Archive for the 'Libero Software in Libero Stato' Category

Il Bidello

12 aprile 2017

Dei miei incontri con dirigenti scolastici ed insegnanti ho già parlato, traendo qualche conclusione, ma vorrei qui soffermarmi su uno spunto che recentemente è riemerso in una discussione più estesa.

Un bel dì mi sono messo a cantare le lodi di Porte Aperte sul Web, community che provvede ad allestire e mantenere pacchetti installabili per siti scolastici già dotati di una serie di funzionalità richieste per i portali della pubblica amministrazione (accessibilità, pubblicazione dell’albo pretorio e dei documenti per la trasparenza, e via dicendo). In particolare ho insistito sulle già integrate funzioni per affrontare l’apparente chimerica “dematerializzazione”, attraverso cui è possibile inoltrare circolari e documenti a genitori ed insegnanti, filtrarli secondo una serie di criteri, sommariamente processarli secondo una serie di flussi standard, il tutto in via digitale direttamente sul sito. Ma mentre illustravo la – per me – utile funzione per tener traccia di coloro che avevano acceduto e ricevuto una tal comunicazione (quello che abitualmente viene chiamato “presa visione”) notai una insegnante in prima fila che scuoteva la testa. Il mio entusiasmo si è via via smorzato, fino al punto di cedere e chiedere ragguagli. La risposta è stata la più disarmante che potessi ricevere: “Facendo tutto questo sul sito ho un incarico in più da delegare alla mia già abbondantemente oberata segreteria; un foglio firme di carta può essere verificato da qualsiasi bidello”.

Basta questa semplice (ed oggettivamente inattaccabile) argomentazione per afferrare il problema. Che non necessariamente è legato solo a chi usa la tecnologia (che, si sa, ha spesso una grande resistenza al cambiamento e pregiudizi assortiti) ma alla tecnologia stessa. Che, più spesso di quanto non si vorrebbe, è fine a sé stessa e non risolve alcun problema.

Ho avuto modo di ripensare all’aneddoto di cui sopra più recentemente, quando, sempre in un contesto scolastico, mi è stata mostrata una applicazione per l’archiviazione della documentazione in formato digitale. Miriadi di tasti, che aprono infinite cartelle (virtuali), contenenti documenti tutti categorizzati in modo sostanzialmente manuale., esattamente come accade in un archivio cartaceo. Ma reso più complesso dai formati e dai contenuti dei files (vedasi la sottile ma grossa differenza tra un PDF contenente del testo oppure una immagine statica di un documento scannerizzato), da certificati e firme elettroniche, e da adempimenti di carattere amministrativo che possono essere assolti solo pagando un servizio terzo “certificato” dallo Stato (vedasi la conservazione sostitutiva o le marche temporali). Laddove è evidente il risparmio in termini di carta, inchiostro e spazio fisico di archiviazione di una soluzione del genere, davvero non mi sento di biasimare chi, nella pubblica amministrazione, ancora non ha aderito pienamente ai precetti della “dematerializzazione”.

Lo storyteller di turno potrà sin qui rispondere che la soluzione del problema sta tutta nell’alfabetizzazione digitale del bidello che possa consultare anche sul sito web i rapporti di presa visione delle circolari. Ma c’è un problema di fondo: a tutt’oggi ancora non siamo stati capaci di alfabetizzare neppure analogicamente quasi metà dell’intera popolazione. Magari è il caso di porsi qualche quesito.

Forse il punto non sta (solo, per carità) nel rendere più competenti gli utenti, ma più semplici gli strumenti. Forse l’innovazione non sta nell’esistenza delle suddette conservazione sostitutiva o delle marche temporali, né tantomeno della fattura elettronica o della PEC, quanto nel fatto di renderli accessibili ed usabili in modo facile e conveniente. Cosa che ben difficilmente potrà avverarsi seguendo il burocratico approccio attuale, fatto di norme e note amministrative ma non di codice su cui poter rapidamente costruire soluzioni integrate.

Giunti a questo punto potrei mettermi a fare il panegirico del modello opensource come riferimento per l’accelerazione di questi processi, non solo per la mera adozione delle tecnologie ma anche per la prototipazione e la sperimentazione di metodi ed approcci nuovi che li portino più vicini agli utenti. Ma finirei sostanzialmente col ripetermi.

Per ora, attendo il giorno in cui il simbolico bidello potrà consultare le circolari facilmente tanto quanto oggi consulta Facebook.

Kernel Panic

1 ottobre 2016

Chiusa l’esperienza dei Digital Champions, e con Riccardo Luna restituito al giornalismo, Diego Piacentini è stato chiamato per essere il volto nuovo della trasformazione digitale dell’Italia. E lo fa lanciando una iniziativa diamentralmente opposta a quella dei suddetti Champions: un appello internazionale per costruire un team di alto profilo tecnico che possa alterare il funzionamento della pubblica amministrazione dall’interno.

Sorvolo qui sulle polemiche sollevate in merito al potenziale (e neppur così improbabile) conflitto di interessi del personaggio, chiudo un occhio sull’approccio generale adottato (che preferisco a quello di Luna, ma reputo ancora poco credibile) e non entro nel merito dell’iniziativa in sé (che anzi, numerosi dettagli a parte, mi può persino piacere). Eppure un commento lo devo fare.

In particolare mi soffermo su quello che nel testo di Piacentini è il più diretto riferimento ai temi che più mi sono cari: “è necessario condividere con tutti visione, missione, obiettivi, codice sorgente (quando appropriato), design, idee, successi e anche insuccessi”. Ancor più in particolare, mi soffermo su una parola: “appropriato”. La prima impressione che traggo da codesta lettura è che certi concetti siano stati messi lì ostentatamente per imposizione: qualcuno gli ha detto “Oh, Diego, mi raccomando la partecipazione, che i nerd ci tengono” e lui ce l’ha messo, ma tenendo le debite distanze. Condividiamo tutto, si, ma il codice sorgente solo “quando appropriato”.

Alché è lecito domandarsi: quando è appropriato? E quando non lo è?

Sul “sistema operativo” del Paese girano tantissimi processi, i più disparati. Ce ne sono almeno 20 per le regioni, 110 per le provincie e 8000 per i comuni. E altri 8000 per le scuole, 1000 per gli ospedali, 1000 per i tribunali. Nonché un numero infinito di aziende, organizzazioni ed enti grandi e piccole. Tutti parlano e devono parlare tra di loro attraverso complessi intrecci di librerie, IPC, API, sockets e files, stratificati alla meno peggio negli anni. E qualcuno si azzarda pure ad adoperare le syscalls introdotte dal driver “Europa” (che ha già dato grossi problemi di compatibilità con Regnounitux e GreciaOS…). Con l’hardware che ogni tanto cede, generando errori di I/O devastanti. E qualche furbastro che, approfittando del caos di comunicazioni e della mancanza di routine di monitoraggio, spesso prova ad eseguire l’exploit “Evasione Fiscale” se non anche qualcosa di peggio. Il tutto nel tentativo di servire contemporaneamente più di 70 milioni di utenti in multitasking.

