Archive for the 'Economia' Category

Stay Angry

25 giugno 2017

Nel giro di 24 ore ho visto emergere la notizia relativa al disegno di legge promosso da Stefano Quintarelli in merito alla libertà di utilizzo dei dispositivi digitali e ho seguito le reazioni esacerbate sui social network. Ispirate da un articolo clickbait pubblicato sul sito del Corriere della Sera: “al bando l’iPhone in Italia”.

Non si capisce come la suddetta bozza legislativa sia stata sbandierata dai media come una mossa aggressiva ad esclusivo danno di Apple. Che certo non è l’unica azienda a commercializzare dispositivi elettronici – più o meno complessi e sofisticati – dotati di firmware. Stando alla mia sommaria (e certo poco tecnica) lettura, anzi, la prima implicazione della legge sarebbe in favore del diritto – sancito dalla Cassazione e mai realmente garantito né dalla legge né tantomeno dai fornitori di hardware – al rimborso della licenza Windows sui nuovi computer acquistati.

Meno ancora si capisce perché mai Apple dovrebbe abbandonare quello che è il terzo mercato al mondo per penetrazione degli smartphone semplicemente perché costretta a riconoscere e legittimare una pratica, quella del jailbreaking, diffusa fin da quando esiste il “melafonino”. Da ché l’iPhone è l’iPhone gli utenti intenzionati a modificare il software del proprio telefono l’hanno potuto tecnicamente fare, rinunciando però alla garanzia di Apple, cosiccome accade del resto per pressoché ogni altro dispositivo elettronico di qualsiasi altro fornitore, incluso ovviamente il rooting degli smartphone Android. La legge in discussione mira ad eliminare questi vincoli contrattuali, garantendo il sacrosanto diritto allo spippolamento senza necessariamente andare ad interessare coloro che si accontentano di usare il proprio device così come gli è stato venduto (e che adesso si lamentano, a sproposito, sui social). E se un qualche dirigente Apple – non è dato di sapere quale – fa la sparata, dichiarando che a fronte di questo intollerabile sopruso (…) non si potranno più vendere iPhone in Italia, ci sarebbe da chiedergli perché non abbiano già smesso di farlo quando, nel 2011, l’authority italiana per la concorrenza ha contestato il loro opinabile schema sulla durata della garanzia imponendogli una multa da 900 milioni e procurandogli grattacapi a cascata in tutta Europa. O perché non abbiano bloccato le importazioni nel Vecchio Continente davanti all’assurda pretesa (…) di pagare le tasse.

È inquietante constatare come un banale clickbait possa suscitare tali spropositate reazioni. E come più di un consumatore preferisca contestare l’introduzione di un nuovo diritto (di cui magari non vorrà godere mai, per propria scelta, ma che è pur sempre un diritto per tutti) pur di non dover affrontare la prospettiva (assurda, infondata ed inverosimile) di dover rinunciare ad uno specifico prodotto. Realizzato e distribuito da un soggetto già ben noto per non avere alcun rispetto per i propri consumatori e per la legge.

Un’Offerta che non si può Rifiutare

18 febbraio 2017

Anche quest’anno, data l’opportunità del FOSDEM e la presenza a Bruxelles di numerosi rappresentanti della community freesoftware europea, si è svolto il meeting promosso da FSFE e Open Forum Europe cui anche questa volta ho partecipato in vece di Italian Linux Society. Contrariamente alla prima edizione le presentazioni sono state molto più concise e ci si è concentrati maggiormente sui contenuti, il cui riassunto succinto può essere consultato nel breve post pubblicato sul sito di ILS.

Qui vorrei soffermarmi su un intervento in particolare, tenuto dal direttore dei sistemi informativi presso la Commissione Europea, che ha enumerato gli ostacoli più comuni che rallentano l’adozione di software libero ed opensource e le relative soluzioni. In estrema sintesi:

  • disponibilità di supporto professionale, da acquisire sul mercato
  • disponibilità di competenze specifiche, anch’essa reperibili sul mercato
  • il famigerato Total Cost of Ownership, che facilmente può essere computato a vantaggio del software opensource considerando il costo di transizione
  • disponibilità di funzionalità avanzate, che possono essere trovate nei prodotti più maturi
  • l’integrazione con altre soluzioni e piattaforme, che può essere implementata ad hoc rivolgendosi ai fornitori sul mercato
  • il coinvolgimento della community, che può essere ottenuto contribuendo attivamente alla community stessa
  • le complicazioni legali comportate dalle diverse licenze più o meno compatibili tra loro, che possono essere superate con un poco di attenzione e riducendo il numero di componenti software coinvolti
  • la sicurezza, tema già affrontato dall’iniziativa EU-FOSSA (che è stata più dettagliatamente presentata in un altro intervento nel corso del meeting)

Non servono grandi spiegazioni per notare come gran parte della strategia filo-opensource della Commissione Europea sia incentrata sulla disponibilità del mercato a fornire, implementare e supportare prodotti in tale categoria. Come lo è del resto quella di qualsiasi altra realtà più o meno pubblica. Ma all’esplicita domanda su come questa strategia stimoli concretamente l’effettivo utilizzo di software open, la risposta del dirigente è stata alquanto eloquente: “Il mercato è libero”.

Stringi stringi, si torna sempre al solito punto. Non importa quanto norme e linee guida siano aggressivamente schierate a favore del software libero, non importa quante delibere e mozioni vengano pubblicate per esprimere una preferenza politica, non importa quanto si protesti nei confronti delle proprie istituzioni affinché esse scelgano alcune soluzioni anziché altre: se non c’è nessuno in grado di fornirle e supportarle, e se non c’è nessuno che si fa avanti per aggiudicarsi bandi e appalti, queste non potranno mai essere adottate.

Forse siamo davvero arrivati al punto in cui dalle nostre istituzioni non possiamo chiedere più di quanto già sia stato predisposto e stabilito. Certo si può insistere sul fatto che ciò sia effettivamente rispettato – cosa tutt’altro che scontata: da che è stato introdotto il concetto di “valutazione comparativa” non ricordo di averne mai vista una neanche andandola a cercare col lanternino -, ma allo stato attuale non si può neppure biasimare troppo chi si trova a scegliere sempre il solito Windows, il solito Office o il solito Oracle: se, pur con tutta la buona volontà del mondo, solo quelli gli sono stati proposti in sede di bando, oggettivamente non ci si può aspettare altro.

