Posts Tagged ‘FOSDEM’

Chiusura Centralizzata

11 febbraio 2017

Anche quest’anno sono stato al FOSDEM. E anche quest’anno propongo la mia personale lettura dell’evento internazionale che, nel bene o nel male, funge da cartina da tornasole nei confronti dell’intero movimento opensource.

Stando a quanto visto il trend emergente è quello del self-hosting, ovvero la pratica di gestirsi da sé i propri servizi online (o, quantomeno, di rivolgersi a fornitori “alternativi”). Una tendenza con ovvie implicazioni tecniche, ma soprattutto con implicazioni sociali e politiche. Il debutto della devroom “Decentralized Internet” né è stato il segno più evidente, a partire dal suo nome provocatorio: laddove Internet è e resta una infrastruttura di fatto decentralizzata, è fuor di dubbio che gran parte del traffico (e delle informazioni) passi da un numero limitato di nodi – genericamente identificati con l’acronimo GAFA: Google, Apple, Facebook, Amazon -, e l’invito a ri-decentralizzare la Rete mira a bilanciare questo equilibrio spezzato. Sensibilizzando sull’argomento, ma anche costruendo strumenti più facili e rendendo accessibili anche ai profani le sofisticate tecnologie di virtualizzazione, contenimento e amministrazione abitualmente usate dai più skillati sistemisti.

Il tema non è affatto nuovo ma è interessante notare come, laddove continui ad esistere un approccio negazionista nei confronti del “cloud”, ci sia anche un movimento di azione e reazione volto a fornire non solo delle motivazioni ma anche delle soluzioni. Cosa nient’affatto scontata: il fork di ownCloud – la piattaforma forse più popolare del momento nella categoria “servizi cloud fai-da-te” – in NextCloud, avvenuto a giugno, avrebbe potuto minare la fiducia della community nei confronti di questo genere di iniziative, ed invece pare non aver intaccato l’ottimismo diffuso. Certo continuano a mancare alternative valide per tutte le esigenze (benché in questa sede ne abbia scoperta qualcuna nuova), ed il capitolo “social networks” fa storia a sé, e gestirsi il proprio server non è ancora cosa alla portata proprio di tutti, ma i progressi su questo fronte sono all’ordine del giorno.

Tra le note più folkloristiche relative alla manifestazione: quest’anno i talks più interessanti non sono stati condensati al mattino e, almeno al sabato, l’orario ha subito un lieve slittamento dal 9:00/18:00 al 10:00/19:00: evidentemente io ed i miei compagni di avventure non siamo i soli a far tardi nelle birrerie di Bruxelles; “Premio Originalità” agli sviluppatori di VLC, che si sono presentati in massa con improbabili cappelli a forma di cono: davvero non se ne poteva più di vedere solo cappelli rossi!; la bacheca dedicata alle offerte di lavoro diventa sempre più grande, ed è un buon segno: sempre di più sono le aziende “fuori dal coro” che cercano talenti nel campo dell’opensource, molto spesso in remoto e su tutta Europa, ed il settore continua a crescere in modo sensibile.

Manco a dirlo l’evento è stato anche una occasione per incontrare tanti italiani, vecchie e nuove conoscenze, e discutere sullo stato della nostra community nazionale, fare progetti e valutare idee. Come sempre non tutti i buoni propositi arriveranno ad essere realizzati, ma per alcuni già ho iniziato a mobilitarmi e a tastare il terreno. E facilmente qualcuno di essi sarà prossimamente veicolato per mezzo di ILS. Il più è riuscire a cavalcare il più a lungo possibile l’effetto-FOSDEM.

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Tre Amici al Bar

7 febbraio 2016

Oramai, dopo tanti anni, come potrei evitare di andare al FOSDEM? E, soprattutto, come potrei evitare di scrivere il mio canonico post di commento e riassunto?

Un primo spunto di analisi viene dalla diretta comparazione delle devroom 2015 con quelle 2016: Lisp è stato sostituito da Lua, Smalltalk (un linguaggio notoriamente estendibile) è stato sostituito da Guile (un linguaggio per le estensioni), lo spazio dedicato agli strumenti per la ricerca testuale è stato sostituito da quello dedicato agli strumenti per le traduzioni testuali, Valgrind e IaaS sono spariti e sono apparsi approfondimenti sullo sviluppo di giochi, di applicazioni per le comunicazioni, e quelli sugli oramai ubiqui “containers” e “Big Data”. Un taglio un poco più tematico, per dare spazio alle innumerevoli sfaccettature di un mondo da sempre – e sempre più – frammentato, ed in primis diviso nei due emisferi “programmatori” e “sistemisti”.