Certo sarebbe bellissimo reingegnerizzare tutto daccapo: realizzare un nuovo set di chiamate unificato, un framework che racchiuda le diverse funzioni con una elegante API, applicativi completamente ridisegnati sia nell’elaborazione interna che nella user experience, magari persino un nuovo kernel. Ma asserire di poterlo fare in 2 anni – o anche in 10 – è alquanto pretestuoso. Sia per la complessità intrinseca dell’opera che per l’inevitabile lentezza del deploy, condizionata dal fatto che in questo caso non ci si può permettere di fare un reboot completo del sistema. La strategia deve necessariamente essere graduale e progressiva. Per poter introdurre le nuove API pur mantenendo retrocompatibilità con quelle vecchie. E infilando, dove opportuno, un wrapper, un interprete o un traduttore. Dovendo coinvolgere così tanti soggetti ed operatori, con tempi di reazione diversi, stack diversi, linguaggi diversi e contesti diversi, quella di fornire delle implementazioni di riferimento, sia client che server, libere ed aperte, non è una opzione ma un vincolo operativo.

Quella parentesi, “quando appropriato”, è una parentesi pesante. È l’unica di tutto il testo non usata per chiarire il significato di una parola ma per alterare il significato della frase. È l’unica eccezione posta all’atto del condividere. E accompagna l’unica cosa che avrebbe davvero senso condividere per accelerare il processo di digitalizzazione, ovvero il codice sorgente, “la ciccia” dell’intero progetto Team Digitale.

Ho visto accogliere con gran entusiasmo l’iniziativa (non da tutti, ma certo dai più), date le sue premesse molto più pratiche ed operative del precedente tentativo. Eppure ancora ne sono poco convinto, essendo essa annunciata escludendo – deliberatamente e vistosamente – il problema esistente alla radice. Nella migliore delle ipotesi perderemo altri due anni con altri comunicati roboanti nei toni e vuoti nei contenuti. Nella peggiore, il “sistema operativo” del Paese sarà protetto da una costosa license key.

Semplificazioni

16 febbraio 2016

 

Il 20 gennaio, nel corso del Consiglio dei Ministri numero 101, sono state approvate in via preliminare – tra le altre cose – alcune modifiche al Codice di Amministrazione Digitale, documento che fornisce ampie linee guida per la digitalizzazione della Pubblica Amministrazione. Il comunicato stampa pubblicato il giorno successivo non fornisce dettagli in merito alla natura di dette modifiche, ma nel giro di poco ha iniziato a circolare su canali non ufficiali un Google Doc, anonimo e di fonte ignota, col testo integrale del decreto legislativo proposto. Dal quale risultava che i ritocchi erano andati ben oltre l’annunciata introduzione dello SPID (il protocollo “universale” per l’autenticazione ai servizi pubblici online, proposto dall’Agenzia per l’Italia Digitale), ma intervenivano su gran parte degli articoli del Codice. Solo recentemente il testo è stato reso pubblico per via ufficiale.

Non scendo nel dettaglio di ogni modifica in via di approvazione – anche perché ci sono approfondimenti ben più ricchi e dettagliati – ma mi soffermo su quelle riguardanti il Capo VI (e più nello specifico gli articoli 68 e 70), ben noto a tutti i promotori del software libero: di fatto è quello che introduce la nozione di “riuso” del software tra diversi enti statali, ed indirizzano alla scelta di soluzioni libere ed opensource.

Il decreto prevede un paio di correzioni sparse, e soprattutto la soppressione dei commi 68.2, 68.2-bis, 68.4 e 70.2. In pratica, dal Codice di Amministrazione Digitale spariscono le seguenti frasi:

Le pubbliche amministrazioni nella predisposizione o nell’acquisizione dei programmi informatici, adottano soluzioni informatiche, quando possibile modulari, basate sui sistemi funzionali resi noti ai sensi dell’articolo 70, che assicurino l’interoperabilità e la cooperazione applicativa e consentano la rappresentazione dei dati e documenti in più formati, di cui almeno uno di tipo aperto, salvo che ricorrano motivate ed eccezionali esigenze.

Le amministrazioni pubbliche comunicano tempestivamente al DigitPA l’adozione delle applicazioni informatiche e delle pratiche tecnologiche, e organizzative, adottate, fornendo ogni utile informazione ai fini della piena conoscibilità delle soluzioni adottate e dei risultati ottenuti, anche per favorire il riuso e la più ampia diffusione delle migliori pratiche.

DigitPA istruisce ed aggiorna, con periodicità almeno annuale, un repertorio dei formati aperti utilizzabili nelle pubbliche amministrazioni e delle modalità di trasferimento dei formati.

Le pubbliche amministrazioni centrali che intendono acquisire programmi applicativi valutano preventivamente la possibilità di riuso delle applicazioni analoghe rese note dal DigitPA ai sensi del comma 1, motivandone l’eventuale mancata adozione.

Chiaramente non hanno tardato ad arrivare (legittime e comprensibili) prese di posizione sul ridimensionamento della portata dei suddetti articoli, da cui vengono soppressi numerosi obblighi volti a favorire riuso ed interoperabilità. Obblighi che non sono mai stati rispettati, ma questo è un altro discorso.

La domanda è: tale sfalciamento degli articoli 68 e 70 è davvero così grave? A mio modestissimo parere no, sono “solo” dei grattacapi fastidiosi ma non determinanti.

Dal Codice non spariscono affatto concetti come “software libero”, “riuso”, e soprattutto “valutazione comparativa” (articolo 68, commi 1 e 1-bis), il cui obbligo persiste. Cosiccome persiste il riferimento a “le modalità e i criteri definiti dall’Agenzia per l’Italia digitale”, espressi nella Circolare 63/2013, la quale risulta essere persino più favorele e propizia al software libero che non il CAD stesso. Certo era più “comodo” avere certi riferimenti e certi obbligi direttamente nel CAD, ma certo non si può dire che siano stati fatti sparire e non si può biasimare il Ministero della Semplificazione per aver semplificato ed eliminato alcune ridondanze. Semmai, anziché paventare la cancellazione di tali obblighi, sarebbe utile far notare come essi continuano ad esistere ed anzi da circa due anni sono stati persino potenziati (nella più totale indifferenza).

Viceversa, un dettaglio cui pochi hanno badato: la Legge di Stabilità 2016 da maggiori poteri al CONSIP – il consorzio attraverso cui transitano gli acquisti di prodotti informatici delle pubbliche istituzioni -, pur specificando, nell’articolo 1 comma 514, la necessità di un parere vincolante da parte di AgID per i nuovi acquisti nel rispetto del “Piano Triennale per l’Informatica nella Pubblica Amministrazione”. Piano che ancora non s’è visto, ma è stato annunciato come imminente.

