Archive for the 'Conflitti' Category

Stallmán Akbar

19 luglio 2017

Su questo mio blog ho spesso usato terminologia che accosta la frangia estremista del movimento freesoftware a quella che noi occidentali chiamiamo sommariamente “guerra santa islamica”. Ed ultimamente mi sono trovato ad usare tale parallelo ancora più frequentemente in mail private scambiate coi colleghi softwareliberisti o nelle infervorate discussioni de visu. “Jihad Stallmaniano”, “GNU/shari’a”, “fatwa”, “fedayyin”: tutti termini che oramai accompagnano buona parte delle mie argomentazioni, o almeno di quelle che toccano le più delicate questioni di politica interna.

Certo si può obiettare sull’esagerazione di questa metafora. Ancor più si possono mettere in discussione il buon gusto o l’appropriatezza, tantopiù in tempi in cui la Guerra Santa, quella vera o sedicente vera, miete centinaia di vittime. Ma a mia parziale discolpa devo dire che non sono l’unico ad adoperare codesta figura retorica. Un altro è il co-fondatore di Free Software Foundation, braccio destro e consulente di Richard Stallman, autore della GPLv3, massimo esperto degli aspetti legali del software libero: Eben Moglen.

Nell’ottobre 2016, nel corso di una conferenza, parlando delle difficoltà riscontrate nella divulgazione del software libero, Moglen non si è fatto molti scrupoli nel dire

But some of my angry friends, dear friends, friends I really care for, have come to the conclusion that they’re on a jihad for free software

Qua la trascrizione completa dell’intervento, con altri riferimenti a contorno. Il fatto che una persona così rilevante all’interno del movimento, anzi una delle persone che il movimento lo hanno costruito da zero, abbia usato questa specifica parola è assai indicativo del punto cui siamo giunti. E del punto che bisogna evitare di oltrepassare.

Un altro passaggio interessante della trascizione di cui sopra è “the problem […] is that jihad does not scale”. Che è assolutamente vero, ancor più quando l’astio e l’odio (o, più semplicemente, l’assoluta ed indiscutibile certezza di avere ragione che accompagna ogni guerra santa) sono talmente grandi e smisurati che vengono rivolti non solo ai danni degli ipotetici avversari ma anche degli alleati rei di non seguire la più rigida ortodossia. Col crescere della diffusione e della popolarità del modello opensource, la cieca ostinazione della falange stallmaniana ha smesso di essere un mero fattore folkloristico interno alla community ma un freno, un ostacolo concreto, una difficoltà in più da superare oltre alle tante che già esistono. Perché prospera nell’ignoranza (storica e tecnica) e nella paura, distoglie l’attenzione dai veri problemi e dalle vere soluzioni, istiga alla reciproca intolleranza.

Il Jihad Stallmaniano va arginato e contenuto. Prima che un folle faccia saltare in aria i server di Debian al grido di “Stallmán Akbar”.

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La Grande Menzogna

14 aprile 2017

Chi mi conosce lo sa: reagisco sempre male quando qualcuno mi ricorda che “non si deve dire Linux, ma GNU/Linux”. Eppure la mia reazione è sempre stata oggettivamente spropositata nei confronti di una apparentemente innocua richiesta, certo non misurata alla classica e sobria contro-argomentazione percui “è meglio dire Linux, perché è un nome più diffuso”. Non sono mai riuscito a spiegare fino in fondo questo mio istintivo astio, neppure a me stesso, ma forse dopo lunga riflessione sono giunto ad una conclusione.

E la conclusione è che “GNU/Linux” è una menzogna.

Per comprendere appieno tale inedita posizione, quasi blasfema secondo i canoni della shari’a stallmaniana, è opportuno iniziare a delineare il contesto di riferimento, ovvero la figura dello stesso Richard Stallman – indubbiamente, primo promotore del presunto obbligo morale di anteporre il prefisso “GNU” – e dei suoi fedayyin.

Già ho avuto modo di commentare come sia stata forzosamente introdotta la distorsione percui il modello di sviluppo condiviso dovrebbe essere un fondamento del freesoftware, abbondantemente sbugiardabile dalla mole di materiale storico a disposizione e giustificabile dal desiderio di assegnare al Movimento Freesoftware (e dunque, in primis, proprio a Stallman) gli indubbi meriti e successi del modello opensource, ma da allora – a distanza di quasi due anni dal mio originario post – ho constatato come questa falsa idea sia stata attivamente promossa, divulgata, e progressivamente assorbita prima dai fedelissimi e via via dai sostenitori più vicini al loro cerchio magico.

Altri indizi sul subdolo modus operandi adottato dalla GNU/propaganda, basato sull’alterazione e la puntuale mala-interpretazione, non sono difficili da trovare. Un giorno per caso mi sono trovato sulla pagina Wikipedia che descrive il significato della parola “cracker”, ed ho visto citato il nostro barbuto Profeta come illuminato ed eroico ideatore del termine – che, nell’intento, vuole tutelare il ben più alto significato del termine “hacker”. Sorpreso da tale rivelazione ho tentato di cercarne una qualche fonte su Internet, invano: nessuno ha mai documentato questo fatto, eppure qualcuno si è sentito in dovere di sbandierarlo sull’enciclopedia online più consultata. Ho editato io stesso la pagina per sopprimere l’ennesima bugia, infondata, che attribuisce a sproposito meriti e onori a chi meriti ed onori non ha. In altre circostanze non ho invece potuto provvedere. In questo articolo, apparso su un sito locale ben noto qui in Piemonte, al GNU/Messia viene addirittura attribuita la nascita della stessa Wikipedia. Considerando che l’evento annunciato dall’articolo – il colloquio tra Stallman e l’allora sindaco di Torino, Fassino – era noto solo ad una manciata di persone, tra cui appunto un fervido ed attivissimo cultore della mitologia stallmaniana – artefice del suddetto incontro, e forse unico a tenere alla sua divulgazione -, non faccio fatica ad immaginare come questa piccola svista sia potuto giungere, magari sottoforma di comunicato stampa copiato ed incollato, sulle pagine di un frequentata fonte di informazione, a portata di un pubblico che probabilmente non sa come stanno davvero le cose (e non sa del fork operato nel gennaio 2001 per affossare l’allora Nupedia, embrione di Wikipedia).