E tra programmatori e sistemisti, si riduce lo spazio per quelli che qui possiamo impropriamente chiamare “makers”. I banchetti espositivi dislocati nel corridoio centrale dell’edificio AW, abitualmente dedicati ai progetti hardware, si sono ridotti ad un terzo. Questo potrebbe avere due possibili spiegazioni: o si è trattata di una deliberata scelta organizzativa per favorire il transito del pubblico in un’area solitamente molto trafficata, oppure effettivamente non ci sono più gli hacker hardware di una volta. Un indizio può essere trovato nel fatto che la devroom da sempre intitolata “Embedded” quest’anno si sia chiamata “Embedded, Mobile and Automotive“, a sottolineare come quelle che precedentemente erano nicchie universalmente identificate all’interno di una macro-categoria abbiano guadagnato identità e rilevanza.

A proposito di mobile. A dispetto dell’entusiasmo riscontrato lo scorso anno, Jolla è sostanzialmente fuori dal mercato delle piattaforme hardware – come ben sanno tutti coloro che hanno partecipato alla campagna di crowdfunding per il Jolla Tablet – e sta (disperatamente) cercando il modo di sopravvivere con la piattaforma software. Di cui non si esclude la pubblicazione in dual-licensing, sul modello del framework Qt (n.b. parte di SailfishOS è attualmente ancora strettamente proprietaria). Sta di fatto che viene a mancare il device di riferimento che tutti vorrebbero e desidererebbero, ed in assenza di altro ci si rivolge all’outsider Fairphone: benché venga distribuito con un comunissimo Android, già ne esistono porting ufficiosi di FirefoxOS (che francamente ancora non s’è capito se è un progetto abbandonato o no) e di SailfishOS stesso. Su un canale isolato procede lo sviluppo di Ubuntu Phone, e sulla bocca dei suoi sviluppatori non v’è altro che la parola “convergenza“.

Impossibile è stato non notare al FOSDEM 2016 la massiccia presenza di ragazze e bambini. Ma non mi si fraintenda: non intendo che si sono viste più compagne di nerd presenti solo per badare alla prole portata in gita nella capitale d’Europa. Intendo che è capitato molto spesso, in pressoché tutte le devroom da me visitate – tecniche e meno tecniche -, di incappare in giovani donne, anche sole e dunque non trascinate lì a forza dallo sciagurato partner maschile, intente ad ascoltare e prendere appunti. Evidentemente i vari programmi di “outreach” portati avanti negli ultimi anni da diversi gruppi operativi nel mondo open stanno dando i loro frutti. Oppure, più semplicemente, la platea è maturata in modo naturale. La menzionata eccezionale presenza di bambini suggerisce una progressione demografica, percui la vecchia generazione che frequenta il convegno spingendo il passeggino è affiancata dalla nuova generazione di under-25 venuta su in un contesto sociale certo meno vincolato da “pregiudizi di genere” ed in cui è meno desueto trovare fanciulle interessate al calcolo parallelo.

In conclusione, riprendo un pensiero espresso dal mio abituale ed improbabile compagno di avventure belghe: questo FOSDEM è stato meno “coinvolgente” del solito. Negli anni passati dopo la chiusura dell’evento ci si trovava puntualmente invischiati in lunghe discussioni davanti ad una birra (= numerose birre…) sui progetti visti, sulle soluzioni proposte, sui loro benefici e sulle loro carenze, ed immancabilmente si tornava a casa con la voglia di mettersi alla tastiera ed implementare qualcosa di meglio. Questa volta no. Vuoi per la sfortuna avuta nel non incappare nei talk giusti, vuoi per la fisica difficoltà nell’incapparvi (buona parte degli interventi dal più alto potenziale sono stati concentrati nelle prime ore del mattino, inaccessibili per chi come noi fa le 3:00 al Delirium), vuoi per l’effettiva carenza di presentazioni di nuovi e stravaganti progetti (che potrebbe anche essere letta come una nota positiva, vuol dire che in giro ci sono meno sforzi vani e vaneggianti e ci si concentra maggiormente su progetti maturi).

Ciò non toglie che anche domenica notte, prima di ripartire per l’Italia, abbiamo fatto le ore piccole al pub, in tre davanti ad altrettanti boccali, animatamente argomentando propositi ed idee. Meno tecniche e più “politiche”. Anzi, “real-politiche“. Perché, comunque vada, la voglia di cambiare il mondo non passa mai.

Freddo al Nord

8 febbraio 2015

E come oramai ogni inizio di febbraio, ecco qui un breve report sulla gita al Free Open Source Developers European Meeting, tappa imprescindibile per vedere l’aria che tira presso la community open internazionale. E far rifornimento di buoni propositi e birre belghe.