Anziché pretendere che aumenti la domanda, sarebbe forse il caso di iniziare a stimolare anche l’offerta. Una offerta che non potrebbe essere rifiutata, dati i vincoli già abbondantemente introdotti. Ispirando e sostenendo l’imprenditorialità, potenziando la disponibilità di competenze tecniche, e tentando di costruire un circuito sostenibile per la produzione e la distribuzione di soluzioni libere.

Giustamente

27 novembre 2016

Nell’ultimo mese sono incappato due volte nel medesimo concetto applicato al mondo del software aperto, illustrato in contesti diversi ma incidentalmente espresso con il medesimo termine: “fair”, “giusto”.

La prima occorrenza l’ho trovata nella definizione della “Fair Source License”, una licenza software che, pur conservando alcuni elementi del freesoftware (l’accesso al codice sorgente), limita l’utente alla sua distribuzione: raggiunto un certo numero di copie, bisogna pagare una somma per quelle successive. La seconda in un articolo con cui uno sviluppatore (tra le altre cose autore di Birdie, popolare client desktop per Twitter) annuncia la fondazione della sua azienda, che, a suo dire, produrrà software opensource ma vincolerà in qualche modo (non è dato di capire esattamente come e quanto) al pagamento di una quota quanto più vicina al cosiddetto “Fair Value Price”, ovvero quello che viene considerato il prezzo più equo. In entrambi i casi, quel che viene implicitamente proposto è di ridimensionare le libertà degli utenti (in particolare la libertà 2, quella relativa alla ridistribuzione) in nome di principi universalmente riconosciuti come quello del giusto compenso. In entrambi i casi, quel che viene implicitamente proposto è di limitare artificialmente la naturale ed ovvia abbondanza del bene digitale per ristabilire rapporti vincolanti tra produttore e fruitore. In entrambi i casi, quel che viene implicitamente proposto è di tornare indietro di quarant’anni.

Dato per assunto il fatto che quello della sostenibilità è un problema ben noto ed anzi di crescente interesse all’interno della comunità freesoftware, mi disturba la piega degenerativa che sta prendendo. Ma chi davvero considera questo approccio di vendita al dettaglio “giusto”, evidentemente capisce poco sia di software che di mercato.

Che il prodotto sia libero, quasi libero o chiuso, quanto incide sul fatto di riuscire a raggiungere un pubblico, trovare dei clienti e convincerli a pagare? Nel marasma di applicazioni esistenti per ogni singola esigenza, qual è il motivo percui la propria dovrebbe essere quella preferita ed addirittura pagata da qualcuno? Quanti potenziali utenti vengono a priori allontanati da una etichetta con un prezzo, per quanto modesto, simbolico e a malapena sufficiente a risarcire gli sforzi profusi?

Nel film “The Wolf of Wall Street” ricorre un paio di volte una battuta: il protagonista (interpretato da un sempre ottimo Leonardo di Caprio) prende una penna e chiede ai suoi interlocutori di vendergliela. I primi provano ad ostentarne le proprietà funzionali ed estetiche, solo per essere interrotti dopo pochi secondi e dover passare al successivo pretendente. Finché uno non prende la penna, porge un pezzo di carta, e chiede all’esaminatore di scrivere il suo nome. A questo punto viene svelata la chiave del test improvvisato: per vendere qualcosa, bisogna creare un bisogno. E, col tempo, “creare un bisogno” è diventata la base concettuale di gran parte dei modelli di business legati al software (che, ricordiamolo, è per sua natura un prodotto infinitamente replicabile a costo zero, contrariamente alle mele o ai tavoli). Il lock-in tipico del software proprietario ne è l’esempio più lampante: inizialmente lo si adotta per assecondare una necessità immediata, dopo poco la necessità diventa poter continuare a consultare i dati ed i documenti con esso generati. Esempi meno lampanti, benché assai noti, sono i modelli indiretti comunemente legati al software gratuito e, per estensione, all’opensource: il prodotto è a disposizione di tutti, ci sono tantissime alternative che soddisfano alla stessa esigenza funzionale, l’utente sceglie quella che preferisce, ma è interesse dello sviluppatore far scegliere la propria in quanto sarà poi lui il primo riferimento per rispondere al bisogno di modifiche (pagate), training (pagato), assistenza (pagata), hosting (pagato), lungimirante azione proattiva (ovvero donazioni, ovvero pagamenti spontanei), oppure ancora per essere al centro di possibili ulteriori sviluppi monetizzabili: pubblicità, estensioni a pagamento – cfr. modello opencore o modello freemium -, raccolta e sfruttamento di dati, o semplicemente auto-promozione per altri prodotti o servizi commerciali.

Considerata la quantità di modelli alternativi già abbondantemente adottati e sperimentati con successo, davvero non ritengo che sottrarre libertà all’utente possa essere strumentale per una ipotetica “giustizia” a senso unico. Il modello opensource non è “ingiusto”; sei tu, caro sviluppatore improvvisatosi imprenditore, che dovresti mettere da parte la Lettera Aperta agli Hobbisti del 1976 ed imparare a vivere nel 2016.

Ricchi e Poveri

6 giugno 2016

Proseguo il discorso lasciato a metà nel precedente post, per commentare la seconda parte dell’articolo di Moglen. Benché molte delle considerazioni a seguire siano state precedentemente elaborate in occasione dell’ultima tappa torinese di Stallman, al termine della quale dal pubblico si è levata codesta domanda: “Se regalo il software che produce la mia azienda, come faccio a campare?”. Risposta: “In verità in verità ti dico, porgi l’altra guncia e ama il prossimo tuo come te stesso” (ok, non ha detto esattamente così, ma il senso era quello: la purezza etica e morale prima di tutto). Chiaramente una replica alquanto insoddisfacente e poco credibile. Eppure nel summenzionato post lo stesso Moglen, che pure solitamente si dimostra persona un tantino più ragionevole e pragmatica, solleva una questione analoga – lo scetticismo del mondo dell’impresa dinnanzi all’adozione di licenze software non solo libere ma pure copyleft – ma non sa dare alcuna risposta se non quella della lenta evangelizzazione alle Vie della Misericordia Digitale.

A fronte di quello che è l’aspetto più controverso, complesso e difficilmente digeribile esistente dell’intersezione tra opensource (il modello di sviluppo aperto, la cui più ovvia implicazione è che il software è accessibile gratuitamente) e freesoftware (più nello specifico della libertà 0, quella di permettere a chiunque di fare ogni cosa col frutto del proprio lavoro incluso venderlo ad altri), evidentemente nessuno sa dare non dico una risposta definitiva ma neppure un vago spunto. Laddove, a ben guardare, lo spunto non solo c’è ma se ne parla abbondantemente da 15 anni.

