Un’Offerta che non si può Rifiutare

18 febbraio 2017

Anche quest’anno, data l’opportunità del FOSDEM e la presenza a Bruxelles di numerosi rappresentanti della community freesoftware europea, si è svolto il meeting promosso da FSFE e Open Forum Europe cui anche questa volta ho partecipato in vece di Italian Linux Society. Contrariamente alla prima edizione le presentazioni sono state molto più concise e ci si è concentrati maggiormente sui contenuti, il cui riassunto succinto può essere consultato nel breve post pubblicato sul sito di ILS.

Qui vorrei soffermarmi su un intervento in particolare, tenuto dal direttore dei sistemi informativi presso la Commissione Europea, che ha enumerato gli ostacoli più comuni che rallentano l’adozione di software libero ed opensource e le relative soluzioni. In estrema sintesi:

  • disponibilità di supporto professionale, da acquisire sul mercato
  • disponibilità di competenze specifiche, anch’essa reperibili sul mercato
  • il famigerato Total Cost of Ownership, che facilmente può essere computato a vantaggio del software opensource considerando il costo di transizione
  • disponibilità di funzionalità avanzate, che possono essere trovate nei prodotti più maturi
  • l’integrazione con altre soluzioni e piattaforme, che può essere implementata ad hoc rivolgendosi ai fornitori sul mercato
  • il coinvolgimento della community, che può essere ottenuto contribuendo attivamente alla community stessa
  • le complicazioni legali comportate dalle diverse licenze più o meno compatibili tra loro, che possono essere superate con un poco di attenzione e riducendo il numero di componenti software coinvolti
  • la sicurezza, tema già affrontato dall’iniziativa EU-FOSSA (che è stata più dettagliatamente presentata in un altro intervento nel corso del meeting)

Non servono grandi spiegazioni per notare come gran parte della strategia filo-opensource della Commissione Europea sia incentrata sulla disponibilità del mercato a fornire, implementare e supportare prodotti in tale categoria. Come lo è del resto quella di qualsiasi altra realtà più o meno pubblica. Ma all’esplicita domanda su come questa strategia stimoli concretamente l’effettivo utilizzo di software open, la risposta del dirigente è stata alquanto eloquente: “Il mercato è libero”.

Stringi stringi, si torna sempre al solito punto. Non importa quanto norme e linee guida siano aggressivamente schierate a favore del software libero, non importa quante delibere e mozioni vengano pubblicate per esprimere una preferenza politica, non importa quanto si protesti nei confronti delle proprie istituzioni affinché esse scelgano alcune soluzioni anziché altre: se non c’è nessuno in grado di fornirle e supportarle, e se non c’è nessuno che si fa avanti per aggiudicarsi bandi e appalti, queste non potranno mai essere adottate.

Forse siamo davvero arrivati al punto in cui dalle nostre istituzioni non possiamo chiedere più di quanto già sia stato predisposto e stabilito. Certo si può insistere sul fatto che ciò sia effettivamente rispettato – cosa tutt’altro che scontata: da che è stato introdotto il concetto di “valutazione comparativa” non ricordo di averne mai vista una neanche andandola a cercare col lanternino -, ma allo stato attuale non si può neppure biasimare troppo chi si trova a scegliere sempre il solito Windows, il solito Office o il solito Oracle: se, pur con tutta la buona volontà del mondo, solo quelli gli sono stati proposti in sede di bando, oggettivamente non ci si può aspettare altro.

Anziché pretendere che aumenti la domanda, sarebbe forse il caso di iniziare a stimolare anche l’offerta. Una offerta che non potrebbe essere rifiutata, dati i vincoli già abbondantemente introdotti. Ispirando e sostenendo l’imprenditorialità, potenziando la disponibilità di competenze tecniche, e tentando di costruire un circuito sostenibile per la produzione e la distribuzione di soluzioni libere.

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Chiusura Centralizzata

11 febbraio 2017

Anche quest’anno sono stato al FOSDEM. E anche quest’anno propongo la mia personale lettura dell’evento internazionale che, nel bene o nel male, funge da cartina da tornasole nei confronti dell’intero movimento opensource.

Stando a quanto visto il trend emergente è quello del self-hosting, ovvero la pratica di gestirsi da sé i propri servizi online (o, quantomeno, di rivolgersi a fornitori “alternativi”). Una tendenza con ovvie implicazioni tecniche, ma soprattutto con implicazioni sociali e politiche. Il debutto della devroom “Decentralized Internet” né è stato il segno più evidente, a partire dal suo nome provocatorio: laddove Internet è e resta una infrastruttura di fatto decentralizzata, è fuor di dubbio che gran parte del traffico (e delle informazioni) passi da un numero limitato di nodi – genericamente identificati con l’acronimo GAFA: Google, Apple, Facebook, Amazon -, e l’invito a ri-decentralizzare la Rete mira a bilanciare questo equilibrio spezzato. Sensibilizzando sull’argomento, ma anche costruendo strumenti più facili e rendendo accessibili anche ai profani le sofisticate tecnologie di virtualizzazione, contenimento e amministrazione abitualmente usate dai più skillati sistemisti.