A questo punto sembra ragionevole che l’Agenzia che ha promulgato la suddetta Circolare 63/2013 ponga un occhio di riguardo nei confronti del software libero all’interno del suo piano strategico. Ragionevole, ma niente affatto scontato. Motivo percui, da comuni e umili cittadini, non ci resta che “far la nostra parte”. Sostenendo l’argomentazione e dandole la visibilità che merita, sottoponendola con la massima energia possibile ai decisori ed agli strateghi, ma anche con piccole azioni concrete come il sostegno economico alla realizzazione di una implementazione libera e riusabile del sopra citato protocollo SPID, da mettere pubblicamente a disposizione delle amministrazioni e degli operatori del settore per abilitarle il prima (ed il più convenientemente) possibile al nuovo sistema di autenticazione. Al fine di dimostrare che questa storiella dell’opensource non è solo un capriccio da nerd sfaccendati ma oggettivamente l’approccio più veloce, efficiente, economico e trasparente per la digitalizzazione della PA. Se 5000 miseri euro possono bastare per fornire a tutti i comuni italiani, anche il più piccolo ed isolato, gli strumenti tecnici per adeguarsi all’apparato unico di identificazione, ci si può solo immaginare cosa non si potrebbe fare con i milioni in dotazione ad AgID se spesi in modo oculato.

La Mia Giurisdizione

16 agosto 2014

 

Penso che tutti i linuxari incalliti abbiano gia’ letto l’annuncio dato dai funzionari del Comune di Torino in merito alla imminente migrazione al desktop Linux. Un evento a modo suo epocale, che, se e quando portato a compimento, stabilirebbe un precedente importante nel mondo della PA italiana.

Ma non e’ di questo che voglio oggi parlare, quanto di cio’ che avviene fuori dai circuiti ufficiali in queste ore.

Trovandomi mio malgrado nell’occhio del ciclone mi e’ capitato di scambiare mail e telefonate con vari colleghi, amici di altre citta’ e rappresentanti di grossi progetti, per cercare sostegno e dare aggiornamenti. Ed in questa fase ho constatato quanto poco la comunita’ nazionale nel suo complesso sia poco organizzata per affrontare situazioni di tale portata. Tra tutti coloro che ho sentito o di cui ho notizia, qualcuno ha ammesso di aver gia’ scritto per fatti suoi al Comune, qualcun’altro vorrebbe farlo (addirittura a nome di se’ stesso), qualcuno avrebbe voluto, chissa’ quanti lo hanno fatto e nessuno lo sa. Eppure io, che leggo la casella di posta pubblica di Officina Informatica Libera (enumerata tra le associazioni linuxofile di Torino sulla LugMap, e dunque presumibilmente direttamente coinvolta nella questione) certo non ho visto transitare nessuna segnalazione. Ne’ mi risulta che l’abbiano ricevuta al GlugTO, il LUG “ufficiale” cittadino, col quale nel giro di quattro giorni abbiamo svolto un primo incontro di coordinamento insieme a NetStudent, ARCI Torino e qualche altro personaggio locale (Prometeo e’ stata altrettanto invitata ma sono ancora in ferie).

Gia’, perche’ a seguito dell’articolo la comunita’ locale si e’ istantaneamente mobilitata prima per stabilire un reciproco contatto interno e poi alzando il telefono e chiamando i vari riferimenti gia’ esistenti tanto in Comune quanto in Regione (n.b. i sistemi informativi di tutti i grossi enti statali piemontesi sono gestiti da un unico consorzio, CSI-Piemonte, facente capo appunto alla Regione) per raccogliere informazioni, stabilire la fondatezza delle dichiarazioni, constatare lo stato di avanzamento di un progetto annunciato in modo completamente inaspettato, e capire in che modo – nel suo piccolo – sostenere l’impresa. Insomma: fare quel che ci aspetti faccia una comunita’ locale.

Si e’ visto in piu’ occasioni: la scarsa cooperazione, la modesta concertazione, l’assenza di referenti unici e, diciamolo, l’abbondante vanita’ di tutti i soggetti che sono o si sentono coinvolti – siano essi qualli localmente toccati da un evento, o quelli di prospettiva nazionale che dunque sono toccati da tutti – determina il fatto che tutti si mettano a mandare mail al primo indirizzo che capita a tiro sul sito dell’istituzione del giorno, autonomamente e indipendentemente e senza dire niente a tutti gli altri, per offrire sostegno, supporto, esprimere solidarieta’, o peggio auto-proclamarsi rappresentanti di tutti gli altri. Col risultato che il suddetto ente, non sapendo o non volendo avere a che fare con cosi’ tante realta’ e non sapendo valutare quali possano effettivamente costituire un reale contributo, finisce con l’ignorare tutti e tirare per la sua strada. Cosi’ accadendo, la comunita’ intera – locale e nazionale – perde opportunita’ per avere un ruolo ed essere determinante nelle scelte, nelle decisioni e nell’implementazione.

Quanto descritto sopra succede a Torino, ma non e’ l’unico esempio attuale: l’altro giorno mi e’ capitato di scrivere in qualita’ di Direttore ILS al LUG di Trieste (che di ILS e’ peraltro associato) per avere un loro commento sulla solo recentemente dichiarata migrazione a OpenOffice, ed e’ emerso che il tecnico comunale che se ne sta occupando e’ stato uno di loro, il progetto e’ iniziato mesi prima della pubblicazione, e loro sono completamente informati su tutto il processo applicato. Magari qualcuno poteva provare a contattarli e provare ad avere dettagli e spiegazioni prima di scrivere lettere aperte

E se si iniziasse a prendere atto del fatto che siamo una comunita’ unica ed articolata? A constatare che, forse, nonostante le lamentazioni, i LUG cittadini ci sono e non e’ cosi’ vero che non servono piu’ a nulla? Del resto, se esistono delle probabilita’ che qualche linuxaro abbia dei contatti privilegiati con la realta’ istituzionale locale di turno, questo qualcuno non puo’ che essere un cittadino della citta’ stessa, magari ha qualche indirizzo mail o qualche numero di telefono piu’ diretti di quelli pubblici, magari sapeva qualcosa pure prima che venisse esposta la notizia al resto del mondo. E magari gli e’ utile ricevere supporto formale da soggetti esterni e rilevanti, da aggregare in un unico blocco da presentare unitariamente al fine di acquisire credibilita’ agli occhi del funzionario statale, il quale a quel punto avra’ un solo interlocutore – il LUG – con cui interfacciarsi e cui chiedere assistenza, consiglio e sostegno.

