Archive for the 'Economia' Category

Uno Per Cento

23 dicembre 2017

All’inizio dell’anno ho pubblicato su Linux.it un appello rivolto ai tanti che, in modo più o meno diretto e più o meno consapevole, lavorano con strumenti e piattaforme libere e opensource, affinché destinassero una piccola parte del proprio fatturato (idealmente l’1%, da cui il nome dell’appello stesso) al sostegno di quegli stessi strumenti. Non per filantropia o generosità, ma per esclusivo interesse personale, bieco opportunismo e spietata avidità: fintantoché tali strumenti – gratuiti, eppure spesso assai più sofisticati e malleabili delle controparti commerciali – esistono e vengono sviluppati, si può continuare a sfruttarli con ampi margini di profitto.

Non so quanto tale appello sia stato colto e recepito, ma so che il suddetto appello si rivolge anche a me – libero professionista di cui pressoché tutti i guadagni derivano dall’utilizzo di componenti opensource – dunque, giunta la fine dell’anno ed emesse le ultime fatture, è giunta anche l’ora di versare il mio obolo.

 

Laravel (86 dollari) – il framework PHP Laravel è in assoluto il mio principale strumento di lavoro. Con esso produco facilmente e rapidamente applicazioni web, e più recentemente mi è capitato di tenere corsi (ovviamente retribuiti). Non esiste un canale per donare a questo progetto, essendo verosimilmente sostenuto da entità commerciali ben più facoltose di me, ma sentendomi in dovere di contribuire a questo ecosistema ho pagato una sottoscrizione annuale a Laracast, portale di video tutorial e supporto; dubito che ne fruirò mai, ma chissà che in qualche modo non torni a sua volta utile. Nota fiscale: il servizio eroga una fattura che può essere personalizzata coi propri parametri amministrativi, e dunque data al commercialista per farla figurare come spesa.

jQuery (50 dollari) – alla faccia di tutti i vari ed astrusi framework Javascript esistenti io rimango fedele al buon vecchio jQuery. Che ha molteplici difetti, ma il grosso pregio di essere facile ed immediato. L’ideale per implementare velocemente piccole interazioni ed animazioni che fanno contento il cliente pagante. L’entità che sostiene jQuery è la Javascript Foundation, che principalmente fa divulgazione e promozione per una serie di componenti (non solo jQuery).

Debian (50 dollari)Debian è e resta la mia distribuzione Linux di preferenza, tanto sul PC con cui lavoro che sui server su cui hosto le mie applicazioni. Da svariati anni non mi capitano più grattacapi a seguito di un upgrade, e posso dunque permettermi di mantenere le macchine sempre aggiornate – e dunque sicure – senza perdere troppo tempo. Per le donazioni si può far riferimento a questa pagina, io ho scelto il metodo semplice (Software in the Public Interest) ma penso che appoggiandosi alle entità tedesche o francesi si può ottenere una ricevuta detraibile dalle tasse.

Gnome (25 euro) – non un vero e proprio strumento di lavoro, ma comunque l’ambiente che mi permette di organizzare tutto il resto. E gestire comodamente le tante applicazioni tra cui mi trovo a saltare durante le mie giornate produttive. Qui la pagina per le donazioni.

Thunderbird (25 euro) – volenti o nolenti, mandare e ricevere mail è parte integrante del mio mestiere. E Thunderbird, pur coi suoi problemi, resta una delle poche soluzioni valide per gestire molteplici accounts di posta e ripescare rapidamente messaggi ed allegati mandati alla rinfusa dai clienti pasticcioni. Qui la pagina per le donazioni.

LibreOffice (25 euro) – ci faccio le fatture, i preventivi, le slide per i corsi: nonostante la mia principale occupazione sia quella di programmatore, qualche documento capita sempre di doverlo produrre. Qui la pagina per le donazioni.

Inkscape (10 dollari) – una piccola eccezione in questa lista: Inkscape non l’ho mai usato per lavoro, bensì per i piccoli task grafici che accompagnano le attività di volontariato (banners, loghi, pagine web…). Motivo percui ricade in una categoria inferiore di donazione, ma comunque anche questi pochi soldi se li merita. Qui la pagina per le donazioni.

Agent (10 euro)Agent è un modulo Laravel per distinguere, server-side, i client desktop, mobile e tablet, ed essere dunque in grado di fornire il template giusto. Utilizzato con profitto in un grosso lavoro.

Laravel Gettext (10 dollari)Laravel-Gettext è un altro modulo Laravel, utile per bypassare il formato nativo usato per le traduzioni (poco compatibile col resto del mondo) ed adoperare al suo posto il formato Gettext (ben più fruibile ed integrabile). Una nota a margine: di moduli Laravel ne uso in gran quantità, e a tutti avrei voluto fare una piccola donazione, ma reperire informazioni a tal proposito è talvolta complicato; per questo, nella fattispecie, sono dovuto andare ad esplorare il profilo GitHub dell’autore, dunque il suo sito personale, ed arrivare dunque ad un link Paypal.

 

Grazie a tutti coloro che producono e distribuiscono software libero e open. In virtù del loro contributo posso permettermi di svolgere lavori molto più grandi di quel che da solo potrei mai permettermi, fatturarli, e tenere per me tutto il profitto. Ridistribuire solo l’1% è, oggettivamente, un affarone.

In chiusura segnalo che ho creato il mio profilo Patreon, piattaforma che permette di erogare donazioni periodiche nel tempo. Principalmente per sostenere il progetto GASdotto, attualmente la mia maggiore opera non commissionata e non retribuita da nessun cliente specifico, benché nei report mensili riporti anche altre attività di sviluppo opensource che mi trovo a condurre (vuoi per esigenze personali – e verosimilmente condivise con altri – o vuoi come spin-off di lavori propriamente detti).