Il tema non è affatto nuovo ma è interessante notare come, laddove continui ad esistere un approccio negazionista nei confronti del “cloud”, ci sia anche un movimento di azione e reazione volto a fornire non solo delle motivazioni ma anche delle soluzioni. Cosa nient’affatto scontata: il fork di ownCloud – la piattaforma forse più popolare del momento nella categoria “servizi cloud fai-da-te” – in NextCloud, avvenuto a giugno, avrebbe potuto minare la fiducia della community nei confronti di questo genere di iniziative, ed invece pare non aver intaccato l’ottimismo diffuso. Certo continuano a mancare alternative valide per tutte le esigenze (benché in questa sede ne abbia scoperta qualcuna nuova), ed il capitolo “social networks” fa storia a sé, e gestirsi il proprio server non è ancora cosa alla portata proprio di tutti, ma i progressi su questo fronte sono all’ordine del giorno.

Tra le note più folkloristiche relative alla manifestazione: quest’anno i talks più interessanti non sono stati condensati al mattino e, almeno al sabato, l’orario ha subito un lieve slittamento dal 9:00/18:00 al 10:00/19:00: evidentemente io ed i miei compagni di avventure non siamo i soli a far tardi nelle birrerie di Bruxelles; “Premio Originalità” agli sviluppatori di VLC, che si sono presentati in massa con improbabili cappelli a forma di cono: davvero non se ne poteva più di vedere solo cappelli rossi!; la bacheca dedicata alle offerte di lavoro diventa sempre più grande, ed è un buon segno: sempre di più sono le aziende “fuori dal coro” che cercano talenti nel campo dell’opensource, molto spesso in remoto e su tutta Europa, ed il settore continua a crescere in modo sensibile.

Manco a dirlo l’evento è stato anche una occasione per incontrare tanti italiani, vecchie e nuove conoscenze, e discutere sullo stato della nostra community nazionale, fare progetti e valutare idee. Come sempre non tutti i buoni propositi arriveranno ad essere realizzati, ma per alcuni già ho iniziato a mobilitarmi e a tastare il terreno. E facilmente qualcuno di essi sarà prossimamente veicolato per mezzo di ILS. Il più è riuscire a cavalcare il più a lungo possibile l’effetto-FOSDEM.


Lezioni Teoriche

22 gennaio 2017

Nelle ultime settimane, per un corso di aggiornamento organizzato nel contesto del cosiddetto Piano Nazionale Scuola Digitale, mi è capitato di tenere alcune lezioni ad un gruppo di dirigenti scolastici in merito all’intersezione tra innovazione e didattica. Inutile dire che pressoché tutte le soluzioni e le esperienze che ho presentato erano riconducibili al mondo del software libero, dell’opensource, di Linux, di Wikipedia, di OpenStreetMap, ed ho preso a piene mani da quel che occasionalmente vedo transitare sulla mailing list Wii Libera la Lavagna. Meno inutile raccontare le reazioni che ho ricevuto, spesso inattese e ben diverse da quel che è la comune percezione all’interno della nostra community.

Praticamente tutti i presidi in aula già conoscevano l’esistenza di Linux e del software libero. Di questi, praticamente tutti ne riconoscevano il valore tecnico, economico e didattico. Forse sono stato particolarmente fortunato io, o forse mi sono trovato dinnanzi una platea atipica, ma in questa occasione nessuno ha citato quelle che sono sempre state le classiche contro-argomentazioni come “Linux è troppo difficile”.

Viceversa, tutti sono stati concordi nel dire che – volenti o nolenti – per Linux (e, più in generale, per le soluzioni libere) non esistono assistenza e supporto, dunque si devono arrangiare con quel che il mercato offre. Il problema dei soldi per pagare le consulenze esterne c’è, ma è assai minore del problema della mancanza di competenze interne e, pertanto, della capacità di potersi amministrare autonomamente i laboratori, il sito o la piattaforma amministrativa. Morale: chissenefrega se l’opensource è gratis, si fa quel che si può ed al momento si può solo pagare qualcuno che offra un servizio. Se poi gli unici servizi proposti sono fondati su soluzioni proprietarie, che magari introducono un deliberato lock-in, pazienza.

L’aneddoto più interessante in tal senso me lo ha raccontato quello che, tra tutti i dirigenti coinvolti, era evidentemente quello più filo-linuxaro: contattata l’azienda più vicina per l’allestimento di un laboratorio informatico ha esplicitamente chiesto che fosse attrezzato con Linux, quelli hanno accampato delle palesi scuse (tipo: “I ragazzi sono abituati con Windows”. Ah ah ah!) per mascherare la propria totale incapacità nel farlo, e lui, già oberato dalle sue proprie incombenze amministrative, non ha potuto far altro che lasciar cadere il buon proposito e farli procedere col solito Windows. Avrebbe potuto chiedere a qualcun’altro? Io stesso, pur essendo piuttosto addentro alla questione, non saprei citare nessuna azienda interessata ad allestire e soprattutto mantenere un laboratorio didattico con Linux. Avrebbe potuto aprire un bando, ed aspettare che un fornitore abile nel fare quanto richiesto andasse da lui? Questo è l’approccio adottato dal progetto FUSS di Bolzano, che però è abbastanza organizzato e strutturato da acquistare blocchi di PC per numerose scuole alla volta, muovere grossi volumi, e dunque essere appetibile; la singola scuola può aspettare all’infinito senza che nessuno si faccia avanti. Avrebbe potuto contattare un Linux Users Group? La scuola in oggetto sta in un paesello della provincia, dunque il LUG più vicino sta ad almeno un’ora di auto, e comunque quelli disponibili a dare assistenza tecnica ed in grado di garantire continuità nel tempo sono ben pochi rispetto al totale (ovviamente, trattandosi di volontari).