Appurata l’inclinazione al revisionismo da parte di una certa fronda del Movimento Freesoftware, arriviamo dunque al nostro “GNU/Linux”. Su gnu.org c’è una intera (e lunghissima!) pagina che dettaglia tutte le motivazioni per le quali la dicitura estesa sarebbe preferibile: perché senza GNU oggi non esisterebbe nessun sistema operativo libero (infatti BSD non esiste, no?), perché GNU è una parte integrante ed indivisibile del sistema operativo propriamente detto (ma stranamente nel sommario di “Operating Systems Design and Implementation” di Andrew Tanenbaum – che mi sembra una referenza sufficientemente autorevole sul tema – trovo riferimenti a scheduling, filesystem, I/O, ma nessuno a interpreti di comandi e benché meno a compilatori o editor di testo…), fino a giungere alla pena del perché se lo chiami “Linux” devi pagare i diritti per l’utilizzo del nome (sfacciatamente falso). Il tutto condito da abbondanti dosi di moralismo, atto ad indurre lo sprovveduto lettore all’unica Verità Assoluta: attento, se non lo chiami “GNU” ti stai confondendo, ti aiutiamo noi che ci teniamo all’istruzione; del resto – allacciate le cinture – quel cattivone di Torvalds non ha mai sostenuto la libertà di cooperare, dunque i buoni siamo noi. Stupisce che la pagina non si concluda con un “Amen”.

Infine, diciamocelo: la stragrande maggioranza delle persone che usano l’etichetta “GNU/Linux” lo fa per esasperazione, perché continua a sentirsi ripetere (a volte anche in modo verbalmente violento) che è giusto e corretto ed è immorale fare altrimenti, dunque si finisce per cedere senza neppure capire bene perché o, peggio, per evitare ritorsioni.

Ma ancora non siamo arrivati al punto citato nell’incipit di questo post: perché reagisco così male dinnanzi all’invito di usare la menzione “GNU/Linux”? Perché è falsa, fondata su presupposti falsi, promossa da chi ha oramai fatto il callo con la diffusione di nozioni false, e se forse può essere tollerata certo non può essere incentivata all’interno di un movimento culturale che fa della conoscenza e della consapevolezza la propria ragion d’essere. Tutto qui. L’ossessione nei confronti del nome “GNU/Linux” è antitetica rispetto a tutto quel che si suppone esso stesso vorrebbe rappresentare.

E pertanto: no, se non scrivo “GNU/Linux” non è perché mi sono confuso, o perché non conosco la storia (anzi mi sembra di conoscerla meglio di molti altri), né per distrazione e men che meno per comodità. Bensì per deliberata scelta di onestà intellettuale. Una qualità sempre più rara all’interno del nostro movimento.

Dottrina

1 luglio 2016

Ci sono un programmatore, un avvocato, un politico ed un social media manager. No, non è l’incipit di una barzelletta (anche se sono sicuro ne verrebbe fuori una bellissima), ma l’inizio di un aneddoto.

Nel contesto delle attività para-lobbistiche filo-linuxare condotte a Torino in occasione delle appena concluse elezioni amministrative, su iniziativa di un personaggio piuttosto popolare nel mondo freesoftware (non dico chi, ma nell’introduzione è l’avvocato) mi sono trovato a colloquio privato con uno dei candidati sindaco (non dico chi, ma nell’introduzione è il politico) ed il relativo coordinatore della campagna elettorale (non dico chi, ma nell’introduzione è il social media manager). Manco a dirlo: nell’introduzione, io sono il programmatore. Scopo dell’incontro: sensibilizzare la parte politica sul tema dell’annunciata migrazione a Linux del Comune (la quale, contrariamente a ogni aspettativa, sta procedendo) ed incassare l’adesione all’appello pubblico, che potrà sempre tornare utile in futuro.

Dopo una rapida presentazione sul come e sul perché del software libero, il suddetto coordinatore della campagna ha espresso il suo favore nei confronti della tematica. Infilando nella frase, ahilui, “opensource” anziché “software libero”. Alché il suddetto avvocato, da buon jihadista stallmaniano, non ha esitato a rimbrottarlo. Dicendo, su per giù: “Quando dici ‘opensource’ fai riferimento alla parte tecnica, quando dici ‘software libero’ alla parte etica. Ebbene: a me della parte tecnica non frega assolutamente niente, quella che conta è la parte etica”. A questo punto candidato e staffista non hanno potuto far altro che annuire vigorosamente. Ed io non ho potuto far altro che osservare mestamente la triste scena.

Perché la virtuosa eco di quel “a me della parte tecnica non frega assolutamente niente” si stemperava sugli spigoli arrotondati dell’iPad che il ragazzo accanto a lui continuava a consultare durante la pontificazione, e rimbalzava sull’iPhone poggiato dall’altra parte del tavolo di fronte al candidato. Perché la seconda cosa cui ho pensato, sentendo quel “a me della parte tecnica non frega assolutamente niente”, è stata una discussione intrattenuta poche sere prima con un giovanotto che, pur con tutta la consapevolezza e la competenza tecnica del mondo, non riusciva a sbarazzarsi delle componenti solidamente proprietarie ancora installate sul suo smartphone Android nonostante le nottate spese a rootare, flashare e smanettare (e figuriamoci cosa potrebbe ottenere una persona non altrettanto preparata e, soprattutto, motivata). Perché alle spalle di quel “a me della parte tecnica non frega assolutamente niente” ci sono reggimenti di utenti che ogni giorno vorrebbero approcciarsi a Linux ed al software libero, ma sono puntualmente bloccati da un problema di compatibilità, dalla mancanza di una applicazione, dall’oggettiva difficoltà che ancora troppo spesso si riscontra nell’adozione domestica di questa scelta. Perché “a me della parte tecnica non frega assolutamente niente” è il grido di vittoria di soggetti come Microsoft ed Apple, che ogni giorno sfornano nuovi strumenti sempre più efficienti e comodi ed integrati per attirare sviluppatori software affinché vadano ad arricchire sempre più le loro relative piattaforme (magari pure dotate di una API aperta, ma internamente rigorosamente proprietarie) ed allargare ogni giorno, ogni ora, ogni minuto, il divario.

“A me della parte tecnica non frega assolutamente niente” è l’epitaffio che incideremo sulla lapide del movimento freesoftware.