Annunci

Sostenibilità Sostenibile

31 ottobre 2017

Non serve essere esperti di economia per constatare che la pubblicità è il modello di business predominante su internet: soggetti come Google e Facebook ci hanno costruito imperi multimilionari, tanto da comparire tra le aziende più profittevoli del mondo pur non “vendendo” – nel senso classico del termine – nulla o quasi, ma anche tantissimi altri sono i servizi – in particolare, quelli di informazione – che quotidianamente utilizziamo senza dover pagare un centesimo essendo il servizio stesso, e tutto il lavoro che ci sta dietro, pagato con più o meno consapevoli visualizzazioni dei banner nelle pagine web che consultiamo. Ma neppure serve essere complottisti incalliti per conoscere i retroscena di ciò: il profitto della pubblicità aumenta nel momento in cui essa è mirata e personalizzata, e ciò implica scegliere cosa proporre, quando, e a chi, ma per sapere queste cose occorre costantemente profilare gli utenti, intercettarne i gusti e le esigenze, virtualmente seguirli tra una pagina e l’altra, e sapere in ogni momento quale annuncio potrà essere più facilmente ritenuto interessante e dunque cliccato (e profumatamente pagato dall’inserzionista). Senza contare i danni collaterali di tali dinamiche di cui forse il più noto è il fenomeno dei siti di fake news, portali che ogni giorno sfornano notizie assolutamente prive di fondamento costruite al solo scopo di “indignare” il lettore, spingerlo a condividere viralmente il link sui social network, e attirare artificiosamente occhi a guardare i banner delle proprie pagine web (con tutto quel che poi ne deriva…). Del resto è noto che tale meccanismo, spesso basato su metriche assolutamente arbitrarie tipo appunto le “visualizzazioni”, sia abbondantemente abusato e taroccato, al punto che non esiste nessuna diretta correlazione, neppure vaga, tra quanto viene speso per la pubblicità ed il beneficio che se ne trae, fattore che sta progressivamente facendo perdere la fiducia degli investitori. E a tutto questo, infine, si sommano la reazione spontanea degli utenti, che hanno iniziato ad adottare massicciamente soluzioni di adblocking per troncare le inserzioni nelle pagine (vuoi per tutela della privacy, vuoi per esasperazione), le ovvie limitazioni delle piattaforme mobili (schermi piccoli = meno spazio per piazzare gli annunci), e i giochi di potere di chi gode di una posizione di vantaggio nel settore digitale, che in un prossimo futuro potrebbero rompere equilibri già precari a tutto vantaggio dei soliti noti.

Morale: la pubblicità sarà il modello di business predominante, ma è talmente instabile ed inaccurato che costantemente minaccia di collassare. Con buona pace della sostenibilità, e dunque della pluralità e dell’autonomia degli infiniti soggetti che animano la Rete.

Trovare una alternativa è difficile, tantopiù in quest’epoca in cui gli utenti hanno perso l’abitudine di pagare esplicitamente – fossero anche cifre irrisorie – per alcunché. Eppure, una soluzione sembra lentamente emergere: quella del mining di criptovalute. Il meccanismo è semplice: l’utente visita un sito e scarica – in modo trasparente ed invisibile – un pezzetto di Javascript, il quale inizia a computare hash che (detto molto in breve) hanno un valore economico. Infinitesimale, ma se moltiplicato per migliaia o milioni di utenti può rappresentare una somma più che dignitosa. Niente tracking degli utenti (non importa chi tu sia, l’importante è che il tuo computer calcoli gli hash), niente raggiri sulle visualizzazioni (la potenza di calcolo viene direttamente tradotta in profitto, non possono esserci falsificazioni o sommarie interpretazioni dei numeri), rapporto diretto tra servizio e utente (non esiste nessun inserzionista che ci deve mettere i soldi). Pioniere in questo campo è Coinhive, immediato e facile servizio che mette a disposizione tutto quel che serve per iniziare: ci si registra, si copia e incolla una riga di codice nel proprio sito, e i propri utenti iniziano a macinare valore. I profitti estrapolabili attualmente in questo modo sono assai ridotti rispetto a quelli dei più classici baner, ma ritengo lecito aspettarsi che questa strategia possa nel tempo evolversi e diventare davvero un modello alternativo.

Non fosse che, ad oggi, tale approccio viene pesantemente criminalizzato. Cloudflare – che a lungo non ha avuto problemi a sostenere The Daily Stormer, forum neo-nazista salito agli onori delle cronache con i fatti di Charlottesville, in nome della “libertà d’espressione” – non ha invece avuto remora alcuna a revocare il proprio servizio ad un sito monetizzato appunto con Coinhive, strumento classificato come “malware”. Non sono i primi e non sono gli unici, ed ogni volta che il tema viene ripreso da qualche media non ci si risparmia nei confronti di questi cattivoni che sfruttano la nostra povera ed indifesa CPU senza chiedere il permesso. Come se qualcuno avesse mai chiesto il permesso per imbottire le pagine web di annunci pubblicitari, spesso a loro volta animati e che consumano ancora più risorse…

Personalmente, potessi scegliere tra la visualizzazione di banner che infastidiscono la navigazione e la lettura, rallentano i caricamenti e rastrellano ogni bit di informazione sui miei percorsi online, e la cessione di una parte della capacità di calcolo del mio processore, sceglierei la seconda. Certo entro limiti ragionevoli – sarebbe troppo semplice abusarne, cosiccome si è sinora abusato della pubblicità – ma in fin dei conti tanto varrebbe usare questa capacità di calcolo in modo diretto. Auspico che questa per me legittimissima modalità di monetizzazione possa essere adottata da molti, che possa ottenere presso il pubblico la dignità che merita, e che possa in futuro consolidarsi per dare all’internet una stabilità ed una sostenibilità che, oggi, rischia di svanire.