Medesimo discorso è stato fatto per il sito istituzionale (bello il pacchetto pre-confezionato da Porte Aperte sul Web, già noto a molti, ma chi le ha le conoscenze ed il tempo per installarlo e mantenerlo?), il registro elettronico (Lampschool offre un servizio di hosting assistito, ma poi non si integra con nessuno dei gestionali degli altri fornitori e bisogna gestire i dati due volte), e più in generale sul Ministero che impone tanti adempimenti ma fornisce poche soluzioni e ciascuno si deve in qualche modo arrabattare al netto del budget ristretto, del tempo ancor più ristretto, e delle competenze tecniche talmente ristrette da essere nulle.

Il punto è sempre lo stesso: prima di pretendere di educare gli ignoranti e di convertire gli scettici, forse sarebbe opportuno sostenere chi già è sensibile al tema. Fornendogli adeguata documentazione, realizzando ed integrando (empiricamente, non a parole) gli strumenti che mancano, e facendo in modo che la scelta opensource possa essere una opzione valida e realmente perseguibile. Fino ad allora, il software libero sarà solo un tema affascinante per una lezione teorica.


Invento

2 gennaio 2017

Anno nuovo, post nuovo. Come da tradizione.

La premessa di fondo è che tutte le previsioni di cambiamenti e rivoluzioni avanzate lo scorso anno si sono avverate: ho cambiato lavoro (o meglio: ho aperto partita IVA individuale. Di fatto faccio sempre la stessa cosa, l’unica che più o meno sono capace a fare: programmare), ho cambiato alcuni aspetti della mia vita privata, e progressivamente sto cambiando il mio approccio nei confronti del supporto e della promozione filo-linuxara.

Nel corso del 2016, scarso di attività ma ricco di riflessioni ed analisi, ho avuto qualche illuminazione determinante per la mia visione del mondo softwareliberista e dei fattori che, a dispetto di quelle che sono le più comuni percezioni (troppo spesso obsolete e scorrelate dalla realtà attuale), meriterebbero una maggiore attenzione. Il macro-tema della sostenibilità è emerso in modo preponderante, e con esso il ruolo del mondo professionale, e non da meno è l’attenzione verso le nuove generazioni di smanettoni, molto più avvezze all’opensource di quanto non si pensi (grazie anche ai fenomeni Arduino e RaspberryPi) ma costantemente contese dai colossi digitali in cerca di competenze da recintare nei rispettivi walled gardens. In virtù delle conclusioni cui sono arrivato, per il 2017 ho messo insieme un elenco di iniziative (o anche semplici ritocchi, minori ma mirati) volte a mettere alla prova, sul campo, tali assunti. Cose come la cortocircuitazione tra scuola e impresa, per tentare di convogliare risorse intellettuali al nostro tessuto produttivo.

Per il resto…

Anche quest’anno non sono riuscito a smanettare quanto avrei voluto su sperimentazioni parallele, idee e prototipi (di cui la mia lista personale si allunga sempre più), come ogni anno confido di recuperare in quello successivo, e per il 2017 non sarò da meno. Considerata anche la mia nuova ed inedita posizione di “imprenditore di me stesso”, ho un paio di progetti che varrebbe la pena esplorare non solo per spirito hacker ma anche, perché no, per fini commerciali.

A tal proposito: a breve, per esigenze burocratiche, mi dovrò attrezzare per la fatturazione elettronica, e sto cercando di capire se e come posso entrare nel MEPA, il catalogo dei fornitori per le pubbliche amministrazioni. L’intento, risorse permettendo, è quello di fornire prodotti e servizi basati su software libero agli enti pubblici, ed in particolare alle scuole, andando in diretta competizione coi fornitori di soluzioni proprietarie. Essendo da solo non conto di avere un impatto significativo, ma anche in questo caso vorrei empiricamente provare questo approccio – basato non già sulla promozione teorica e divulgativa, ma sull’assistenza commerciale – per vedere se e come funziona.

Negli ultimi sei mesi, un po’ per necessità ed un po’ per opportunità ho rinnovato gran parte del mio hardware, con un nuovo PC, un nuovo smartphone e qualche altro gadget. Non mi capita spesso di fare acquisti (il precedente smartphone, ad esempio, è durato quasi sette anni), ma ogni tanto è necessario aggiornarsi e sono lieto di iniziare il 2017 con una dotazione efficiente.

Insomma: per l’anno che verrà mi sento ottimista e fiducioso. Tanto quanto, contrariamente al 2016, ora mi sono inventato qualcosa da fare.