Da quando esiste il digitale, e da quando si è iniziato a produrre e vendere beni digitali, ci si è accorti che i modelli economici validi fino al giorno precedente non erano più applicabili. Per il semplice fatto che un bene digitale può essere facilmente e rapidamente riprodotto e distribuito a costo marginale zero, da chiunque e senza intermediari, e venendo a mancare un rapporto diretto tra venditore e compratore viene anche a mancare l’occasione per aggiungere un plusvalore che vada ad alimentare la produzione di nuovi beni e/o a generare profitti. Vengono meno le precondizioni per ragionare in termini di scarsità ed abbondanza, da sempre fattori elementari dell’economia (confido che tutti abbiano sentito parlare di “domanda” ed “offerta”, e del rapporto che le lega): il singolo bene digitale è sempre, per definizione, talmente abbondante da essere potenzialmente infinito. E dunque potenzialmente di nessun valore.

Date queste nuove condizioni di mercato, esistono due modi per fronteggiarle. O si ostacolano, o si assecondano. Nel primo caso, con meccanismi esotici che permettano di arginare in modo artificiale la riproducibilità del bene e dunque la sua innata abbondanza: DRM, chiavi hardware, controlli centralizzati. Nel secondo caso, “commoditizzando” il bene e spostando la propria fonte di profitti altrove.

Senza doverci inventare niente di astratto o teorico, per approfondire e chiarire questi assunti è sufficiente guardare all’industria musicale. Quella che in modo più evidente è stata trasformata dalla sua propria digitalizzazione (ed ancor più dalla digitalizzazione del mondo intorno). È noto a tutti come il P2P abbia di fatto cannibalizzato l’album acquistato in negozio, ma è altrettanto noto che – a dispetto dei puntuali piagnistei – ciò non ha impedito alla suddetta industria di continuare a generare profitti. Inventando nuovi metodi (la monetizzazione dei video online diffusi gratuitamente per mezzo della pubblicità, o i vari economici servizi di streaming su abbonamento tipo Spotify), o spremendo di più quelli esistenti (merchandise e concerti).

Dall’altra parte, l’industria del software che fa? Ben poco, essendo ancora in larga parte condizionata a ragionare in termini di scarsità dei beni: il prodotto venduto è la licenza, e l’erogazione delle licenze è artificialmente vincolata e controllata. Gran parte di coloro che producono software pensa in modo non molto diverso da chi produce mele. O almeno i produttori più piccoli. Quelli grandi, o quelli più astuti, sono già alla fase successiva. Spesso replicando i suddetti metodi già usati dalla controparte musicale: la pubblicità (che per l’occasione è stata portata anche al di fuori del web), lo streaming (o meglio, l’erogazione di servizi “cloud”), ed i sotto-prodotti accessori come la formazione.

Sembra paradossale che uno degli strumenti più profittevoli per il mercato musicale sia stato solo in parte sfruttato dal mercato software: la performance live. Ovviamente non mi riferisco al fatto di mettere cinque programmatori a codare su un palco tra le acclamazioni del pubblico, ma al corrispettivo software della personalizzazione e della soluzione su misura. Beni naturalmente “scarsi”, tanto quanto scarsi sono i programmatori con le competenze adeguate, e dunque di valore crescente al crescere della domanda. Questo approccio viene spesso adottato dai produttori più piccoli, che assecondano ogni richiesta dei dieci clienti persuasi ad adottare la loro piattaforma (solitamente di natura gestionale), ma difficilmente può scalare oltre. Almeno finché la piattaforma di riferimento è chiusa, ed il suo unico detentore deve continuamente struggersi tra il bisogno di trovare nuovi clienti a cui fatturare e la necessità di far parallelamente crescere la disponibilità di competenze da vendere.

Non voglio adesso spacciare modelli teorici come verità assolute, né tantomeno imporre Automattic, Acquia o Red Hat come prove definitive dell’indiscutibile validità di astrazioni accademiche. Resta il fatto che ci sono elementi concreti, materiali e scientifici per una riflessione sull’economia del software libero più ampia, e magari più suggestiva – per imprenditori ed investitori -, che non la sola ostentazione di valori morali. Quanto mi piacerebbe se gli intellettuali non si concentrassero solo sui cavilli legali, ma sapessero anche suggerire una risposta alla domanda più grande di tutte: “come faccio a campare?”.

Tengo Famiglia s.r.l.

21 gennaio 2016

La notizia del giorno, rimbalzata tutto il dì sui social network: Apple apre una “scuola di apps iOS” in Italia, la prima in Europa.

Gioia e tripudio a secchiate, petti gonfi di italico orgoglio, ed un via vai di condivisioni entusiastiche hanno accompagnato in ogni dove l’annuncio. Il quale è sempre stato riportato con un numero, preso dal comunicato stampa di Apple e ripetutamente sottolineato: “In Italia, oltre 75.000 posti di lavoro sono attribuibili all’App Store“. Del resto è esattamente l’opportunità di creare posti di lavoro, e dunque occupazione e benessere, la motivazione principale che spinge la politica ad attivarsi per questo tipo di collaborazioni (“Cose del genere non capitano per caso, il governo e la Presidenza del Consiglio le hanno cercate e coltivate per molto tempo“, cit) e a chiudere un occhio su 800 milioni di euro evasi (di cui però la metà son stati pagati, neh!).

Ma io rimango sempre un poco perplesso quando piovono tali roboanti annunci da parte di grosse aziende che “investono” nel nostro Paese. In primis perché ho oramai imparato che queste azioni non vengono mai del tutto gratis: vuoi con un abbondante sgravio fiscale, vuoi con una divisione del finanziamento tra soggetto privato e soggetto pubblico, vuoi con una consistente commessa statale che segue l’investimento, da qualche parte il patto viene sempre suggellato con i quattrini dell’ignaro contribuente. Ma è per il lavoro, quello su cui la nostra Repubblica è fondata, no? No: in secundis, la mia modestissima esperienza quotidiana mi fa fare altro genere di conti sul numero di posti abilitati “per merito” di qualcuno, e dunque sull’impatto effettivo che uno sforzo di tal fatta ha su occupazione e benessere della nazione.