Stay Angry

25 giugno 2017

Nel giro di 24 ore ho visto emergere la notizia relativa al disegno di legge promosso da Stefano Quintarelli in merito alla libertà di utilizzo dei dispositivi digitali e ho seguito le reazioni esacerbate sui social network. Ispirate da un articolo clickbait pubblicato sul sito del Corriere della Sera: “al bando l’iPhone in Italia”.

Non si capisce come la suddetta bozza legislativa sia stata sbandierata dai media come una mossa aggressiva ad esclusivo danno di Apple. Che certo non è l’unica azienda a commercializzare dispositivi elettronici – più o meno complessi e sofisticati – dotati di firmware. Stando alla mia sommaria (e certo poco tecnica) lettura, anzi, la prima implicazione della legge sarebbe in favore del diritto – sancito dalla Cassazione e mai realmente garantito né dalla legge né tantomeno dai fornitori di hardware – al rimborso della licenza Windows sui nuovi computer acquistati.

Meno ancora si capisce perché mai Apple dovrebbe abbandonare quello che è il terzo mercato al mondo per penetrazione degli smartphone semplicemente perché costretta a riconoscere e legittimare una pratica, quella del jailbreaking, diffusa fin da quando esiste il “melafonino”. Da ché l’iPhone è l’iPhone gli utenti intenzionati a modificare il software del proprio telefono l’hanno potuto tecnicamente fare, rinunciando però alla garanzia di Apple, cosiccome accade del resto per pressoché ogni altro dispositivo elettronico di qualsiasi altro fornitore, incluso ovviamente il rooting degli smartphone Android. La legge in discussione mira ad eliminare questi vincoli contrattuali, garantendo il sacrosanto diritto allo spippolamento senza necessariamente andare ad interessare coloro che si accontentano di usare il proprio device così come gli è stato venduto (e che adesso si lamentano, a sproposito, sui social). E se un qualche dirigente Apple – non è dato di sapere quale – fa la sparata, dichiarando che a fronte di questo intollerabile sopruso (…) non si potranno più vendere iPhone in Italia, ci sarebbe da chiedergli perché non abbiano già smesso di farlo quando, nel 2011, l’authority italiana per la concorrenza ha contestato il loro opinabile schema sulla durata della garanzia imponendogli una multa da 900 milioni e procurandogli grattacapi a cascata in tutta Europa. O perché non abbiano bloccato le importazioni nel Vecchio Continente davanti all’assurda pretesa (…) di pagare le tasse.

È inquietante constatare come un banale clickbait possa suscitare tali spropositate reazioni. E come più di un consumatore preferisca contestare l’introduzione di un nuovo diritto (di cui magari non vorrà godere mai, per propria scelta, ma che è pur sempre un diritto per tutti) pur di non dover affrontare la prospettiva (assurda, infondata ed inverosimile) di dover rinunciare ad uno specifico prodotto. Realizzato e distribuito da un soggetto già ben noto per non avere alcun rispetto per i propri consumatori e per la legge.

Un’Offerta che non si può Rifiutare

18 febbraio 2017

Anche quest’anno, data l’opportunità del FOSDEM e la presenza a Bruxelles di numerosi rappresentanti della community freesoftware europea, si è svolto il meeting promosso da FSFE e Open Forum Europe cui anche questa volta ho partecipato in vece di Italian Linux Society. Contrariamente alla prima edizione le presentazioni sono state molto più concise e ci si è concentrati maggiormente sui contenuti, il cui riassunto succinto può essere consultato nel breve post pubblicato sul sito di ILS.

Qui vorrei soffermarmi su un intervento in particolare, tenuto dal direttore dei sistemi informativi presso la Commissione Europea, che ha enumerato gli ostacoli più comuni che rallentano l’adozione di software libero ed opensource e le relative soluzioni. In estrema sintesi:

  • disponibilità di supporto professionale, da acquisire sul mercato
  • disponibilità di competenze specifiche, anch’essa reperibili sul mercato
  • il famigerato Total Cost of Ownership, che facilmente può essere computato a vantaggio del software opensource considerando il costo di transizione
  • disponibilità di funzionalità avanzate, che possono essere trovate nei prodotti più maturi
  • l’integrazione con altre soluzioni e piattaforme, che può essere implementata ad hoc rivolgendosi ai fornitori sul mercato
  • il coinvolgimento della community, che può essere ottenuto contribuendo attivamente alla community stessa
  • le complicazioni legali comportate dalle diverse licenze più o meno compatibili tra loro, che possono essere superate con un poco di attenzione e riducendo il numero di componenti software coinvolti
  • la sicurezza, tema già affrontato dall’iniziativa EU-FOSSA (che è stata più dettagliatamente presentata in un altro intervento nel corso del meeting)

Non servono grandi spiegazioni per notare come gran parte della strategia filo-opensource della Commissione Europea sia incentrata sulla disponibilità del mercato a fornire, implementare e supportare prodotti in tale categoria. Come lo è del resto quella di qualsiasi altra realtà più o meno pubblica. Ma all’esplicita domanda su come questa strategia stimoli concretamente l’effettivo utilizzo di software open, la risposta del dirigente è stata alquanto eloquente: “Il mercato è libero”.

Stringi stringi, si torna sempre al solito punto. Non importa quanto norme e linee guida siano aggressivamente schierate a favore del software libero, non importa quante delibere e mozioni vengano pubblicate per esprimere una preferenza politica, non importa quanto si protesti nei confronti delle proprie istituzioni affinché esse scelgano alcune soluzioni anziché altre: se non c’è nessuno in grado di fornirle e supportarle, e se non c’è nessuno che si fa avanti per aggiudicarsi bandi e appalti, queste non potranno mai essere adottate.

