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Uno Per Cento (2019)

3 gennaio 2020

Come oramai tradizione, anche quest’anno metto mano agli appunti raccolti e alle fatture emesse nel corso dell’anno per tirare le somme e destinare l’1% del mio fatturato 2019 ai progetti open source che maggiormente hanno avuto un ruolo nella mia attività professionale. Sia per riconoscere un valore economico alle componenti software che mi permettono di pagare l’affitto, le bollette e le spese, sia per contribuire alla loro salute ed al loro sviuppo (e garantirmi la possibilità di poter continuare a pagare, in futuro, i suddetti affitto, bollette e spese).

Nel 2019 è stato alzato il limite di fatturato per chi, come me, ha una partita IVA a regime agevolato. Pertanto sono riuscito a rastrellare un po’ di più rispetto agli anni passati, e conseguentemente il mio 1% è un tantino più ricco.

Let’s Encrypt (50 dollari) – https://letsencrypt.org/donate/ – Spesso lo dico: chi lavora sul web e non ha mai donato a Let’s Encrypt è, a prescindere, un ladro. Perché a tutti è certamente capitato di avere bisogno di un certificato SSL per attivare il protocollo HTTPS su un proprio dominio – vuoi per assecondare un cliente in crisi isterica perché il browser gli diceva che il suo sito non era “sicuro”, o vuoi per assecondare una qualche API che pretendeva di interfacciarsi solo via HTTPS – e certamente tutti, dovendo scegliere se pagare il pizzo alla mafia dei certificati a pagamento o se usare l’alternativa gratuita offerta da Let’s Encrypt, hanno optato per la seconda. Un contributo a questo progetto, che ha cambiato – forse irreversibilmente – l’intero mondo del web, è scontato.

Debian (50 dollari) – https://www.debian.org/donations – Confesso che da quest’anno ho iniziato ad usare un po’ meno la ben nota distribuzione Debian (vedi sotto, il paragrafo dedicato a Ubuntu), ma questa rimane la mia scelta di default per i numerosi server che amministro e che, grazie a questa attiva community, riesco a tenere aggiornati senza particolari sforzi.

Ubuntu (50 dollari) – https://ubuntu.com/download/desktop/thank-you – Nel 2019 ho acquistato un nuovo PC, un Dell XPS 13, scegliendone ovviamente uno con Linux preinstallato. Viene distribuito con Ubuntu 18.04, l’attuale versione LTS, ed ho preferito mantenerlo anziché rimpiazzarlo con la mia solita Debian, vuoi anche per vedere lo stato della distribuzione che abitualmente consiglio a chi si avvicina a Linux per la prima volta. Mi ci trovo abbastanza bene – del resto, è pur sempre una Debian “abbellita” – e dunque quest’anno qualche soldino lo riservo anche a loro.

Thunderbird (50 dollari) – https://donate.mozilla.org/en-US/thunderbird/ – A Thunderbird dono qualcosa tutti gli anni, ma questa volta – avendo un poco di fondi in più da allocare – ho optato per un passaggio di livello, da 25 a 50 dollari. Perché questa resta una delle applicazioni desktop che uso maggiormente, e senza sarebbe per me davvero molto complesso tenere ordine tra le mie svariate caselle di posta elettronica.

jQuery (25 dollari) – https://js.foundation/about/donate – Sono un tipo all’antica, e a dispetto dei framework più moderni – nonché delle più recenti evoluzioni di Javascript – torno sempre ad usare codesta classica e popolare libreria. Un giorno o l’altro passerò a Vue, ma neanche questo è stato l’anno buono.

OpenBSD (25 euro) – https://www.openbsdfoundation.org/donations.html – Quelli che supportano lo sviluppo di OpenSSH. Questo dovrebbe essere, già di per sé, motivo sufficiente per giustificare una donazione da parte di chi ogni giorno si trova a dover metter mano ad un server remoto su cui hosta applicazioni e strumenti.

Gnome (25 dollari) – https://secure.givelively.org/donate/gnome-foundation-inc/gnome-patent-troll-defense-fund – Tutti gli anni dono qualche quattrino a Gnome, il mio desktop enviroment d’elezione, e quest’anno ho anticipato il contributo partecipando alla raccolta fondi indetta per fronteggiare una bega legale in cui si sono trovati invischiati a causa di un patent troll.

DOMPDF (25 dollari) – https://github.com/dompdf/dompdf – Spesso capita che i clienti chiedano una qualche funzione per esportare documenti in PDF dalla loro applicazione, e nel 2019 ho adottato questa libreria PHP. Che, stando alla mia esperienza personale, ha un rendering HTML/PDF molto migliore rispetto alle altre soluzioni. 25 dollari ben spesi.

Inkscape (25 dollari) – https://inkscape.org/support-us/donate/ – Come sempre, il mio editor grafico di riferimento per realizzare loghi, piccoli elementi da aggiungere nelle pagine web, diagrammi, wireframes e altro.

Libreoffice (25 euro) – https://www.libreoffice.org/donate/ – Strumento di cui non si può fare a meno, sia per elaborare documenti CSV (anche molto voluminosi) che per preparare le slides delle lezioni.

RamBox (25 dollari) – https://rambox.app/donate.html – Una delle applicazioni desktop che uso maggiormente, complementare a Thunderbird in fatto di comunicazione.

Apache Foundation (25 dollari) – https://www.apache.org/foundation/contributing.html – Il webserver Apache è pur sempre il webserver Apache. Da supportare oggi più che mai, considerando i recenti problemi avuti da Nginx e la futura possibilità di dover tornare ad esso.

OpenStreetMap (25 euro) – https://donate.openstreetmap.org/ – A OpenStreetMap, il database pubblico di informazioni geografiche, contribuisco abbastanza regolarmente. Recentemente ho però anche usato tali informazioni per una applicazione destinata ad un cliente, pertanto è d’obbligo destinare una piccola parte del mio fatturato.

youtube-dl (25 dollari) – http://ytdl-org.github.io/youtube-dl/donations.html – Semplice utility che permette di scaricare i video pubblicati su YouTube. Mi è stata molto utile durante una massiccia migrazione di contenuti da YouTube a Vimeo; per colmo di sfortuna proprio quel giorno Google ha modificato qualcosa nel suo servizio di hosting video, rompendo l’applicazione, ma nel giro di poche ore gli sviluppatori hanno rilasciato una nuova versione funzionante.

DAVx5 (10 euro) – https://www.davx5.com/donate – Piccola app, disponibile su F-Droid, per sincronizzare il calendario dello smartphone con una sorgente CalDAV esterna. Ideale per tenere allineata l’agenda del telefono con la mia istanza NextCloud, e non perdersi gli appuntamenti occasionali.

