Archive for the 'Politica' Category

Un’Offerta che non si può Rifiutare

18 febbraio 2017

Anche quest’anno, data l’opportunità del FOSDEM e la presenza a Bruxelles di numerosi rappresentanti della community freesoftware europea, si è svolto il meeting promosso da FSFE e Open Forum Europe cui anche questa volta ho partecipato in vece di Italian Linux Society. Contrariamente alla prima edizione le presentazioni sono state molto più concise e ci si è concentrati maggiormente sui contenuti, il cui riassunto succinto può essere consultato nel breve post pubblicato sul sito di ILS.

Qui vorrei soffermarmi su un intervento in particolare, tenuto dal direttore dei sistemi informativi presso la Commissione Europea, che ha enumerato gli ostacoli più comuni che rallentano l’adozione di software libero ed opensource e le relative soluzioni. In estrema sintesi:

  • disponibilità di supporto professionale, da acquisire sul mercato
  • disponibilità di competenze specifiche, anch’essa reperibili sul mercato
  • il famigerato Total Cost of Ownership, che facilmente può essere computato a vantaggio del software opensource considerando il costo di transizione
  • disponibilità di funzionalità avanzate, che possono essere trovate nei prodotti più maturi
  • l’integrazione con altre soluzioni e piattaforme, che può essere implementata ad hoc rivolgendosi ai fornitori sul mercato
  • il coinvolgimento della community, che può essere ottenuto contribuendo attivamente alla community stessa
  • le complicazioni legali comportate dalle diverse licenze più o meno compatibili tra loro, che possono essere superate con un poco di attenzione e riducendo il numero di componenti software coinvolti
  • la sicurezza, tema già affrontato dall’iniziativa EU-FOSSA (che è stata più dettagliatamente presentata in un altro intervento nel corso del meeting)

Non servono grandi spiegazioni per notare come gran parte della strategia filo-opensource della Commissione Europea sia incentrata sulla disponibilità del mercato a fornire, implementare e supportare prodotti in tale categoria. Come lo è del resto quella di qualsiasi altra realtà più o meno pubblica. Ma all’esplicita domanda su come questa strategia stimoli concretamente l’effettivo utilizzo di software open, la risposta del dirigente è stata alquanto eloquente: “Il mercato è libero”.

Stringi stringi, si torna sempre al solito punto. Non importa quanto norme e linee guida siano aggressivamente schierate a favore del software libero, non importa quante delibere e mozioni vengano pubblicate per esprimere una preferenza politica, non importa quanto si protesti nei confronti delle proprie istituzioni affinché esse scelgano alcune soluzioni anziché altre: se non c’è nessuno in grado di fornirle e supportarle, e se non c’è nessuno che si fa avanti per aggiudicarsi bandi e appalti, queste non potranno mai essere adottate.

Forse siamo davvero arrivati al punto in cui dalle nostre istituzioni non possiamo chiedere più di quanto già sia stato predisposto e stabilito. Certo si può insistere sul fatto che ciò sia effettivamente rispettato – cosa tutt’altro che scontata: da che è stato introdotto il concetto di “valutazione comparativa” non ricordo di averne mai vista una neanche andandola a cercare col lanternino -, ma allo stato attuale non si può neppure biasimare troppo chi si trova a scegliere sempre il solito Windows, il solito Office o il solito Oracle: se, pur con tutta la buona volontà del mondo, solo quelli gli sono stati proposti in sede di bando, oggettivamente non ci si può aspettare altro.

Anziché pretendere che aumenti la domanda, sarebbe forse il caso di iniziare a stimolare anche l’offerta. Una offerta che non potrebbe essere rifiutata, dati i vincoli già abbondantemente introdotti. Ispirando e sostenendo l’imprenditorialità, potenziando la disponibilità di competenze tecniche, e tentando di costruire un circuito sostenibile per la produzione e la distribuzione di soluzioni libere.

Softwarao Meravigliao

17 novembre 2016

Negli ultimi giorni ha iniziato a circolare la notizia secondo cui il Brasile, nazione capisaldo dell’adozione di software libero nella pubblica amministrazione, avrebbe scelto di abbandonare l’opensource ed acquistare massicciamente licenze Windows e Office da Microsoft. Incuriosito dal fatto che pressoché tutti gli articoli apparsi in lingua inglese erano poco più di copie uno dell’altro, inneggianti il fallimento delle politiche a favore del freesoftware ed il ripensamento di uno dei suoi più longevi e fedeli sostenitori, ho approfondito un poco la questione andando a cercare qualche fonte in lingua portoghese. Il brano più completo che ho trovato è questo qui, e qualche altro riferimento lo si può trovare su questo aggregatore.

Riassumendo molto il tutto, emerge che: dal 2003 il Brasile ha norme che favoriscono l’adozione di software libero nella pubblica amministrazione locale, simili al nostro beneamato Codice di Amministrazione Digitale, con la differenza che lì le applicano; ad ottobre, con il sostegno del Ministro dell’Economia, è stato aperto un centro di ricerca dove Microsoft promette di far vedere (ma non far toccare) il suo codice sorgente alle istituzioni addette alla sicurezza nazionale; pochi giorni dopo, è stata lanciata una convenzione nazionale per l’acquisto di licenze Microsoft (stando a quanto capisco, non dissimile da quella esistente anche qui in Italia). E tanto è bastato per annunciare la fine dell’avventura carioca di Tux.

Riassumendo un po’ meno, però, emerge dell’altro. Tipo che questo agosto il governo brasiliano è stato sovvertito, con la destituzione della presidentessa Dilma e l’ascesa del nuovo presidente Tremer. Liberista convinto, che spinge molto sulle privatizzazioni. E cui evidentemente non sono passate inosservate le spese del Governo nei confronti del comparto ICT locale, sostenuto in larga parte da fondi pubblici. Meglio tagliare tutto, investimenti e posti di lavoro, e cercare di spuntare un buon prezzo dal vicino fornitore di software statunitense. Con buona pace del CTB (per dirla facile: la CGIL brasiliana), che reagisce menzionando l’impatto sui posti di lavoro qualificati, l’espatrio di quattrini sinora destinati allo sviluppo nazionale, ma facendo anche leva sulla sicurezza. Tema particolarmente sentito nel Paese, da sempre succube (come tutto il Sud America) delle politiche imperialiste dell’invasivo vicino a stelle e strisce, ancor più dopo le rivelazioni di Snowden: appare ovvio che la farsa del centro di ricerca Microsoft, e le solerti rassicurazioni governative sulla sicurezza e sulla privacy che hanno accompagnato l’annuncio della suddetta convenzione, servono a contenere i (fondatissimi) timori da parte dei cittadini.