Da anni oramai ripeto che il software libero è libero, ma è anche software. Lo ripeto perché, incredibilmente, troppo spesso ce ne dimentichiamo. Ne facciamo una questione politica, culturale, ideologica, sociale, e poi falliamo miseramente al primo “Non mi funziona la stampante”. Se si assume che il software libero debba essere un diritto, ci si dovrebbe anche prendere la responsabilità di garantirlo, questo diritto. E non solo a coloro che hanno le competenze, il tempo e la voglia di farlo (spesso peraltro senza neppure riuscirci), ma a tutti.

Se nel nostro piccolo mondo moderno ci fossero più programmatori e meno avvocati, avremmo risolto molti problemi.

Diritto di Vuoto

9 maggio 2016

Da settimane ho una tab del browser aperta su questo articolo di Eben Moglen, che solo adesso sono riuscito a leggere. Un poco tardivamente, ma non è mai troppo tardi per una riflessione ed un commento. Anzi in questo caso ce ne sarebbe più di uno di commento da fare, ma per adesso mi limito a quelli semplici.

L’argomento di fondo del brano è il rapporto tra freesoftware e business. Un rapporto delicato, spesso apparentemente impossibile, più frequentemente incompreso. E su cui tornerò prossimamente. La prima metà del testo prende spunto da ben noti eventi di cronaca (ben noti a chi segue le notizie del mondo freesoftwarista, si intende), ma senza mai citarli direttamente, ed è propedeutica alla seconda. Nonché strumentale, e strumentalizzata, per fomentare pareri e sentimenti tanto popolari quanto infondati.

Il tacito incipit dell’articolo è la recente revisione della composizione del gruppo direttivo di Linux Foundation, precedentemente costituito, oltre che da persone nominate delle aziende che fanno parte della rete (nota bene: Linux Foundation non è una associazione no-profit, bensì, per dirla all’italiana, una “rete di imprese”. E lo è sempre stata), anche da un paio di membri liberamente votati dalla community. Dalla sera alla mattina è stato deciso che questi due ultimi rappresentanti non dovessero essere più votati direttamente, ed è scoppiata la polemica sulla democrazia tradita e sul potere delle corporation. Polemica che, evidentemente, viene a tutt’oggi cavalcata in maniera sorniona da chi vuole creare un contrasto a tutti i costi, magari allo scopo di consolidare la propria presunta posizione di Paladino del Bene.

Dopodiché, chi ha voluto andare un poco più a fondo nella questione, ha letto non solo di vesti stracciate e di Guerre Sante ma anche la risposta di Jim Zemlin, che di Linux Foundation è Direttore. Da cui emergono due cose. Primo: che i rappresentanti del mondo community, benché non votati direttamente, continuano ad avere un posto nel Direttivo (ed il relativo diritto di voto); cosa non da poco, per una istituzione esplicitamente rivolta all’impresa. Secondo – e forse più importante – : che “il processo di reclutamento dovrà essere modificato per essere in linea con quello delle altre principali associazioni del settore”.

A cosa mai si riferiva Zemlin?

Al fatto che, di tutte le grosse organizzazioni pro-freesoftware (e pro-libertà-digitali in generale) che vi possono venire in mente, ben poche hanno un Direttivo eletto democraticamente. Neppure in parte. Non quello di FSF. Non quello di EFF. Non quello di Apache Foundation (si, è eletto dai membri, ma i membri votanti sono ammessi solo su invito). Molte prevedono un qualche meccanismo di iscrizione / fellowship / sottoscrizione, ma nella maggior parte dei casi gli aderenti non hanno alcun diritto nei confronti dell’associazione (men che meno quello di voto) ed è semplicemente un modo simpatico per raccogliere donazioni. [Update: Stefano Zacchiroli fa giustamente notare che almeno una grossa associazione il cui board è eletto c’è: Open Source Initiative]

Il buon Alessandro Rubini, all’indomani della sua nomina a vice-presidente di FSFE, spiegò che lui stesso non era stato votato da nessuno ma coinvolto per “co-optazione”: quelli che c’erano prima di lui lo hanno scelto a tavolino, gli hanno proposto la carica, e lui ha accettato. Tale metodo è assai popolare tra gli enti statunitensi – terrorizzati dall’idea di essere internamente sovvertiti da una votazione aperta pilotata da altri soggetti ostili – e la stessa FSFE, che invece vorrebbe essere un tantino più democratica ed aperta, deve sottostare al ferreo dictat d’oltreoceano.

Dato questo scenario, le accuse di velleità dittatoriali da parte di Linux Foundation appaiono quantomeno smussate e ridimensionate. Anzi, ci sarebbe da fargli un plauso per aver avuto il coraggio di aver mantenuto, fino a pochi mesi fa, almeno alcune posizione del Direttivo totalmente aperte agli umori della community, contrariamente a tutti gli altri. Gli altri, quelli che oggi vogliono far passare Linux Foundation come un covo di biechi speculatori e complottatori. Gli altri, la cui carica non è mai stata votata da nessuno.

Volontariamente

9 agosto 2015

Incontrando, scrivendo e confrontandomi regolarmente con tanti membri della cosiddetta “community linuxara” italiana mi capita di raccogliere posizioni ed opinioni ricorrenti, spesso raggruppabili e riconducibili ad atteggiamenti simili. Tra queste posizioni ne esiste in particolare una che ancora non sono riuscito ad inquadrare: la prima volta l’ho considerata una singolare stravaganza del mio interlocutore, alla seconda mi sono stupito di ritrovarla, alla terza ho tentato invano di seguire il discorso, giunto alla decima iterazione mi urge soffermarmici un istante per carpirne l’essenza ed il senso. Sempre che un senso lo abbia.

Essa è sommariamente riassumibile in tale linea di pensiero:

Io promuovo il software libero in qualità di volontario, gratis, nessuno mi paga per farlo. Pertanto non assecondo alcuna via di mezzo che anteponga la convenienza utilitaristica alla totale ed assoluta libertà del software, mi dissocio da ogni tentativo di compromesso nei confronti della più rigida purezza della filosofia del software libero, contesto ogni rapporto con entità che non aderiscano completamente e consapevolmente alle ragioni ideologiche del freesoftware. E’ vero, per lavoro uso Windows/Mac/PiattaformaProprietaria, ma mi pagano dunque va bene.

Tale costrutto è spesso accompagnato da altre argomentazioni strettamente correlate al denaro, benché comuni anche ad altre categorie: non insegno niente a nessuno, per quello ci sono i corsi a pagamento; se un utente ha un problema si cerca la soluzione da solo o paga un tecnico; lo faccio gratis dunque è l’ultimo dei miei pensieri dopo la famiglia, il lavoro, i fatti miei, gli hobby e qualsiasi altra cosa… Ed è spesso individuabile presso le frange più estremiste e intolleranti, i “talebani”, che più frequentemente di quanto non si creda tirano in mezzo la questione del “lo faccio gratis” come argomentazione per motivare la propria rigidità (e giustificare la propria apparente incoerenza nell’ambito lavorativo).