Laravel DebugBar (2 dollari) – https://github.com/sponsors/barryvdh – Utilissimo ed imprescindibile strumento per chiunque sviluppi applicazioni PHP/Laravel. La donazione è molto modesta in quanto solo adesso ho scoperto la possibilità di “sponsorizzare” l’autore usando il nuovo GitHub Sponsor, dunque solo adesso ho attivato un versamento mensile da 2 dollari (ovvero: 2 * 12 = 24 dollari all’anno). Preferirei avere la possibilità di fare donazioni cumulative una-tantum ma mi accontento di questa modalità, anzi vorrei vederla più spesso usata (almeno questa) esistendo su GitHub una pletora di altre librerie e componenti che vorrei aggiungere a questo mio elenco annuale ma che non offrono alcuna possibilità per contribuire economicamente al progetto.

Oltre a queste donazioni sto attualmente valutando di aderire al nuovo programma di sponsorship di Italian Linux Society. La quota annuale è relativamente alta, per un freelance individuale come me, ma d’altro canto ho già constatato che la visibilità paga ed aiuta ad essere trovato e contattato da nuovi clienti dunque, anche questa, sarebbe una forma di investimento professionale (con il gradevole effetto collaterale di essere anche di aiuto e supporto alla crescita del movimento freesoftware in Italia).

Come ogni anno raccomando i miei colleghi sviluppatori – siano essi freelance, soci di piccole e medie società, o amministratori delegati di aziende – a destinare anche loro l’1% del proprio fatturato al sostegno dei progetti open source che usano più o meno regolarmente nel corso dell’anno per la propria attività professionale.

Il Cugino di Adam Smith

26 dicembre 2019

In Europa non esistono grandi aziende legate alla tecnologia. A parte magari Siemens, che non è esattamente il primo nome che salta alla mente quando si parla di “tecnologia”, o la tedesca SAP, la quale – per dare una proporzione rispetto alla realtà statunitense – era candidata per una acquisizione da parte di Microsoft qualche anno fa (salvo poi ingrandirsi e di Microsoft diventare partner). Le varie Google, Apple e affini hanno tutte sede negli USA. Questo per vari motivi – sociali, economici, legali, politici, fiscali, storici – ed è un trend che può essere riscontrato, più generalmente, nell’elenco delle aziende più grandi del mondo, ove i Paesi europei appaiono sporadicamente. Il tessuto economico europeo (e ancor più quello italiano) è caratterizzato da innumerevoli aziende di piccole e medie dimensioni che tra loro si complementano, qualche volta si sovrappongono, qualche volta collaborano, ma ciascuna delle quali opera in modo autonomo nel suo ambito specifico.

Eppure questa realtà dei fatti, per quanto oggettivamente inconfutabile, non è mai stata sinora percepita come un fattore determinante nell’azione politica. E – per qualche motivo, soprattutto in ambito tecnologico – si è spesso inseguito il modello americano del “grande, grosso, e che genera tanti posti di lavoro”. Modello evidentemente inapplicabile, non esistendo nessun riscontro reale e concreto da additare come esempio ben riuscito. Le diverse iniziative economiche rivolte a ricerca e sviluppo in ambito tecnologico – leve fiscali, finanziamenti agevolati o a fondo perduto, bandi – sono sempre state congeniate su base individuale, destinate alla singola azienda, senza badare al fatto che – come dicevamo sopra – la singola azienda che agisce sul campo europeo ha sempre un limitato impatto, e limitato sarà dunque l’impatto (occupazionale, produttivo, fiscale) del finanziamento pubblico ricevuto.

Se viene sostenuto l’acquisto di un nuovo macchinario industriale per una azienda, può esser fatto solo per quella e l’investimento non può avere nessun altro beneficiario (oltre a chi produce e vende il macchinario, ovviamente). Viceversa il software è riproducibile all’infinito e a costo zero: alimentata la spesa della sua implementazione ne possono beneficiare tutti, a cascata, sia coloro che lo usano che coloro che su di esso vendono servizi di integrazione, personalizzazione e formazione. Questa differenza essenziale tra beni fisici e beni digitali, per quanto scontata, viene troppo spesso ignorata da chiunque, tale percui ne ho tratto un talk all’ultimo EndSummerCamp e per aver detto tale banalità in pubblico ho persino ricevuto dei complimenti. Ciò detto, l’intero piano Impresa 4.0 del Ministero per lo Sviluppo Economico, nell’allocare milioni di euro in sgravi ed incentivi fiscali atti ad accelerare la digitalizzazione industriale, pone strumentazioni tecnologiche e software sullo stesso identico piano, conducendo implicitamente a due risultati: il massiccio acquisto di licenze per soluzioni che magari contribuiscono sì alla digitalizzazione ma che hanno un ritorno molto moderato se non nullo sulla crescita della produzione software nazionale (Microsoft, che notoriamente non ha manco uno sviluppatore in Italia né ci paga le tasse, a marzo 2019 definiva il nostro “tra i Paesi più promettenti in Europa” nell’annunciare l’eccezionale crescita delle vendite di Dynamics), oppure il finanziamento per la creazione di nuove soluzioni, molto verticali, molto personalizzate e molto proprietarie, costruite da zero, replicate ancora e ancora, che vanificano tutti i progressi condotti (e altrettanto finanziati) precedentemente, e di cui gode solo l’azienda che ha ricevuto l’agevolazione prevista.

Qua e là in Europa si inizia a prendere atto di queste dinamiche basilari, e si inizia ad occhieggiare il modello open source come naturale strumento per affermare la produzione nel Vecchio Continente pur assecondandone la sua ineluttabile frammentazione. Il pretesto politico è quello della “sovranità digitale”, della tutela dei dati dei cittadini e dell’emancipazione tecnologica; la volontà reale è quella di smettere di essere i passivi clienti globali delle tecnologie altrui – statunitensi e cinesi in primis – ed alimentare una offerta interna di innovazione e tecnologia che possa in qualche modo riequilibrare lo squilibrio imposto dalla progressiva delocalizzazione della manifattura e della produzione industriale.