Sta di fatto che le più o meno opinabili scelte politico/economiche del nuovo presidente – forse poco consapevole delle responsabilità sociali ancor prima che tecniche del suo ruolo – ben si prestano ad essere strumenalizzate per presentare uno scenario diverso dal reale, ovvero quello del presunto collasso dell’opensource in quanto tale. È chiaro che, in assenza di una contestualizzazione e debitamente colorato, il passo indietro del Brasile può essere facile oggetto di illazioni e supposizioni sui limiti delle soluzioni esistenti (esistenti dal 2003: ce ne hanno messo, per accorgersene…) e vettore di paura, incertezza e dubbio. Né più né meno di quello che si aspettava l’ufficio stampa Microsoft quando ha iniziato a far circolare i comunicati stampa.

Confido che la situazione brasiliana possa rientrare al più presto, più per solidarietà coi colleghi smanettoni sud americani che per tifo nei confronti del software libero. In nome di ordine e progresso.

Distratti per Scelta

22 luglio 2016

Qualche giorno fa sulla mailing list di Spaghetti Open Data è passato il link ad una raccolta di proposte confezionate dall’intellighenzia nostrana da sottoporre al Ministero della Funzione Pubblica, nel contesto della consultazione del progetto “Italia Open Gov” (rivolto al potenziamento delle politiche di open-government, trasparenza e partecipazione attiva), ed avevo felicemente notato – nella cartella “Innovazione e Cittadinanza Digitale”, documento numero 3 – che un’anima pia aveva avuto cura di infilare una suggestione espressamente dedicata al software libero nella pubblica amministrazione, non solo per la sua adozione ma pure per introdurre una governance “a misura di nerd” che potesse conciliarsi con le dinamiche proprie della comunità di sviluppo opensource. Certo un ottimo spunto, destinato a sopperire ai difetti intrinseci dell’attuale legge sul riuso riportata sul Codice di Amministrazione Digitale.

Quando poi è stata segnalata la disponibilità e la pubblica apertura del portale dedicato alla suddetta iniziativa governativa, lesto son ito a controllare le attività che erano state effettivamente incluse a partire dalle bozze circolate. Le ho trovate tutte, sotto varie forme e rielaborazioni. Tutte tranne una. Proprio quella sul software libero. Cercando bene nei documenti esposti qua e là un “open source” ogni tanto salta fuori, ma lo do per scontato, in un piano che parla di “open government”. Anche in questa occasione nessun ruolo strategico è stato voluto dare né al modello di sviluppo condiviso né al licenziamento del software prodotto ed usato dall’amministrazione pubblica, e nessuna azione è stata pianificata per sistematizzare un sano riuso applicativo all’interno della macchina burocratica.

La puntualità quasi chirurgica con cui a Roma si continua ad ignorare il tema è preoccupante. Perché non sembra più essere “una svista”, ma una deliberata e consapevole scelta.

Già sono rimasto molto colpito quando nel corso della consultazione su “La Buona Scuola” Linux, il software libero e l’opensource sono stati tra i temi in assoluto più menzionati dai partecipanti, salvo poi non trovare nessuno spazio all’interno del successivo Piano Nazionale Scuola Digitale. E, rivangando ancora più indietro nella memoria storica di questo mio blog, a metà 2014 il medesimo Ministro Madia aveva ricevuto numerose segnalazioni e solleciti a favore del software libero, che mai hanno avuto un seguito. C’è addirittura chi sostiene che, oltre ad ignorare passivamente la tematica, il Governo si sia pure mosso per sfalciare attivamente le direttive pre-esistenti (personalmente non ne sono allarmato, ma c’è chi lo è). Senza voler considerare le contestabili misurazioni su cui si basano le politiche occupazionali.

Data una così ampia premura nel non premurarsi affatto della questione, vien da chiedersi: vale la pena continuare a perder tempo mendicando una pacca sulla spalla da parte delle istituzioni? Qualche tempo fa ho espresso la mia titubanza sugli sforzi che troppo spesso vedo consumarsi nel vano tentativo di raggiungere le amministrazioni centrali, imputando tale perplessità alle ricadute pratiche che si possono ottenere, marginalizzate dalla complessità dell’apparato statale; oggi rinnovo tale sentore, aggiungendo che suddetti vani sforzi sono ulteriormente ostacolati da una evidente insofferenza e, forse, da una sottile ostilità.

Potrei stare tutto il giorno a seguire i periodici progetti di partecipazione popolare, le occasionali consultazioni online, i diversi tavoli di lavoro regolarmente aperti alla società civile, struggendomi nella perenne “opportunità” di dire la mia e nella costante speranza di essere ascoltato dal Ministro o dal Sottosegretario di turno. Ma, francamente, c’è altro da fare.

Quel che Non C’era

26 marzo 2016

L’altro giorno sono incappato nella trascrizione di un talk tenuto a LibrePlanet, annuale conferenza statunitense promossa da FSF, e, sorvolando su alcuni dettagli di forma e di sostanza, devo confessare che mi ha toccato. Esso in qualche modo risponde alla mia intima ricerca di un obiettivo e di un metodo, emersa ad inizio anno (e prima ancora in occasione dello scorso Linux Day), e benché tale risposta non sia esaustiva riesce comunque a completare una visione.

O quantomeno la mia visione personale. Perché, va detto: il Movimento Free Software nel suo insieme, una visione completa, ufficiale e condivisa, non l’ha mai avuta. E questo fatto appare evidente nel momento in cui qualcuno ne propone una: non c’è niente con cui compararla. Vuoi perché gli smanettoni ne hanno fatto una questione tecnica prima ancora che politica, vuoi perché i non smanettoni ne hanno fatto una questione politica prima ancora che tecnica, vuoi perché ci siamo arenati sulla convinzione che lo scopo ultimo sia assecondare l’ego di un singolo.

Con un colpo al cerchio ed uno alla botte (citando FSF solo per fare esempi positivi, ma al contempo introducendo sfumature assai poco ortodosse), il suddetto talk fornisce una contestualizzazione storica, politica, etica e filosofica di quel che è e dovrebbe essere il freesoftware. Gli da un ruolo all’interno di uno schema più ampio. E suggerisce quattro perni intorno cui (ri)costruire un movimento che, a ben vedere, non gode di così buona salute. Mi sento in qualche modo sollevato dal fatto che, tra tali priorità, vi sia anche quella cui ero giunto anche io in separata sede (in maniera molto più grezza e grossolana, si intende): che il “software libero” è “libero”, ma è anche “software”. Con dei requisiti, delle funzionalità, e degli utenti. Cosa nient’affatto scontata, se ci si limita alla concezione di “freesoftware = 4 libertà”.

L’invito sottinteso del testo in oggetto è volgarmente traducibile in: meno pippette, più fatti. Un appello che molti – o quantomeno io – hanno sempre sentito dentro di sé. Sentirlo arrivare da fuori dalla propria testa fa tutt’altro effetto.