Magari non sempre andra’ bene come a Torino o a Trieste, non sempre ci saranno LUG effettivamente interessati o disposti o capaci a fungere da ponte, ma certo questa dovrebbe essere la via preferenziale da valutare prima di tutte le altre.

Che lo si voglia o no gli Users Group rappresentano le entita’ amministrative in cui e’ – o dovrebbe essere – diviso il nostro sistema, alla stregua dei comuni nei confronti dello Stato. Per essere un sistema efficiente, abbiamo bisogno di giurisdizioni efficienti.

Secondo Round

9 giugno 2014

Ad inizio maggio il Governo ha lanciato un appello per ricevere dai suoi dipendenti (ma anche dal resto dei cittadini, essendo diventata l’iniziativa cosa di dominio pubblico)  suggerimenti e consigli su come migliorare la Pubblica Amministrazione italiana. E l’altro giorno il Ministero per la Semplificazione ha pubblicato qualche dettaglio sul numero e sui contenuti delle mail ricevute, tra i quali mi sono sinceramente stupito di vedere nell’elenco degli argomenti piu’ spesso citati la voce “Software libero e gratuito nella PA”.

Dati alla mano, non si puo’ negare che questa storia del freesoftware sia (piu’) un tema specifico per smanettoni ed addetti ai lavori: se piu’ di 1000 persone, su 40000 partecipanti (inclusi i tanti che hanno scritto solo per il rinnovo del proprio contratto, richiesta forse legittima ma certo non in linea con lo scopo dell’iniziativa), hanno spontaneamente ed autonomamente avuto lo spirito di comporre una mail di senso compiuto su di esso e spedirla (azione nient’affatto scontata, nell’era del “vaffanculo” dilagante), e’ forse perche’ piu’ persone di quanto non si creda hanno almeno vagamente presente che esiste e che vale la pena sbattersi due minuti per segnalarlo.

Almeno vagamente.

Cio’ che mi pone qualche perplessita’ e’ la dicitura “e gratuito” che accompagna “Software libero”. E l’atroce dubbio e’ che una parte delle suddette 1000 mail (forse addirittura la maggioranza?) siano state motivate non gia’ dalle numerose opportunita’ tecniche offerte dalle licenze libere e dal modello di sviluppo opensource ma piu’ banalmente dal puro e semplice risparmio economico che si trarrebbe usando applicazioni gratuite (quali sono molto spesso le applicazioni libere, ma non solo). Se cosi’ fosse, tutti i proclami sulla competizione, sul lock-in, sulle ricadute locali degli investimenti, sulla trasparenza, sui formati aperti, si risolverebbero presso la pubblica opinione con “LibreOffice e’ aggratis, scaricatevelo”.

Cosa alquanto grave, per due motivi. Primo: Microsoft e compagnia gia’ offrono abitualmente pacchetti scontati per le pubbliche amministrazioni, addirittura gratuiti per le scuole, al fine di mantenere la posizione in settori strategici come l’istruzione (si sa, la prima dose e’ gratis…) e l’amministrazione (che deve relazionarsi con migliaia di altri enti, sia pubblici che soprattutto privati, scambiandosi documenti e dati puntualmente fruibili solo con altri prodotti dello stesso produttore). Penso che in situazione di emergenza, qualora arrivassero pressioni politiche sollecitate dall’opinione di massa, i grandi vendor di soluzioni proprietarie non si farebbero grandi scrupoli a regalare mazzi di licenze in questo ambito, appunto per tutelare i propri interessi di larga scala, nullificando di fatto il vantaggio economico del software libero e facendoci tornare al punto daccapo. Secondo: anche il software libero ha bisogno di soldi, per garantire un livello elevato di qualita’ e di rapidita’ di sviluppo (anche i developers mangiano, a volte), o anche solo per pagare i servizi di installazione, manutenzione, formazione. Non essendoci i costi fissi di licenza, che spesso si reiterano annualmente e non portano alcun valore reale, la spesa totale e’ probabilmente inferiore rispetto all’alternativa proprietaria, ma comunque da qui a “gratis” ce ne corre. E se si instaura l’idea che il software libero e’ sempre e solo gratis, certo nel momento in cui una amministrazione dovesse allocare dei quattrini per le suddette necessarie spese ci sarebbe chi si staccerebbe le vesti per il presunto immotivato magna-magna ed ostacolerebbe l’altresi’ virtuoso investimento: un rischio politico non accettabile.

Appurato che, finalmente, il termine “software libero” e’ diventato di uso popolare, ed altrettanto popolare ne e’ il consenso, piu’ di quanto precedentemente immaginato, e’ forse giunta l’ora di porre un accento piu’ marcato sui suoi effettivi vantaggi e benefici. Non solo quelli relativi al prezzo. Del resto anche il pubblico odierno, oramai avvezzo alla tecnologia digitale ed un poco piu’ abituato che non in passato a concetti prettamente tecnici come “codice sorgente”, e’ forse adesso sufficientemente maturo per cogliere la sfumatura tra “libero” e “gratuito”. E molte altre cose.

Ho speso il weekend per accrocchiare e mettere in bella vista una pagina su linux.it (il sito web di maggior visibilita’ su cui posso metter le mani) che spieghi in modo semplice, per mezzo di schemini, cosa distingue il software libero da cio’ che libero non e’. E dopo aver pubblicato un chiarimento sul sito ILS l’ho pure twittato all’attuale ministra Madia per buona misura. Dall’altra parte, il tema “Community” del prossimo Linux Day si presta ad essere sfruttato per affrontare l’altro grosso fraintendimento che avvolge il software libero – e per estensione il mondo della cultura libera -: la community non esiste se tutti applaudono e pochi partecipano attivamente.

Sembra strano, ma nonostante tutto qualcosina si muove. Abbiam fatto Linux, ora facciamo i linuxari.

Un Garbuglio Azzeccato

25 febbraio 2014

Qualche giorno fa mi sono recato in gita dalle parti di Trento, per vedere il lago di Garda, salutare qualche amico, e scambiare quattro chiacchere con i tecnici di alcuni comuni locali. Il nocciolo della discussione, manco a dirlo, e’ stato il software libero nella pubblica amministrazione.

La buona notizia e’ che da quelle parti piu’ di un ente statale ha adottato la suite LibreOffice – dunque il progetto LibreUmbria benche’ sia certamente il piu’ massivo e popolare non e’ un caso isolato e casuale – e qualcuno azzarda pure la migrazione dei desktop a Linux. La cattiva notizia e’ che anche in tale configurazione gli applicativi specifici e caratterizzanti (anagrafe, tributi, catasto…) sono proprietari, accessibili per mezzo di interfacce web compatibili un po’ con tutto ma comunque irrimediabilmente chiusi.