Il governo tedesco non si è fatto troppi problemi nel destinare ad una propria azienda locale – NextCloud, uno dei leader europei in fatto di open source – un grosso appalto per la propria piattaforma interna di condivisione di documenti ed informazioni. Alla faccia di Google Drive, e con gaudio di tutti i fornitori terzi di NextCloud (ufficiali e non) che possono beneficiare degli sviluppi finanziati da tale operazione. Più recentemente il CDU (il partito di Angela Merkel, per intendersi) ha introdotto l’open source tra le sue linee programmatiche. La Francia non solo ha adottato la medesima piattaforma NextCloud per il Ministero dell’Interno, non solo ha condotto una operazione simile con il suo sistema di messaggistica interna (basato sul protocollo aperto Matrix, ed implementata dall’azienda franco-inglese New Vector), ma fa anche pubblicare il codice delle soluzioni software realizzate dalle startup finanziate con fondi statali. Presso la Commissione Europea si è recentemente tenuto un incontro per discutere dell’impatto dell’open source sull’economia locale, e farne emergere le opportunità.

La dimostrazione che tutte queste azioni, di origine governativa, hanno un riscontro più ampio? A ottobre Microsoft Germania si è scomodata per indire una conferenza per “spiegare” – a modo suo – la sovranità digitale, la quale evidentemente è percepita come una minaccia per gli affari del colosso statunitense e va in qualche modo arginata e contenuta.

Sull’approccio italiano a questi temi non mi esprimo: qui si trova una revisione edulcorata e politically-correct dell’ultimo Piano Nazionale Innovazione presentato dal Ministero per l’Innovazione, in cui – manco a dirlo – il software libero e open source non viene citato manco per errore. Non resta che sperare, oggi, nel traino degli altri Paesi europei, presso cui poco alla volta sembra crescere una consapevolezza politica un tantino più ampia e solida.

Domanda e offerta, surplus, materie prime, suddivisione del lavoro: le basi del sistema economico descritto da Adam Smith non trovano riscontro nel mondo digitale. E finché non comprende questa ovvietà difficilmente la politica nostrana potrà parlare di “innovazione”.

Il Furto

9 febbraio 2019

Leggendo l’ennesimo articolo su “Il caso MongoDB”, mi sento di sollevare una mia umile considerazione su quello che in questo momento è il dibattito più acceso nel mondo opensource.

Per riassumere gli avvenimenti: alcune aziende che sviluppano componenti liberi hanno cambiato le licenze con cui distribuiscono i propri prodotti, a fronte del fatto che altri (nella fattispecie: Amazon) hanno preso ad erogare servizi cloud basati su di essi assimilando gran parte di quello che avrebbe potuto essere il loro bacino di clienti. Solitamente nei numerosi articoli che possono essere trovati online a tal riguardo vengono citate MongoDB, RedisLab e Confluent, benché le ultime due abbiano banalmente reagito adottando licenze non libere (la prima vieta la vendita del software, la seconda vieta la pubblicazione di servizi in competizione con quelli offerti Confluent stessa, in ambo i casi la libertà 0 viene violata) e risultano di assai scarso interesse dialettico mentre la prima ha curiosamente proposto una licenza talmente tanto virale da risultare inutilizzabile (alla faccia di chi si lamentava della GPL…).

Da tutto questo è esplosa (nuovamente) la discussione sulla sostenibilità del software libero, e più nello specifico sulla mancanza di meccanismi che garantiscano all’autore del software un ritorno economico esclusivo. La tesi storica, quella da sempre sostenuta dai più scettici nei confronti del modello opensource e oggi evidentemente ritornata in auge, è sempre la stessa: “Se può essere venduto da altri, io cosa vendo?”.

Ahimé, tali scettici – vecchi e nuovi che siano – peccano sempre di arroganza e presunzione dimenticando un fatto scientifico ed inconfutabile: tutto il software può essere reimplementato da qualcun altro. Tant’è che, poco tempo dopo il cambio di rotta di MongoDB, Amazon ha annunciato la sua propria alternativa sviluppata in-house (in fase di lavorazione già da due anni, dicono), lasciando la modesta azienda nella duplice scomoda situazione di non aver ricevuto il riconoscimento economico che stava espressamente cercando di ottenere dalla multinazionale statunitense e di essersi giocata la reputazione nei confronti della community opensource.

Ma forse questa limitazione, questo rischio di plagio e di circonvenzione del proprio presunto diritto esclusivo, riguarda solo il software rilasciato con licenza libera? Non mi pare proprio. Spesso le nuove funzioni lanciate da Google devastano mercati in cui sono attive dozzine di startup, per il solo fatto che Google gode di una visibilità immensamente maggiore e può nel giro di una notte assorbire il traffico di chiunque altro. Il fatto che il codice di Snapchat – social network estremamente popolare tra i giovani – sia chiuso e proprietario non ha impedito a Facebook di copiare ed integrare all’interno dei suoi propri prodotti buona parte delle sue funzionalità più interessanti, di fatto usando il “piccolo” concorrente come laboratorio di ricerca e sviluppo gratuito. Più in generale, è ben noto da tempo come un pugno di colossi agiscano per intercettare i prodotti più promettenti ed amati da acquisire (quando va bene) o copiare (quando va male) ed aggiungere al proprio arsenale.

Data codesta realtà, è lecito chiedersi se il problema della competitività sia davvero da cercare nell’adozione delle licenze libere e del modello di sviluppo opensource oppure nel fatto di non poter oggettivamente nulla contro lo strapotere – tecnologico, economico e mediatico – dei GAFAM. Chiunque venga messo nel mirino di questi ultimi, a prescindere che si tratti di una azienda che produce software libero o proprietario, o che raccoglie e organizza informazioni, o che fornisce servizi di qualsiasi tipo e genere, non può far altro che soccombere. E mentre la community opensource si interroga per l’ennesima volta se il modello di sviluppo condiviso sia economicamente sostenibile o meno, il resto del mondo imprenditoriale – prendendo atto dello stato delle cose – si mobilita al contrario adottando modelli condivisi per tutto: software rilasciato con licenza libera per condividere costi e oneri, blockchain per distribuire i dati, decentralizzazione delle istanze per spalmare le risorse.

No, il problema non è l’opensource. Che, semmai, è uno strumento per far fronte comune contro soggetti altrimenti invincibili ed impareggiabili che travolgono qualsiasi cosa gli si pari dinnanzi. Il problema resta sempre quello del business model, che è il grattacapo principale di qualsivoglia attività economica.

Uno Per Cento (2018)

16 dicembre 2018

Termina un altro anno, ed è di nuovo tempo di fare i conti con l’1% del mio fatturato da destinare a progetti liberi ed opensource che in modo più o meno diretto hanno contribuito alla generazione del fatturato stesso (e, pertanto, al pagamento dell’affitto di casa, delle bollette, delle birre, e di qualsiasi altra mia spesa). Rispetto allo scorso anno ho incluso alcuni soggetti maggiori che colpevolmente non ho preso in considerazione appunto 12 mesi fa, ed è aumentato il numero di progetti minori cui destinare almeno una piccola somma (mi sono fatto furbo ed ho tenuto aggiornato l’elenco di librerie e componenti che man mano adottavo per questo o quest’altro lavoro), dunque la distribuzione è un tantino cambiata ma non cambia l’intento: finanziare le opere da cui io personalmente traggo pressoché tutto il mio profitto, non per generosità o filantropia ma per poter continuare in futuro a costruire su di essi il mio proprio benessere.