In Europa

12 febbraio 2016

Il mese scorso, il venerdi prima di andare al FOSDEM, ho avuto l’onore di partecipare all’European Free Software Policy Meeting 2016.

Antefatto. Come citato, nel corso della tappa belga dello scorso anno ho incidentalmente incontrato il coordinatore del team legale di Free Software Foundation Europe. Nelle settimane successive abbiamo scambiato qualche mail, coinvolgendo anche l’allora Direttivo dell’associazione, in cui ho espresso le mie considerazioni su quel che avrebbe dovuto essere il ruolo di aggregazione e coordinamento di FSFE stessa, ma tali note hanno sempre avuto scarso seguito. Con la nomina del nuovo Direttivo il discorso è stato ripreso in mano – anche in virtù della complicità di Alessandro Rubini, attuale Vice-Presidente – e si è iniziato a ragionare sulla possibilità di farsi allocare una devroom proprio al FOSDEM 2016 presso cui invitare i rappresentanti delle svariate associazioni promotrici del software libero in Europa. La devroom non ci è stata assegnata, ma evidentemente lo spunto è stato comunque raccolto ed elaborato sfociando nel suddetto appuntamento pre-FOSDEM.

Presenti esponenti pro-freesoftware di numerosi Paesi (tra cui appunto io in vece di Italian Linux Society), assenti alcuni altri (mi ha colpito la mancanza dei francesi, che mi dicono essere un pochino snob…), e tra gli altri sono intervenuti una europarlamentare ed un funzionario del dipartimento IT della Commissione Europea.

Buona parte della giornata è stata dedicata ad un giro di reciproche presentazioni, da cui sono emerse le grandi differenze esistenti tra una realtà e l’altra. Da quanto ho constatato diverse – più di quante mi aspettassi – sono le istituzioni che operano a stretto contatto con il mondo dell’impresa, e/o che agiscono in primo luogo nei confronti dei rispettivi governi per stimolare l’adozione di soluzioni libere ed aperte mirando ai termini del procurement (e, dunque, favorendo i fornitori freesoftwaristi): una sensibilità ed un approccio certo diversi da quelli abitualmente riscontrati in Italia, presso cui l’imprenditoria filo-opensource non è mai riuscita (e, temo, mai riuscirà) ad agire in modo compatto ed unitario in nome degli interessi propri e comuni. Non numericamente inferiori sono comunque i gruppi più operativamente simili a ILS, maggiormente orientati al pubblico generico, al mondo dell’educazione, e più in generale alla divulgazione.

L’unica grossa differenza che ho osservato tra ILS e tutti gli altri riguarda il rapporto con i Linux Users Groups locali. Benché LUG ce ne siano di fatto in ogni Paese – dove di più, dove di meno, ma comunque dappertutto – io sono stato l’unico a menzionarli durante i miei cinque minuti di presentazione. Durante le pause tra una sessione e l’altra ho scambiato quattro chiacchere con alcuni “colleghi”, col pretesto di coinvolgerli nel Linux Presentation Day europeo e chiedendo loro di fare da intermediari nei confronti dei rispettivi gruppi locali di appassionati, ma a quanto pare nessuno si è mai premurato di relazionarsi, e dunque costruire e mantenere un canale di comunicazione, con quelli che sembrano essere da tutti considerati dei branchi di sciamannati ingestibili, ingovernabili, inaffidabili e riottosi. Da ciò probabilmente deriva il fatto che cose come la LugMap siano prerogative esclusivamente italiane. Discutendo su questo tema, inevitabilmente mi sono venuti in mente i tanti sciamannati, ingestibili, ingovernabili, inaffidabili e riottosi italiani che spesso si lagnano della scarsa attenzione loro prestata da parte dell’associazione nazionale: sapessero come funziona altrove, forse avrebbero un poco meno da protestare.

Chiuse le presentazioni si è poi svolta una breve discussione aperta, che rapidamente si è focalizzata su quello che è stato identificato come il principale problema della nostra comunità: l’incapacità di fare “marketing”, e raggiungere la pubblica opinione. Fattore imprescindibile per dar fondamento a qualsiasi altra strategia, indipendentemente che essa sia rivolta all’industria, all’amministrazione pubblica, alla scuola o a qualsiasi altro obiettivo. In sede di riunione non si è andati molto oltre alla mera constatazione di tale fatto, ma ritengo già un gran successo che esso sia stato riconosciuto e circoscritto.

In generale – e fatte le debite eccezioni, che però non nomino – da questo tavolo di lavoro ho percepito maggiore senso pratico e focalizzazione di quanto, ahimé, mi hanno abituato certi contesti locali. Non ci si è posti tanti problemi nell’usare terminologia altrimenti bandita, non sono state sollevate questioni astratte, nessuno ha preteso di spiegare a qualcun altro quel che in un ambiente simile era ovviamente ovvio a tutti. Persino i rappresentanti di FSFE – che in cuor mio ho sempre immaginato come pure traslazioni europee della reazionaria FSF – sono risultati essere molto meno zelanti di quanto temessi. Solo fatti, esperienze (grandi e piccole), e azioni. Poche proposte, ma per quelle ci sarà spazio nel prossimo futuro.

L’altro giorno è stata predisposta una apposita mailing list per mantenerci in continuo contatto e sviluppare i temi sinora solo marginalmente toccati, ed è assodato l’intento unanime di ripetere l’incontro fisico almeno una volta all’anno (magari sempre approfittando del richiamo del FOSDEM). Con l’auspicio di riuscire a costituire una vera e solida “lobby” freesoftware in Europa.

Chiedimi se Sono Felice

9 gennaio 2016

Ieri sera sono incappato in un appello di FreeSoftware Foundation su Twitter, relativo ad un questionario da compilare in merito alla propria “visione” della fondazione stessa. Cliccando il link, quasi non ci volevo credere: trattasi proprio di un questionario relativo alla propria impressione sull’attività e sul ruolo di FSF, sugli obiettivi primari ed i metodi, con diverse domande aperte e spazi per commentare ed approfondire.

Quel che ancor più mi ha sorpreso è che, ad una impressione del tutto personale, dalle domande e dalle possibili risposte – laddove fossero risposte chiuse – traspare un senso di imbarazzo, di colpevolezza, e di piena consapevolezza di non essere un ente universalmente amato e supportato. Non serve necessariamente essere delle riottose malelingue (come me) per constatare oggettivamente che EFF, Wikipedia o persino Mozilla, altre realtà legate alla promozione dei diritti digitali e all’attivismo, hanno un seguito uno o due ordini di grandezza superiori rispetto a quello di FSF, che negli anni, in nome di valori troppo astratti per essere verosimili, si è progressivamente isolata e sempre più arroccata su posizioni più dannose che benefiche alla sua stessa mission.