Giustamente

27 novembre 2016

Nell’ultimo mese sono incappato due volte nel medesimo concetto applicato al mondo del software aperto, illustrato in contesti diversi ma incidentalmente espresso con il medesimo termine: “fair”, “giusto”.

La prima occorrenza l’ho trovata nella definizione della “Fair Source License”, una licenza software che, pur conservando alcuni elementi del freesoftware (l’accesso al codice sorgente), limita l’utente alla sua distribuzione: raggiunto un certo numero di copie, bisogna pagare una somma per quelle successive. La seconda in un articolo con cui uno sviluppatore (tra le altre cose autore di Birdie, popolare client desktop per Twitter) annuncia la fondazione della sua azienda, che, a suo dire, produrrà software opensource ma vincolerà in qualche modo (non è dato di capire esattamente come e quanto) al pagamento di una quota quanto più vicina al cosiddetto “Fair Value Price”, ovvero quello che viene considerato il prezzo più equo. In entrambi i casi, quel che viene implicitamente proposto è di ridimensionare le libertà degli utenti (in particolare la libertà 2, quella relativa alla ridistribuzione) in nome di principi universalmente riconosciuti come quello del giusto compenso. In entrambi i casi, quel che viene implicitamente proposto è di limitare artificialmente la naturale ed ovvia abbondanza del bene digitale per ristabilire rapporti vincolanti tra produttore e fruitore. In entrambi i casi, quel che viene implicitamente proposto è di tornare indietro di quarant’anni.

Dato per assunto il fatto che quello della sostenibilità è un problema ben noto ed anzi di crescente interesse all’interno della comunità freesoftware, mi disturba la piega degenerativa che sta prendendo. Ma chi davvero considera questo approccio di vendita al dettaglio “giusto”, evidentemente capisce poco sia di software che di mercato.

Che il prodotto sia libero, quasi libero o chiuso, quanto incide sul fatto di riuscire a raggiungere un pubblico, trovare dei clienti e convincerli a pagare? Nel marasma di applicazioni esistenti per ogni singola esigenza, qual è il motivo percui la propria dovrebbe essere quella preferita ed addirittura pagata da qualcuno? Quanti potenziali utenti vengono a priori allontanati da una etichetta con un prezzo, per quanto modesto, simbolico e a malapena sufficiente a risarcire gli sforzi profusi?

Nel film “The Wolf of Wall Street” ricorre un paio di volte una battuta: il protagonista (interpretato da un sempre ottimo Leonardo di Caprio) prende una penna e chiede ai suoi interlocutori di vendergliela. I primi provano ad ostentarne le proprietà funzionali ed estetiche, solo per essere interrotti dopo pochi secondi e dover passare al successivo pretendente. Finché uno non prende la penna, porge un pezzo di carta, e chiede all’esaminatore di scrivere il suo nome. A questo punto viene svelata la chiave del test improvvisato: per vendere qualcosa, bisogna creare un bisogno. E, col tempo, “creare un bisogno” è diventata la base concettuale di gran parte dei modelli di business legati al software (che, ricordiamolo, è per sua natura un prodotto infinitamente replicabile a costo zero, contrariamente alle mele o ai tavoli). Il lock-in tipico del software proprietario ne è l’esempio più lampante: inizialmente lo si adotta per assecondare una necessità immediata, dopo poco la necessità diventa poter continuare a consultare i dati ed i documenti con esso generati. Esempi meno lampanti, benché assai noti, sono i modelli indiretti comunemente legati al software gratuito e, per estensione, all’opensource: il prodotto è a disposizione di tutti, ci sono tantissime alternative che soddisfano alla stessa esigenza funzionale, l’utente sceglie quella che preferisce, ma è interesse dello sviluppatore far scegliere la propria in quanto sarà poi lui il primo riferimento per rispondere al bisogno di modifiche (pagate), training (pagato), assistenza (pagata), hosting (pagato), lungimirante azione proattiva (ovvero donazioni, ovvero pagamenti spontanei), oppure ancora per essere al centro di possibili ulteriori sviluppi monetizzabili: pubblicità, estensioni a pagamento – cfr. modello opencore o modello freemium -, raccolta e sfruttamento di dati, o semplicemente auto-promozione per altri prodotti o servizi commerciali.

Considerata la quantità di modelli alternativi già abbondantemente adottati e sperimentati con successo, davvero non ritengo che sottrarre libertà all’utente possa essere strumentale per una ipotetica “giustizia” a senso unico. Il modello opensource non è “ingiusto”; sei tu, caro sviluppatore improvvisatosi imprenditore, che dovresti mettere da parte la Lettera Aperta agli Hobbisti del 1976 ed imparare a vivere nel 2016.


Softwarao Meravigliao

17 novembre 2016

Negli ultimi giorni ha iniziato a circolare la notizia secondo cui il Brasile, nazione capisaldo dell’adozione di software libero nella pubblica amministrazione, avrebbe scelto di abbandonare l’opensource ed acquistare massicciamente licenze Windows e Office da Microsoft. Incuriosito dal fatto che pressoché tutti gli articoli apparsi in lingua inglese erano poco più di copie uno dell’altro, inneggianti il fallimento delle politiche a favore del freesoftware ed il ripensamento di uno dei suoi più longevi e fedeli sostenitori, ho approfondito un poco la questione andando a cercare qualche fonte in lingua portoghese. Il brano più completo che ho trovato è questo qui, e qualche altro riferimento lo si può trovare su questo aggregatore.