Ma io, in tutto questo, stento a trovare un nesso, un legame logico.

Come si può pretendere che altri perseguano la più rigorosa disciplina stallmaniana, se poi per primi ci si vende all’uso (o peggio ancora alla diffusione) del software proprietario proprio per gli stessi motivi di “convenienza” che altrove si respingono ciecamente? Magari è più comodo e sicuro tenersi la propria occupazione che non tentar fortuna presso una delle innumerevoli aziende che in questa epoca di migrazione verso il “cloud” cercano sistemisti e programmatori web (ambito in cui Linux e l’opensource dominano), restando nella propria azienda Windows-centrica con una certificazione Microsoft appesa al muro e Visual Studio e Outlook aperti sul desktop di Windows 10, ma con che faccia si può poi andare a pretendere che i dipendenti del proprio comune, o i maestri nella scuola dei propri figli, o più banalmente il proprio vicino di casa, debbano di punto in bianco rinunciare a Skype, Steam ed alla propria stampante per la quale non esiste un driver libero in nome di astratti ideali che neppure capiscono (e ben lungi andarglieli a spiegare, “mica mi pagano per fare l’educatore”…)?

Nessuno paga nessun’altro neanche per mangiare, bere e dormire. Anzi, solitamente si paga per farlo (e appunto si lavora per avere i soldi per farlo). Ma queste sono attività dopotutto necessarie ed indispensabili alla sopravvivenza. Meno strettamente necessario ed indispensabile, ma altrettanto non retribuito, è metter su famiglia e allevare dei figli. Ancor meno necessario, ed ancor meno retribuito, è passare la serata guardando la televisione o giocando ad un videogioco o assemblando il modellino del galeone spagnolo. È assolutamente legittimo che tutte queste cose vengano prima della divulgazione del software libero nella propria scala di priorità, anzi per fortuna che c’è anche dell’altro nella vita!, ma il proprio grado di pretesa nei confronti del prossimo dovrebbe essere commisurato al proprio personale coinvolgimento: se ci si concede per sé – giustamente – qualche svago e qualche distrazione anziché devolvere tutto tutto il proprio tempo alla Causa Suprema, appunto perché si è volontari (tutti noi lo siamo) e nessuno ci paga per farlo, è difficile imporre una totale assenza di compromessi e facilitazioni ad altri.

E poi, quel che proprio mi sfugge: qual’é la correlazione tra il “farlo gratis” ed il “farlo in modo estremo”? È emblematico notare come secondo il dizionario la definizione di “promozione” sia “l’atto, il fatto di promuovere, cioè di dare inizio, di dar corso a qualche cosa, o anche di caldeggiarla”. Ovvero l’esatto opposto del negare qualsiasi transizione graduale, del voler arrivare direttamente al compimento assoluto dell’adozione del software libero senza alcuna sfumatura nel mezzo, sia essa concretizzata in una installazione di Ubuntu (che, si, contiene anche driver proprietari) o in una pagina divulgativa su Facebook (che, si, è una piattaforma chiusa) o nel cercare la collaborazione – soprattutto comunicativa e mediatica – con altre realtà associative o pubbliche (che, si, magari non sono a loro volta apertamente sostenitrici del freesoftware occupandosi di altro). Evidentemente sfugge la non così sottile differenza tra “promuovere” e “pontificare”…

Nessuno vieta, anzi si è altamente incoraggiati, di usare Linux a casa propria, per proprio conto, perché piace smanettare o perché lo si ritiene più comodo o interessante, come fa la maggioranza degli attuali utenti Linux (che sono ben più di coloro che frequentano i LUG cittadini o scrivono sulle mailing list): di sicuro quello è un approccio intellettualmente più onesto che non fare la stessa identica cosa e aver la pretesa di essere dei “volontari” che fanno “promozione”, arrogandosi peraltro (“perché io lo faccio gratis, e dunque ne ho diritto”) posizioni decisionali nei confronti di altri.

Giunti alla fine di codesto post, resto senza una risposta alla mia domanda iniziale. La prossima volta che incontrerò uno di quelli che “nessuno mi paga”, proverò a dargli 10 euro e vedere se rinsavisce.

Altruimeritocrazia

14 luglio 2015

Come citavo nel post relativo alla scorsa edizione della ConfSL, il beneamato Richard Stallman – fondatore del movimento freesoftware – ha tenuto uno speech, cui non ho direttamente assistito ma che molto probabilmente è stata una ripetizione di quello tenuto due giorni prima a Torino per la presentazione del Master in Management del Software Libero. Appuntamento presso cui invece sono stato, sia per saperne di più sul Master stesso (invano: non è stato detto nulla più di quanto altrove pubblicato, anzi qualcosa in meno, l’incontro è stato solo un pretesto per ostentare la presenza di Stallman stesso) che per scambiare qualche parola con i presenti, ma nel mezzo mi son dovuto appunto sorbire l’intervento del Vate.

E’ la quinta o sesta volta che assisto ad un suo talk (e svariate altre volte l’ho deliberatamente evitato), e benché negli anni i contenuti si siano marginalmente adattati alla cronaca contemporanea il succo resta sostanzialmente sempre lo stesso: una sommaria introduzione al software libero, il kernel Linux non conta niente conta solo GNU, i vari Microsoft/Facebook/Google/Amazon/Apple di turno sono il Male, il cosiddetto “cloud” è il Male, tanti problemi esposti, nessuna soluzione proposta.

Un passaggio per me sinora inedito mi è però balzato all’occhio e all’orecchio: l’attuale modo di atteggiarsi verso l’opensource, il “movimento” parallelo e complementare a quello freesoftware, in qualche modo da esso ispirato ma da sempre vilipeso da Stallman in quanto “distraente” nei confronti della stessa ragion d’essere del software libero ovvero la tutela dei diritti degli utenti.

La news è che, ad oggi, Stallman stesso si arroga ogni merito collaterale dell’opensource. Il modello di sviluppo collaborativo, la community, la partecipazione, tutti i fattori che non sono mai appartenuti alla nozione stretta di “software libero” (che propriamente riguarda il rapporto diretto tra sviluppatore ed utente), adesso sono dipinti come fattori esclusivi del software libero. E dunque, l’opensource? Niente, è solo un sinonimo della stessa cosa, una impostura, un errore storico.