Per amor di condivisione riporto qui di seguito le domande e le mie risposte al questionario, il tutto tradotto in italiano, integrando con links agli approfondimenti ed eventuali commenti addizionali.

 

In che direzione FSF dovrebbe concentrare gli sforzi nei prossimi cinque anni?

  • Libertà della Rete: Javascript libero, net-neutrality, promozione di servizi di rete distribuiti ed opposizione al “Service as a Software Substitute”. Risposta: no. Temi come la net-neutrality sono già abbondantemente (ed efficacemente) tutelati da altre realtà, e la promozione di servizi self-hosted certo sarebbe una strada auspicabile (come scrivo sotto) ma ha poco senso finché l’implementazione di tali servizi non esiste
  • Copyleft: promuovere l’adozione di licenze copyleft come la GNU General Public License (GNU GPL) al posto di licenze più lasche, e tutelare la GPL. Risposta: no. Non tanto perché non sia una causa meritevole, ma essenzialmente perché la cosiddetta “viralità” non è uno dei quattro principi essenziali del software libero. Ad oggi l’Internet brulica di ottime soluzioni distribuite con licenze permissive, rifiutarsi di accoglierle, integrarle e sfruttarle per il bene collettivo solo per via della poca simpatia per una licenza vorrebbe dire spararsi in un piede (anzi, su entrambi)
  • Sorveglianza e sicurezza: usare il software libero per proteggere gli utenti dalla sorveglianza di massa, e verificare che il software libero sia sicuro. Risposta: no. Anche in questo caso, ci sono altri soggetti che si occupano molto più efficacemente di questo. Tre esempi su tutti: Privacy Badger, HTTPS Everywhere e Let’s Encrypt, tutti di EFF. FSF dovrebbe dare il proprio sostegno a tal genere di iniziative anziché pretendere di inventarsene delle proprie “concorrenti”
  • DRM: ostacolare le tecnologie di restrizione digitale, e tenerle fuori dal web. Risposta: no. Personalmente ho una posizione tutt’altro che restrittiva nei confronti delle tecnologie restrittive; qualcuno vuole adottarle, complicando la vita ai propri utenti e portandoli all’esasperazione? Buon pro gli faccia, noi anziché distrarci nel cercare di convincerli avremmo un mondo di contenuti liberi (e ridistribuibili, e spesso gratuiti) da proporre come valida alternativa
  • Educazione alle licenze: aiutare gli sviluppatori a comprendere meglio l’utilizzo delle licenze libere, ed informarli su quelle che fanno al caso loro. Risposta: no. Dato il precedente presupposto sul supporto esclusivo alle licenze copyleft sarebbe facile immaginare che tale “educazione” sarebbe a senso unico. Meglio lasciar perdere, o quantomeno dare a tale obiettivo una priorità secondaria
  • Brevetti software: annullare (e non solo riformare) i brevetti software. Risposta: no. I brevetti software sono un problema “regionale” degli USA, mentre FSF dovrebbe (dovrebbe) avere una aspirazione internazionale
  • Sviluppo: iniziative per sostenere il progetto GNU, ottenere più applicazioni e migliorare quelle esistenti. Risposta: si. Sia chiaro: del progetto GNU in quanto GNU mi interessa molto poco (vedi sotto), ma complessivamente dalle mie personali risposte al questionario traspare una unica direzione raccomandata: occuparsi dello sviluppo di codice libero, che troppo spesso manca o è insufficiente
  • Crescita del movimento: incrementare la diversità e la rappresentanza di gruppi sotto-rappresentati all’interno del movimento freesoftware. Risposta: no. Davvero: il convolgimento delle donne nel settore tecnologico (perché alla fine di questo si parla) spetta ad altri, non a FSF. Tale missione non può diventare La Missione di tutti, checché ne dicano i benpensanti
  • Hardware: supportare ed ispirare lo sviluppo di hardware compatibile al 100% con software libero, soprattutto in settori come il mobile ed i dispositivi embedded. Risposta: no. Ammetto di aver avuto qualche titubanza nel non selezionare questo possibile traguardo, a fronte della crescente minaccia rappresentata dalla cosiddetta “Internet of Things” (ovvero: un sacco di gadgets chiusi, imperscrutabili ed onnipresenti, che raccolgono chissà quali dati e li mandano chissà dove per farci chissà cosa), ma se proprio dobbiamo definire delle priorità cerchiamo di essere mirati e realisti: iniziamo dagli obiettivi semplici e ragionevolmente raggiungibili, nonostante il forte ritardo, tipo quello di riportare un ordine su una Internet sempre maggiormente monopolizzata, poi ci occuperemo del resto
  • Adozione: aiutare individui ed organizzazioni nell’iniziare ad usare software libero. Risposta: si. Questo è il vero punto cruciale della questione: permettere agli utenti di usare software libero, fornendogli soluzioni verosimili e realmente competitive con quelle proprietarie. Altrimenti il software libero resta quello che attualmente è: una idea astratta, certo affascinante ma poco utile. La sopra citata necessità di concentrarsi sullo sviluppo è solo strumentale a questo unico e specifico obiettivo

 

Quanto concordi o non concordi con le seguenti affermazioni?