Forse siamo davvero arrivati al punto in cui dalle nostre istituzioni non possiamo chiedere più di quanto già sia stato predisposto e stabilito. Certo si può insistere sul fatto che ciò sia effettivamente rispettato – cosa tutt’altro che scontata: da che è stato introdotto il concetto di “valutazione comparativa” non ricordo di averne mai vista una neanche andandola a cercare col lanternino -, ma allo stato attuale non si può neppure biasimare troppo chi si trova a scegliere sempre il solito Windows, il solito Office o il solito Oracle: se, pur con tutta la buona volontà del mondo, solo quelli gli sono stati proposti in sede di bando, oggettivamente non ci si può aspettare altro.

Anziché pretendere che aumenti la domanda, sarebbe forse il caso di iniziare a stimolare anche l’offerta. Una offerta che non potrebbe essere rifiutata, dati i vincoli già abbondantemente introdotti. Ispirando e sostenendo l’imprenditorialità, potenziando la disponibilità di competenze tecniche, e tentando di costruire un circuito sostenibile per la produzione e la distribuzione di soluzioni libere.

Giustamente

27 novembre 2016

Nell’ultimo mese sono incappato due volte nel medesimo concetto applicato al mondo del software aperto, illustrato in contesti diversi ma incidentalmente espresso con il medesimo termine: “fair”, “giusto”.

La prima occorrenza l’ho trovata nella definizione della “Fair Source License”, una licenza software che, pur conservando alcuni elementi del freesoftware (l’accesso al codice sorgente), limita l’utente alla sua distribuzione: raggiunto un certo numero di copie, bisogna pagare una somma per quelle successive. La seconda in un articolo con cui uno sviluppatore (tra le altre cose autore di Birdie, popolare client desktop per Twitter) annuncia la fondazione della sua azienda, che, a suo dire, produrrà software opensource ma vincolerà in qualche modo (non è dato di capire esattamente come e quanto) al pagamento di una quota quanto più vicina al cosiddetto “Fair Value Price”, ovvero quello che viene considerato il prezzo più equo. In entrambi i casi, quel che viene implicitamente proposto è di ridimensionare le libertà degli utenti (in particolare la libertà 2, quella relativa alla ridistribuzione) in nome di principi universalmente riconosciuti come quello del giusto compenso. In entrambi i casi, quel che viene implicitamente proposto è di limitare artificialmente la naturale ed ovvia abbondanza del bene digitale per ristabilire rapporti vincolanti tra produttore e fruitore. In entrambi i casi, quel che viene implicitamente proposto è di tornare indietro di quarant’anni.

Dato per assunto il fatto che quello della sostenibilità è un problema ben noto ed anzi di crescente interesse all’interno della comunità freesoftware, mi disturba la piega degenerativa che sta prendendo. Ma chi davvero considera questo approccio di vendita al dettaglio “giusto”, evidentemente capisce poco sia di software che di mercato.

Che il prodotto sia libero, quasi libero o chiuso, quanto incide sul fatto di riuscire a raggiungere un pubblico, trovare dei clienti e convincerli a pagare? Nel marasma di applicazioni esistenti per ogni singola esigenza, qual è il motivo percui la propria dovrebbe essere quella preferita ed addirittura pagata da qualcuno? Quanti potenziali utenti vengono a priori allontanati da una etichetta con un prezzo, per quanto modesto, simbolico e a malapena sufficiente a risarcire gli sforzi profusi?

Nel film “The Wolf of Wall Street” ricorre un paio di volte una battuta: il protagonista (interpretato da un sempre ottimo Leonardo di Caprio) prende una penna e chiede ai suoi interlocutori di vendergliela. I primi provano ad ostentarne le proprietà funzionali ed estetiche, solo per essere interrotti dopo pochi secondi e dover passare al successivo pretendente. Finché uno non prende la penna, porge un pezzo di carta, e chiede all’esaminatore di scrivere il suo nome. A questo punto viene svelata la chiave del test improvvisato: per vendere qualcosa, bisogna creare un bisogno. E, col tempo, “creare un bisogno” è diventata la base concettuale di gran parte dei modelli di business legati al software (che, ricordiamolo, è per sua natura un prodotto infinitamente replicabile a costo zero, contrariamente alle mele o ai tavoli). Il lock-in tipico del software proprietario ne è l’esempio più lampante: inizialmente lo si adotta per assecondare una necessità immediata, dopo poco la necessità diventa poter continuare a consultare i dati ed i documenti con esso generati. Esempi meno lampanti, benché assai noti, sono i modelli indiretti comunemente legati al software gratuito e, per estensione, all’opensource: il prodotto è a disposizione di tutti, ci sono tantissime alternative che soddisfano alla stessa esigenza funzionale, l’utente sceglie quella che preferisce, ma è interesse dello sviluppatore far scegliere la propria in quanto sarà poi lui il primo riferimento per rispondere al bisogno di modifiche (pagate), training (pagato), assistenza (pagata), hosting (pagato), lungimirante azione proattiva (ovvero donazioni, ovvero pagamenti spontanei), oppure ancora per essere al centro di possibili ulteriori sviluppi monetizzabili: pubblicità, estensioni a pagamento – cfr. modello opencore o modello freemium -, raccolta e sfruttamento di dati, o semplicemente auto-promozione per altri prodotti o servizi commerciali.

Considerata la quantità di modelli alternativi già abbondantemente adottati e sperimentati con successo, davvero non ritengo che sottrarre libertà all’utente possa essere strumentale per una ipotetica “giustizia” a senso unico. Il modello opensource non è “ingiusto”; sei tu, caro sviluppatore improvvisatosi imprenditore, che dovresti mettere da parte la Lettera Aperta agli Hobbisti del 1976 ed imparare a vivere nel 2016.