La suggestione di un ipotetico stack amministrativo opensource ha suscitato reazioni contrastanti. La normativa relativa cambia continuamente, e conseguentemente deve cambiare il software, pertanto un progetto orientato in tal senso dovrebbe necessariamente offrire fiducia e continuita’ – fattore non sempre scontato nel mondo open – per risultare credibile. Oltretutto le licenze per gli applicativi proprietari – che in questo campo abbondano, garantendo livelli di competitivita’ elevati almeno sul fronte monetario – non risultano cosi’ tanto costose da attirare interesse nei confronti di alternative meno onerose, ergo pure la classica – e fallace – argomentazione della gratuita’ o comunque dell’economicita’ del software libero non trova punto di appoggio. Il “riuso” cosi’ come e’ strutturato oggi e’ una bufala (lo immaginavo, ma sentirselo dire da chi lavora nel settore fa un altro effetto), in quanto il passaggio da una istituzione all’altra di un pacchetto software – peraltro non necessariamente fornito con una licenza libera – comunque non disponibile al mondo esterno implica che ci si deve rivolgere al vendor originale – unico in grado di erogare in tempi brevi documentazione, manutenzione e formazione, dunque in posizione di monopolio sul pacchetto stesso – per usarlo.

La morale gia’ nota e’ che di soluzioni libere e aperte non solo non se ne usano, ma proprio non ne esistono. La morale meno nota e’ che mancano i presupposti affinche’ possano esistere.

O forse no.

Oggi nell’algoritmo atto a valutare la convenienza dell’implementare e commercializzare uno stack open appositamente rivolto alla pubblica amministrazione, e nella fattispecie ai comuni, devono necessariamente essere prese in considerazione le Linee Guide recentemente emesse dall’Agenzia per l’Italia Digitale per definire ed inquadrare le gia’ ben nota normativa esistente, che – almeno sulla carta – predilige l’opzione libera e aperta per le esigenze informative dei nostri enti. Di fatto il documento chiude il cerchio legislativo, esplicitando in termini forse non limpidi ma comunque abbastanza chiari che le soluzioni open sono da preferire laddove non sussistano evidenti criticita’ tecniche (e sottolineo “tecniche”: il dipendente che fa i capricci perche’ vuole usare sempre l’unica applicazione cui e’ abituato non deve essere considerata una criticita’). Da qui, una implicazione niente affatto marginale: il primo fornitore che mettera’ nel catalogo CONSIP un pacchetto opensource completo e decentemente funzionante per coprire le esigenze proprie delle amministrazioni avra’ automaticamente vinto tutti i bandi cui partecipera’, ed avra’ ampi margini per far ricorso e portare davanti alla Corte dei Conti tutti coloro che invece non gli assegneranno l’appalto. Forse detta cosi’ e’ un tantino esagerata, ma penso – nella mia infinita ed incrollabile ingenuita’ – non lontanissima dalla realta’.

Prima o dopo qualcuno azzecchera’ il garbuglio e approfittera’ dell’opportunita’ offerta dal vantaggio competitivo che la parola “opensource” sblocca. Tutto sta’ nel vedere chi lo fara’, se una azienda “etica” in grado di abbracciare il modello di sviluppo aperto e condiviso che legittimamente si confa’ al software di pubblica utilita’ e di pubblico interesse, oppure uno speculatore che avra’ l’accortezza di infilare la magica parola nella sua brochure salvo poi non fornire alcuna riga di codice, al cliente o ad altri, forte del fatto che nessuno tra i dipendenti comunali mai gliela chiedera’.

Conoscendo lo scarso spirito imprenditoriale di cui e’ dotata la nostra community, tristemente propendo per la seconda.

Caro Renzi, ti Scrivo (ma non in Word)

14 gennaio 2014

Egregio Dott. Renzi,

mi permetto di distoglierla per qualche minuto dall’analisi e dallo studio delle ben note emergenze che affliggono il nostro – dopotutto – amato Paese per muovere qualche modesta e spero costruttiva osservazione. Del resto, essendo l’Italia una nazione di lamentoni, puo’ non risultare del tutto strano che qualcuno si risenta di una affermazione che, nell’intento, sicuramente voleva invece essere stimolo all’innovazione, alla trasparenza e al cambiamento.

Mi riferisco qui alla oramai celebre frase da lei pronunciata l’altro ieri, come sempre rimbalzata ed amplificata dai media: “Proporremo che il patto di coalizione sia un file Excel”.

Premesso che ritengo faziose e strumentali le repliche ricevute, incentrate piu’ sulla sua sottile e dissacrante battuta in merito al “linguaggio democristianese” che non sul sottinteso – e, almeno da me, gradito – invito ad una maggiore chiarezza di intenti e metodi, vorrei scendere nel merito della figura retorica da lei usata e, nella fattispecie, nel suo soggetto: una applicazione software popolare, che tutti coloro con una minima dimestichezza informatica conoscono, che molti usano, ma che in questa sede involontariamente rappresenta il giogo tecnologico imposto all’Italia e a tutto il nostro settore IT.

Non pretendo di star qui a spiegarle l’esistenza del software libero e dell’opensource, temi che non dubito lei gia’ conosce e magari apprezza (e se no, mi contatti in qualsiasi momento per delucidazioni ed approfondimenti). Piuttosto colgo l’occasione per invitarla a tener presenti tali temi nella sua pianificazione e nei suoi piani strategici, recentemente resi noti dalla parziale pubblicazione del “Jobs Act”:  in modo diretto ed indiretto, l’adozione e la promozione del software libero e opensource puo’ avere un ruolo in piu’ di un punto all’interno del suo programma.

Prima di tutto nella Parte A Punto 3, “Revisione della Spesa”, in quanto si stima che una progressiva migrazione da Microsoft Office a LibreOffice (e dunque anche dal citato Excel a Calc) della nostra pubblica amministrazione comporterebbe un risparmio tra i 300 ed i 600 milioni di euro, e stime meno recenti ma piu’ dettagliate condotte dall’esimio prof. Meo (noto al mondo politico per aver presieduto la Prima Commissione Stanca nel 2002, i cui fondamenti sono ancora oggi presenti nell’odierno Codice dell’Amministrazione Digitale) portano a 3 miliardi l’anno la spesa statale in licenze di software proprietario. Soldi che inevitabilmente finiscono a finanziare ricerca e sviluppo in altri Paesi, soprattutto negli Stati Uniti, lasciando ai nostri giovani, quando va bene, il compito di rispondere agli help desk: la Parte B Punto C, “I nuovi posti di lavoro / ICT”, necessariamente non puo’ ignorare questo netto sbilanciamento tra (grossi) fondi investiti e (scarse) ricadute locali, tantopiu’ alla luce delle opportunita’ esistenti ma negate – per mancanza di formazione ed esperienza – ai nostri rampolli. Infine, i Punti 4 e 7 della Parte A (“Azioni dell’agenda digitale” e “Burocrazia”) davvero non possono, a mio avviso, non passare per la definizione e la standardizzazione di interfacce programmatiche aperte e libere, pubbliche e documentate, che abilitino l’integrazione e l’interazione di componenti software che – indipendentemente dai rispettivi produttori – facilitino ed accelerino la generazione, la validazione e la trasmissione sia delle informazioni utili agli scambi commerciali sia dei metadati amministrativi richiesti dalla normativa.