  • I rappresentanti FSF sono figure positive all’interno del movimento freesoftware. Risposta: disaccordo. Certo non si può pretendere di essere molto amati, quando la maggior parte delle proprie invettive sono rivolte verso dei possibili alleati (o, quantomeno, entità non “nemiche”)
  • FSF invia troppe mail. Risposta: neutro. Non saprei dire, non sono iscritto a nessuna delle loro newsletter o mailing list
  • I materiali di FSF pubblicati online non sono abbastanza interessanti o facili. Risposta: accordo. Dico solo una cosa: la terza pagina più visitata di linux.it, dopo la homepage e quella che descrive sommariamente Linux, è quella relativa alla spiegazione semplificata della nozione di “software libero”. Sul sito di FSF non c’è niente di simile, solo lunghi e complicati testi che inevitabilmente finiscono con lo scoraggiare coloro che non ne sanno nulla e vorrebbero saperne qualcosa di più. A ciò aggiungo: chi non ne sa niente non ha gli strumenti per interpretare e comprendere la manfrina su GNU/Linux e la dicotomia tra freesoftware e opensource, è davvero inutile e controproducente pretendere di sbattere in faccia questi sottili e sofisticati temi a chiunque
  • FSF fa abbastanza per promuovere la diversità e la partecipazione di gruppi sotto-rappresentati nella community freesoftware. Risposta: neutro. O, detto in altro modo: non me ne frega assolutamente niente. Vedi sopra
  • FSF fa un ottimo lavoro nel collaborare con altre organizzazioni nello scenario più ampio dei diritti digitali. Risposta: disaccordo. Ben raramente s’è visto il logo di FSF tra i promotori di una iniziativa altrimenti supportata da altri soggetti analoghi, già precedentemente citati, come EFF, Mozilla, Wikipedia e altri. Per non parlare della distanza che esiste con quella che dovrebbe essere l’organizzazione naturalmente più vicina: FSFE
  • FSF necessita di maggiori compromessi. Risposta: accordo. Per inciso: non necessariamente dico che FSF dovrebbe chiudere un occhio su fattori su cui noi comuni mortali comunemente chiudiamo un occhio, tipo l’utilizzo di drivers e firmware proprietari o, peggio ancora, di Skype o Steam. Bastarebbe anche solo non essere così oltranzisti nei confronti del software rilasciato con licenze permissive (e comunque libere, nella definizione originale di “software libero”), e sfruttarlo per costruire soluzioni alternative e realmente libere. Per non parlare della mai risolta questione della cieca ed ottusa ossessione del GNU davanti a Linux: ragazzi, dateci un taglio
  • FSF fa un uso efficace delle donazioni che riceve. Risposta: disaccordo. Finché c’è anche un solo dollaro speso per lo sviluppo di scemenze come Hurd o Gnash, decisamente non si può dire che i soldi vengano spesi bene
  • Dopotutto, FSF fa un buon lavoro. Risposta: disaccordo.
  • Il movimento freesoftware ha raggiunto con successo i suoi obiettivi negli ultimi 30 anni. Risposta: forte disaccordo. Il movimento freesoftware in 30 anni non ha raggiunto nessuno dei suoi obiettivi. Tant’è che durante le conferenze Stallman si arroga i meriti altrui pur di dimostrare che qualcosa è stato combinato. Non prendere atto di tale triste realtà vuol dire non avere la forza ed il coraggio di riuscire per davvero a lasciare un segno, qualunque esso sia
  • Il software libero è troppo difficile e la facilità d’uso dovrebbe essere una priorità dello sviluppo software. Risposta: forte accordo. Bravi! Ci siete arrivati! Il fatto che sia anche solo stata contemplata questa possibile risposta nel questionario mi fa scorgere una flebile speranza in fondo al tunnel

 

Immagina che sia il 2020 e le persone abbiano maggiori diritti digitali, grazie agli sforzi del movimento freesoftware e di FSF. Descrivi come siamo arrivati a questo traguardo.

Risposta: il movimento freesoftware ha fatto quello che avrebbe dovuto fare nelle ultime due decadi: fornire e promuovere soluzioni reali per gli utenti. Non possiamo continuare a cantare il ritornello di “Google è cattiva ed Apple è peggio” finché non siamo in grado di offrire delle vere alternative. FSF ha l’autorità di diventare un punto di riferimento presso gli sviluppatori, coloro capaci di risolvere i diversi problemi che impediscono il raggiungimento degli utenti (complessità, integrazione e costo); solo, le manca la motivazione.

 

Immagina che sia il 2020 ed è vero il contrario: abbiamo meno diritti digitali. Descrivi cosa è andato storto.

Risposta: FSF ha insistito in inutili e ridicoli sforzi come Gnash e Hurd, e continua a rispondere “No” a qualsiasi cosa invece di essere quello che dovrebbe essere: una entità a sostegno degli sviluppatori.

 

Ci sono movimenti ed organizzazioni con cui ti piacerebbe vederci collaborare più spesso?

Risposta: EFF spacca. Mozilla ha qualche problema, dovreste supportarvi reciprocamente. L’attuale Direttivo di FSFE sembra più collaborativo, ma sembrate agire come due entità distinte.

Una nota personale in merito alla “collaborazione”. Dal 2001 qui in Italia organizziamo il “Linux Day“, manifestazione nazionale che si svolge in più di 100 città nello stesso giorno per promuovere il software libero presso i meno tecnici. Da diversi anni Stallman tenta di sabotare l’iniziativa, inviando minacce agli Users Groups ed invocando uno scisma, ovviamente a causa del “Linux-senza-GNU” nel nome. Il vostro maggiore problema è che voi, come organizzazione, siete identificati come lui, che è la persona meno collaborativa del pianeta.

 

In che modo sei coinvolto con FSF?

  • Volontario, dipendente o membro del direttivo. Risposta: no. E dubito che mi accoglierebbero, date le mie posizioni
  • Associato. Risposta: no. Mi basta far parte di Italian Linux Society
  • Donatore. Risposta: no. Quando dono dei soldi, li dono ad un progetto di sviluppo
  • Seguo la vostra presenza online (sito, mail, social networks). Risposta: si. Volente o nolente, devo avere una vaga idea di cosa combinano. Sempre sperando (invano) combinino qualcosa di buono
  • Partecipo ad eventi FSF. Risposta: no. In Italia è già difficile trovare un Software Freedom Day…

 

Se ci segui online, quali di questi canali di comunicazione utilizzi?

  • Email (incluse la nostra newsletter mensile). Risposta: no. Anche se, lo ammetto, dovrei
  • Blog. Risposta: si. Non spesso, ma capita
  • Comunicati stampa. Risposta: si. Almeno quelli più importanti
  • Feed RSS. Risposta: no.
  • Social networks e piattaforme che non siano Twitter. Risposta: no. Ho intenzione di iniziare ad usare GNU Social, ma ancora non lo faccio
  • Twitter. Risposta: no. Anche se molto spesso mi capitano i loro tweets sotto agli occhi

 

Se supporti, in qualsiasi modo, l’attività di FSF, quali sono le principali motivazioni?

  • Voglio supportare lo sviluppo di software libero. Risposta: si. Benché molto spesso, quando si parla di FSF, “software libero” è esclusivo sinonimo di “roba marchiata GNU, tutto il resto non esiste”
  • Voglio supportare l’attivismo e l’educazione sulle questioni etiche. Risposta: no. Nella fase attuale le “questioni etiche” sono ancora del tutto marginali, ed impossibili da sottoporre efficacemente al pubblico
  • Ci tengo alla tutela della GPL. Risposta: no. Non che non mi interessi, per la carità, ma se questa fosse una mia priorità comunque mi interesserei al Software Freedom Conservancy, non certo a FSF
  • Uso software GPL e vorrei restituire qualcosa. Risposta: no. La maggior parte di software libero che uso non è FSF, tant’è che, come detto, quando dono lo faccia nei confronti di altri

 

Se hai contribuito economicamente / sei stato membro associato in passato, ma non lo sei più, perché hai smesso?

Risposta: nessuna, non avendogli mai dato un soldo. Sinora. Spero.

 

Perché il software libero è importante per te? Perché lo usi?

Risposta: in un mondo dominato dalla tecnologia, dominare la tecnologia è obbligatorio. Spesso aiuto altre persone nell’adottare software libero, ma per la mia propria convenienza: finché tutte le persone di cui sono circondato non saranno libere, io stesso non sarò libero.