 

Let’s Encrypt (50 dollari) – https://letsencrypt.org/donate/ – Tutti coloro che lavorano con il web lo conoscono, tutti lo usano, e tutti sono consapevoli del fatto che Let’s Encrypt – progetto che eroga gratuitamente e semplicemente certificati SSL per il web – li ha liberati dalla mafia dei vecchi e costosissimi fornitori. Considerando la quantità di clienti resi felici dal famigerato lucchetto verde che identifica le connessioni “sicure e protette” in HTTPS, nonché ovviamente l’impatto che questa iniziativa ha avuto e continua ad avere sul sempre acceso fronte della privacy online, 50 dollari sono davvero il minimo.

Debian (50 dollari) – https://www.debian.org/donations – Da sempre la mia distribuzione di riferimento, sui server tanto quanto sul PC con cui quotidianamente lavoro. Con poco sforzo ho sempre le macchine aggiornate e posso installare nuovi componenti, tutto grazie al lavoro costante di questa storica community: senza di loro, il mestiere di DevOps sarebbe indubbiamente più difficile e faticoso.

MariaDB (50 euro) – https://mariadb.org/donate/ – Pressoché ogni mio lavoro prevede l’utilizzo di un database, e pressoché sempre tale database è MariaDB, diventato oramai il rimpiazzo “ufficiale” di MySQL. Questo, insieme a PHP, è uno strumento per me imprescindibile ed inevitabile per qualsiasi progetto di sviluppo su commissione, e pertanto un candidato non ignorabile per la ridistribuzione del mio 1%.

jQuery (25 dollari) – https://js.foundation/about/donate – Alla faccia dei sempre più gettonati (e cervellotici) React e Angular io continuo a restare fedele a jQuery, che semplifica enormemente l’implementazione di funzioni per la manipolazione client-side delle pagine web. Prima o poi mi adeguerò anche io a ES6, ma fino a quel giorno sono ben lieto di destinare qualche soldo al mantenimento della mia libreria Javascript preferita.

OpenBSD (25 euro) – https://www.openbsd.org/donations.html – Pur non essendo io un utente BSD ogni giorno mi trovo ad usare strumenti sviluppati e mantenuti da questa community. In primis l’indispensabile SSH.

Thunderbird (25 euro) – https://donate.mozilla.org/en-US/thunderbird/ – La mail resta sempre, nel bene e nel male, il canale preferenziale con cui scambiare documentazione e segnalazioni con i clienti. Ed un buon client risulta vitale per riuscire a recuperare quel che serve quando serve, nel marasma di messaggi che si accumulano giorno dopo giorno. Thunderbird è forse l’applicazione desktop che uso maggiormente, dopo il browser e l’editor per il codice.

Gnome (10 euro) – https://www.gnome.org/support-gnome/donate/ – Il mio ambiente desktop. Ogni volta che mi trovo ad usare qualcosa di diverso mi trovo spaesato, ed ogni operazione (in particolare: la ricerca e l’apertura delle applicazioni) mi sembra più lenta e macchinosa. A modo suo, anche questo è uno strumento per la produttività.

Apache Foundation (10 euro) – https://www.apache.org/foundation/contributing.html – Benché in produzione abbia adottato quasi esclusivamente Nginx, il web server Apache resta un componente inevitabile per chiunque lavori sul web.

LibreOffice (10 euro) – https://www.libreoffice.org/donate/ – Al di là della redazione e consultazione di documenti, aprire il template che uso per generare le fatture in Writer è sempre motivo di gran soddisfazione.

Inkscape (10 dollari) – https://inkscape.org/en/support-us/donate/ – Lo uso sia per comporre piccole opere grafiche (banner, loghi, icone…) che per consultare i files SVG che mi arrivano dai colleghi designers (i quali oramai hanno capito di non mandarmeli nel formato PSD di Photoshop).

Rambox (10 dollari) – https://rambox.pro/#donate – Utility che aggrega diversi canali di comunicazione (Telegram, Whatsapp, Messenger…) in un’unica applicazione: assai utile per non perdere la testa tra segnalazioni e messaggi – di natura sia professionale che personale – che ogni giorno piovono da ogni parte. Oramai diventata una presenza fissa sul mio desktop.

OpenPGP.js (5 euro) – https://openpgpjs.org/ – Piccola libreria Javascript che permette cifratura e firma di contenuti direttamente nel browser. Usata con successo per un piccolo lavoro, meriterebbe forse di essere maggiormente sfruttata per implementare funzioni crittografiche client-side.

Summernote (5 dollari) – https://summernote.org/ – Editor di testo WYSIWYG da includere nelle proprie applicazioni web, alternativo ai più noti TinyMCE e CKEditor. Rapido ed indolore, consigliato nei casi in cui il cliente chiede una funzione di editing avanzato di testo ma ce la si vuole sbrigare senza troppe complicazioni.

Semantic UI (5 dollari) – https://semantic-ui.com/ – Completo framework CSS alternativo al più popolare Bootstrap. L’ho usato per un paio di lavori, e benché non sempre perfetto meriterebbe una maggiore diffusione ed adozione.

Weblate (5 euro) – https://weblate.org/en/donate/ – Piattaforma per le traduzioni online. Uso con gran soddisfazione la versione “hosted” (riservata a progetti opensource) per le traduzioni del mio GASdotto.

Fullcalendar (5 dollari) – https://fullcalendar.io/donate – Libreria Javascript per implementare calendari nelle proprie applicazioni web, e visualizzare in modo più o meno interattivo date ed appuntamenti.

 

Per ciascun versamento, laddove possibile, ho lasciato come commento un link alla pagina web che spiega l’iniziativa 1% di Italian Linux Society (nella versione inglese), con l’auspicio che l’idea di fondo possa essere raccolta ed in qualche modo rilanciata per l’interesse stesso dei progetti che sono stati in questo caso coinvolti.

Come sempre invito i miei colleghi, coloro che ogni giorno lavorano con soluzioni opensource e più o meno consapevolmente ne traggono diretto giovamento soprattutto in termini economici, a destinare parte del proprio fatturato – grande o piccolo che sia – alle applicazioni ed ai componenti software che usano per la propria attività professionale.