Dei sopra citati 75000 che lavorano in virtù dell’App Store, non ne conosco nessuno. In compenso mi imbatto spesso in spazi di co-working popolati da bande di freelance, agenzie digital, giovani startuppari, liberi professionisti alla sbaraglio e liberi professionisti navigati. E la stragrande maggioranza di questi hanno una cosa in comune: in modo più o meno diretto lavorano in virtù di software libero e opensource. Cosa che, a conti fatti, non stupisce: basta una partita IVA e si è istantaneamente abilitati all’erogazione di servizi web, dal sito WordPress/Drupal/Joomla all’e-commerce Magento/Prestashop/ZenCart all’applicazione custom (e magari al backend che fornisce i dati ad una app mobile, che da sola serve fino ad un certo punto) in Python/Ruby/Javascript, il tutto pubblicato su un web server Apache/Nginx/Node, un database MySQL/PostGreSQL/Mongo e dozzine di altre diavolerie a corredo che girano su una macchina Linux. E che non costano un euro di licenza, e sono liberamente fruibili da chiunque abbia il tempo e la voglia di mettersi a smanettare, produrre e vendere. L’unica spesa da sostenere è il server su cui hostare i prodotti dei clienti, ma certo si può iniziare con una macchina da 10 euro al mese. E questo non da ieri mattina, ma da anni.

È difficile trovare delle stime sui numeri di professionisti ICT oggi all’opera, men che meno divisi per settore di riferimento o piattaforma d’adozione, ma confido di non spararla troppo grossa (ed anzi di assumere un atteggiamento conservativo) se affermo che i posti di lavoro oggi “attribuibili” – per dirla a la Apple – all’immediata disponibilità di tecnologie libere, aperte, personalizzabili e persino a costo zero si aggira intorno al mezzo milione.

Evidentemente io non sono un fine economista, né tantomeno un accorto politico, in quanto mi sfugge perché, numeri (calcolati a spanne ma comunque verosimili) alla mano, si preferisca assecondare una azione a sostegno di un mercato che sinora ha prodotto 75000 posti, monca (una volta che sai fare la app iOS, al cliente che gli dici? Di andare dai cinesi per il restante 78% di utenti?) ed a diretto beneficio dell’ecosistema di una azienda statunitense, anziché prestare un occhio di riguardo per un bacino di 500000 operatori la cui totalità del fatturato ha immediata ricaduta locale.

Ahimé, non sarò mai Ministro dello Sviluppo Economico.

Al Momento Giusto

6 novembre 2015

Qualche giorno fa è stato annunciato l’imminente taglio del 50% delle spese concesse alle pubbliche amministrazioni in campo informatico, tecnologico e ICT. E, naturalmente, si sono levati gli scudi. E si sono calati i veli.

Uno dei commenti più ricorrenti è stato ed è quello sul (presunto) contrasto tra questa misura ed i passati proclami governativi in merito alla digitalizzazione e all’innovazione della PA, in quanto naturalmente (?) se si spende meno, meno si ottiene. La questione mai realmente approfondita non è sul “quanto” si spende, ma sul “come”. È dal 2005 che esistono norme che sollecitano le amministrazioni a scambiarsi applicativi e soluzioni sviluppate ad-hoc, in modo da massimizzare la spesa sostenuta da un ente sugli altri (i quali presumibilmente hanno, tutti a parità di funzione, esigenze analoghe). Ed è da fine 2013 che l’Agenzia per l’Italia Digitale ha pubblicato i vincoli all’interno dei quali dovrebbe svolgersi le scelte sulle nuove soluzioni software da adottare, o su quelle da aggiornare e rinnovare, privilegiando – coerentemente con quanto evidenziato sopra – quelle che più facilmente possano essere riutilizzate e condivise, anche senza l’intervento del fornitore originale (tutti attributi facilmente riconducibili alle piattaforme rilasciate con licenze libere…). Peccato che ben raramente tali raccomandazioni, tutte rivolte alla razionalizzazione delle spese pubbliche in campo ICT, si sono viste attuate. Il fatto che ora tali spese vengano forzosamente limitate per decreto legge non dovrebbe essere letto come un improvviso e sorprendente gesto di riduzione delle risorse, ma l’attuazione coercitiva di politiche dettate da dieci anni.

Tali considerazioni, sia in un verso che nell’altro, sono però scontate. Meno scontata è la puntualissima azione mediatica che si sta svolgendo in queste ore sui social network.

Un “bug” in una applicazione sviluppata da Lombardia Informatica (grosso fornitore di soluzioni informatiche per le amministrazioni pubbliche lombarde, ed in particolare della Regione) ha permesso l’accesso indiscriminato alle informazioni sensibili di tutti i cittadini coinvolti nel sistema anagrafico in oggetto. Un fatto gravissimo. Una calamità. Una minaccia per la sicurezza delle persone. La cui responsabilità non può essere che una: il taglio delle risorse economiche da destinare all’informatica, e dunque ad un settore critico come la sicurezza. Pare buffo che un decreto legge che non è manco ancora stato approvato abbia già avuto delle ripercussioni negative. Peraltro, su un applicativo che è stato lanciato nel 2011. Forse, quando Marty e Doc sono arrivati la scorsa settimana nel 2015, l’iconica Delorean non è stata trafugata da Biff ma da un analista programmatore rimbambito che ha avuto la grande idea di tornare indietro e rimuovere l’autenticazione degli utenti dall’applicativo lombardo. O forse lo scandalo è stato fatto cascare sui media proprio nel momento giusto per agitare lo spauracchio della sicurezza dei dati personali e suscitare nella pubblica opinione una reazione contraria all’appena paventato taglio della spesa. Scegliete voi qual’è l’opzione più credibile.

Ad aiutarvi nella scelta c’è una persona: Marcello Barone. Ex-presidente della suddetta Lombardia Informatica, ora amministratore unico di SardegnaIT (stesso tipo di soggetto operativo nel campo dell’informatica per la PA, ovviamente in Regione Sardegna). Nel 2007 – ovvero quando i soldi più o meno c’erano, e noi europei non conoscevamo ancora l’esistenza della parola “subprime” – egli sosteneva che il problema della sicurezza informatica non fosse il finanziamento ma la “frammentazione”, ovvero il fatto che ci fossero troppi fornitori che tentavano malamente di integrare componenti diversi a discapito della solidità del sistema finale. Un mese fa, al momento giusto per fungere da esempio, è finito agli onori delle cronache locali (ma non di quelle nazionali, troppo occupate a fomentare terrore e raccapriccio presso i cittadini lombardi) per lo stipendio gonfiato e gli ambigui rimborsi spese da parte della società para-statale che amministra.