Ricchi e Poveri

6 giugno 2016

Proseguo il discorso lasciato a metà nel precedente post, per commentare la seconda parte dell’articolo di Moglen. Benché molte delle considerazioni a seguire siano state precedentemente elaborate in occasione dell’ultima tappa torinese di Stallman, al termine della quale dal pubblico si è levata codesta domanda: “Se regalo il software che produce la mia azienda, come faccio a campare?”. Risposta: “In verità in verità ti dico, porgi l’altra guncia e ama il prossimo tuo come te stesso” (ok, non ha detto esattamente così, ma il senso era quello: la purezza etica e morale prima di tutto). Chiaramente una replica alquanto insoddisfacente e poco credibile. Eppure nel summenzionato post lo stesso Moglen, che pure solitamente si dimostra persona un tantino più ragionevole e pragmatica, solleva una questione analoga – lo scetticismo del mondo dell’impresa dinnanzi all’adozione di licenze software non solo libere ma pure copyleft – ma non sa dare alcuna risposta se non quella della lenta evangelizzazione alle Vie della Misericordia Digitale.

A fronte di quello che è l’aspetto più controverso, complesso e difficilmente digeribile esistente dell’intersezione tra opensource (il modello di sviluppo aperto, la cui più ovvia implicazione è che il software è accessibile gratuitamente) e freesoftware (più nello specifico della libertà 0, quella di permettere a chiunque di fare ogni cosa col frutto del proprio lavoro incluso venderlo ad altri), evidentemente nessuno sa dare non dico una risposta definitiva ma neppure un vago spunto. Laddove, a ben guardare, lo spunto non solo c’è ma se ne parla abbondantemente da 15 anni.

Da quando esiste il digitale, e da quando si è iniziato a produrre e vendere beni digitali, ci si è accorti che i modelli economici validi fino al giorno precedente non erano più applicabili. Per il semplice fatto che un bene digitale può essere facilmente e rapidamente riprodotto e distribuito a costo marginale zero, da chiunque e senza intermediari, e venendo a mancare un rapporto diretto tra venditore e compratore viene anche a mancare l’occasione per aggiungere un plusvalore che vada ad alimentare la produzione di nuovi beni e/o a generare profitti. Vengono meno le precondizioni per ragionare in termini di scarsità ed abbondanza, da sempre fattori elementari dell’economia (confido che tutti abbiano sentito parlare di “domanda” ed “offerta”, e del rapporto che le lega): il singolo bene digitale è sempre, per definizione, talmente abbondante da essere potenzialmente infinito. E dunque potenzialmente di nessun valore.

Date queste nuove condizioni di mercato, esistono due modi per fronteggiarle. O si ostacolano, o si assecondano. Nel primo caso, con meccanismi esotici che permettano di arginare in modo artificiale la riproducibilità del bene e dunque la sua innata abbondanza: DRM, chiavi hardware, controlli centralizzati. Nel secondo caso, “commoditizzando” il bene e spostando la propria fonte di profitti altrove.

Senza doverci inventare niente di astratto o teorico, per approfondire e chiarire questi assunti è sufficiente guardare all’industria musicale. Quella che in modo più evidente è stata trasformata dalla sua propria digitalizzazione (ed ancor più dalla digitalizzazione del mondo intorno). È noto a tutti come il P2P abbia di fatto cannibalizzato l’album acquistato in negozio, ma è altrettanto noto che – a dispetto dei puntuali piagnistei – ciò non ha impedito alla suddetta industria di continuare a generare profitti. Inventando nuovi metodi (la monetizzazione dei video online diffusi gratuitamente per mezzo della pubblicità, o i vari economici servizi di streaming su abbonamento tipo Spotify), o spremendo di più quelli esistenti (merchandise e concerti).

Dall’altra parte, l’industria del software che fa? Ben poco, essendo ancora in larga parte condizionata a ragionare in termini di scarsità dei beni: il prodotto venduto è la licenza, e l’erogazione delle licenze è artificialmente vincolata e controllata. Gran parte di coloro che producono software pensa in modo non molto diverso da chi produce mele. O almeno i produttori più piccoli. Quelli grandi, o quelli più astuti, sono già alla fase successiva. Spesso replicando i suddetti metodi già usati dalla controparte musicale: la pubblicità (che per l’occasione è stata portata anche al di fuori del web), lo streaming (o meglio, l’erogazione di servizi “cloud”), ed i sotto-prodotti accessori come la formazione.

Sembra paradossale che uno degli strumenti più profittevoli per il mercato musicale sia stato solo in parte sfruttato dal mercato software: la performance live. Ovviamente non mi riferisco al fatto di mettere cinque programmatori a codare su un palco tra le acclamazioni del pubblico, ma al corrispettivo software della personalizzazione e della soluzione su misura. Beni naturalmente “scarsi”, tanto quanto scarsi sono i programmatori con le competenze adeguate, e dunque di valore crescente al crescere della domanda. Questo approccio viene spesso adottato dai produttori più piccoli, che assecondano ogni richiesta dei dieci clienti persuasi ad adottare la loro piattaforma (solitamente di natura gestionale), ma difficilmente può scalare oltre. Almeno finché la piattaforma di riferimento è chiusa, ed il suo unico detentore deve continuamente struggersi tra il bisogno di trovare nuovi clienti a cui fatturare e la necessità di far parallelamente crescere la disponibilità di competenze da vendere.

Non voglio adesso spacciare modelli teorici come verità assolute, né tantomeno imporre Automattic, Acquia o Red Hat come prove definitive dell’indiscutibile validità di astrazioni accademiche. Resta il fatto che ci sono elementi concreti, materiali e scientifici per una riflessione sull’economia del software libero più ampia, e magari più suggestiva – per imprenditori ed investitori -, che non la sola ostentazione di valori morali. Quanto mi piacerebbe se gli intellettuali non si concentrassero solo sui cavilli legali, ma sapessero anche suggerire una risposta alla domanda più grande di tutte: “come faccio a campare?”.