È un vero peccato che la stessa persona che ora pubblicamente e candidamente dice ciò abbia scritto esattamente l’opposto: “Open source is a development methodology; free software is a social movement”. Quel “development methodology” faceva proprio riferimento al fatto di esporre il codice su un repository pubblico, accogliere patch da collaboratori più o meno occasionali, costruire una comunità che decreta la direzione del progetto. Insomma: ciò che viene descritto nel celeberrimo “La Cattedrale e il Bazaar”, testo fondamentale che tutti dichiarano di conoscere ma che come ho constatato nuovamente nell’ultimo periodo nessuno ha mai realmente letto. Altrimenti sarebbe a tutti noto come esso sia stata una critica di Eric Raymond (co-fondatore della Open Source Initiative, insieme a Bruce Perens) nei confronti di Free Software Foundation, la “cattedrale” (contrapposta al kernel Linux, il “bazaar”), che fino a quel momento aveva condotto lo sviluppo del proprio codice (in primis, Emacs) privatamente. Alla faccia della collaborazione e della community.

Questa inopportuna e mendace appropriazione è motivo di mia forte perplessità, per due motivi.

Primo: con quale faccia di bronzo Stallman va in giro a piagnucolare sul riconoscimento dei “grandi” meriti del progetto GNU, imponendo che il suo nome venga sempre citato insieme a Linux, quando poi è lui il primo a negare al modello opensource il devastante impatto che esso ha avuto non solo sulla tecnologia ma sull’intera cultura odierna (ad esempio: Wikipedia e OpenStreetMap sono, in sostanza, applicazioni del modello opensource su prodotti non software)?

Secondo, e più emblematico: se Stallman durante i suoi talk parla dei successi altrui spacciandoli per suoi, dove sono i suoi? Ad oggi, nell’immaginario collettivo, quel che caratterizza il nostro piccolo mondo è l’idea romantica di community, di persone che collaborano insieme su un progetto pubblicamente – e dunque anche gratuitamente – disponibile, di smanettoni che per passione ed interesse costruiscono strumenti e conoscenza di cui tutti possono beneficiare, in poche parole la parte opensource. Il quale opensource domina sia in campo IT che, come detto sopra, trasversalmente su tutto quel che è “digitale”, avendo contagiato ogni forma di produzione e distribuzione della conoscenza in Rete. Ci siam persi per la strada la componente educativa ed etica, la componente identitaria, il “social movement”, il freesoftware. E nessuno vuole ammetterlo. Nessuno vuole riconoscere il problema. E pertanto nessuno si cura di ripararlo. Primo tra tutti Stallman, che evidentemente bada più a preservare il suo (presunto) status di leader e (presunto) ispiratore che a dare una direzione credibile al suo stesso movimento.

Sempre più il tanto acclamato e ciecamente lodato RMS mi pare, più che uno gnu, una bufala.

Il Mezzo e lo Scopo

7 marzo 2015

Qualche giorno fa è circolata una notizia che per certi versi mi aspettavo sarebbe prima o poi giunta, in una qualche forma: Stallman all’attacco di LLVM, progetto (libero e opensource, chiaramente) finalizzato all’implementazione di un nuovo compilatore universale (in verità è un pochino più complesso, ma accontentatevi qui di questa approssimazione) alternativo su molti fronti al popolare GCC, che è ad oggi lo strumento di riferimento per l’intera comunità linuxara. Nonché componente fondamentale dell’ambiente GNU, l’unico – insieme probabilmente a libc – che giustifica l’esistenza dello stesso.

Da qui si può iniziare a desumere la difficile posizione del povero RMS: se GCC perde la sua posizione di rilievo, e viene rimpiazzato con altro, a cosa ci si potrà più appellare per conservare almeno la dicitura “GNU/Linux”, ultima vestigia di un epico progetto che certamente ha prodotto tanto (…) ma che in 30 anni non è mai riuscito neppure a lambire le ambizioni iniziali?

Eppure, ragionandoci, penso sia legittimo ribaltare il quesito ed invece chiedersi: se lo scopo di tutto questo, del movimento freesoftware e della Free Software Foundation e dei LUG e degli sviluppatori di software libero e di tutto quanto, è la tutela, la preservazione, l’estensione della libertà degli utenti, perché mai tanto attaccamento nei confronti di un singolo progetto, GNU, nel mare magnum di codice libero già in circolazione, di altri progetti più o meno articolati esistenti, e di tutti gli altri obiettivi ancora da raggiungere necessari per perseguire il suddetto scopo?

Una risposta emerge approfondendo appunto la vicenda di LLVM. E non è quella che avrei voluto.

Ripercorrendo il thread in cui si svolge la discussione in oggetto, inizia a saltar fuori fin da principio un “It looks like there is a systematic effort to attack GNU packages“. Dichiarazione che, se rapportata all’innocente proposito che ha fatto scattare l’intera diatriba (ovvero quello di integrare il debugger LLDB in Emacs, polivalente editor per nerd con la passione per il pianoforte, anch’esso parte di GNU) si può interpretare come una presa di posizione – spropositata ed eccesiva – nei confronti di tutto ciò che non è GNU – pur essendo, ricordiamolo, software libero. Interpretazione che si rivela fondata leggendoNeither Windows nor MacOS was intended to push major GNU packages out of use.  What I see here appears possibly to be exactly that“. E che viene definitivamente confermata quando, in risposta alla segnalazione di come lo sviluppo di LLDB – e di tutta la struttura LLVM – sia più rapido ed efficiente rispetto a quello della “concorrente” toolchain GNU, emergeYou seem to be arguing that we should indeed regard LLDB as a threat“.

Sia ben chiaro: è naturale e anzi ovvio che i responsabili del progetto GNU vogliano tutelare il buon nome, la reputazione e la posizione di rilievo della propria opera. Chiunque sarebbe parimenti turbato ed infastidito dalla prospettiva di perdere la propria importanza nel contesto di riferimento, e nessuno può biasimare questo sentimento. Ma quel che mi tange è leggere tali sopra citate frasi scritte e pubblicate dal fondatore e massimo esponente del movimento freesoftware, paladino indiscusso ed indiscutibile dei diritti digitali, spirito guida incorrotto ed incorruttibile dei numerosi attivisti che portano il suo verbo ai quattro angoli del globo. E, si suppone, entità super-partes il cui unico scopo sia la tutela, la preservazione, l’estensione della libertà degli utenti.

