ogni aula talk si trovavano Profeti dell’Apocalisse intenti a redarguire i viandanti: la minaccia del Cloud – che sposta il software dal PC dell’utente ai server dei datacenter, scippandogli cosi’ non solo l’accesso al sorgente ma pure i dati da esso gestiti – e la cronica ed apparentemente non risolvibile mancanza di una piattaforma mobile credibile guidata dalla community parevano essere sintomi dell’imminente avverarsi delle profezie Maya sulla fine del mondo, o almeno del mondo delle liberta’ digitali. Nel 2013 i toni si sono nettamente moderati e ridimensionati, ed anziche’ parlare di minacce (si, ok, qualche talk del genere c’e’ stato) si e’ profusamente parlato di soluzioni, ed implementazioni. Sia ben chiaro: di mettersi d’accordo tutti su una direzione – o comunque su un insieme di strategie condivise – non se ne parla neanche, ma almeno ad oggi ci sono sia frameworks che servizi vagamente usabili per il web che piattaforme mobili un poco piu’ “open” del solito Android (nonche’ credibili) a disposizione ed il futuro sembra (sembra…) meno grigio.

Tra i suddetti progetti web, decisamente non c’e’ quello della Freedom Box. Iniziativa pluri-acclamata, pluri-discussa, nata proprio in seno al FOSDEM e per la quale ogni anno viene presentato un aggiornamento. Ricco di propositi, povero di contenuti. Special guest 2013 Eblen Moglen, promotore del progetto nonche’ personaggio ben noto nella community (ricordiamolo per chi se lo fosse dimenticato: e’ colui che fattivamente ha scritto il testo della GPLv2 e gran parte della v3). Ci ho tenuto a vederlo, ne sono stato ampiamente deluso: nella sua mezz’ora di sproloqui non e’ andato oltre alle consuete geremiadi su privacy, controllo globale, governi corrotti e multinazionali avide, concetti forse (…) anche fondati ma che difficilmente fanno presa su un pubblico di developers gia’ ampiamente indottrinati e che si aspetterebbero non solo l’ennesima esposizione del problema ma anche delle proposte concrete per la sua soluzione.

Altro intervento potenzialmente interessante ma ai fatti inutile, quello – inevitabile – sul cosiddetto Secure Boot. Oratrice apprezzabile – caso piu’ unico che raro, ad una conferenza di nerd di prima categoria – ma talk infondato, conclusosi dicendo che l’arma definitiva contro la “minaccia” (eccola! Lo avevo detto che qualche minaccia c’era ancora!) e’ boicottare i grandi vendor ed acquistare solo hardware che non supporti la sedicente funzionalita’ di sedicente sicurezza spinta da Microsoft per bloccare i software malevoli (nei confronti di Microsoft stessa, si intende). Nel boschetto della mia fantasia potrebbe funzionare, nel mondo reale – dove le persone normali comprano il proprio notebook al MediaWorld, ci trovano Windows8, lo odiano, lo portano al linuxaro di turno per l’installazione di Ubuntu e scoprono solo dopo di non poterlo fare – no.

Passando invece ai commenti positivi (almeno uno…), impossibile non citare la inedita dev-room dedicata al “marketing” del software libero. Ovvero: dritte e suggerimenti per fare capire ai non-addetti ai lavori quanto e’ meglio il freesoftware, e come avvicinarvi anche coloro che di tecnologia non se sanno niente. Argomento che era anche un po’ ora di toccare, la’ dove molto spesso i relatori sono talmente impacciati e poco espressivi da riuscire ad annoiare pure gli entusiasti dell’argomento. Lo spazio e’ stato curato dal nostrano Italo Vignoli, col quale ho condiviso il viaggio in aereo e che piu’ volte ho incrociato durante la permanenza belga, il quale riferisce che l’iniziativa sia andata bene e che auspica di ripeterla nuovamente l’anno venturo con la benedizione dell’organizzazione FOSDEM.

Uno dei momenti in assoluto piu’ inattesi della due-giorni nordica e’ stata la scoperta di un cantuccio isolato, nascosto e buio in cui qualcuno addirittura combinava qualcosa di pratico: in una saletta ho trovato Kohsuke Kawaguchi, maintainer di Jenkins, che con uno sparuto manipolo di volontari discutevano delle prossime evoluzioni del progetto. Come ogni anno l’esperienza rinnova in me il desiderio di dedicare piu’ tempo allo sviluppo software, e da settimane ho l’istanza Bugzilla di Freedesktop aperta in una tab del browser in attesa di cercare qualche bug minore da sistemare, ma tra lavoro e associazioni e’ sempre piu’ difficile. Almeno una volta all’anno piace vedere che, dopotutto, c’e’ anche chi lo scrive sto’ benedetto software libero.

L’Osservatorio Belga

23 marzo 2012

All’inizio di febbraio mi sono recato al FOSDEM 2012, dopo l’esperienza 2010 e la mancanza del 2011. Avevo promesso ad una persona che ne avrei scritto un report, come al solito me ne sono dimenticato ma spero di recuperare adesso seppur con quasi due mesi di ritardo.

Innanzitutto, qualche premessa personale. Negli ultimi due anni non ho guardato film in lingua originale per migliorare il mio inglese, come promesso a seguito del trauma 2010, pertanto anche stavolta mi sono giocato l’occasione di scambiar due parole sensate con qualche personaggio internazionale (ci ho provato con Seif Lotfy, i risultati sono stati imbarazzanti); fortunatamente ho incrociato anche tanti italiani (Vignoli, Rubini, ed un paio di torinesi che non vedevo da anni), dunque almeno non mi sono isolato del tutto. In secundis, confesso di essermi goduto meglio l’evento: l’altra volta, con un mezzo talk da tenere sul groppone, ammetto di non aver seguito proprio “a cuor leggero” l’andamento della manifestazione, che a questo giro ho osservato piu’ attentamente.