Chiudo con una segnalazione, ma anche con una ironica provocazione (che, ne sono certo, sapra’ cogliere). Proprio l’altro giorno l’Agenzia per l’Italia Digitale ha divulgato una circolare destinata ai nostri enti pubblici in cui, in ottemperanza all’articolo 68 del gia’ citato Codice dell’Amministrazione Digitale, dettaglia le Linee Guida con cui comparare diverse soluzioni tecnologiche prima di compierne l’acquisto, da cui si evince una spiccata propensione alla scelta di opzioni libere e opensource proprio in virtu’ del loro intrinseco valore economico, tecnico e strategico per il Sistema Paese sul medio e lungo periodo. Mi auguro che anche lei, prima di iniziare a stendere il Patto di Coalizione con Excel, rediga la sua valutazione comparativa tra le diverse alternative software e ne tragga qualche utile spunto.

Cordialmente,

Roberto Guido

Update: l’articolo e’ stato twittato al destinatario.

L’Abuso del Riuso

9 marzo 2013

In dicembre l’Agenzia per l’Italia Digitale ha convocato un “tavolo di lavoro” costituito da esponenti della societa’ civile per discutere i criteri di valutazione delle applicazioni software destinate alla Pubblica Amministrazione previsti dall’articolo 68 del Codice di Amministrazione Digitale, ben noto a gran parte della community linuxara italiana essendo, ai fatti, quello che privilegia l’adozione di software libero e condiviso nelle amministrazioni statali.

ILS ha spedito la propria candidatura ma, dopo aver atteso per un periodo di tempo ben piu’ lungo di quanto preventivato (in quanto, si mormora, all’Agenzia volevano vedere come si sarebbe formato il nuovo Governo prima di prendere iniziative) e’ arrivata notifica negativa in quanto “l’alto numero di candidature pervenute ha determinato la necessità di effettuare una selezione piuttosto ristretta“. Numerosi altri i “trombati” inattesi, tra cui GFOSS (che ha presentato una mail di candidatura identica a quella ILS, voglio sperare che questo non sia stato il motivo determinante dell’accantonamento di entrambe in quanto giudicate poco serie…), ma mi consolo sapendo che comunque qualche valido elemento della scena italica e’ stato approvato e si trovera’ settimana prossima a Roma per dare inizio ai lavori.

Confido che i nostri sappiano esplicitare (e far esplicitare, nel documento attuativo della norma) criteri di selezione solidi, che non lascino spazio a dubbi o interpretazioni creative sul fatto che un dato applicativo proposto in sede di bando statale sia o meno “libero” e dunque da preferire o meno ad altri, e che sappiano tener banco ad eventuali “infiltrati” spediti a partecipare con lo scopo di seminare paura, incertezza e dubbio nei legislatori dell’Agenzia. Scommetto un caffe’ che qualcuno tirera’ fuori la recente storia di Friburgo, dimenticando di dire che e’ quasi l’unico (dopo Vienna) caso europeo in cui la migrazione al freesoftware – ai danni dello stack Microsoft – e’ stata annullata laddove la citta’ di Monaco, il parlamento francese, le scuole islandesi o anche solo la nostrana Regione Umbria hanno operato / stanno operando il passaggio serenamente e con gran soddisfazione.

Ed un poco piu’ intimamente confido che sappiano approfittare dell’opportunita’ per “aggiustare” una delle piu’ grosse mancanze e lacune del famigerato articolo 68 cosi’ come lo conosciamo noi oggi: la totale assenza di parametri di priorita’ per il software sviluppato con un modello opensource.

Inutile nascondere che la politica di riuso del software tra le pubbliche amministrazioni, secondo la quale un pacchetto applicativo fatto sviluppare da un ente deve essere reso disponibile a tutti gli altri in modo che possano a loro volta adottarlo senza ri-accollarsi la spesa dell’implementazione della medesima soluzione e garantendo implicitamente uno straccio di interoperabilita’ tra organi diversi, e’ sempre stata molto poco osservata ed applicata. E questo non lo dico io bensi’ Angelo Raffaele Meo, professore al Politecnico di Torino nonche’ a capo della commissione nazionale che nel 2007 fisso’ i pilastri della normativa italiana per l’adozione del software libero nella PA. Perche’ questo? Un po’ certo per l’innata inclinazione italiana ad ignorare leggi e norme, preferendo sempre e comunque la soluzione piu’ comoda anziche’ quella piu’ conveniente e strategica – nella fattispecie: tenersi ben stretti gli applicativi da sempre utilizzati e considerati familiari senza curarsi minimamente del loro costo reiterato nel tempo o della completa dipendenza tecnologica nei confronti di fornitori via via sempre meno interessati all’innovazione dei propri prodotti -, ma personalmente non penso sia solo questo.

Parte di questo fallimento lo imputo anche, appunto, al fatto che le soluzioni riusabili – che pure esistono, benche’ scarsamente promosse ed evidenziate – siano (talvolta) distribuite con una licenza libera ma quasi mai aperte allo sviluppo opensource, o piu’ genericamente disponibili al pubblico. Comune infatti e’ la pratica di pubblicare descrizioni dei pacchetti disponibili, parametri tecnici sommariamente enumerati, i contatti di una persona di riferimento, e condividere lo stack solo ad altri enti analoghi lasciando tutti gli altri fuori. E per “tutti gli altri” difficilmente intendo “la meravigliosa community opensource che spontaneamente partecipa e fornisce correzioni e miglioramenti sottoforma di patch”, romantica protagonista di una favola propinata da tutti coloro che non hanno mai vissuto la realta’ sulla propria pelle, bensi’ il mercato, vero fulcro di una eventuale ed auspicabile rivoluzione opensource.