Unfollow the Money

4 novembre 2018

Ieri sono incappato in codesto blog post che riassume il concetto di “zebra”, un idealistico modello imprenditoriale alternativo e dichiaratamente opposto al più comune – ma altrettanto idealizzato, benché con una accezione molto diversa – modello degli “unicorni” (come vengono chiamate nella Silicon Valley le startup che raggiungono il miliardo di dollari di valore). Tra le buone pratiche raccomandate per le aspiranti startup “zebra” c’è quella della condivisione della conoscenza e l’adozione di licenze libere e aperte per il software prodotto, affinché il ruolo della novella attività produttiva non sia quello di accentratore e monopolizzatore ma di tassello che contribuisce alla crescita collettiva della società.

Questo mi ha fatto tornare in mente un ragionamento sviluppato in sede di Campus Party con un giovanotto che lavorava per conto di un fondo di venture capital, ovvero una pseudo-società che investe capitali per acquisire porzioni di nascenti aziende con la speranza che queste crescano, si arricchiscano, e generino profitti da cui attingere. Il ragionamento era molto semplice: alla luce del fatto che nove startup su dieci falliscono molto prima di iniziare a diventare profittevoli, è vivo interesse dell’investitore fare in modo che quanto prodotto sia pubblicato fin da subito come software opensource, affinché anche in caso di chiusura del progetto – eventualità statisticamente molto probabile, appunto – l’investimento erogato non venga perso completamente ma almeno la tecnologia sviluppata (e sovvenzionata) possa essere recuperata ed utilizzata da qualcun altro – vuoi da un’altra startup, magari meglio gestita ed amministrata, o vuoi da un soggetto già consolidato che vuole espandere il suo mercato di interesse.

Tutto ciò che rientra nelle categorie “shared economy” e “social networks”, nonché buona parte di quanto identificabile come “fintech”, ha il suo proprio valore nel volume di utenti, e pertanto di dati e relazioni, che riesce ad intercettare, usando tecnologie già esistenti e – nella migliore delle ipotesi – adottando, adattando e domando quelle più raffinate e sofisticate (dal machine learning alle progressive web apps). Oggettivamente, non c’è nulla che valga la pena di tener nascosto.

Ma anche laddove l’apporto tecnologico sia maggiore – cosa che coincide quasi sempre col fatto che la stessa tecnologia sviluppata sia il prodotto vero e proprio proposto dalla nuova azienda – il fattore opensource non può essere ignorato. Sia da chi su tale prodotto costruisce il proprio modello di business (ricordiamo ancora una volta: il software è un bene riproducibile all’infinito a costo zero, venderlo come le mele – un tot al chilo, o un tot a licenza – alla lunga non può funzionare) sia da chi ci mette i quattrini per farlo sviluppare e rischia di veder totalmente svanire ogni frutto del proprio investimento per i mille e più ben noti motivi percui una iniziativa imprenditoriale può fallire a prescindere dalla bontà della sua offerta (cattiva amministrazione, scarsa comunicazione, pessima commercializzazione, e chi più ne ha più ne metta). La creazione del prodotto è solo una parte del successo di una impresa: una volta creato esso va anche venduto e monetizzato, ed i modelli commerciali relativi all’opensource certo non mancano.

Pertanto: no, l’adozione di licenze libere e aperte non è questione di etica, morale, collettività e zebre. Ma di opportunità, lungimiranza e scaltrezza commerciale. “Follow the money”, non “follow the stereotype”.

Uno Per Cento

23 dicembre 2017

All’inizio dell’anno ho pubblicato su Linux.it un appello rivolto ai tanti che, in modo più o meno diretto e più o meno consapevole, lavorano con strumenti e piattaforme libere e opensource, affinché destinassero una piccola parte del proprio fatturato (idealmente l’1%, da cui il nome dell’appello stesso) al sostegno di quegli stessi strumenti. Non per filantropia o generosità, ma per esclusivo interesse personale, bieco opportunismo e spietata avidità: fintantoché tali strumenti – gratuiti, eppure spesso assai più sofisticati e malleabili delle controparti commerciali – esistono e vengono sviluppati, si può continuare a sfruttarli con ampi margini di profitto.

Non so quanto tale appello sia stato colto e recepito, ma so che il suddetto appello si rivolge anche a me – libero professionista di cui pressoché tutti i guadagni derivano dall’utilizzo di componenti opensource – dunque, giunta la fine dell’anno ed emesse le ultime fatture, è giunta anche l’ora di versare il mio obolo.

 

Laravel (86 dollari) – il framework PHP Laravel è in assoluto il mio principale strumento di lavoro. Con esso produco facilmente e rapidamente applicazioni web, e più recentemente mi è capitato di tenere corsi (ovviamente retribuiti). Non esiste un canale per donare a questo progetto, essendo verosimilmente sostenuto da entità commerciali ben più facoltose di me, ma sentendomi in dovere di contribuire a questo ecosistema ho pagato una sottoscrizione annuale a Laracast, portale di video tutorial e supporto; dubito che ne fruirò mai, ma chissà che in qualche modo non torni a sua volta utile. Nota fiscale: il servizio eroga una fattura che può essere personalizzata coi propri parametri amministrativi, e dunque data al commercialista per farla figurare come spesa.

jQuery (50 dollari) – alla faccia di tutti i vari ed astrusi framework Javascript esistenti io rimango fedele al buon vecchio jQuery. Che ha molteplici difetti, ma il grosso pregio di essere facile ed immediato. L’ideale per implementare velocemente piccole interazioni ed animazioni che fanno contento il cliente pagante. L’entità che sostiene jQuery è la Javascript Foundation, che principalmente fa divulgazione e promozione per una serie di componenti (non solo jQuery).

Debian (50 dollari)Debian è e resta la mia distribuzione Linux di preferenza, tanto sul PC con cui lavoro che sui server su cui hosto le mie applicazioni. Da svariati anni non mi capitano più grattacapi a seguito di un upgrade, e posso dunque permettermi di mantenere le macchine sempre aggiornate – e dunque sicure – senza perdere troppo tempo. Per le donazioni si può far riferimento a questa pagina, io ho scelto il metodo semplice (Software in the Public Interest) ma penso che appoggiandosi alle entità tedesche o francesi si può ottenere una ricevuta detraibile dalle tasse.

Gnome (25 euro) – non un vero e proprio strumento di lavoro, ma comunque l’ambiente che mi permette di organizzare tutto il resto. E gestire comodamente le tante applicazioni tra cui mi trovo a saltare durante le mie giornate produttive. Qui la pagina per le donazioni.