 

Come descrivi la tua principale forma di partecipazione al freesoftware?

Sono uno sviluppatore di software libero. Risposta: si. Gran parte di quello che scrivo è prima o dopo rilasciato con una licenza libera

Contribuisco al software libero con documentazione, design, test, traduzioni ed altri modi. Risposta: no. Non è del tutto vero, ma certo non è la mia forma “principale” di partecipazione

Uso software libero. Risposta: si. E fin qui…

Sono un attivista. Risposta: si. Anche se a modo mio.

 

Sei mai stato pagato per implementare software (libero o meno)?

Risposta: si. Desumo che questa domanda sia stata piazzata per filtrare coloro che sviluppano per mestiere da quelli che si dilettano.

 

Maggiori approfondimenti sulle tue risposte?

Risposta: le mie raccomandazioni generali:

  • chiudete Stallman in cantina
  • abbandonate in toto il nome “GNU”: esso è stato un progetto (fallito) per creare un sistema operativo libero, oggi è un nome collettivo per progetti differenti e tra loro scorrelati, ha perso qualsiasi significato
  • concentratevi sugli sviluppatori e sullo sviluppo software. Altri sono meglio di voi nel promuovere consapevolezza con campagne e comunicazione, ma senza vere opzioni anche la consapevolezza serve a poco. Il “Movimento per un Mondo Migliore” non necessita di altri politici o di PR, ma solo di hackers

 

Il questionario in oggetto è aperto fino al primo di febbraio, ed invito tutti a partecipare. Non importa se con risposte analoghe alle mie o diametralmente opposte: confido che qualcuno legga e valuti i feedback che arriveranno, e FSF inizi, finalmente, a fare quello che tutti speriamo inizi a fare.

Perché

3 gennaio 2016

 

Più volte ho raccolto, per via più o meno diretta e da parte di rappresentanti più o meno rilevanti del movimento freesoftware, una posizione assolutamente lucida nei confronti di ciò di cui noi, come comunità, ci occupiamo: “La libertà del software e la consapevolezza tecnologica sono importanti, ma ci sono tanti altri problemi e tante altre cause molto più importanti”. All’indomani della prematura e drammatica morte di Ian Murdock, ai più noto per essere stato il fondatore di Debian (una delle distribuzioni GNU/Linux più popolari, e certo la più influente), vale la pena soffermarsi su tale pensiero.

La scomparsa di Murdock è, a cinque giorni di distanza, un avvenimento controverso, sommariamente commentato sui social network e sui canali mediatici di settore per fonti di seconda o terza mano. Pare che Murdock sia stato fermato dalla polizia con una accusa ambigua, sia stato incarcerato a seguito di resistenza ai pubblici ufficiali, sia stato malmenato e seviziato a discapito di ogni presunto diritto, e che infine, giunto al culmine della sopportazione, il nostro si sia tolto la vita come gesto estremo di denuncia nei confronti degli abusi subiti. L’account Twitter da cui è stata dedotta larga parte di tale cronistoria è stato soppresso (non si sa ad opera di chi, se dei famigliari o della polizia), le maggiori testate giornalistiche (quelle che presumibilmente hanno accesso a fonti più vicine ai fatti) non si sono occupate della vicenda, sinora le ricostruzioni sono state improvvisate sulla base di indizi digitali difficilmente verificabili, e naturalmente le istituzioni coinvolte negano ogni forma di responsabilità. Dati i presupposti probabilmente la questione resterà senza un chiarimento per lungo tempo, forse per sempre, come tanti altri casi analoghi.

Sta di fatto che la storia, evidentemente, niente ha a che fare con il software libero. Ma molto ha a che fare con “tanti altri problemi molto più importanti”. E la concomitanza tra un “problema molto importante” che ha colpito “uno di noi” ci mette dinnanzi ad una scelta. A fronte delle circostanze che hanno portato Murdock all’atto estremo del suicidio, e a fronte della “nostra” auto-dichiarata responsabilità di tutela nei confronti di una serie di ideali e di valori, forse sarebbe più rispettoso non solo onorare la sua memoria ed i suoi incontestabili meriti ma dar seguito alla sua ultima denuncia: “Maybe my suicide at this, you now, a successful business man, not a NIGGER, will finally bring some attention to this very serious issue“.

Volendo per un momento tacere sull’effettivo fulcro dello scandalo, ovvero l’abuso di potere da parte delle cosiddette “forze dell’ordine”, cui si può credere o meno e su cui – spero, invano – una indagine farà luce, mi permetto di soffermarmi su quelli che sono stati o avrebbero dovuto essere gli strumenti di difesa mediatica di Murdock. Perché il suo account Twitter è stato soppresso, da chi e a che titolo? Se egli avesse condiviso gli ultimi suoi pensieri su una piattaforma privata e più difficilmente manipolabile dall’esterno, avremmo adesso accesso ad elementi più consistenti per valutare l’accaduto? Stando agli ultimi messaggi che si trovano nella copia archiviata del suo account Twitter, prima di togliersi la vita avrebbe voluto pubblicare sul suo blog un rapporto integrale dei fatti, evidentemente per chiarire alcuni punti difficilmente esplicabili in 140 caratteri: perché non lo ha fatto? Lo avrebbe fatto se avesse avuto a disposizione un metodo più immediato e rapidamente accessibile nel suo stato di irato sconvolgimento?

Più in generale: volendo trarre insegnamento dal misfatto in oggetto, quali sono e/o potrebbero essere gli strumenti digitali – di origine autarchica, anarchica, decentralizzata e democratica. O, per dirla in altro modo: freesoftware e opensource – che potremmo adottare o addirittura creare per fronteggiare un problema, esistente ed anche altrove documentato, come quello dell’auto-difesa da parte di istituzioni onnipotenti ed incontrollate? E, ancora più in generale: quali sono e/o potrebbero essere gli strumenti digitali che potremmo adottare o creare per fronteggiare tanti altri problemi altrettanto determinanti?

È assolutamente vero che esistono “problemi più importanti”. Problemi che devono essere affrontati. La tecnologia è sempre stata uno strumento con cui l’Uomo ha risolto i suoi problemi, a partire dalle pietre artificialmente appuntite per dar la caccia a grossi animali che potessero fornirgli una adeguata fonte di cibo. La causa del software libero non è, e non dovrebbe essere, fine a sé stessa; essa non rappresenta un “perché”, ma un “come”.

Al Momento Giusto

6 novembre 2015

Qualche giorno fa è stato annunciato l’imminente taglio del 50% delle spese concesse alle pubbliche amministrazioni in campo informatico, tecnologico e ICT. E, naturalmente, si sono levati gli scudi. E si sono calati i veli.