Solo nel momento in cui la tecnologia utilizzata sul campo da alcune amministrazioni verra’ messa a disposizione di chiunque, questo chiunque potra’ prenderla, analizzarla, integrarla con altre soluzioni – proprie o prelevate ancora altrove -, estenderla, e proporla ad altre realta’, in primis quelle troppo piccole e/o senza competenze interne capaci di valutare i cataloghi online e trarne qualcosa di utile per se’. Insomma, di fatto, concretizzare il sogno di una digitalizzazione massiva, democratica, interoperabile ed interscambiabile, scalabile, economicamente bilanciata dalla libera competizione ed aperta all’innovazione ed alla “contaminazione”. Fintantoche’ il “riuso” sara’ all’atto pratico un procedimento burocratico delegato alla presunta buona volonta’ di ciascun ente, svolgendosi solo per via indiretta e tra uffici statali, inevitabilmente capitera’ che le piccole amministrazioni resteranno isolate ed incapaci di attingere dal patrimonio comune, non si creeranno mai le indispensabili e complementari competenze tecniche specializzate a loro volta riusabili e spendibili, le persone indicate come riferimenti nella documentazione spariranno ed i pacchetti assegnati diventeranno non piu’ reperibili. Mandando all’aria tutti i buoni propositi originali, ancora una volta lodevoli sulla carta ma ben lontani dalle aspettative una volta attuati.

Questo e’, secondo me, uno dei punti strategici del tavolo di lavoro dell’Agenzia: qualificare l’opensource come criterio di valutazione. O almeno come vincolo da perseguire da parte delle amministrazioni che acquisiscano soluzioni libere, affinche’ materialmente pubblichino i loro prodotti informatici integralmente anziche’ delle mere e sostanzialmente inutili brochure con cui poi vantarsi di “fare riuso”. Il termine e’ gia’ stato fin troppo abusato sino ad ora, e’ forse ora di smettere di parlarne e farlo davvero.

Attitudine Vestigiale

25 luglio 2012

Molto spesso, per non dire sempre, quando su una mailing list di nerd linuxari si tocca l’argomento “migrazione delle imprese e/o della pubblica amministrazione” la discussione finisce col degenerare nell’invettiva generalista. “I dirigenti sono ottusi”, “No, i dipendenti sono ottusi”, “Se gli cambi Office si lamentano”, “Non capiscono niente”. E via dicendo.

Tutte affermazioni in linea di principio fondate (magari formulate in modo sommario, ma che fanno riferimento ad un fenomeno ben noto: l’inerzia), almeno nel 95% dei casi. Dopodiche’ esiste un 5% di casi che nessuno e’ in grado di affrontare, e che trovano il tipico linuxaro entusiasta completamente spaesato e privo di appigli. Sono i casi in cui e’ il dirigente dell’impresa e/o dell’ufficio pubblico che dice “Software libero? Opensource? Bellissimo! Da dove iniziamo?”.

Negli ultimi mesi mi sono capitati all’orecchio almeno quattro casi di funzionari di piccoli comuni che, convintisi della bonta’ e delle virtu’ del freesoftware, hanno chiesto lumi. Un consigliere di un centro siciliano, non sapendo a chi rivolgersi, ha scritto al form di contatti sul sito del LinuxDay (cui rispondiamo a turno Napo ed io); una consigliera di un altro comune negli immediati pressi di Torino l’ho incontrata alla ConfSL 2012 di Ancona; un altro ancora nell’alto mantovano si e’ appellato all’amico Fausto del LugMAN; il quarto ha scritto sulla mailing list Discussioni@AsSoLi. Quattro casi, richieste piu’ o meno simili, stessa reazione: “Boh!”. Pare non esistere una completa soluzione libera dedicata ai comuni che contempli gli applicativi essenziali (anagrafe, catasto, tributi…), se esiste nessuno ne ha mai sentito parlare, la fatidica legge sul riuso software viene puntualmente menzionata come riempitivo ma tutti sappiamo che muoversi nella giungla frammentata di offerte (molte delle quali peraltro nient’affatto libere) non e’ assolutamente facile neppure per un addetto ai lavori. Al promotore della liberta’ digitale improvvisatosi consulente non resta che citare i sempreverdi LibreOffice, Firefox e Thunderbird, e sperare che tale modesta risposta possa bastare per almeno far avviare il processo di migrazione salvo intimamente auspicare che il benintenzionato interlocutore si rivolga a qualcun’altro per ottenere indicazioni piu’ precise e puntuali la volta successiva.

Ancor piu’ grave e’ quando si discutono tali argomenti con qualche personaggio rilevante. A me e’ capitato l’altro giorno con l’Assessore al Lavoro della Provincia di Torino. Ho chiesto un appuntamento con l’intenzione di rastrellare qualche risorsa per il Linux Day sabaudo (ovvero il patrocinio dell’ente, una dritta su eventuali contenuti “istituzionali” e qualche contatto consono al tema dell’edizione 2012 della manifestazione nazionale) ma comunque mantenendo un profilo basso, sono stato ricevuto, ho spiegato il come ed il perche’, e laddove mi sarei aspettato una qualche innocua domanda di pura astrazione teorica – campo in cui i freesoftware advocate eccellono – il buon Assessore si e’ confessato sostenitore in-pectore della Causa e si e’ quasi stupito della limitatezza delle mie richieste. E’ finita con un pacco di contatti (CNA provinciale, Camera di Commercio di Torino, e l’impegno ad organizzarmi un altro incontro pure con l’Assesore alle Attivita’ Produttive) e la suggestione di un corso di formazione finanziato dalla Provincia stessa su strumenti open professionali. Insomma: non gli ho chiesto niente e m’ha dato tutto quello che gli passava per la testa. E’ forse lecito chiedersi cosa avrei ottenuto se avessi portato delle proposte mirate.

Ed il punto sta tutto qui: nella concretezza.

Dopo anni e anni passati a cercare di convincere il prossimo sulle virtu’ del software libero, qualcuno incredibilmente sta iniziando a crederci sul serio. E non siamo (io, ma anche molti altri. Quel che e’ successo a me in Provincia e’ capitato non molto tempo fa ad altri a Roma…) minimamente preparati a cio’. Le dichiarazioni di principi non bastano piu’: ora ci vogliono le soluzioni. Quelle pratiche, materiali, tangibili, da installare sulle workstation e nei CED. Molto spesso tali soluzioni o non esistono o sono ben nascoste. E di certo non si puo’ chiedere all’ente di turno di accollarsi in toto la spesa per farne svilupparne daccapo. Forse si potrebbe far leva sui famigerati articoli 68 e 69 del Codice di Amministrazione Digitale, quelli che dicono che quando una amministrazione acquista un prodotto software ne acquisisce anche il sorgente, ma questo vorrebbe dire scaricare il barile a funzionari che non necessariamente hanno competenze sufficienti ad affrontare la questione e si trovano quasi sempre in posizione di gia’ perpetrato vendor lock-in. Sarebbe come dire: “Io ho voluto la bicicletta, adesso pedali”.

Stesso ragionamento si puo’ applicare non solo al prodotto software in se’ quanto al contorno. Al modello economico correlato, alle strategie di riferimento, ai progetti su medio e lungo periodo. Tutti sappiamo (!) che un ecosistema ICT basato su software libero favorisce e stimola la competitivita’, l’innovazione, l’interoperabilita’ e lo sviluppo locale, ma nel Manuale del Perfetto Linuxaro nessuno ha scritto l’appendice che dice da dove si inizia, quali sono i primi passi da effettuare, quali sono i piu’ comuni problemi e quali sono i piu’ comuni approcci. Sappiamo qual’e’ l’obiettivo, ma non sappiamo qual’e’ la strada per arrivarci. Ce la dobbiamo inventare, non senza un po’ di fantasia.