Riassumendo molto il tutto, emerge che: dal 2003 il Brasile ha norme che favoriscono l’adozione di software libero nella pubblica amministrazione locale, simili al nostro beneamato Codice di Amministrazione Digitale, con la differenza che lì le applicano; ad ottobre, con il sostegno del Ministro dell’Economia, è stato aperto un centro di ricerca dove Microsoft promette di far vedere (ma non far toccare) il suo codice sorgente alle istituzioni addette alla sicurezza nazionale; pochi giorni dopo, è stata lanciata una convenzione nazionale per l’acquisto di licenze Microsoft (stando a quanto capisco, non dissimile da quella esistente anche qui in Italia). E tanto è bastato per annunciare la fine dell’avventura carioca di Tux.

Riassumendo un po’ meno, però, emerge dell’altro. Tipo che questo agosto il governo brasiliano è stato sovvertito, con la destituzione della presidentessa Dilma e l’ascesa del nuovo presidente Tremer. Liberista convinto, che spinge molto sulle privatizzazioni. E cui evidentemente non sono passate inosservate le spese del Governo nei confronti del comparto ICT locale, sostenuto in larga parte da fondi pubblici. Meglio tagliare tutto, investimenti e posti di lavoro, e cercare di spuntare un buon prezzo dal vicino fornitore di software statunitense. Con buona pace del CTB (per dirla facile: la CGIL brasiliana), che reagisce menzionando l’impatto sui posti di lavoro qualificati, l’espatrio di quattrini sinora destinati allo sviluppo nazionale, ma facendo anche leva sulla sicurezza. Tema particolarmente sentito nel Paese, da sempre succube (come tutto il Sud America) delle politiche imperialiste dell’invasivo vicino a stelle e strisce, ancor più dopo le rivelazioni di Snowden: appare ovvio che la farsa del centro di ricerca Microsoft, e le solerti rassicurazioni governative sulla sicurezza e sulla privacy che hanno accompagnato l’annuncio della suddetta convenzione, servono a contenere i (fondatissimi) timori da parte dei cittadini.

Sta di fatto che le più o meno opinabili scelte politico/economiche del nuovo presidente – forse poco consapevole delle responsabilità sociali ancor prima che tecniche del suo ruolo – ben si prestano ad essere strumenalizzate per presentare uno scenario diverso dal reale, ovvero quello del presunto collasso dell’opensource in quanto tale. È chiaro che, in assenza di una contestualizzazione e debitamente colorato, il passo indietro del Brasile può essere facile oggetto di illazioni e supposizioni sui limiti delle soluzioni esistenti (esistenti dal 2003: ce ne hanno messo, per accorgersene…) e vettore di paura, incertezza e dubbio. Né più né meno di quello che si aspettava l’ufficio stampa Microsoft quando ha iniziato a far circolare i comunicati stampa.

Confido che la situazione brasiliana possa rientrare al più presto, più per solidarietà coi colleghi smanettoni sud americani che per tifo nei confronti del software libero. In nome di ordine e progresso.


Chiavi in Mano

31 ottobre 2016

Qualche giorno fa è successo che uno di noi, attivista della comunità freesoftware italiana, si sia trovato in riunione con un referente del Ministero dell’Istruzione per ragionare sulla diffusione di Linux e del software libero nella scuola italiana. E contrariamente a quanto accaduto nelle diverse precedenti occasioni stavolta l’incontro si è tradotto in un appello finalizzato a coinvolgere da subito le diverse realtà operative nel settore (tra cui ovviamente Italian Linux Society) per definire insieme una risposta da dare a fronte delle richieste e delle osservazioni mosse.

Il problema è che quel che è stato chiesto – e che conseguentemente è stato chiesto ai soggetti successivamente coinvolti – è un “pacchetto” di soluzioni e riferimenti da dare alle scuole, un “prodotto, chiavi in mano” da esporre ai potenziali interessati, da far “benedire” al MIUR insieme ai tanti altri pacchetti presentati dai numerosi vendor che ci hanno preceduto. Cosa che, come comunità, non siamo e non saremo mai né capaci né interessati a fare.

Non ne siamo capaci perché, per l’appunto, siamo una comunità, ovvero un insieme eterogeneo di persone variamente assortito che possono occasionalmente donare un po’ di tempo ed un po’ di competenze ma che non possono fornire garanzie, tempi e modi certi. Ci sono diversi volontari che hanno fatto e fanno grandi cose presso le scuole della loro zona, dal ripristino dei laboratori informatici al coinvolgimento in attività didattiche (informatiche, e non solo), ma certo non si può pretendere che essi seguano un modello predefinito, che rispettino delle pianificazioni fatte da altri e che seguano dei protocolli unici per tutti. L’approccio del LUG di Voghera è diverso da quello di Spoleto, che è diverso da quello di Agrigento, cosiccome sono diverse le competenze, gli interessi, le ambizioni, le preferenze e le disponibilità. Non siamo mai stati in grado di metterci d’accordo su una distribuzione da installare, figuriamoci costruire una unica e coerente rete di assistenza di livello professionale.