Pare che “qualcuno” veda in GNU l’unico ed il solo progetto il cui percorso sia tale, e dunque l’unico ed il solo a meritare supporto, sostegno e promozione. Forse questo “qualcuno”, troppo preso con lo sviluppo del proprio stesso codice standosene chiuso in uno scantinato, si è perso gli ultimi trent’anni di eventi: il ruolo della ora vitupera Mozilla ci ha consegnato una Internet fondata su standard e formati aperti (e dunque a misura di software libero); la comunità prima OpenOffice e poi LibreOffice ha mantenuto e mantiene uno strumento vitale ed essenziale senza il quale la migrazione di imprese e pubbliche amministrazioni sarebbe nel migliore dei casi una vaneggiante utopia; la sempre contestata Canonical ha permesso a milioni di persone di scoprire, installare ed usare un sistema operativo certo non completamente ma in larga misura freesoftware… Ma questi non contano niente, come non conta niente un moderno ed evoluto compilatore più efficiente e veloce dell’esistente, che anzi è un “attacco” ed una “minaccia” da aggirare.

Notoriamente non ho mai accolto in modo favorevole gli inviti ad usare la dicitura “GNU/Linux”. Per una questione soprattutto di principio: nel momento in cui l’intero movimento freesoftware, con tutte le sue implicazioni culturali, langue e perde sempre più terreno nei confronti degli “antagonisti” (o anche solo nei confronti del suo alter-ego, il movimento opensource), cincischiare su tre lettere in più o in meno non è mai stata una delle mie priorità né godo nel constatare che si tratti della priorità di qualcuno (il quale potrebbe invece investire il suo tempo in modo molto più utile per tutti). Ma alla luce del fatto che GNU non intende essere solo un componente importante del mondo freesoftware, bensì l’unico componente – fosse anche a discapito di strumenti altrettanto liberi e tecnicamente superiori, dunque più utili a facilitare la penetrazione del software libero -, non posso far altro che iniziare a considerare l’eventualità di assumere una posizione critica nei confronti del progetto stesso. O quantomeno di chi ne detta la direzione, ne definisce gli intenti, ed agisce in ogni modo per dare a GNU quel peso e quella rilevanza che – forse – non ha.

E per te, caro amico lettore, GNU è il mezzo o il fine?

Un Esilio

15 febbraio 2015

Nei giorni scorsi è avvenuto un fatto che, non dubito, avrà un qualche impatto sul medio/lungo termine. Il fatto è che una persona e’ stata espulsa dalla mailing list del gruppo WiiLD. Un evento talmente straordinario da meritare un commento. Un evento talmente straordinario da meritare una presa di posizione.

Personalmente, sono assolutamente d’accordo con l’azione intrapresa. Non solo la appoggio, in modo incondizionato, ma mi rammarico che tal genere di provvedimenti siano sempre stati in qualche modo mistificati e dunque evitati all’interno di molte altre mailing list. Decretandone la morte.

Ma prendiamola alla larga.

Partiamo dalle motivazioni dell’espulsione. La persona in questione aveva di fatto “occupato” la mailing list, inviando secchiate di messaggi tutti i giorni a tutte le ore, intervenendo in qualsiasi discussione, la maggioranza delle volte per dirottarle sulle questioni filosofico-politico-puritane che tanto entusiasmano ed eccitano una (piccola ma rumorosa) fetta della popolazione linuxara. Di fatto allontanandosi dalle finalità originali della lista, ovvero fornire supporto ed assistenza a chi, soprattutto tra docenti ed operatori scolastici, vuol scoprire per la prima volta a Linux ed al software libero. Col tempo i toni del personaggio si sono sempre maggiormente alzati, arrivando all’epiteto e all’attacco diretto, fino al punto di indurre gli amministratori della lista a contattarlo per chiedergli di darsi una regolata. Una volta. Due volte. Tre volte. Infine, al culmine di un lunghissimo thread in cui suddetta persona ha sparato a zero sull’intera lista – evidentemente colpevole di non essere sufficientemente fedele al dogma stallmaniano (chissà, forse si aspettava che ad essere espulsi fossero quelli che segnalavano peccaminosi servizi online closed source?) – qualcuno si è deciso a fare quel che intimamente si sarebbe voluto fare da tempo: procede all’allontanamento forzoso.

Cui sono seguite – prevedibili – lamentazioni. Sulla democrazia violata, sull’abuso dei moderatori, sulla repressione forzosa delle opinioni. Cieche opposizioni mosse senza tener conto del contesto, delle motivazioni storiche, di fatti e persone. Senza badare ai tentativi occorsi precedentemente per sistemare civilmente la situazione, tutti resi vani dall’ottusità della controparte. Senza badare al fatto che quelle stesse accese opinioni sono sempre state mosse da molti altri iscritti, ma in modo ben più composto e ragionevole e dunque sempre ben accolto. Senza badare che su 800+ iscritti alla mailing list ben pochi sono coloro che hanno battuto ciglio dinnanzi al presunto scandalo, e da ciò si desume che proprio un gran scandalo non è stato.

Ma il vero punto della questione non è questa espulsione, quanto il fatto che sia stata una delle pochissime espulsioni che, a mia memoria, si sia avuto modo di vedere su una mailing list linuxara. E torniamo alla considerazione iniziale: è un bene che sia andata cosi’? E’ un bene che troll e contestatori siano sempre stati tollerati, o quantomeno non siano mai stati arginati, in nome della democrazia e del diritto di espressione? Ad oggi, col senno di poi e con le maggiori mailing list nazionali totalmente desertificate, possiamo davvero asserire ciò?

Forse dovremmo fare un passo indietro. E prendere atto del fatto che subbissare una lista di mail, ed intervenire a gamba tesa con toni arroganti e pretestuosi su qualsiasi argomento, forse non rientra entro i legittimi limiti del diritto di espressione esattamente come non vi rientra il fatto di affacciarsi al terrazzo e strillare le proprie opinioni alle 4:00 del mattino. E magari dovremmo anche prendere atto del fatto che il sistema in cui qualcuno fa quel che vuole, fregandosene non solo dell’opinione e del benessere della maggioranza ma anche di ogni regola di convivenza civile, non si chiama “democrazia” bensì “anarchia”, ed è una cosa un pò diversa. E forse dovremmo prendere atto del fatto che, contrariamente a quanto asserito da coloro che vivono di un ideale romantico di “software libero” senza avervi mai realmente contribuito e senza aver mai partecipato in nessun modo salvo poi pretendere di insegnare ad altri che cos’é e come funziona, le comunità ove effettivamente esso viene progettato, modellato ed implementato si reggono su modelli meritocratici o di dittatura benevolente, e questi sono gli unici che permettono di perseguire qualsivoglia obiettivo e risultato.