Uno dei commenti più ricorrenti è stato ed è quello sul (presunto) contrasto tra questa misura ed i passati proclami governativi in merito alla digitalizzazione e all’innovazione della PA, in quanto naturalmente (?) se si spende meno, meno si ottiene. La questione mai realmente approfondita non è sul “quanto” si spende, ma sul “come”. È dal 2005 che esistono norme che sollecitano le amministrazioni a scambiarsi applicativi e soluzioni sviluppate ad-hoc, in modo da massimizzare la spesa sostenuta da un ente sugli altri (i quali presumibilmente hanno, tutti a parità di funzione, esigenze analoghe). Ed è da fine 2013 che l’Agenzia per l’Italia Digitale ha pubblicato i vincoli all’interno dei quali dovrebbe svolgersi le scelte sulle nuove soluzioni software da adottare, o su quelle da aggiornare e rinnovare, privilegiando – coerentemente con quanto evidenziato sopra – quelle che più facilmente possano essere riutilizzate e condivise, anche senza l’intervento del fornitore originale (tutti attributi facilmente riconducibili alle piattaforme rilasciate con licenze libere…). Peccato che ben raramente tali raccomandazioni, tutte rivolte alla razionalizzazione delle spese pubbliche in campo ICT, si sono viste attuate. Il fatto che ora tali spese vengano forzosamente limitate per decreto legge non dovrebbe essere letto come un improvviso e sorprendente gesto di riduzione delle risorse, ma l’attuazione coercitiva di politiche dettate da dieci anni.

Tali considerazioni, sia in un verso che nell’altro, sono però scontate. Meno scontata è la puntualissima azione mediatica che si sta svolgendo in queste ore sui social network.

Un “bug” in una applicazione sviluppata da Lombardia Informatica (grosso fornitore di soluzioni informatiche per le amministrazioni pubbliche lombarde, ed in particolare della Regione) ha permesso l’accesso indiscriminato alle informazioni sensibili di tutti i cittadini coinvolti nel sistema anagrafico in oggetto. Un fatto gravissimo. Una calamità. Una minaccia per la sicurezza delle persone. La cui responsabilità non può essere che una: il taglio delle risorse economiche da destinare all’informatica, e dunque ad un settore critico come la sicurezza. Pare buffo che un decreto legge che non è manco ancora stato approvato abbia già avuto delle ripercussioni negative. Peraltro, su un applicativo che è stato lanciato nel 2011. Forse, quando Marty e Doc sono arrivati la scorsa settimana nel 2015, l’iconica Delorean non è stata trafugata da Biff ma da un analista programmatore rimbambito che ha avuto la grande idea di tornare indietro e rimuovere l’autenticazione degli utenti dall’applicativo lombardo. O forse lo scandalo è stato fatto cascare sui media proprio nel momento giusto per agitare lo spauracchio della sicurezza dei dati personali e suscitare nella pubblica opinione una reazione contraria all’appena paventato taglio della spesa. Scegliete voi qual’è l’opzione più credibile.

Ad aiutarvi nella scelta c’è una persona: Marcello Barone. Ex-presidente della suddetta Lombardia Informatica, ora amministratore unico di SardegnaIT (stesso tipo di soggetto operativo nel campo dell’informatica per la PA, ovviamente in Regione Sardegna). Nel 2007 – ovvero quando i soldi più o meno c’erano, e noi europei non conoscevamo ancora l’esistenza della parola “subprime” – egli sosteneva che il problema della sicurezza informatica non fosse il finanziamento ma la “frammentazione”, ovvero il fatto che ci fossero troppi fornitori che tentavano malamente di integrare componenti diversi a discapito della solidità del sistema finale. Un mese fa, al momento giusto per fungere da esempio, è finito agli onori delle cronache locali (ma non di quelle nazionali, troppo occupate a fomentare terrore e raccapriccio presso i cittadini lombardi) per lo stipendio gonfiato e gli ambigui rimborsi spese da parte della società para-statale che amministra.

Società regionali in-house che disseminano ingenui errori di programmazione nelle applicazioni di pubblico interesse, amministratori che rastrellano quattrini dalle casse innaffiate di soldi statali, fornitori privati che non dialogano tra loro per la costruzione di sistemi stabili ed integrati, e normative volte alla razionalizzazione ignorate da un decennio. Forse questa idea del taglio trasversale della spesa non è del tutto campata per aria, ed anzi casca al momento giusto.

Abuso di Impotenza

12 giugno 2015

Piuttosto spesso qualcuno nel nostro piccolo mondo linuxaro sfoggia il proposito di rivolgersi alle massime istituzioni dello Stato per condurre un qualche tipo di azione di carattere “politico” a favore del software libero. L’ultimo in ordine cronologico è quello di un “protocollo di intesa” tra i soggetti maggiormente rappresentativi del movimento freesoftware in Italia (disclosure: Italian Linux Society è coinvolta) ed il Ministero per l’Istruzione, saltato fuori sull’onda di indignazione che ha seguito pochi giorni fa la firma di un analogo protocollo tra lo stesso Ministero e Microsoft. Esattamente come accadde in occasione di un precedente protocollo, datato 2009; in quel caso l’iniziativa softwareliberista si arenò ad un passo dall’approvazione (per una serie di cause su cui soprassiedo, ma che non escludo si ripresentino tali e quali).

Eppure, non si può dire che negli anni siano mancate le vittorie di ampio impatto. Dall’oramai celeberrimo articolo 68 del Codice di Amministrazione Digitale, alla pubblicazione delle favorevolissime Linee Guida dell’Agenzia per l’Italia Digitale, senza scordare le numerose leggi regionali incentrate sull’adozione del software libero presso i relativi uffici pubblici. Tutti successi istituzionali di grande portata, i cui risultati sono stati… nessuno. Zero. Nada.

Il motivo di ciò spesso non è, stando a quanto osservato e capito, malafede o malaffare, ma l’oggettiva lontananza che esiste tra l’istituzione ai massimi livelli ed il singolo ente locale. Ma anche tra l’istituzione minore – regionale o persino comunale – e gli organismi che operano nella sua diretta giurisdizione.