Ma anche assumendo per assurdo che ne fossimo capaci, che potessimo prenderci questa responsabilità ed agire non come tanti soggetti autonomi ed indipendenti ma come un unico operatore con una linea unica e condivisa; assumendo che fossimo in grado di dare in un colpo solo sostenibilità su scala nazionale a queste attività, e garantire una copertura completa di operatori sempre pronti a rispondere al telefono ed intervenire dove e quando necessario; assumendo di voler compiere questo sforzo anche a fronte del fatto che non sarebbe garanzia di nulla, in quanto (come già noto) il Ministero non ha potere di obbligare nessuna scuola a nulla ed in ogni caso la nostra ipotetica “Linux SpA” sarebbe un operatore come tutti gli altri, in competizione su un mercato già assediato da commerciali accaniti, offerte promozionali allettanti e strategie di marketing aggressive; assumendo di poter realizzare il “prodotto, chiavi in mano” della richiesta iniziale: davvero vorremmo farlo?

Quello che abiamo noi oggi non è un prodotto, ma un modello. Il modello dei gruppi di discussione e confronto, presso cui docenti di ogni scuola e grado spontaneamente scambiano esperienze e progetti fornendo degli esempi da seguire (o da evitare); il modello delle applicazioni software implementate collaborativamente, coinvolgendo tecnici, insegnanti e studenti, che non solo assolvono alla loro funzione di calcolo ma che diventano essi stessi oggetto di approfondimento didattico; il modello dei contenuti condivisi, elaborati, migliorati, e nuovamente condivisi per gli altri; il modello degli strumenti digitali usati in modo creativo ed innovativo, perché lo scopo non è insegnare ad usare il mero strumento (che, data l’evoluzione in campo digitale e non solo, cambia ogni sei mesi) ma insegnare a risolvere problemi e combinare informazioni.

Certo una offerta di questo genere non può essere rivolta a tutti gli insegnanti che lavorano nella scuola italiana. Molti di essi, la maggioranza, fino al giorno della pensione continueranno ad interrogare i loro studenti sulla data di nascita di Napoleone, sul paragrafo evidenziato a pagina 122 del libro di testo, e su qual’è il tasto dell’applicazione usata in laboratorio che serve a stampare un foglio di carta. Essi continueranno sempre a scegliere i propri strumenti didattici – software, hardware ed editoriali che siano – da un catalogo preconfezionato che un commerciale in giacca e cravatta gli ha portato. Ma voglio sperare (fortissimamente spero) che quello non sia il campione preso come riferimento dal Ministero per pianificare la direzione da far prendere alla scuola nei prossimi 5, 10 o 20 anni. Metodi nuovi, approcci nuovi e strumenti nuovi sono il frutto di pochi, pochissimi, che in aula ci provano tutti i giorni, a volte riuscendo e a volte no, dai quali deriva quella costante e forse inconsapevole attività di ricerca e sperimentazione che, un domani, sarà ingegnerizzata e presentata sottoforma di un nuovo prodotto sui summenzionati cataloghi e raggiungerà la maggioranza degli altri insegnanti, incidendo praticamente sulla didattica di tutti. È successo così per i pazzi visionari che hanno inventato senza saperlo il “coding” (adottato nel mondo freesoftware italiano almeno dal 2010, oggi consacrato dalle istituzioni) o hanno portato in classe i primi Arduino (laddove oggi il “making” viene considerato l’ultima frontiera).

A quei pochi, pochissimi, è destinata l’offerta di un modello. Per facilitare ed accelerare la loro opera, abilitare (per quanto possibile) altri insegnanti a fare altrettanto, e segnare una strada che poi, dopo, con comodo, i fornitori di “pacchetti” chiavi in mano e un tanto al chilo seguiranno. Se l’unica cosa che il rappresentante MIUR di turno si aspetta di trovare sulla scrivania è un catalogo patinato, temo proprio che non potrò accontentarlo. Non posso. E dopotutto neanche voglio. Che il Ministero lo voglia o no, c’è un futuro da costruire.

 

[Post Scriptum: ad ogni modo, a prescindere dal MIUR, intendo approfittare di questa situazione e di questo stimolo per condurre un paio di attività di monitoraggio sul rapporto tra scuole e LUG, su cui sinora ho procrastinato fin troppo. Dopotutto anche questa vicenda ha un suo risvolto positivo…]


Kernel Panic

1 ottobre 2016

Chiusa l’esperienza dei Digital Champions, e con Riccardo Luna restituito al giornalismo, Diego Piacentini è stato chiamato per essere il volto nuovo della trasformazione digitale dell’Italia. E lo fa lanciando una iniziativa diamentralmente opposta a quella dei suddetti Champions: un appello internazionale per costruire un team di alto profilo tecnico che possa alterare il funzionamento della pubblica amministrazione dall’interno.