Tengo Famiglia s.r.l.

21 gennaio 2016

La notizia del giorno, rimbalzata tutto il dì sui social network: Apple apre una “scuola di apps iOS” in Italia, la prima in Europa.

Gioia e tripudio a secchiate, petti gonfi di italico orgoglio, ed un via vai di condivisioni entusiastiche hanno accompagnato in ogni dove l’annuncio. Il quale è sempre stato riportato con un numero, preso dal comunicato stampa di Apple e ripetutamente sottolineato: “In Italia, oltre 75.000 posti di lavoro sono attribuibili all’App Store“. Del resto è esattamente l’opportunità di creare posti di lavoro, e dunque occupazione e benessere, la motivazione principale che spinge la politica ad attivarsi per questo tipo di collaborazioni (“Cose del genere non capitano per caso, il governo e la Presidenza del Consiglio le hanno cercate e coltivate per molto tempo“, cit) e a chiudere un occhio su 800 milioni di euro evasi (di cui però la metà son stati pagati, neh!).

Ma io rimango sempre un poco perplesso quando piovono tali roboanti annunci da parte di grosse aziende che “investono” nel nostro Paese. In primis perché ho oramai imparato che queste azioni non vengono mai del tutto gratis: vuoi con un abbondante sgravio fiscale, vuoi con una divisione del finanziamento tra soggetto privato e soggetto pubblico, vuoi con una consistente commessa statale che segue l’investimento, da qualche parte il patto viene sempre suggellato con i quattrini dell’ignaro contribuente. Ma è per il lavoro, quello su cui la nostra Repubblica è fondata, no? No: in secundis, la mia modestissima esperienza quotidiana mi fa fare altro genere di conti sul numero di posti abilitati “per merito” di qualcuno, e dunque sull’impatto effettivo che uno sforzo di tal fatta ha su occupazione e benessere della nazione.

Dei sopra citati 75000 che lavorano in virtù dell’App Store, non ne conosco nessuno. In compenso mi imbatto spesso in spazi di co-working popolati da bande di freelance, agenzie digital, giovani startuppari, liberi professionisti alla sbaraglio e liberi professionisti navigati. E la stragrande maggioranza di questi hanno una cosa in comune: in modo più o meno diretto lavorano in virtù di software libero e opensource. Cosa che, a conti fatti, non stupisce: basta una partita IVA e si è istantaneamente abilitati all’erogazione di servizi web, dal sito WordPress/Drupal/Joomla all’e-commerce Magento/Prestashop/ZenCart all’applicazione custom (e magari al backend che fornisce i dati ad una app mobile, che da sola serve fino ad un certo punto) in Python/Ruby/Javascript, il tutto pubblicato su un web server Apache/Nginx/Node, un database MySQL/PostGreSQL/Mongo e dozzine di altre diavolerie a corredo che girano su una macchina Linux. E che non costano un euro di licenza, e sono liberamente fruibili da chiunque abbia il tempo e la voglia di mettersi a smanettare, produrre e vendere. L’unica spesa da sostenere è il server su cui hostare i prodotti dei clienti, ma certo si può iniziare con una macchina da 10 euro al mese. E questo non da ieri mattina, ma da anni.

È difficile trovare delle stime sui numeri di professionisti ICT oggi all’opera, men che meno divisi per settore di riferimento o piattaforma d’adozione, ma confido di non spararla troppo grossa (ed anzi di assumere un atteggiamento conservativo) se affermo che i posti di lavoro oggi “attribuibili” – per dirla a la Apple – all’immediata disponibilità di tecnologie libere, aperte, personalizzabili e persino a costo zero si aggira intorno al mezzo milione.

Evidentemente io non sono un fine economista, né tantomeno un accorto politico, in quanto mi sfugge perché, numeri (calcolati a spanne ma comunque verosimili) alla mano, si preferisca assecondare una azione a sostegno di un mercato che sinora ha prodotto 75000 posti, monca (una volta che sai fare la app iOS, al cliente che gli dici? Di andare dai cinesi per il restante 78% di utenti?) ed a diretto beneficio dell’ecosistema di una azienda statunitense, anziché prestare un occhio di riguardo per un bacino di 500000 operatori la cui totalità del fatturato ha immediata ricaduta locale.

Ahimé, non sarò mai Ministro dello Sviluppo Economico.

Al Momento Giusto

6 novembre 2015

Qualche giorno fa è stato annunciato l’imminente taglio del 50% delle spese concesse alle pubbliche amministrazioni in campo informatico, tecnologico e ICT. E, naturalmente, si sono levati gli scudi. E si sono calati i veli.

Uno dei commenti più ricorrenti è stato ed è quello sul (presunto) contrasto tra questa misura ed i passati proclami governativi in merito alla digitalizzazione e all’innovazione della PA, in quanto naturalmente (?) se si spende meno, meno si ottiene. La questione mai realmente approfondita non è sul “quanto” si spende, ma sul “come”. È dal 2005 che esistono norme che sollecitano le amministrazioni a scambiarsi applicativi e soluzioni sviluppate ad-hoc, in modo da massimizzare la spesa sostenuta da un ente sugli altri (i quali presumibilmente hanno, tutti a parità di funzione, esigenze analoghe). Ed è da fine 2013 che l’Agenzia per l’Italia Digitale ha pubblicato i vincoli all’interno dei quali dovrebbe svolgersi le scelte sulle nuove soluzioni software da adottare, o su quelle da aggiornare e rinnovare, privilegiando – coerentemente con quanto evidenziato sopra – quelle che più facilmente possano essere riutilizzate e condivise, anche senza l’intervento del fornitore originale (tutti attributi facilmente riconducibili alle piattaforme rilasciate con licenze libere…). Peccato che ben raramente tali raccomandazioni, tutte rivolte alla razionalizzazione delle spese pubbliche in campo ICT, si sono viste attuate. Il fatto che ora tali spese vengano forzosamente limitate per decreto legge non dovrebbe essere letto come un improvviso e sorprendente gesto di riduzione delle risorse, ma l’attuazione coercitiva di politiche dettate da dieci anni.