Ma del resto, si sa, le nostre comunità di promozione e discussione sono contaminate e spesso dominate da un sistema di valori distorto e strumentale, che fa facilmente presa su coloro che, incapaci di formulare un proprio parere su tematiche così complesse ed articolate, si fanno vessillo di quello presentato come “più eticamente giusto”.

Per la cronaca: l’altro giorno ho espulso la stessa persona in oggetto a questo post da una mailing list locale di cui sono amministratore. Essa ci si era iscritta solo poco tempo fa ed aveva inviato solo un paio di messaggi, peraltro assolutamente innocui ed addirittura condivisibili. L’intento è quello di assecondare e dare un seguito alla – per me – giustissima azione condotta dagli amministratori della lista WiiLD, e contribuire nel mio piccolo a far terra bruciata intorno ad un personaggio considerato deleterio. Affinché questo esilio sia completo. Affinché questo esilio funga da esempio. Affinché questo esilio non sia necessariamente “il primo di tanti” (nessuno si augura di dover davvero espellere tante persone da altrettante mailing list), ma che sia almeno il primo.

Correva l’Anno

14 dicembre 2014

La storia cui vorrei far riferimento in questo post e’ una storia antica, lontana, di cui s’e’ persa memoria ed in buona parte s’e’ persa traccia. Risale (pensate!) al 2011.

In quel tempo, la distribuzione WiiLDOS – nata in origine come piattaforma di riferimento per la WiiLD, la lavagna interattiva “artigianale” ed opensource basata sul controller della console Wii – gia’ raccoglieva ampi consensi e coinvolgeva un gran numero di docenti e tecnici impegnati a discutere e sperimentare col software libero a scuola e, piu’ in generale, con metodi didattici “alternativi” legati all’uso – consapevole ed accorto – delle tecnologie. In qualche modo dei pionieri, considerando che adesso tutti parlano – per lo piu’ a sproposito – di innovazione in classe, ma del resto il tema del software libero e’ da sempre legato a doppio filo con quello dell’insegnamento della scienza informatica: laddove i programmi didattici dell’ora di informatica hanno sempre riguardato le icone di Word e le opzioni di Excel (ovvero: nozioni mnemoniche e passive relative a ben specifici prodotti commerciali, i quali sono destinati a cambiare piu’ e piu’ volte da quando vengono inculcate al fanciullo di turno a quando tale fanciullo cresce e si affaccia al mondo del lavoro col suo bagaglio di nozioni mnemoniche, passive ed obsolete), i softwareliberisti hanno sempre promosso e supportato l’insegnamento dei linguaggi, degli algoritmi, delle funzioni, delle basi scientifiche su cui si poggia l’evoluzione contemporanea della matematica applicata.

Per tal motivo nella suddetta distribuzione WiiLDOS venne incluso Scratch, bellissima applicazione che permette anche ai piu’ piccoli di mettere insieme giochini interattivi ed animati incastrando qualche for, qualche if, ed insomma di fatto “programmando” per mezzo di un semplice ed intuitivo linguaggio visuale. Una metodologia perfettamente in linea con gli intenti culturali di riferimento, e di indubbio valore strategico per finalmente far avvicinare non solo gli studenti ma anche gli insegnati (i quali, va tristemente detto, molto spesso insegnano Word ed Excel perche’ non sanno assolutamente nient’altro) ad un approccio attivo e consapevole all’informatica.

Eppure, appunto nel 2011, l’introduzione di Scratch fece storcere piu’ di un naso. Per via della sua licenza: era opensource, era aperto, era analizzabile e modificabile e ridistribuibile, ma era distribuito con una licenza in cui veniva esplicitato a chiare lettere il divieto di utilizzo commerciale. Una violazione della Liberta’ 0 del freesoftware, quella di poter usare il programma per qualsiasi scopo. Sufficiente a non considerarlo “software libero”, e pertanto non degno di essere incluso in una distribuzione definita come “libera”. Il conflitto tra le potenzialita’ di una applicazione “libera ma non abbastanza” e la linea di principio “libero a tutti i costi” ha animato la comunita’ internazionale per mesi, e naturalmente anche quella italiana: fiumi di mail e discussioni si sono succedute, fomentate anche da un duro post di Renzo Davoli (da molti considerato “lo Stallman italiano”) – purtroppo non piu’ reperibile online ma citato da numerose fonti -, col risultato che non pochi misero la sopra menzionata WiiLDOS in croce per la scandalosa scelta di voler promuovere cotanto strumento del demonio all’interno delle scuole.

Infine Scratch cambio’ la licenza, passando alla GPLv2. E si smise di parlarne. Del resto, piu’ che a commentare e biasimare le altrui scelte, a che altro servono le mailing list?

Veniamo a oggi. All’epoca in cui Scratch e’ diventato tanto popolare da essere fulcro di una intera community parallela – per lo piu’ in Italia nota per le attivita’ di CoderDojo, negli USA per Code.org – che nel giro di pochi mesi e’ arrivata a toccare l’interesse delle massime istituzioni del nostro e di altri Paesi. Community incentrata sull’insegnamento del “pensiero computazionale” presso i piu’ giovani – ovvero: il medesimo traguardo cui ambiva il movimento freesoftware svariati anni prima – ma non necessariamente devota al software libero: gli strumenti sono strumenti, quel che conta e’ il contenuto, e poco male se, ad esempio, si collabora con Disney, una delle multinazionali da sempre piu’ avverse alla condivisione. Community nella cui orbita e tra i cui promotori spesso troviamo – sorpresa! – alcuni di coloro che nel 2011 avevano tacciato WiiLDOS di tradimento e collusione. Cambiano i tempi e le mode, e quel che prima era intollerabile diventa non solo tollerabile ma anche meritevole di sostegno.

