Il Furto

9 febbraio 2019

Leggendo l’ennesimo articolo su “Il caso MongoDB”, mi sento di sollevare una mia umile considerazione su quello che in questo momento è il dibattito più acceso nel mondo opensource.

Per riassumere gli avvenimenti: alcune aziende che sviluppano componenti liberi hanno cambiato le licenze con cui distribuiscono i propri prodotti, a fronte del fatto che altri (nella fattispecie: Amazon) hanno preso ad erogare servizi cloud basati su di essi assimilando gran parte di quello che avrebbe potuto essere il loro bacino di clienti. Solitamente nei numerosi articoli che possono essere trovati online a tal riguardo vengono citate MongoDB, RedisLab e Confluent, benché le ultime due abbiano banalmente reagito adottando licenze non libere (la prima vieta la vendita del software, la seconda vieta la pubblicazione di servizi in competizione con quelli offerti Confluent stessa, in ambo i casi la libertà 0 viene violata) e risultano di assai scarso interesse dialettico mentre la prima ha curiosamente proposto una licenza talmente tanto virale da risultare inutilizzabile (alla faccia di chi si lamentava della GPL…).

Da tutto questo è esplosa (nuovamente) la discussione sulla sostenibilità del software libero, e più nello specifico sulla mancanza di meccanismi che garantiscano all’autore del software un ritorno economico esclusivo. La tesi storica, quella da sempre sostenuta dai più scettici nei confronti del modello opensource e oggi evidentemente ritornata in auge, è sempre la stessa: “Se può essere venduto da altri, io cosa vendo?”.

Ahimé, tali scettici – vecchi e nuovi che siano – peccano sempre di arroganza e presunzione dimenticando un fatto scientifico ed inconfutabile: tutto il software può essere reimplementato da qualcun altro. Tant’è che, poco tempo dopo il cambio di rotta di MongoDB, Amazon ha annunciato la sua propria alternativa sviluppata in-house (in fase di lavorazione già da due anni, dicono), lasciando la modesta azienda nella duplice scomoda situazione di non aver ricevuto il riconoscimento economico che stava espressamente cercando di ottenere dalla multinazionale statunitense e di essersi giocata la reputazione nei confronti della community opensource.

Ma forse questa limitazione, questo rischio di plagio e di circonvenzione del proprio presunto diritto esclusivo, riguarda solo il software rilasciato con licenza libera? Non mi pare proprio. Spesso le nuove funzioni lanciate da Google devastano mercati in cui sono attive dozzine di startup, per il solo fatto che Google gode di una visibilità immensamente maggiore e può nel giro di una notte assorbire il traffico di chiunque altro. Il fatto che il codice di Snapchat – social network estremamente popolare tra i giovani – sia chiuso e proprietario non ha impedito a Facebook di copiare ed integrare all’interno dei suoi propri prodotti buona parte delle sue funzionalità più interessanti, di fatto usando il “piccolo” concorrente come laboratorio di ricerca e sviluppo gratuito. Più in generale, è ben noto da tempo come un pugno di colossi agiscano per intercettare i prodotti più promettenti ed amati da acquisire (quando va bene) o copiare (quando va male) ed aggiungere al proprio arsenale.

Data codesta realtà, è lecito chiedersi se il problema della competitività sia davvero da cercare nell’adozione delle licenze libere e del modello di sviluppo opensource oppure nel fatto di non poter oggettivamente nulla contro lo strapotere – tecnologico, economico e mediatico – dei GAFAM. Chiunque venga messo nel mirino di questi ultimi, a prescindere che si tratti di una azienda che produce software libero o proprietario, o che raccoglie e organizza informazioni, o che fornisce servizi di qualsiasi tipo e genere, non può far altro che soccombere. E mentre la community opensource si interroga per l’ennesima volta se il modello di sviluppo condiviso sia economicamente sostenibile o meno, il resto del mondo imprenditoriale – prendendo atto dello stato delle cose – si mobilita al contrario adottando modelli condivisi per tutto: software rilasciato con licenza libera per condividere costi e oneri, blockchain per distribuire i dati, decentralizzazione delle istanze per spalmare le risorse.

No, il problema non è l’opensource. Che, semmai, è uno strumento per far fronte comune contro soggetti altrimenti invincibili ed impareggiabili che travolgono qualsiasi cosa gli si pari dinnanzi. Il problema resta sempre quello del business model, che è il grattacapo principale di qualsivoglia attività economica.

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