Società regionali in-house che disseminano ingenui errori di programmazione nelle applicazioni di pubblico interesse, amministratori che rastrellano quattrini dalle casse innaffiate di soldi statali, fornitori privati che non dialogano tra loro per la costruzione di sistemi stabili ed integrati, e normative volte alla razionalizzazione ignorate da un decennio. Forse questa idea del taglio trasversale della spesa non è del tutto campata per aria, ed anzi casca al momento giusto.

L’Alternativa Precoce

22 febbraio 2012

L’altro giorno e’ circolata sulle mailing list linuxare (o, almeno, su Annunci@ILS) una mail. Questa. E non nego di esserne stato colpito, sia per i contenuti che per i firmatari.

In breve, essa annuncia la costituzione della Rete Italiana dell’Open Source Professionale (questo dovrebbe essere il sito, al momento alquanto vuoto), nuovo ente regolamentato secondo i criteri di legge sulle “reti di imprese” che mira a potenziare e sfruttare al meglio la collaborazione tra aziende che sull’opensource fondano il proprio business model. Proposito ottimo, ma che non suona nuovo. Anzi, suona ancor meno nuovo a fronte del fatto che una iniziativa in tutto e per tutto analoga – se non per i dettagli tecnici – e’ stata formalizzata meno di tre mesi fa a Roma: l’Associazione Imprese Software Libero. Forse i promotori della Rete hanno annunciato la propria iniziativa senza essere a conoscenza di AISL, considerando anche la (purtroppo) scarsa visibilita’ di cui gode attualmente lo spin-off ufficioso dell’Associazione Software Libero? Non credo, considerando che tra i firmatari dell’appello c’e’ anche Flavia Marzano, che di AISL e’ vice-presidente.

Proprio a Flavia Marzano ho istantaneamente mandato una mail per avere qualche delucidazione, ed essa mi ha rimandato alla discussione tenutasi, con mio ulteriore stupore, proprio sulla mailing list di AISL (che si trova qui, benche’ non ne abbia trovato un link sul sito. Si noti che l’archivio non e’ pubblico, ma basta iscriversi ed attendere la – nel mio caso, estremamente celere – approvazione della propria richiesta). Qui ho trovato un thread di nove mail, iniziato sabato 18 febbraio, con sei partecipanti: il proponente, uno che ha appoggiato subito l’idea, due che chiedevano maggiori informazioni e due che si chiedevano l’utilita’ della ridondanza Rete/AISL. La decima mail e’ stata quella di annuncio (la medesima riportata, come detto, pubblicamente).

Le domande, a questo punto, sorgono spontaneamente ed in copiosa quantita’.

Per quale motivo creare un nuovo ente parallelo ad AISL? E, soprattutto, perche’ adesso? Quando poco tempo fa contattai AISL per avere qualche dritta in merito ai contenuti di BusinessMap.it (episodio qui narrato), emerse che la giovane realta’ associativa ancora non aveva avuto modo di raccogliere proseliti ed aderenti. Cosa piu’ che comprensibile, essendo nata due mesi prima ed oltretutto in prossimita’ delle festivita’ natalizie. Ma a fronte di tale temporaneo vuoto, qual’e’ il senso di avviare entro cosi’ breve tempo un’altra attivita’, forse diversa nei metodi formali ma identica negli scopi? Avrei potuto capire se AISL fosse nata due anni fa ed avesse fallito nei suoi intenti, e dunque qualcuno volesse ricominciare da zero implementando un diverso approccio, ma quale strategia viene attuata nel proporre adesso, gia’ in partenza, alle aziende del settore di entrare a far parte di due enti diversi e uguali anziche’ uno solo?

A fronte di tali constatazioni, appare particolarmente imbarazzante il paragrafo della mail di proclamazione che dice:

il brand di Rete e l’azione di “lobbing”*. L’organismo “Rete” promuove, con il suo brand, azioni di marketing a favore di tutte le sue aziende, permettendo loro di aumentare la propria visibilità tramite azioni che probabilmente sarebbero troppo onerose per la singola azienda (partecipazione ad eventi come ForumPA, SMAU, ecc…, presentazioni a PA, a grandi system integrator e ad associazioni di categoria come Confindustria, ANIA, ecc..). Inoltre il soggetto “Rete” è un interlocutore diretto con i livelli politico/amministrativi, nel rappresentare le esigenze, le proposte e le opportunità che provengono da una realtà economica diffusa, coesa ed attiva

Tutte queste cose non dovrebbero essere competenza di AISL? Non e’ per questi motivi che AISL e’ sorta? Se si: cosa spinge alcuni soci AISL (e la sua stessa vice-presidente) a promuovere una alternativa il giorno dopo aver aderito ad AISL? Spero che almeno parte delle risposte arrivino il 2 marzo, imminente data in cui e’ stato fissato il primo incontro della Rete (cui non posso partecipare neppure in videoconferenza per pregressi impegni di lavoro, ma di cui auspico sara’ pubblicata la registrazione audio/video).

Perche’ se da una parte posso essere lieto della proliferazione di iniziative e spunti, dall’altra non riesco a non essere perplesso dall’eccessiva abbondanza di progetti concorrenti, tantopiu’ in un settore delicato come quello dell’industria. Ottime le alternative; un po’ meno quelle precoci.

Il Tesoro della Mappa

20 gennaio 2012

Gia’ da tempo avevo nella mia sterminata ed infinita todolist il progetto qui di seguito descritto, ma solo ora si sono verificate le condizioni necessarie per almeno iniziare a metterlo in atto.

L’idea e’ nata – o meglio, e’ stata rinnovata in modo definitivo – partecipando ad una discussione in lista Discussioni@AsSoLi: realizzare un indice di aziende che forniscono assistenza e servizi su Linux e prodotti open. Detta cosi’ sembra una banalita’, ma ai fatti non lo e’. In parte per le finalita’: di quando in quando si sente qualcuno che lamenta il fatto di voler passare a soluzioni open ma di non riuscire a trovare qualcuno che gli dia assistenza professionale, in quanto la maggior parte degli operatori sono piccoli ed invisibili nella massa, ed il fatto di mettere a disposizione una mappa magari non esaustiva ma comunque indicativa potrebbe essere incentivante per qualche migrazione in piu’. In parte per l’implementazione: mettere insieme un catalogo non e’ si per se’ complicato, complicato e’ invece riuscire a mantenerlo coerente e consistente nel tempo onde evitare che faccia la fine della vecchia LugMap o di LinuxSi (bellissima iniziativa, lasciata a marcire).