Thunderbird (25 euro) – volenti o nolenti, mandare e ricevere mail è parte integrante del mio mestiere. E Thunderbird, pur coi suoi problemi, resta una delle poche soluzioni valide per gestire molteplici accounts di posta e ripescare rapidamente messaggi ed allegati mandati alla rinfusa dai clienti pasticcioni. Qui la pagina per le donazioni.

LibreOffice (25 euro) – ci faccio le fatture, i preventivi, le slide per i corsi: nonostante la mia principale occupazione sia quella di programmatore, qualche documento capita sempre di doverlo produrre. Qui la pagina per le donazioni.

Inkscape (10 dollari) – una piccola eccezione in questa lista: Inkscape non l’ho mai usato per lavoro, bensì per i piccoli task grafici che accompagnano le attività di volontariato (banners, loghi, pagine web…). Motivo percui ricade in una categoria inferiore di donazione, ma comunque anche questi pochi soldi se li merita. Qui la pagina per le donazioni.

Agent (10 euro)Agent è un modulo Laravel per distinguere, server-side, i client desktop, mobile e tablet, ed essere dunque in grado di fornire il template giusto. Utilizzato con profitto in un grosso lavoro.

Laravel Gettext (10 dollari)Laravel-Gettext è un altro modulo Laravel, utile per bypassare il formato nativo usato per le traduzioni (poco compatibile col resto del mondo) ed adoperare al suo posto il formato Gettext (ben più fruibile ed integrabile). Una nota a margine: di moduli Laravel ne uso in gran quantità, e a tutti avrei voluto fare una piccola donazione, ma reperire informazioni a tal proposito è talvolta complicato; per questo, nella fattispecie, sono dovuto andare ad esplorare il profilo GitHub dell’autore, dunque il suo sito personale, ed arrivare dunque ad un link Paypal.

 

Grazie a tutti coloro che producono e distribuiscono software libero e open. In virtù del loro contributo posso permettermi di svolgere lavori molto più grandi di quel che da solo potrei mai permettermi, fatturarli, e tenere per me tutto il profitto. Ridistribuire solo l’1% è, oggettivamente, un affarone.

In chiusura segnalo che ho creato il mio profilo Patreon, piattaforma che permette di erogare donazioni periodiche nel tempo. Principalmente per sostenere il progetto GASdotto, attualmente la mia maggiore opera non commissionata e non retribuita da nessun cliente specifico, benché nei report mensili riporti anche altre attività di sviluppo opensource che mi trovo a condurre (vuoi per esigenze personali – e verosimilmente condivise con altri – o vuoi come spin-off di lavori propriamente detti).

Sostenibilità Sostenibile

31 ottobre 2017

Non serve essere esperti di economia per constatare che la pubblicità è il modello di business predominante su internet: soggetti come Google e Facebook ci hanno costruito imperi multimilionari, tanto da comparire tra le aziende più profittevoli del mondo pur non “vendendo” – nel senso classico del termine – nulla o quasi, ma anche tantissimi altri sono i servizi – in particolare, quelli di informazione – che quotidianamente utilizziamo senza dover pagare un centesimo essendo il servizio stesso, e tutto il lavoro che ci sta dietro, pagato con più o meno consapevoli visualizzazioni dei banner nelle pagine web che consultiamo. Ma neppure serve essere complottisti incalliti per conoscere i retroscena di ciò: il profitto della pubblicità aumenta nel momento in cui essa è mirata e personalizzata, e ciò implica scegliere cosa proporre, quando, e a chi, ma per sapere queste cose occorre costantemente profilare gli utenti, intercettarne i gusti e le esigenze, virtualmente seguirli tra una pagina e l’altra, e sapere in ogni momento quale annuncio potrà essere più facilmente ritenuto interessante e dunque cliccato (e profumatamente pagato dall’inserzionista). Senza contare i danni collaterali di tali dinamiche di cui forse il più noto è il fenomeno dei siti di fake news, portali che ogni giorno sfornano notizie assolutamente prive di fondamento costruite al solo scopo di “indignare” il lettore, spingerlo a condividere viralmente il link sui social network, e attirare artificiosamente occhi a guardare i banner delle proprie pagine web (con tutto quel che poi ne deriva…). Del resto è noto che tale meccanismo, spesso basato su metriche assolutamente arbitrarie tipo appunto le “visualizzazioni”, sia abbondantemente abusato e taroccato, al punto che non esiste nessuna diretta correlazione, neppure vaga, tra quanto viene speso per la pubblicità ed il beneficio che se ne trae, fattore che sta progressivamente facendo perdere la fiducia degli investitori. E a tutto questo, infine, si sommano la reazione spontanea degli utenti, che hanno iniziato ad adottare massicciamente soluzioni di adblocking per troncare le inserzioni nelle pagine (vuoi per tutela della privacy, vuoi per esasperazione), le ovvie limitazioni delle piattaforme mobili (schermi piccoli = meno spazio per piazzare gli annunci), e i giochi di potere di chi gode di una posizione di vantaggio nel settore digitale, che in un prossimo futuro potrebbero rompere equilibri già precari a tutto vantaggio dei soliti noti.

Morale: la pubblicità sarà il modello di business predominante, ma è talmente instabile ed inaccurato che costantemente minaccia di collassare. Con buona pace della sostenibilità, e dunque della pluralità e dell’autonomia degli infiniti soggetti che animano la Rete.

Trovare una alternativa è difficile, tantopiù in quest’epoca in cui gli utenti hanno perso l’abitudine di pagare esplicitamente – fossero anche cifre irrisorie – per alcunché. Eppure, una soluzione sembra lentamente emergere: quella del mining di criptovalute. Il meccanismo è semplice: l’utente visita un sito e scarica – in modo trasparente ed invisibile – un pezzetto di Javascript, il quale inizia a computare hash che (detto molto in breve) hanno un valore economico. Infinitesimale, ma se moltiplicato per migliaia o milioni di utenti può rappresentare una somma più che dignitosa. Niente tracking degli utenti (non importa chi tu sia, l’importante è che il tuo computer calcoli gli hash), niente raggiri sulle visualizzazioni (la potenza di calcolo viene direttamente tradotta in profitto, non possono esserci falsificazioni o sommarie interpretazioni dei numeri), rapporto diretto tra servizio e utente (non esiste nessun inserzionista che ci deve mettere i soldi). Pioniere in questo campo è Coinhive, immediato e facile servizio che mette a disposizione tutto quel che serve per iniziare: ci si registra, si copia e incolla una riga di codice nel proprio sito, e i propri utenti iniziano a macinare valore. I profitti estrapolabili attualmente in questo modo sono assai ridotti rispetto a quelli dei più classici baner, ma ritengo lecito aspettarsi che questa strategia possa nel tempo evolversi e diventare davvero un modello alternativo.