Sorvolo qui sulle polemiche sollevate in merito al potenziale (e neppur così improbabile) conflitto di interessi del personaggio, chiudo un occhio sull’approccio generale adottato (che preferisco a quello di Luna, ma reputo ancora poco credibile) e non entro nel merito dell’iniziativa in sé (che anzi, numerosi dettagli a parte, mi può persino piacere). Eppure un commento lo devo fare.

In particolare mi soffermo su quello che nel testo di Piacentini è il più diretto riferimento ai temi che più mi sono cari: “è necessario condividere con tutti visione, missione, obiettivi, codice sorgente (quando appropriato), design, idee, successi e anche insuccessi”. Ancor più in particolare, mi soffermo su una parola: “appropriato”. La prima impressione che traggo da codesta lettura è che certi concetti siano stati messi lì ostentatamente per imposizione: qualcuno gli ha detto “Oh, Diego, mi raccomando la partecipazione, che i nerd ci tengono” e lui ce l’ha messo, ma tenendo le debite distanze. Condividiamo tutto, si, ma il codice sorgente solo “quando appropriato”.

Alché è lecito domandarsi: quando è appropriato? E quando non lo è?

Sul “sistema operativo” del Paese girano tantissimi processi, i più disparati. Ce ne sono almeno 20 per le regioni, 110 per le provincie e 8000 per i comuni. E altri 8000 per le scuole, 1000 per gli ospedali, 1000 per i tribunali. Nonché un numero infinito di aziende, organizzazioni ed enti grandi e piccole. Tutti parlano e devono parlare tra di loro attraverso complessi intrecci di librerie, IPC, API, sockets e files, stratificati alla meno peggio negli anni. E qualcuno si azzarda pure ad adoperare le syscalls introdotte dal driver “Europa” (che ha già dato grossi problemi di compatibilità con Regnounitux e GreciaOS…). Con l’hardware che ogni tanto cede, generando errori di I/O devastanti. E qualche furbastro che, approfittando del caos di comunicazioni e della mancanza di routine di monitoraggio, spesso prova ad eseguire l’exploit “Evasione Fiscale” se non anche qualcosa di peggio. Il tutto nel tentativo di servire contemporaneamente più di 70 milioni di utenti in multitasking.

Certo sarebbe bellissimo reingegnerizzare tutto daccapo: realizzare un nuovo set di chiamate unificato, un framework che racchiuda le diverse funzioni con una elegante API, applicativi completamente ridisegnati sia nell’elaborazione interna che nella user experience, magari persino un nuovo kernel. Ma asserire di poterlo fare in 2 anni – o anche in 10 – è alquanto pretestuoso. Sia per la complessità intrinseca dell’opera che per l’inevitabile lentezza del deploy, condizionata dal fatto che in questo caso non ci si può permettere di fare un reboot completo del sistema. La strategia deve necessariamente essere graduale e progressiva. Per poter introdurre le nuove API pur mantenendo retrocompatibilità con quelle vecchie. E infilando, dove opportuno, un wrapper, un interprete o un traduttore. Dovendo coinvolgere così tanti soggetti ed operatori, con tempi di reazione diversi, stack diversi, linguaggi diversi e contesti diversi, quella di fornire delle implementazioni di riferimento, sia client che server, libere ed aperte, non è una opzione ma un vincolo operativo.

Quella parentesi, “quando appropriato”, è una parentesi pesante. È l’unica di tutto il testo non usata per chiarire il significato di una parola ma per alterare il significato della frase. È l’unica eccezione posta all’atto del condividere. E accompagna l’unica cosa che avrebbe davvero senso condividere per accelerare il processo di digitalizzazione, ovvero il codice sorgente, “la ciccia” dell’intero progetto Team Digitale.

Ho visto accogliere con gran entusiasmo l’iniziativa (non da tutti, ma certo dai più), date le sue premesse molto più pratiche ed operative del precedente tentativo. Eppure ancora ne sono poco convinto, essendo essa annunciata escludendo – deliberatamente e vistosamente – il problema esistente alla radice. Nella migliore delle ipotesi perderemo altri due anni con altri comunicati roboanti nei toni e vuoti nei contenuti. Nella peggiore, il “sistema operativo” del Paese sarà protetto da una costosa license key.


Lezioni in Movimento

28 settembre 2016

Poche settimane fa mi sono deciso a cambiare smartphone, anche perché il precedente l’ho tenuto in attività per 6 anni e a stento ci si riusciva anche solo a fare qualche telefonata. Uno dei primi buoni propositi che hanno accompagnato l’acquisto è stato quello di usare il nuovo dispositivo per riempire gli occasionali tempi morti (tipo: gli spostamenti coi mezzi pubblici) in un qualche modo, non necessariamente utile o produttivo ma comunque intelligente: ho scoperto che mi piace Reddit ma leggere in piedi sul tram è scomodo, ancor più scomodo è scrivere, seguo alcuni podcast ma li tengo da parte per altre circostanze (non ho una TV, li ascolto durante i pasti).