Tali considerazioni, sia in un verso che nell’altro, sono però scontate. Meno scontata è la puntualissima azione mediatica che si sta svolgendo in queste ore sui social network.

Un “bug” in una applicazione sviluppata da Lombardia Informatica (grosso fornitore di soluzioni informatiche per le amministrazioni pubbliche lombarde, ed in particolare della Regione) ha permesso l’accesso indiscriminato alle informazioni sensibili di tutti i cittadini coinvolti nel sistema anagrafico in oggetto. Un fatto gravissimo. Una calamità. Una minaccia per la sicurezza delle persone. La cui responsabilità non può essere che una: il taglio delle risorse economiche da destinare all’informatica, e dunque ad un settore critico come la sicurezza. Pare buffo che un decreto legge che non è manco ancora stato approvato abbia già avuto delle ripercussioni negative. Peraltro, su un applicativo che è stato lanciato nel 2011. Forse, quando Marty e Doc sono arrivati la scorsa settimana nel 2015, l’iconica Delorean non è stata trafugata da Biff ma da un analista programmatore rimbambito che ha avuto la grande idea di tornare indietro e rimuovere l’autenticazione degli utenti dall’applicativo lombardo. O forse lo scandalo è stato fatto cascare sui media proprio nel momento giusto per agitare lo spauracchio della sicurezza dei dati personali e suscitare nella pubblica opinione una reazione contraria all’appena paventato taglio della spesa. Scegliete voi qual’è l’opzione più credibile.

Ad aiutarvi nella scelta c’è una persona: Marcello Barone. Ex-presidente della suddetta Lombardia Informatica, ora amministratore unico di SardegnaIT (stesso tipo di soggetto operativo nel campo dell’informatica per la PA, ovviamente in Regione Sardegna). Nel 2007 – ovvero quando i soldi più o meno c’erano, e noi europei non conoscevamo ancora l’esistenza della parola “subprime” – egli sosteneva che il problema della sicurezza informatica non fosse il finanziamento ma la “frammentazione”, ovvero il fatto che ci fossero troppi fornitori che tentavano malamente di integrare componenti diversi a discapito della solidità del sistema finale. Un mese fa, al momento giusto per fungere da esempio, è finito agli onori delle cronache locali (ma non di quelle nazionali, troppo occupate a fomentare terrore e raccapriccio presso i cittadini lombardi) per lo stipendio gonfiato e gli ambigui rimborsi spese da parte della società para-statale che amministra.

Società regionali in-house che disseminano ingenui errori di programmazione nelle applicazioni di pubblico interesse, amministratori che rastrellano quattrini dalle casse innaffiate di soldi statali, fornitori privati che non dialogano tra loro per la costruzione di sistemi stabili ed integrati, e normative volte alla razionalizzazione ignorate da un decennio. Forse questa idea del taglio trasversale della spesa non è del tutto campata per aria, ed anzi casca al momento giusto.

L’Alternativa Precoce

22 febbraio 2012

L’altro giorno e’ circolata sulle mailing list linuxare (o, almeno, su Annunci@ILS) una mail. Questa. E non nego di esserne stato colpito, sia per i contenuti che per i firmatari.

In breve, essa annuncia la costituzione della Rete Italiana dell’Open Source Professionale (questo dovrebbe essere il sito, al momento alquanto vuoto), nuovo ente regolamentato secondo i criteri di legge sulle “reti di imprese” che mira a potenziare e sfruttare al meglio la collaborazione tra aziende che sull’opensource fondano il proprio business model. Proposito ottimo, ma che non suona nuovo. Anzi, suona ancor meno nuovo a fronte del fatto che una iniziativa in tutto e per tutto analoga – se non per i dettagli tecnici – e’ stata formalizzata meno di tre mesi fa a Roma: l’Associazione Imprese Software Libero. Forse i promotori della Rete hanno annunciato la propria iniziativa senza essere a conoscenza di AISL, considerando anche la (purtroppo) scarsa visibilita’ di cui gode attualmente lo spin-off ufficioso dell’Associazione Software Libero? Non credo, considerando che tra i firmatari dell’appello c’e’ anche Flavia Marzano, che di AISL e’ vice-presidente.

Proprio a Flavia Marzano ho istantaneamente mandato una mail per avere qualche delucidazione, ed essa mi ha rimandato alla discussione tenutasi, con mio ulteriore stupore, proprio sulla mailing list di AISL (che si trova qui, benche’ non ne abbia trovato un link sul sito. Si noti che l’archivio non e’ pubblico, ma basta iscriversi ed attendere la – nel mio caso, estremamente celere – approvazione della propria richiesta). Qui ho trovato un thread di nove mail, iniziato sabato 18 febbraio, con sei partecipanti: il proponente, uno che ha appoggiato subito l’idea, due che chiedevano maggiori informazioni e due che si chiedevano l’utilita’ della ridondanza Rete/AISL. La decima mail e’ stata quella di annuncio (la medesima riportata, come detto, pubblicamente).

Le domande, a questo punto, sorgono spontaneamente ed in copiosa quantita’.