Non fosse che, ad oggi, tale approccio viene pesantemente criminalizzato. Cloudflare – che a lungo non ha avuto problemi a sostenere The Daily Stormer, forum neo-nazista salito agli onori delle cronache con i fatti di Charlottesville, in nome della “libertà d’espressione” – non ha invece avuto remora alcuna a revocare il proprio servizio ad un sito monetizzato appunto con Coinhive, strumento classificato come “malware”. Non sono i primi e non sono gli unici, ed ogni volta che il tema viene ripreso da qualche media non ci si risparmia nei confronti di questi cattivoni che sfruttano la nostra povera ed indifesa CPU senza chiedere il permesso. Come se qualcuno avesse mai chiesto il permesso per imbottire le pagine web di annunci pubblicitari, spesso a loro volta animati e che consumano ancora più risorse…

Personalmente, potessi scegliere tra la visualizzazione di banner che infastidiscono la navigazione e la lettura, rallentano i caricamenti e rastrellano ogni bit di informazione sui miei percorsi online, e la cessione di una parte della capacità di calcolo del mio processore, sceglierei la seconda. Certo entro limiti ragionevoli – sarebbe troppo semplice abusarne, cosiccome si è sinora abusato della pubblicità – ma in fin dei conti tanto varrebbe usare questa capacità di calcolo in modo diretto. Auspico che questa per me legittimissima modalità di monetizzazione possa essere adottata da molti, che possa ottenere presso il pubblico la dignità che merita, e che possa in futuro consolidarsi per dare all’internet una stabilità ed una sostenibilità che, oggi, rischia di svanire.

Stay Angry

25 giugno 2017

Nel giro di 24 ore ho visto emergere la notizia relativa al disegno di legge promosso da Stefano Quintarelli in merito alla libertà di utilizzo dei dispositivi digitali e ho seguito le reazioni esacerbate sui social network. Ispirate da un articolo clickbait pubblicato sul sito del Corriere della Sera: “al bando l’iPhone in Italia”.

Non si capisce come la suddetta bozza legislativa sia stata sbandierata dai media come una mossa aggressiva ad esclusivo danno di Apple. Che certo non è l’unica azienda a commercializzare dispositivi elettronici – più o meno complessi e sofisticati – dotati di firmware. Stando alla mia sommaria (e certo poco tecnica) lettura, anzi, la prima implicazione della legge sarebbe in favore del diritto – sancito dalla Cassazione e mai realmente garantito né dalla legge né tantomeno dai fornitori di hardware – al rimborso della licenza Windows sui nuovi computer acquistati.

Meno ancora si capisce perché mai Apple dovrebbe abbandonare quello che è il terzo mercato al mondo per penetrazione degli smartphone semplicemente perché costretta a riconoscere e legittimare una pratica, quella del jailbreaking, diffusa fin da quando esiste il “melafonino”. Da ché l’iPhone è l’iPhone gli utenti intenzionati a modificare il software del proprio telefono l’hanno potuto tecnicamente fare, rinunciando però alla garanzia di Apple, cosiccome accade del resto per pressoché ogni altro dispositivo elettronico di qualsiasi altro fornitore, incluso ovviamente il rooting degli smartphone Android. La legge in discussione mira ad eliminare questi vincoli contrattuali, garantendo il sacrosanto diritto allo spippolamento senza necessariamente andare ad interessare coloro che si accontentano di usare il proprio device così come gli è stato venduto (e che adesso si lamentano, a sproposito, sui social). E se un qualche dirigente Apple – non è dato di sapere quale – fa la sparata, dichiarando che a fronte di questo intollerabile sopruso (…) non si potranno più vendere iPhone in Italia, ci sarebbe da chiedergli perché non abbiano già smesso di farlo quando, nel 2011, l’authority italiana per la concorrenza ha contestato il loro opinabile schema sulla durata della garanzia imponendogli una multa da 900 milioni e procurandogli grattacapi a cascata in tutta Europa. O perché non abbiano bloccato le importazioni nel Vecchio Continente davanti all’assurda pretesa (…) di pagare le tasse.

È inquietante constatare come un banale clickbait possa suscitare tali spropositate reazioni. E come più di un consumatore preferisca contestare l’introduzione di un nuovo diritto (di cui magari non vorrà godere mai, per propria scelta, ma che è pur sempre un diritto per tutti) pur di non dover affrontare la prospettiva (assurda, infondata ed inverosimile) di dover rinunciare ad uno specifico prodotto. Realizzato e distribuito da un soggetto già ben noto per non avere alcun rispetto per i propri consumatori e per la legge.

Un’Offerta che non si può Rifiutare

18 febbraio 2017

Anche quest’anno, data l’opportunità del FOSDEM e la presenza a Bruxelles di numerosi rappresentanti della community freesoftware europea, si è svolto il meeting promosso da FSFE e Open Forum Europe cui anche questa volta ho partecipato in vece di Italian Linux Society. Contrariamente alla prima edizione le presentazioni sono state molto più concise e ci si è concentrati maggiormente sui contenuti, il cui riassunto succinto può essere consultato nel breve post pubblicato sul sito di ILS.

Qui vorrei soffermarmi su un intervento in particolare, tenuto dal direttore dei sistemi informativi presso la Commissione Europea, che ha enumerato gli ostacoli più comuni che rallentano l’adozione di software libero ed opensource e le relative soluzioni. In estrema sintesi:

  • disponibilità di supporto professionale, da acquisire sul mercato
  • disponibilità di competenze specifiche, anch’essa reperibili sul mercato
  • il famigerato Total Cost of Ownership, che facilmente può essere computato a vantaggio del software opensource considerando il costo di transizione
  • disponibilità di funzionalità avanzate, che possono essere trovate nei prodotti più maturi
  • l’integrazione con altre soluzioni e piattaforme, che può essere implementata ad hoc rivolgendosi ai fornitori sul mercato
  • il coinvolgimento della community, che può essere ottenuto contribuendo attivamente alla community stessa
  • le complicazioni legali comportate dalle diverse licenze più o meno compatibili tra loro, che possono essere superate con un poco di attenzione e riducendo il numero di componenti software coinvolti
  • la sicurezza, tema già affrontato dall’iniziativa EU-FOSSA (che è stata più dettagliatamente presentata in un altro intervento nel corso del meeting)

Non servono grandi spiegazioni per notare come gran parte della strategia filo-opensource della Commissione Europea sia incentrata sulla disponibilità del mercato a fornire, implementare e supportare prodotti in tale categoria. Come lo è del resto quella di qualsiasi altra realtà più o meno pubblica. Ma all’esplicita domanda su come questa strategia stimoli concretamente l’effettivo utilizzo di software open, la risposta del dirigente è stata alquanto eloquente: “Il mercato è libero”.