Ho iniziato a drizzare le antenne, per capire cosa realmente c’e’ e cosa realmente non c’e’ al di la’ della retorica. C’e’ in corso una esperienza del LUG di Avola (giovine gruppo recentemente ammesso in LugMap) che sta dando una mano per il rifacimento del sito della propria citta’ seguendo tutti i crismi amministrativi ma anche quelli della riusabilita’ del software. Ci sono numeri statistici – aggregati e non particolarmente dettagliati, ma comunque interessanti – sulle esigenze di aziende e PA, almeno qui in Piemonte. E d’altro canto, come detto, qua e la’ ci sono funzionari e dirigenti ben disposti a dire la loro, se si ha il buon senso di starli a sentire senza la pretesa di andargli ad insegnare qualcosa.

Penso sia ora di disfarsi dell’antica attitudine all’approccio teorico e filosofico. Essa poteva andar bene quando eravamo pochi e inberbi, e ci dovevamo sperticare per comunicare il nostro messaggio. Il messaggio e’ passato, ora tocca a tutto il resto.

La Sequenza Corretta

26 novembre 2011

Il 5 agosto scrissi un post non particolarmente lusinghiero nei confronti di alcuni servizi web di pseudo-e-government che invitavano alla trasparenza senza essere a loro volta trasparenti, chiusi tanto nel codice quanto nei dati raccolti. Tra questi, anche DecoroUrbano.

Il 29 settembre ricevetti il primo contatto da parte di una persona addetta presso MaioraLabs, societa’ che produce e hosta lo stesso DecoroUrbano: molto cordialmente mi fece intendere di aver letto il mio articolo e mi annunciava in anteprima che non solo la piattaforma stava per essere rilasciata in licenza opensource, ma che l’intero progetto sarebbe stato incluso in una misteriosa (all’epoca dei fatti) fondazione “per creare una suite di applicazioni per i comuni“. Il 3 ottobre venne pubblicato l’annuncio ufficiale sul sito e sulla relativa pagina Facebook. Il 18 ottobre la fondazione Wikitalia e’ stata svelata ai media.

Piu’ di un mese dopo, del codice e dei dati non c’e’ traccia. Il sito Wikitalia continua ad essere povero di contenuti, il link “Open DU” nel footer delle pagine di DecoroUrbano continua a linkare alla dichiarazione di intenti originale.

A questo punto potrei scrivere “Ve lo avevo detto” e concludere il post. Ma ci sono numerosi altri dettagli. E, dopotutto, non e’ nel mio stile scrivere pezzi cosi’ brevi.

Presso il pubblico la popolarita’ del progetto cresce e la summenzionata pagina Facebook pullula di segnalazioni di persone che hanno invitato i rispettivi comuni ad aderire (da notare che la maggior parte di questi commenti arrivano da accounts che riconducono al Movimento a 5 Stelle, che gia’ ha dato prova di avere scarsa cognizione degli strumenti partecipativi digitali nonostante le sue radici telematiche). Come volevasi dimostrare l’opportunita’ di lamentarsi delle buche nella strada viene prima dell’idea di gestire tali lamentele in maniera sistematica e strutturale – accedendo ai dati grezzi ed integrandoli con altri strumenti – magari con la velleita’ di porvi rimedio.

Dall’altra parte, cogliendo nell’aria l’imminenza della fondazione Wikitalia iniziai con anticipo a tastare il terreno in giro, e per vie private ero gia’ ero stato allertato della scarsa consistenza dell’intera baracca non da una ma da ben due distinte persone informate dei fatti, esponenti dell’intelligentsia tecnofila nostrana. Una si e’ limitata a biasimare l’ennesima iniziativa rivolta a far proprio il vessillo – altamente abusato – del movimento opendata; l’altra ha commentato in modo piu’ deciso con “Bellissima iniziativa, ma non c’e’ assolutamente niente” ed un piu’ sibillino “C’e’ Riccardo Luna dietro… E’ tutto un programma…”. Parole non incoraggianti, ma che fanno capire come anche presso gli Illuministi dell’era post-moderna si inizi a percepire quel che e’ noto da sempre presso gli smanettoni: i proclami non servono a nulla se non sono seguiti – o meglio ancora anticipati – da un riscontro concreto.

Nel mezzo, la politica. Perche’ quando si parla di e-Government, inevitabilmente prima o dopo si arriva alla politica. E’ noto, in quanto pubblicato sui giornali, il dato che diverse citta’ hanno “aderito” al progetto, sebbene non sia esplicitato da nessuna parte in cosa consista tale “adesione”. Tra i comuni partecipanti, anche Torino. Il di cui Assessore ai Servizi Informativi, Stefano Gallo, ha ricevuto visita di un paio di portavoce circa a meta’ settembre. Forse per spiegargli l’idea e ricevere la sua “benedizione”, o forse per ufficializzare l’adozione della piattaforma da parte della citta’, o forse per avere un nullaosta con cui presentarsi presso i locali enti di manutenzione urbana (Amiat, Iren, Smat e compagnia) e pianificare l’integrazione dei rispettivi help desk con le segnalazioni raccimolate su DecoroUrbano. Non e’ dato saperlo.

Dal basso della mia posizione di “smanettone di periferia” credo che l’approccio a questo genere di questioni dovrebbe essere un altro. Non perche’ io ho ragione e gli altri hanno torto, ma perche’ se si fanno propri certi principi sulla trasparenza e sull’operativita’ si dovrebbe essere anche in grado di sapervi aderire in prima persona, coi fatti tangibili prima che con le parole. Prima si mette insieme una beta dello strumento, poi ne si pubblica il codice in un repository, dopodiche’ si fanno gli annunci ed infine ci si rivolge agli stakeholders istituzionali. Mi pare una modalita’ sufficientemente logica, entro cui e’ possibile gestire eventuali ritardi e complicazioni (che legittimamente possono sempre avvenire) senza venir meno alle promesse e senza doversi inventare scuse all’ultimo momento, e che garantisce un minimo di credibilita’ a chi sta agendo – come dice di fare – sul campo ed in nome del bene comune. Ogni altro percorso, soprattutto quelli che all’interno di un progetto forzatamente etichettato come “open” prevedono l’atto della pubblicazione del codice come ultimo step a bassa priorita’, non rientrano nella mia personale definizione di “funzionale”.

Ma c’e’ una sequenza corretta per ogni esigenza. Una per fare le cose, un’altra per raccontarle.