Per quale motivo creare un nuovo ente parallelo ad AISL? E, soprattutto, perche’ adesso? Quando poco tempo fa contattai AISL per avere qualche dritta in merito ai contenuti di BusinessMap.it (episodio qui narrato), emerse che la giovane realta’ associativa ancora non aveva avuto modo di raccogliere proseliti ed aderenti. Cosa piu’ che comprensibile, essendo nata due mesi prima ed oltretutto in prossimita’ delle festivita’ natalizie. Ma a fronte di tale temporaneo vuoto, qual’e’ il senso di avviare entro cosi’ breve tempo un’altra attivita’, forse diversa nei metodi formali ma identica negli scopi? Avrei potuto capire se AISL fosse nata due anni fa ed avesse fallito nei suoi intenti, e dunque qualcuno volesse ricominciare da zero implementando un diverso approccio, ma quale strategia viene attuata nel proporre adesso, gia’ in partenza, alle aziende del settore di entrare a far parte di due enti diversi e uguali anziche’ uno solo?

A fronte di tali constatazioni, appare particolarmente imbarazzante il paragrafo della mail di proclamazione che dice:

il brand di Rete e l’azione di “lobbing”*. L’organismo “Rete” promuove, con il suo brand, azioni di marketing a favore di tutte le sue aziende, permettendo loro di aumentare la propria visibilità tramite azioni che probabilmente sarebbero troppo onerose per la singola azienda (partecipazione ad eventi come ForumPA, SMAU, ecc…, presentazioni a PA, a grandi system integrator e ad associazioni di categoria come Confindustria, ANIA, ecc..). Inoltre il soggetto “Rete” è un interlocutore diretto con i livelli politico/amministrativi, nel rappresentare le esigenze, le proposte e le opportunità che provengono da una realtà economica diffusa, coesa ed attiva

Tutte queste cose non dovrebbero essere competenza di AISL? Non e’ per questi motivi che AISL e’ sorta? Se si: cosa spinge alcuni soci AISL (e la sua stessa vice-presidente) a promuovere una alternativa il giorno dopo aver aderito ad AISL? Spero che almeno parte delle risposte arrivino il 2 marzo, imminente data in cui e’ stato fissato il primo incontro della Rete (cui non posso partecipare neppure in videoconferenza per pregressi impegni di lavoro, ma di cui auspico sara’ pubblicata la registrazione audio/video).

Perche’ se da una parte posso essere lieto della proliferazione di iniziative e spunti, dall’altra non riesco a non essere perplesso dall’eccessiva abbondanza di progetti concorrenti, tantopiu’ in un settore delicato come quello dell’industria. Ottime le alternative; un po’ meno quelle precoci.

Il Tesoro della Mappa

20 gennaio 2012

Gia’ da tempo avevo nella mia sterminata ed infinita todolist il progetto qui di seguito descritto, ma solo ora si sono verificate le condizioni necessarie per almeno iniziare a metterlo in atto.

L’idea e’ nata – o meglio, e’ stata rinnovata in modo definitivo – partecipando ad una discussione in lista Discussioni@AsSoLi: realizzare un indice di aziende che forniscono assistenza e servizi su Linux e prodotti open. Detta cosi’ sembra una banalita’, ma ai fatti non lo e’. In parte per le finalita’: di quando in quando si sente qualcuno che lamenta il fatto di voler passare a soluzioni open ma di non riuscire a trovare qualcuno che gli dia assistenza professionale, in quanto la maggior parte degli operatori sono piccoli ed invisibili nella massa, ed il fatto di mettere a disposizione una mappa magari non esaustiva ma comunque indicativa potrebbe essere incentivante per qualche migrazione in piu’. In parte per l’implementazione: mettere insieme un catalogo non e’ si per se’ complicato, complicato e’ invece riuscire a mantenerlo coerente e consistente nel tempo onde evitare che faccia la fine della vecchia LugMap o di LinuxSi (bellissima iniziativa, lasciata a marcire).

In pieno stile Discussioni@AsSoLi la questione e’ morta nel momento in cui qualcuno ha detto “Bella idea! Chi lo fa?”. Ma a me e’ rimasta a ronzare nella testa, alimentata dell’esperienza appena accumulata con la pubblicazione della LugMap abusiva. Il caso ha voluto che di li’ a breve e’ stato votato come tema del Linux Day 2012 (di cui seguo l’organizzazione) proprio “Il Software Libero nella Piccola e Media Impresa”, pretesto ideale per darsi una mossa ed attuare il progetto in vista dell’evento ottobrino. Aggiungendo, tra le altre motivazioni, il fatto di permettere ai LUG nazionali di identificare rapidamente aziende pro-linuxare presso cui pescare relatori di qualita’ per i talk del 27 ottobre e, perche’ no?, magari pure qualche sponsor.

Qualche serata a rastrellare riferimenti online, in particolare sugli elenchi di professionisti gia’ esistenti (manco a dirlo: a loro volta elenchi per meta’ oramai invalidi e popolati di links defunti), qualche correzione al codice di LugMap.it, ed in breve BusinessMap.it e’ stato piazzato online.

Tutt’altro che ricco, tutt’altro che perfetto, ma c’e’.

Su suggerimento del buon Alessandro Rubini ho preso contatti con un paio di rappresentanti dell’Associazione Imprese Software Libero, spin-off dell’Associazione Software Libero di cui si e’ iniziato a parlare tanto tempo fa (n.b. articolo datato ottobre 2010) ma che solo recentemente e’ stato formalizzato, per vedere se gia’ avevano qualche contenuto da fornire. Ma non ne ho ottenuto nulla (essendosi messi insieme praticamente ieri, non hanno ancora coinvolto nessuno), se non l’inattesa informazione che il presidente dell’ente e’ nientemeno che l’ottimo Prof. Meo, personaggio assai noto nel giro linuxaro e di stanza qui a Torino: evidentemente quanto prima dovro’ passare a trovarlo per fargli presente il target del prossimo Linux Day, codesta nuova iniziativa “community-based”, e vedere se si riesce a mettere insieme qualcosa di simpatico.

Sicche’, una nuova mappa arricchisce la cartografia linuxara italiana. Anzicheno’ incompleta, ma di buone speranze. Spero si riveli utile per trovare la retta via.