Poi l’altro giorno, su Facebook, mi è capitata davanti la pubblicità di questo servizio: una copia esatta di Netflix – la celerebbima piattaforma di contenuti video on-demand – ma con contenuti educativi e culturali. Bella idea, ma sono troppo spilorcio per spendere 7.90 euro al mese e troppo impegnato per riuscire davvero a fruirne. Del resto, anche Netflix lo scrocco alla fidanzata e riesco a malapena a vedere un paio di film al mese.

Tale scoperta, unita alla sopra citata fame di contenuti facilmente consumabili in ambiti non particolarmente comodi, mi ha ispirato per un esperimento. Una sera ho accrocchiato alla meno peggio uno script per scaricare i video inclusi in un “corso” a scelta tra quelli pubblicati su OilProject – ottimo sito di didattica online, gratuito e con contenuti distribuiti in licenza Creative Commons – ed estrapolarne l’audio, ho caricato sullo smartphone tutti gli MP3 così ottenuti da questo corso, ed ho cominciato ad ascoltarne qualcuno durante i miei viaggi inter-urbani.

Devo dire che il risultato, benché lontano dalla perfezione, è comunque soddisfacente: passo del tempo altrimenti perso in modo costruttivo, assimilo nozioni che come tutti ho studiato a scuola ma che come tutti nel tempo ho dimenticato, e anche se non presto la massima attenzione e mi perdo qualche dettaglio va comunque bene non trattandosi di informazioni determinanti (né per il mio mestiere, né per una interrogazione scolastica).

Una piccola ed utile distrazione dal mio abituale mondo di bit.


Distratti per Scelta

22 luglio 2016

Qualche giorno fa sulla mailing list di Spaghetti Open Data è passato il link ad una raccolta di proposte confezionate dall’intellighenzia nostrana da sottoporre al Ministero della Funzione Pubblica, nel contesto della consultazione del progetto “Italia Open Gov” (rivolto al potenziamento delle politiche di open-government, trasparenza e partecipazione attiva), ed avevo felicemente notato – nella cartella “Innovazione e Cittadinanza Digitale”, documento numero 3 – che un’anima pia aveva avuto cura di infilare una suggestione espressamente dedicata al software libero nella pubblica amministrazione, non solo per la sua adozione ma pure per introdurre una governance “a misura di nerd” che potesse conciliarsi con le dinamiche proprie della comunità di sviluppo opensource. Certo un ottimo spunto, destinato a sopperire ai difetti intrinseci dell’attuale legge sul riuso riportata sul Codice di Amministrazione Digitale.

Quando poi è stata segnalata la disponibilità e la pubblica apertura del portale dedicato alla suddetta iniziativa governativa, lesto son ito a controllare le attività che erano state effettivamente incluse a partire dalle bozze circolate. Le ho trovate tutte, sotto varie forme e rielaborazioni. Tutte tranne una. Proprio quella sul software libero. Cercando bene nei documenti esposti qua e là un “open source” ogni tanto salta fuori, ma lo do per scontato, in un piano che parla di “open government”. Anche in questa occasione nessun ruolo strategico è stato voluto dare né al modello di sviluppo condiviso né al licenziamento del software prodotto ed usato dall’amministrazione pubblica, e nessuna azione è stata pianificata per sistematizzare un sano riuso applicativo all’interno della macchina burocratica.

La puntualità quasi chirurgica con cui a Roma si continua ad ignorare il tema è preoccupante. Perché non sembra più essere “una svista”, ma una deliberata e consapevole scelta.

Già sono rimasto molto colpito quando nel corso della consultazione su “La Buona Scuola” Linux, il software libero e l’opensource sono stati tra i temi in assoluto più menzionati dai partecipanti, salvo poi non trovare nessuno spazio all’interno del successivo Piano Nazionale Scuola Digitale. E, rivangando ancora più indietro nella memoria storica di questo mio blog, a metà 2014 il medesimo Ministro Madia aveva ricevuto numerose segnalazioni e solleciti a favore del software libero, che mai hanno avuto un seguito. C’è addirittura chi sostiene che, oltre ad ignorare passivamente la tematica, il Governo si sia pure mosso per sfalciare attivamente le direttive pre-esistenti (personalmente non ne sono allarmato, ma c’è chi lo è). Senza voler considerare le contestabili misurazioni su cui si basano le politiche occupazionali.

Data una così ampia premura nel non premurarsi affatto della questione, vien da chiedersi: vale la pena continuare a perder tempo mendicando una pacca sulla spalla da parte delle istituzioni? Qualche tempo fa ho espresso la mia titubanza sugli sforzi che troppo spesso vedo consumarsi nel vano tentativo di raggiungere le amministrazioni centrali, imputando tale perplessità alle ricadute pratiche che si possono ottenere, marginalizzate dalla complessità dell’apparato statale; oggi rinnovo tale sentore, aggiungendo che suddetti vani sforzi sono ulteriormente ostacolati da una evidente insofferenza e, forse, da una sottile ostilità.

Potrei stare tutto il giorno a seguire i periodici progetti di partecipazione popolare, le occasionali consultazioni online, i diversi tavoli di lavoro regolarmente aperti alla società civile, struggendomi nella perenne “opportunità” di dire la mia e nella costante speranza di essere ascoltato dal Ministro o dal Sottosegretario di turno. Ma, francamente, c’è altro da fare.