In pieno stile Discussioni@AsSoLi la questione e’ morta nel momento in cui qualcuno ha detto “Bella idea! Chi lo fa?”. Ma a me e’ rimasta a ronzare nella testa, alimentata dell’esperienza appena accumulata con la pubblicazione della LugMap abusiva. Il caso ha voluto che di li’ a breve e’ stato votato come tema del Linux Day 2012 (di cui seguo l’organizzazione) proprio “Il Software Libero nella Piccola e Media Impresa”, pretesto ideale per darsi una mossa ed attuare il progetto in vista dell’evento ottobrino. Aggiungendo, tra le altre motivazioni, il fatto di permettere ai LUG nazionali di identificare rapidamente aziende pro-linuxare presso cui pescare relatori di qualita’ per i talk del 27 ottobre e, perche’ no?, magari pure qualche sponsor.

Qualche serata a rastrellare riferimenti online, in particolare sugli elenchi di professionisti gia’ esistenti (manco a dirlo: a loro volta elenchi per meta’ oramai invalidi e popolati di links defunti), qualche correzione al codice di LugMap.it, ed in breve BusinessMap.it e’ stato piazzato online.

Tutt’altro che ricco, tutt’altro che perfetto, ma c’e’.

Su suggerimento del buon Alessandro Rubini ho preso contatti con un paio di rappresentanti dell’Associazione Imprese Software Libero, spin-off dell’Associazione Software Libero di cui si e’ iniziato a parlare tanto tempo fa (n.b. articolo datato ottobre 2010) ma che solo recentemente e’ stato formalizzato, per vedere se gia’ avevano qualche contenuto da fornire. Ma non ne ho ottenuto nulla (essendosi messi insieme praticamente ieri, non hanno ancora coinvolto nessuno), se non l’inattesa informazione che il presidente dell’ente e’ nientemeno che l’ottimo Prof. Meo, personaggio assai noto nel giro linuxaro e di stanza qui a Torino: evidentemente quanto prima dovro’ passare a trovarlo per fargli presente il target del prossimo Linux Day, codesta nuova iniziativa “community-based”, e vedere se si riesce a mettere insieme qualcosa di simpatico.

Sicche’, una nuova mappa arricchisce la cartografia linuxara italiana. Anzicheno’ incompleta, ma di buone speranze. Spero si riveli utile per trovare la retta via.

Non e’ Cosi’

18 maggio 2011

Lo scorso mercoledi sera ho avuto modo di partecipare ad un evento incluso nella campagna elettorale di Fosca Nomis, candidata per il Partito Democratico alle elezioni per il Comune di Torino, interamente incentrato sul tema dell’innovazione e del suo rapporto con il mercato del lavoro ed alla qualita’ della vita, articolato in una serie di interventi da parte di vari personaggi piu’ o meno (soprattutto “meno”) rappresentantivi del settore ICT pedemontano.

Non commento dettagliatamente sui contenuti della serata, in quanto si puo’ facilmente indovinare quale sia stato il tetto massimo di concretezza e pragmatismo di un appuntamento elettorale cui hanno partecipato politici, amministratori delegati e presidenti (ovvero: chi in assoluto e’ piu’ lontano dalla sperimentazione e dalla ricerca applicata), ma mi soffermo – e a lungo, anche – sulle parole di uno degli ospiti che si sono avvicendati al microfono: Rinaldo Ocleppo, Presidente del gruppo ICT dell’Unione Industriale di Torino.

Contestualizziamo. Come detto gli spunti degni di nota sono stati pochi, anzi nulli, e pare quasi che gli oratori avessero fatto una scommessa sotto banco su chi riusciva a pronunciare per il maggior numero di volte la parola “innovazione” nella stessa frase (ma fin qui nulla di nuovo: succede in qualsiasi  evento istituzionale presso cui si ha la pretesa di parlare di tecnologia). Come prevedibile l’unico che ha almeno tentato di proporre qualche questione fondata e’ stato Fabio Malagnino, che si e’ presentato alla platea con i 6 punti elencati nell’appello “Torino Digitale” da lui stesso promosso e almeno minimamente assecondato dai media online. Tra questi 6 punti si trova anche, ovviamente, l’invito all’adozione del software libero da parte dell’amministrazione pubblica.

Ma quando e’ stato il turno del dott. Ocleppo, esso si e’ sentito in dovere di dire la sua in merito.

Qui si trova la registrazione integrale dell’evento (il suddetto intervento inizia a 1:31:30 circa. La qualita’ audio e’ scarsa, consiglio di usare un paio di cuffie per meglio apprezzarlo), e per comodita’ trascrivo qui la prima parte, quella di maggiore interesse:

Grazie, buonasera a tutti.

Io ovviamente, rappresentando le aziende, cerchero’ di portare qualche punto di vista… proprio… aziendale direi sul mercato e sul nostro settore che e’ quello dell’ICT. Cerchero’ cosi’ di dare qualche spunto forse un po’ diverso dalle cose che si leggono normalmente e che si sentono normalmente in generale sul nostro settore e anche sulle aziende, non solo quelle ICT.

Innanzitutto prima si e’ parlato di software libero, o di opensource. Io vorrei chiarirlo bene questo concetto, perche’ visto che l’amministrazione pubblica in qualche modo ha la possibilita’ di orientare molto degli investimenti bisogna capire bene cos’e’, perche’ io quando sento parlare di software libero mi sembra quasi ci sia stata la guerra di liberazione del software, che adesso c’e’ il software libero per tutti, che sia stato chissa’ quale conquista sociale.

In realta’ il software… l’opensource e’ semplicemente un modo di fare ricavi, inventato dalle aziende che hanno deciso di andare sul mercato proponendo il software in un certo modo per poi fare ricavi con dei servizi. Non e’ nient’altro.

Quindi ci sono delle aziende che vendono il software e ci sono aziende che lo, tra virgolette, regalano per vendere i servizi che sono collaterali a questo.

Quindi non vorrei che l’opensource diventasse in qualche modo un dogma da perseguire ad ogni costo immaginandosi che poi alla fine ci sia chissa’ quale vantaggio per l’amministrazione, per le aziende, per le persone. Non e’ cosi’. E’ semplicemente un modo di generare ricavi.