L’ho ben notato frequentando occasionalmente la Commissione Scuola Digitale presso la Conferenza Cittadina delle Autonomie Scolastiche del Comune di Torino (perlopiù in veste di uditore, fortunatamente tutte le persone ivi coinvolte sono già sensibili al software libero e non abbisognano di ulteriori stimoli): a fronte di centinaia di scuole di ogni grado presenti sul territorio torinese ben poche sono quelle che hanno inviato un rappresentante a prendere parte attiva al tavolo, e solo una minima parte è stata presente durante la piccola conferenza in cui si sono riassunti i risultati dello scorso anno. Ogniqualvolta emerge un nuovo progetto – sia esso la partecipazione collettiva ad un bando per l’assegnazione di fondi, o più semplicemente degli incontri informativi per i docenti – emerge il classico, onnipresente, inevitabile ed ineluttabile problema del coinvolgimento delle parti interessate. E quando negli ultimi incontri hanno partecipato anche un paio di membri dell’Ufficio Scolastico Regionale, ci si è resi conto che esistevano diverse iniziative in collisione tra loro di cui non si sapeva reciprocamente nulla. Preso atto di quel che capita nella realtà – articolata ma non certo ciclopica – delle scuole di Torino, nella ristretta distanza tra assessorato comunale e plesso scolastico, non mi stupisce più di tanto constatare che le direttive dettate dal Governo di Roma in tema di strumenti software – che peraltro non sono un tema semplice, e per le quali servono competenze specifiche per essere comprese ed assorbite – siano ignorate dall’ufficio anagrafico di Voghera.

Con ciò ovviamente non intendo dire che le attività di “lobby” nei confronti di Ministri e Ministeri siano vane ed inutili, anzi sono di primaria importanza e meritano tutta l’attenzione possibile. Ho però la sensazione ed il timore che tali operazioni siano da troppi percepite come un punto di arrivo, un traguardo da raggiungere, quando dovrebbero invece essere dei punti di transizione, degli utili passaggi, strumentali a stimolare e potenziare iniziative locali ed iperlocali condotte verso le singole regioni e i singoli comuni. Magari per mano degli innumerevoli gruppi di interesse di cui, nel bene e nel male, è tappezzato il Bel Paese. Un protocollo di intesa, o una legge, o un decreto ministeriale, sono alquanto simbolici e fini a loro stessi se nessuno poi li impugna per portarli al più vicino funzionario statale o rappresentante politico, se si pretende di saltare il passaggio presso il proprio assessorato comunale o il proprio Ufficio Scolastico Regionale, e più in generale se non sono accompagnati da azioni mirate, da una presenza territoriale continuativa e da una attività frequente.

Viceversa, l’abuso di impotenza finisce col drenare tutte le – già poche – risorse disponibili, al solo scopo di autocompiacersi per qualche giorno su una mailing list.

Caro Renzi, ti Scrivo (ma non in Word)

14 gennaio 2014

Egregio Dott. Renzi,

mi permetto di distoglierla per qualche minuto dall’analisi e dallo studio delle ben note emergenze che affliggono il nostro – dopotutto – amato Paese per muovere qualche modesta e spero costruttiva osservazione. Del resto, essendo l’Italia una nazione di lamentoni, puo’ non risultare del tutto strano che qualcuno si risenta di una affermazione che, nell’intento, sicuramente voleva invece essere stimolo all’innovazione, alla trasparenza e al cambiamento.

Mi riferisco qui alla oramai celebre frase da lei pronunciata l’altro ieri, come sempre rimbalzata ed amplificata dai media: “Proporremo che il patto di coalizione sia un file Excel”.

Premesso che ritengo faziose e strumentali le repliche ricevute, incentrate piu’ sulla sua sottile e dissacrante battuta in merito al “linguaggio democristianese” che non sul sottinteso – e, almeno da me, gradito – invito ad una maggiore chiarezza di intenti e metodi, vorrei scendere nel merito della figura retorica da lei usata e, nella fattispecie, nel suo soggetto: una applicazione software popolare, che tutti coloro con una minima dimestichezza informatica conoscono, che molti usano, ma che in questa sede involontariamente rappresenta il giogo tecnologico imposto all’Italia e a tutto il nostro settore IT.

Non pretendo di star qui a spiegarle l’esistenza del software libero e dell’opensource, temi che non dubito lei gia’ conosce e magari apprezza (e se no, mi contatti in qualsiasi momento per delucidazioni ed approfondimenti). Piuttosto colgo l’occasione per invitarla a tener presenti tali temi nella sua pianificazione e nei suoi piani strategici, recentemente resi noti dalla parziale pubblicazione del “Jobs Act”:  in modo diretto ed indiretto, l’adozione e la promozione del software libero e opensource puo’ avere un ruolo in piu’ di un punto all’interno del suo programma.

Prima di tutto nella Parte A Punto 3, “Revisione della Spesa”, in quanto si stima che una progressiva migrazione da Microsoft Office a LibreOffice (e dunque anche dal citato Excel a Calc) della nostra pubblica amministrazione comporterebbe un risparmio tra i 300 ed i 600 milioni di euro, e stime meno recenti ma piu’ dettagliate condotte dall’esimio prof. Meo (noto al mondo politico per aver presieduto la Prima Commissione Stanca nel 2002, i cui fondamenti sono ancora oggi presenti nell’odierno Codice dell’Amministrazione Digitale) portano a 3 miliardi l’anno la spesa statale in licenze di software proprietario. Soldi che inevitabilmente finiscono a finanziare ricerca e sviluppo in altri Paesi, soprattutto negli Stati Uniti, lasciando ai nostri giovani, quando va bene, il compito di rispondere agli help desk: la Parte B Punto C, “I nuovi posti di lavoro / ICT”, necessariamente non puo’ ignorare questo netto sbilanciamento tra (grossi) fondi investiti e (scarse) ricadute locali, tantopiu’ alla luce delle opportunita’ esistenti ma negate – per mancanza di formazione ed esperienza – ai nostri rampolli. Infine, i Punti 4 e 7 della Parte A (“Azioni dell’agenda digitale” e “Burocrazia”) davvero non possono, a mio avviso, non passare per la definizione e la standardizzazione di interfacce programmatiche aperte e libere, pubbliche e documentate, che abilitino l’integrazione e l’interazione di componenti software che – indipendentemente dai rispettivi produttori – facilitino ed accelerino la generazione, la validazione e la trasmissione sia delle informazioni utili agli scambi commerciali sia dei metadati amministrativi richiesti dalla normativa.

Chiudo con una segnalazione, ma anche con una ironica provocazione (che, ne sono certo, sapra’ cogliere). Proprio l’altro giorno l’Agenzia per l’Italia Digitale ha divulgato una circolare destinata ai nostri enti pubblici in cui, in ottemperanza all’articolo 68 del gia’ citato Codice dell’Amministrazione Digitale, dettaglia le Linee Guida con cui comparare diverse soluzioni tecnologiche prima di compierne l’acquisto, da cui si evince una spiccata propensione alla scelta di opzioni libere e opensource proprio in virtu’ del loro intrinseco valore economico, tecnico e strategico per il Sistema Paese sul medio e lungo periodo. Mi auguro che anche lei, prima di iniziare a stendere il Patto di Coalizione con Excel, rediga la sua valutazione comparativa tra le diverse alternative software e ne tragga qualche utile spunto.

Cordialmente,

Roberto Guido

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