L’opensource domina il mondo tecnologico, e fornisce metodi e strumenti su cui vengono costruite le piu’ sofisticate piattaforme chiuse. Le argomentazioni culturali proprie del freesoftware si stanno facendo strada in modo autonomo ed indipendente rispetto al freesoftware stesso. Nel mezzo, la comunita’ FLOSS si strugge quotidianamente della sua irrilevanza, in un sistema che essa stessa ha maldestramente contribuito a costruire, restando sempre un passo indietro rispetto a se’ stessa e facendosi scippare, pezzo dopo pezzo, la sua stessa essenza.

Son Tutti Open col Source degli Altri

1 dicembre 2014

(Credits: il titolo di questo post e’ tratto da una frequente citazione dell’amico Stefano di Torino)

Ecco, la svolta. Microsoft ama l’opensource. E non lo bisbiglia l’ultimo dei dipendenti nascosto in un angolo, ma lo grida l’amministratore Satya Nadella in persona annunciando maggiore supporto a Linux nella sua strategia cloud. Rilascia il framework .NET, uno dei suoi cavalli di battaglia, su GitHub con licenza aperta. Sbandiera il suo nuovo amore in lungo ed in largo, dotando pure i valletti al CodeMotion milanese di maglietta con l’inedito motto stampato a chiare lettere. Carlo Purassanta, amministratore delegato di Microsoft Italia, sta facendo il giro delle piazze mediatiche per rendere edotto anche il pubblico nostrano del cambiamento (e dare una lustrata al brand). E l’azienda vola in borsa, arrivando a collocarsi come la seconda impresa di maggior valore al mondo.

Questi, i fatti presentati dalla stampa generalista. Poi c’e’ tutto il resto.

Iniziamo dalla fine. Ovvero dalla situazione economica. Certo le quotazione Microsoft sono salite dall’inizio dell’anno, ma guardando i grafici ci si rende conto anche del periodo turbolento di Exxon, l’azienda petrolifera scesa di un gradino nel podio delle piu’ ricche (cedendo appunto il posto al colosso di Redmond), i quali affari sono evidentemente condizionati dall’incerta situazione medio-orientale che tutti ben conosciamo. Alla luce di tale piccolo dettaglio matematico, forse i vari entusiastici proclami sulla solidita’ e la crescita indotti dal Messia Nadella andrebbero almeno un poco ridimensionati: non e’ Microsoft ad aver fatto meglio ma e’ Exxon ad aver fatto peggio, il risultato non cambia ma le condizioni si.

Tale premessa di carattere squisitamente monetario e’ doverosa per comprendere le motivazioni di quella che appare come una mossa – o meglio, una serie di mosse – incomprensibile. Microsoft e’ indubbiamente ricca, ma meno di quanto non sia stata abituata ad esserlo nel decennio scorso. Al primo posto nella summenzionata classifica azionaria c’e’ Apple, il di cui capitale e’ circa il doppio. Le uniche fonti di profitto, a dispetto degli sforzi dispiegati su vari fronti, erano e sono il pizzo della licenza Windows da tutti pagato sui computer di nuovo acquisto ed il monopolio Office (esteso ora al “cloud”), ambiti che tutti sanno essere destinati a perdere sempre piu’ rilevanza nell’Era Mobile. Certo in qualche modo la loro presenza cresce in diversi settori sinora inediti, ma quanto in proporzione agli altri? Persino la misconosciuta Xiaomi, l’ultima arrivata sul mercato degli smartphone, li ha superati (peraltro sfruttando proprio la disponibilita’ di una piattaforma opensource, ovvero Android): davvero a Redmond non vale la pena stappare lo champagne quando escono nuovi dati aggiornati sul marketshare. Ed in tali condizioni ovviamente risulta sempre piu’ difficile coinvolgere sviluppatori e smanettoni, alla ricerca di una piattaforma popolare e “cool” su cui investire il proprio tempo e le proprie risorse per creare nuove applicazioni che possano a loro volta attirare il pubblico, in un circolo virtuoso di domanda ed offerta che tenga in piedi il tutto.

A questo punto, drammatico, non resta che una cosa da fare per cercare il fatturato: vendere quello che il mercato, loro malgrado, chiede. Il mercato chiede Linux sui server da cui erogare servizi cloud e ambienti di sviluppo opensource su cui si possano mettere le mani, e dunque vendiamogli Linux sui server ed un ambiente di sviluppo aperto. Nel frattempo, per giustificare ai media e agli investitori il fatto di aver operato scelte da sempre vituperate e dipinte come fallimentari, si e’ ritenuto utile e conveniente indorare la pillola con una patina di buonismo tecnologico ed ostentare un assai poco credibile improvviso amore per l’opensource. Tale amara conclusione l’ho ineluttabilmente tratta ascoltando con discernimento le parole del sopra citato Purassanta nel suo intervento dell’altro giorno su Radio24, dal quale si percepisce il sentimento dell’azienda nei confronti dell’open: un prodotto richiesto, e dunque un prodotto da vendere.

Ma, almeno stando a quanto so io, l’opensource non e’ un prodotto, bensi’ un modello di sviluppo. Un modello definito da processi e approcci, fondato sulla crescita collettiva e sulla collaborazione. Diametralmente opposto a quello da sempre adottato a Redmond, il cui piu’ noto strumento di sviluppo e’ la strategia FUD. Come si e’ ben visto recentemente a Monaco di Baviera: una campagna elettorale pagata, un sindaco comprato, dichiarazioni contradditorie con quelle dei tecnici stese a tavolino, ed una campagna mediatica di contro-informazione mirata a scoraggiare altre amministrazioni pubbliche ree di aver valutato la migrazione a Linux.

La storia di Microsoft e’ costellata di abusi, soprusi, stupri, violenze, raggiri e ricatti. Mi viene davvero, davvero difficile pensare che una struttura di tali dimensioni e di tale portata possa cambiare nel giro di pochi giorni, in virtu’ di un pugno di righe di codice gettate su GitHub e qualche promessa. Mi e’ piu’ facile credere nel prosieguo della campagna pubblicitaria “Microsoft loves Opensource” ancora per qualche tempo (almeno fino a Natale, chissa’ che la buona stampa non aiuti le vendite presso il pubblico tecnofilo…), in qualche occasionale zuccherino lanciato al pubblico atto a motivare e dimostrare superficialmente le proteste di cambiamento, e di tornare a leggere di brevetti, tangenti e taglieggiamenti nel giro di un mese o due.

Son tutti open col source degli altri. Prima di convincere sul serio qualcuno, da Redmond dovrebbero mettere sul piatto qualcosa di ben piu’ interessante.