Il secondo aspetto, penso che sia banale e ovvio, per fare le cose servono soldi e quindi penso che, purtroppo, occorra mettere grande attenzione nel cercare di ridurre la spesa, per creare fondi che in qualche modo consentano di fare investimenti che servono allo sviluppo.

Quasi non so da che parte iniziare…

Innanzitutto, una constatazione piuttosto ovvia: la posizione del dott. Ocleppo e’ in contraddizione con la posizione normativa nazionale, regionale e comunale (soprattutto di Torino, ma anche di altre realta’). A tutti i livelli amministrativi sono state emesse mozioni e leggi che raccomandano l’esatto contrario di quanto da lui suggerito, ovvero di rivolgersi laddove possibile prevalentemente a soluzioni software di cui sia accessibile il codice sorgente, e gia’ tanto basterebbe a prendere le dichiarazioni espresse con le molle e a soppesarle con cura.

L’unico fattore considerato e’ il punto di vista della singola azienda, per cui si assume che l’unica differenza nel business model sta nell’entita’ che viene fatta pagare per generare profitto (il prodotto piuttosto che i servizi legati al prodotto). Quasi accettabile come illustrazione iper-semplificata del modello, ma non sufficiente a reggere il peso delle conclusioni che ne vengono tratte. Se proviamo a cambiare il punto di vista e ci immedesimiamo non nel produttore ma nel fruitore (ovvero, nel caso specifico, l’ente pubblico), la scelta dell’adozione dell’open cambia tutto in modo radicale.

Partiamo dalla prospettiva amministrativa. Tante aziende che offrono ciascuna una propria soluzione, ognuna con i suoi relativi pregi e difetti, sono piu’ complesse da valutare rispetto a tante aziende che offrono competenza su una soluzione condivisa. Nel momento in cui il punto di riferimento diventa un prodotto open, pubblico, accessibile a tutti i competitor esistenti sul mercato, i contratti di assistenza tecnica e di sviluppo possono essere assegnati in funzione a criteri precisi, sapendo a priori qual’e’ il punto di partenza e quale deve essere il punto di arrivo. Il mercato diventa piu’ omogeneo, stabile, gestibile, e la competizione avviene sul rapporto qualita’/prezzo anziche’ su parametri incerti e non necessariamente completi quali potrebbero essere quelli elencati in un capitolato.

Contemporaneamente, il mercato diventa piu’ dinamico e fertile. Prospettiva strutturale. All’atto pratico, trascendendo la pura analisi economica della questione, nel momento in cui viene adottata una soluzione software closed source essa deve necessariamente essere mantenuta per un periodo di tempo indefinito in quanto la migrazione dei dati memorizzati e gestiti ad un altro prodotto ha un costo spesso elevato e deve essere decisa da qualcuno (il quale solitamente preferisce non decidere affatto…), e non mi si venga a dire il contrario in quanto proprio non mi risulta che la piattaforma gestionale per l’anagrafe, o delle ASL, o il catasto venga sostituita priodicamente in funzione dell’offerta di mercato una volta all’anno (ma neanche ogni due o ogni cinque). Questo vuol dire che l’acquirente resta vincolato al primo che ha vinto l’appalto finche’ non si arriva a condizioni talmente critiche da giustificare tale costo e tale operazione massiva. E nessun’altro puo’ metter mano alla piattaforma, essendo di esclusiva proprieta’ del produttore. Da cio’ se ne desume che il produttore assume una posizione di monopolio, con tutte le dovute implicazioni: decide autonomamente il prezzo di ogni modifica e aggiunta, ha potere di contrattazione assoluto su quel che e’ o non e’ da aggiungere o togliere, tende a ridurre lo sviluppo fino alla piu’ essenziale manutenzione, e piu’ in generale non sentendo la pressione di un mercato competitivo si siede sugli allori. Il che’, non serve un esperto per capirlo, non e’ un bene per il fruitore del prodotto. Al contrario un sistema fondato su software libero garantisce la separazione tra prodotto e fornitore di assistenza/servizi, e permangono tutte le condizioni per un confronto paritario. Incredibilmente si potrebbe pubblicare un bando ogni anno per l’assegnazione della manutenzione dell’anagrafe o del catasto o di qualsiasi altro ingranaggio della macchina amministrativa, con una lista di modifiche e migliorie decisa in modo autoritario dal Comune (in funzione delle sue proprie esigenze o delle richieste dei cittadini), ed ogni anno il manutentore potrebbe cambiare sempre in relazione al gia’ citato rapporto qualita’/prezzo. Con una piu’ equa e giusta distribuzione dei fondi allocati per sostenere i vari reparti, assegnati non sempre e necessariamente allo stesso ente ma a quello che si dimostra, oggettivamente, migliore e superiore.

Da queste considerazioni si origina la prospettiva strategica. Maggiori possibilita’ di ingresso nel mercato determinano una maggiore vitalita’ da parte del mondo dell’impresa visto nel suo insieme, cui vengono garantite migliori opportunita’ di mettersi in gara e di proporre soluzioni innovative. Per non parlare del fatto che gli sviluppi implementati per conto di un Comune possono essere riutilizzati da altri e rivenduti a costi decisamente minori, e piu’ rapidamente gli avanzamenti tecnologici possono essere propagati ai Comuni piu’ piccoli (che altrimenti non avrebbero le risorse economiche per farsi sviluppare da zero le stesse funzioni e ne starebbero senza), nutrendo l’offerta della piccola impresa ed incentivando ulteriormente la crescita.

Queste osservazioni sono solo le piu’ comuni e popolari che possono essere mosse sull’impatto di un mercato opensource applicato alla pubblica amministrazione, e stupisce che il responsabile del reparto ICT di una istituzione rilevante come l’Unione Industriale le ignori. O che magari le taccia volutamente, ben conscio del fatto che un ecosistema realmente e fortemente concorrenziale finirebbe col distruggere lo status-quo dei grandi operatori da lui rappresentati, che gia’ hanno acquisito appalti milionari da cui non e’ possibile svincolarsi (a causa del gia’ citato problema della migrazione) e vi rimangono attaccati come cozze allo scoglio.

Le dichiarazioni del dott. Ocleppo sono quanto di piu’ anti-innovativo, anti-competitivo ed anti-liberale ci si possa immaginare. Un mercato sano e prospero e’ l’esatto contrario di quanto da egli promulgato e difeso. Ma altro non ci si puo’ francamente aspettare da una lobby che trova nella dipendenza dal software proprietario la leva con cui estorcere quattrini a tempo indeterminato ad un apparato statale incapace di valutare e fare gli interessi propri e dei cittadini.