Stringi stringi, si torna sempre al solito punto. Non importa quanto norme e linee guida siano aggressivamente schierate a favore del software libero, non importa quante delibere e mozioni vengano pubblicate per esprimere una preferenza politica, non importa quanto si protesti nei confronti delle proprie istituzioni affinché esse scelgano alcune soluzioni anziché altre: se non c’è nessuno in grado di fornirle e supportarle, e se non c’è nessuno che si fa avanti per aggiudicarsi bandi e appalti, queste non potranno mai essere adottate.

Forse siamo davvero arrivati al punto in cui dalle nostre istituzioni non possiamo chiedere più di quanto già sia stato predisposto e stabilito. Certo si può insistere sul fatto che ciò sia effettivamente rispettato – cosa tutt’altro che scontata: da che è stato introdotto il concetto di “valutazione comparativa” non ricordo di averne mai vista una neanche andandola a cercare col lanternino -, ma allo stato attuale non si può neppure biasimare troppo chi si trova a scegliere sempre il solito Windows, il solito Office o il solito Oracle: se, pur con tutta la buona volontà del mondo, solo quelli gli sono stati proposti in sede di bando, oggettivamente non ci si può aspettare altro.

Anziché pretendere che aumenti la domanda, sarebbe forse il caso di iniziare a stimolare anche l’offerta. Una offerta che non potrebbe essere rifiutata, dati i vincoli già abbondantemente introdotti. Ispirando e sostenendo l’imprenditorialità, potenziando la disponibilità di competenze tecniche, e tentando di costruire un circuito sostenibile per la produzione e la distribuzione di soluzioni libere.

Giustamente

27 novembre 2016

Nell’ultimo mese sono incappato due volte nel medesimo concetto applicato al mondo del software aperto, illustrato in contesti diversi ma incidentalmente espresso con il medesimo termine: “fair”, “giusto”.

La prima occorrenza l’ho trovata nella definizione della “Fair Source License”, una licenza software che, pur conservando alcuni elementi del freesoftware (l’accesso al codice sorgente), limita l’utente alla sua distribuzione: raggiunto un certo numero di copie, bisogna pagare una somma per quelle successive. La seconda in un articolo con cui uno sviluppatore (tra le altre cose autore di Birdie, popolare client desktop per Twitter) annuncia la fondazione della sua azienda, che, a suo dire, produrrà software opensource ma vincolerà in qualche modo (non è dato di capire esattamente come e quanto) al pagamento di una quota quanto più vicina al cosiddetto “Fair Value Price”, ovvero quello che viene considerato il prezzo più equo. In entrambi i casi, quel che viene implicitamente proposto è di ridimensionare le libertà degli utenti (in particolare la libertà 2, quella relativa alla ridistribuzione) in nome di principi universalmente riconosciuti come quello del giusto compenso. In entrambi i casi, quel che viene implicitamente proposto è di limitare artificialmente la naturale ed ovvia abbondanza del bene digitale per ristabilire rapporti vincolanti tra produttore e fruitore. In entrambi i casi, quel che viene implicitamente proposto è di tornare indietro di quarant’anni.

Dato per assunto il fatto che quello della sostenibilità è un problema ben noto ed anzi di crescente interesse all’interno della comunità freesoftware, mi disturba la piega degenerativa che sta prendendo. Ma chi davvero considera questo approccio di vendita al dettaglio “giusto”, evidentemente capisce poco sia di software che di mercato.

Che il prodotto sia libero, quasi libero o chiuso, quanto incide sul fatto di riuscire a raggiungere un pubblico, trovare dei clienti e convincerli a pagare? Nel marasma di applicazioni esistenti per ogni singola esigenza, qual è il motivo percui la propria dovrebbe essere quella preferita ed addirittura pagata da qualcuno? Quanti potenziali utenti vengono a priori allontanati da una etichetta con un prezzo, per quanto modesto, simbolico e a malapena sufficiente a risarcire gli sforzi profusi?

Nel film “The Wolf of Wall Street” ricorre un paio di volte una battuta: il protagonista (interpretato da un sempre ottimo Leonardo di Caprio) prende una penna e chiede ai suoi interlocutori di vendergliela. I primi provano ad ostentarne le proprietà funzionali ed estetiche, solo per essere interrotti dopo pochi secondi e dover passare al successivo pretendente. Finché uno non prende la penna, porge un pezzo di carta, e chiede all’esaminatore di scrivere il suo nome. A questo punto viene svelata la chiave del test improvvisato: per vendere qualcosa, bisogna creare un bisogno. E, col tempo, “creare un bisogno” è diventata la base concettuale di gran parte dei modelli di business legati al software (che, ricordiamolo, è per sua natura un prodotto infinitamente replicabile a costo zero, contrariamente alle mele o ai tavoli). Il lock-in tipico del software proprietario ne è l’esempio più lampante: inizialmente lo si adotta per assecondare una necessità immediata, dopo poco la necessità diventa poter continuare a consultare i dati ed i documenti con esso generati. Esempi meno lampanti, benché assai noti, sono i modelli indiretti comunemente legati al software gratuito e, per estensione, all’opensource: il prodotto è a disposizione di tutti, ci sono tantissime alternative che soddisfano alla stessa esigenza funzionale, l’utente sceglie quella che preferisce, ma è interesse dello sviluppatore far scegliere la propria in quanto sarà poi lui il primo riferimento per rispondere al bisogno di modifiche (pagate), training (pagato), assistenza (pagata), hosting (pagato), lungimirante azione proattiva (ovvero donazioni, ovvero pagamenti spontanei), oppure ancora per essere al centro di possibili ulteriori sviluppi monetizzabili: pubblicità, estensioni a pagamento – cfr. modello opencore o modello freemium -, raccolta e sfruttamento di dati, o semplicemente auto-promozione per altri prodotti o servizi commerciali.

Considerata la quantità di modelli alternativi già abbondantemente adottati e sperimentati con successo, davvero non ritengo che sottrarre libertà all’utente possa essere strumentale per una ipotetica “giustizia” a senso unico. Il modello opensource non è “ingiusto”; sei tu, caro sviluppatore improvvisatosi imprenditore, che dovresti mettere da parte la Lettera Aperta agli Hobbisti del 1976 ed imparare a vivere nel 2016.