Restano valide le considerazioni sui contenuti, raramente inediti in quanto gia’ ampiamente illustrati e commentati sui blog al momento della loro prima comparsa e dunque solo ri-presentati nelle aule dell’Universite’ Libre de Bruxelles, e stavolta aggiungo anche una nota negativa nei confronti dei relatori, spesso hackers indiscutibilmente bravi a programmare ma addirittura noiosi da ascoltare mentre parlano di cio’ che hanno programmato. Penso comunque che questi siano fattori imprescindibili all’interno di un evento organizzato dalla community per la community, dunque ci si fa presto l’abitudine.

Viceversa, al FOSDEM e’ interessante notare quanto un dato contenuto attiri attenzione. Dunque interesse. Dunque seguito. Dunque, si spera, possibilita’ di sopravvivere nel tempo, all’interno del duro e letale ecosistema opensource.

Due sono stati i filoni di maggiore spicco: il mobile ed il web. Prevedibile. Ma con qualche sorpresa.

Per quanto riguarda il mobile, presso la community e’ tangibile il disagio provocato dal non avere ancora una distribuzione GNU/Linux “general-purpose” ottimizzata per smartphone e tablets e governata secondo i criteri canonici di trasparenza e partecipazione propri di Debian, Gentoo ed altre. Certo, esiste Android ed ha anche un gran successo di pubblico, ma si tratta di un progetto ben poco opensource (freesoftware magari si, ma non opensource) su cui Google detta legge, ed in cui gli smanettoni sono tagliati fuori dal processo di design ed implementazione. Certo, recentemente Ubuntu ha palesemente intrapreso la via del mobile e potrebbe colmare il vuoto, ma Canonical ha imparato a non farsi apprezzare dunque sebbene sia ad oggi l’opzione piu’ credibile e’ anche quella che detiene minore attenzione dal popolo nerd. Certo, esiste Tizen, ma visti i precedenti (Tizen e’ l’evoluzione di Meego, progetto di Intel e Nokia naufragato per via delle opinabili strategie di mercato di quest’ultima, e Meego era l’evoluzione di Maemo e Moblin, progetti a loro volta seppelliti) la fiducia riposta non e’ delle migliori tant’e’ che qualcuno ha a sua volta forkato Mer. Certo, esiste OpenMoko, il quale ancora oggi concentra una quantita’ di entusiasmo assolutamente ingiustificabile per un progetto ufficialmente morto anni fa, ma si tratta pur sempre di uno zombie – duro a morire, ma debole e lento. In questo caotico scenario, tutti sono ben consapevoli del ruolo che il mobile giochera’ nel prossimo immediato futuro (ruolo su cui persino Microsoft scommette in modo pesante, mettendo a repentaglio la sua stessa fedelissima base di utenza annunciando un Windows 8 decisamente inadeguato per il classico PC domestico) e nessuno vuol perdere il treno, condannando per ulteriori anni a venire l’intero panorama opensource alla serie B come gia’ e’ accaduto col desktop, non fosse che nessuno e’ ancora sufficientemente credibile da assumere una posizione di leadership ed agglomerare quella massa critica necessaria a combinare qualcosa di buono e sostenibile nel tempo.

Sul fronte web, invece, la questione e’ molto diversa. L’open, qui, ha gia’ vinto da un pezzo. Ma si tratta di una vittoria di Pirro. Da un lato, presso gli sviluppatori desktop (ho assistito ad almeno un talk Gnome sul tema, ma non dubito che il versante KDE sia sulla stessa barca) c’e’ un certo imbarazzo ad affrontare il topic, semplicemente perche’ piu’ le soluzioni opensource Internet-based crescono piu’ i loro progetti perdono di rilevanza. Il dilemma dell’innovatore e’ forte: assecondare il trend, buttare tutto all’aria e dedicarsi anema e core al cloud, oppure opporre resistenza passiva nel tentativo di conservare la propria posizione di “piattaforma” (e non solo di “colorato contorno del browser”)? Quel che e’ certo e’ che, nonostante le pretese, l’integrazione desktop/web e’ ancora in uno stato troppo immaturo per essere credibile, ed i due mondi saranno realmente in comunicazione solo tra molto tempo, sempre che lo saranno davvero prima o poi. Dall’altro lato, quasi ci si vergogna di ammettere che oggi le tecnologie libere sono diventate strumentali a prodotti e servizi tutt’altro che liberi, destinati a raccogliere le informazioni degli utenti e a legarlo ad un provider. Applicazioni web-based ne ho viste poche, l’attenzione e’ rivolta alla produzione di protocolli e standard finalizzati all’interoperabilita’ (ma che interoperano ben poco, non essendo adottati), ed inevitabilmente il progetto FreedomBox, emblema di liberta’ 2.0 a 360 gradi, raccoglie interesse a vagonate pur nella sua inconcludenza piu’ assoluta.

Nonostante tutto, nonostante le incertezze e le deviazioni, la community lavora. Procedendo un po’ a tentoni, ma lavora. Prossima tappa? Forse il GUADEC 2012. Sempre che riesca a porre rimedio a qualche mancanza di produzione open degli ultimi mesi: la community lavora, io ultimamente per stare appresso al Linux Day un po’ meno.