Il Terreno Fertile

31 agosto 2010

Qualche tempo addietro la redazione di TechCruch Europe, filiale nostrana del rinomato TechCrunch statunitense, ha invitato i lettori a scrivere articoli in merito alla situazione tecno/sociale dei Paesi del Vecchio Continente al fine di collezionare qualche impressione di prima mano sullo stato di salute delle locali startups tecnologiche e dell’ambiente in cui si muovono. Ed io ho ben pensato di comporre un brano sulla condizione italiana. Il pezzo e’ stato bellamente ignorato e non ho ricevuto risposta alcuna, vuoi perche’ forse un pochino melodrammatico, vuoi perche’ fortemente inconcludente, vuoi perche’ la mia traduzione in lingua inglese non era esattamente impeccabile.

Sta di fatto che lo ripropongo ora qui nella versione originale (appunto in italiano; per decenza e pudore evito di pubblicare la copia vagliata), affinche’ il mio – opinabile – sforzo letterario non sia del tutto disperso.

Tengo a precisare che non si tratta di un editoriale ma di un post enumerativo, non porta a nessuno spunto concreto ma mira semplicemente a fornire al lettore straniero un quadro dell’approccio tricolore all’information technology. Dato il pubblico di riferimento, il perno intorno cui ruota l’argomentazione e’ il mondo del business, ed in questa occasione ho menzionato il software libero (o, meglio, l’opensource) solo marginalmente e come condimento alla tesi portante; contenuto assai inusitato per questo mio blog spiccatamente comunitario, ma che nel bene e nel male rispecchia la mia posizione sulle potenzialita’ e sulle piaghe del Bel Paese.

L’Italia potrebbe essere un terreno estremamente fertile per l’innovazione digitale. Abbiamo il piu’ alto numero al mondo di smartphone e connessioni 3G pro-capite, con un bacino di potenziali consumatori di contenuti mobili immenso. Abbiamo imprese multinazionali leader nei rispettivi settori, tra cui FIAT, ST Microelectronics, Enel, e Finmeccanica, sempre piu’ inclini al mondo dell’Information Technology ed intorno a cui orbita un fortissimo indotto (per esempio: in Torino, sede appunto dell’azienda automobilistica FIAT, buona parte delle aziende IT sviluppano soluzioni per l’automotive). Abbiamo una delle community opensource piu’ popolose ed attive del pianeta, con centinaia di Linux User Groups sparpagliati su tutto il territorio nazionale entro cui giovani e veterani scambiano idee, conoscenze ed esperienze, ed in cui maturano competenze altissime. Abbiamo risorse ambientali, storiche e culturali infinite, le quali attraggono ogni anno milioni di turisti desiderosi di fruire di servizi di informazione ed approfondimento.

L’Italia potrebbe essere un terreno estremamente fertile per l’innovazione digitale. Ma non lo e’. Dal 2005 esiste una legge percui non e’ concesso condividere una connessione wireless con qualcuno che non abbia fornito i propri documenti di identita’, e percui copia di tali documenti deve essere conservata per un lungo periodo di tempo affinche’ le Forze dell’Ordine possano essere informate su chi si e’ connesso all’Internet in un dato giorno ad una data ora da un dato luogo. La connettivita’ in fibra ottica esiste solo in alcune zone delle piu’ grandi citta’, e del resto il 20% della popolazione non e’ raggiunta da alcun tipo di connessione in banda larga ed e’ completamente tagliata fuori da ogni forma di mercato telematico. Per aprire una “Societa’ a Responsabilita’ Limitata” (l’equivalente statunitense della “Limited Liability Company”) occorre un capitale sociale di 10000 euro, cifra difficilmente raccimolabile da qualsiasi giovanotto con una idea da sviluppare e su cui costruire una attivita’. I piu’ antichi e radicati problemi del Paese (la lotta alla mafia, i fenomeni sismici, il tasso di invecchiamento piu’ alto al mondo) da sempre mettono in secondo piano l’evoluzione tecnologica nei programmi politici interni e nella pubblica opinione, e non esiste nessuno stimolo statale per la ricerca e lo sviluppo. La burocrazia certamente esiste in ogni angolo del globo, ma qui non esiste nessuno sportello online per sbrigare le proprie pratiche ed ogni singolo modulo (ivi compresa l’autocertificazione con cui si garantisce di non essere collusi con enti mafiosi) va presentato a mano presso una serie di uffici spesso distanti tra loro.

L’Italia potrebbe essere un terreno estremamente fertile per l’innovazione digitale. A causa delle suddette difficolta’ la concorrenza e’ scarsa, quasi tutte le realta’ che operano nel settore sono dedicate alla manutenzione di gestionali scritti anni fa’ in Visual Basic. Il mercato non ha “nicchie” ma “voragini” intere. Io ne sono convinto, e sebbene abbia avuto modo di osservare piu’ di un episodio finito male sto attualmente mettendo ordine tra le idee con l’intento di mettere insieme qualcosa di buono. I progetti non mancano, le buone intenzioni neanche, i modelli di business da esplorare sono molteplici. Ammetto di essere frenato dinnanzi alle incognite del nostro sistema fiscale bizantino, percui spesso l’ammontare delle tasse da pagare e’ stabilito in modo scorrelato rispetto all’effettivo reddito ed il rischio di dover sborsare allo Stato piu’ di quanto non finisca in tasca e’ reale, ma con la consulenza di una mezza dozzina di commercialisti amici degli amici confido di cavare il bandolo dalla matassa.

Cristoforo Colombo (italiano, nato nei pressi di Genova) dovette farsi finanziare dagli spagnoli il suo viaggio verso le Indie, sfociato poi nella scoperta delle Americhe. Leonardo da Vinci (italiano, dalla Toscana), negli ultimi anni della sua vita, migro’ in Francia per trovare l’apprezzamento negato in patria per le sue opere ed il suo genio. Molti sono i giovani italiani che ogni anno preferiscono abbandonare il Paese, pensando che la situazione qui sia irrecuperabile o nella migliore delle ipotesi riparabile in tempi molto lunghi, e buona parte di essi ottiene all’estero piu’ di quanto abbiano mai osato sperare entro i sacri confini. Ma io preferisco stare qui, e fare personalmente quel che c’e’ da fare. Perche’ l’Italia e’ un terreno estremamente fertile per l’innovazione digitale.