Partiamo dalla notizia piu’ drammatica, e per molti versi piu’ emblematica: sono riuscito ad acquistare una sola maglietta, quella del FOSDEM stesso. Cioe’: ci sono 5000 nerd che ogni anno prendono d’assalto Bruxelles sud, non aspirano ad altro che poter tornare a casa sfoggiando una maglietta nuova che capiscono solo loro, e… Quelli di Gnome le lasciano a casa, tanti (in primis FSF) ostentano sempre le stesse da anni incuranti del fatto che chi le ha comprate alla scorsa edizione magari non le ricompra uguali a questa, molti (in primis, KDE) si presentano con delle magliette inedite e… bianche. Ed infine c’e’ oVirt. Il mercato delle magliette al FOSDEM sarebbe sufficiente ad alimentare e finanziare la produzione di software libero e opensource per tutto l’anno, il fatto che sia ampiamente ignorato e costantemente sottostimato la dice purtroppo lunga sulle scarse capacita’ di marketing e comunicazione della nostra piccola comunita’ di smanettoni incalliti…

Si estende a vista d’occhio lo spazio dedicato non gia’ allo sviluppo quanto alle soluzioni di virtualizzazione, paravirtualizzazione, clusterizzazione, parallelizzazione, contenimento, isolamento, ed insomma tutte le “cose da sistemisti” che nell’Era del Cloud assurgono all’interesse del pubblico, degli smanettoni e dell’impresa. Perche’ se l’anno di Linux sul desktop non e’ mai arrivato (e di questo passo neanche mai arrivera’: in questa edizione del FOSDEM sono completamente mancati contenuti di Gnome e KDE), quello di Linux sul server non e’ mai passato e anzi in virtu’ di questa nuova corsa all’Internet riscopre l’antico splendore.

Ma se Linux e’ la piattaforma operativa del cloud, sul piano applicativo siamo sempre messi maluccio: laddove, al solito, abbondano protocolli e formati, mancano i programmi – liberi, aperti ed installabili autonomamente – che implementano le funzioni effettivamente richieste e necessarie. Degno di rapida menzione e’ Diaspora, il social network federato alternativo a Facebook dapprima acclamato, poi scomparso dalla circolazione, ed ora – apparentemente e faticosamente – di nuovo in pista: v’era un banchetto promozionale, accanto a quello di ownCloud (forse unico vero caposaldo del settore dei servizi online liberi), da cui ho appreso che non solo qualche pazzo sfrenato sta ancora lavorando sul progetto, ma c’e’ addirittura chi lo ha usato per costruire un sito di incontri in Polonia fornendo indietro patches e feedback; tanto quanto, c’e’ qualcuno che e’ riuscito a dargli un senso.

Nel segmento mobile, e’ cambiato tutto per non cambiare niente. FirefoxOS continua a sembrare un buon progetto, ma appunto lo sembra e basta, e la prova empirica del nuovo device destinato al mercato non mi ha particolarmente entusiasmato. Viceversa Jolla continua ad entusiasmare – come ha dimostrato la recente campagna di crowdfunding per il tablet, cui ho partecipato persino io – e puo’ vantare una comunita’ piuttosto ricca che ho avuto modo di osservare da vicino durante la tavola rotonda abusiva di sabato pomeriggio e la cena (cui sono stato trascinato) di sabato sera. Ubuntu Phone continua ad essere beatamente ignorato dai piu’, ed il recente annuncio di un dispositivo sotto-dimensionato e sommariamente riciclato che verra’ distribuito secondo modalita’ del tutto casuali conferma la sensazione che esso continuera’ ad essere ignorato ancora per un bel po’.

Per il resto: un po’ di “Internet of Things”, quasi nulla di degno nell’area degli stand solitamente dedicati alle piattaforme hardware, un po’ di software di elaborazione geografica (per i quali non smettero’ mai di stupirmi di quante cose si riescano a dire)…

E’ stata la prima volta in cui in zona ho visto il Messia, Richard Stallman. Pare sia gia’ successo, svariati anni fa, ma da molto tempo non capitava piu’. E forse non e’ un caso che abbia tenuto un talk (il suo talk, il solito, quello che ripete da decenni) fuori dal FOSDEM stesso, in una sezione distaccata dell’universita’: evidentemente gli organizzatori si erano stufati di sentirglielo ripetere… Il lunedi successivo al FOSDEM ho avuto occasione di pranzare con un referente di FSFE, presentandomi ho citato ILS ed il LinuxDay, si e’ offerto di dare una mano per la promozione della nostra manifestazione nazionale, ma quando gli ho fatto notare l’attivita’ di boicottaggio regolarmente perpetuata dal loro stesso campione (per la questione del GNU/LinuxDay) non ha potuto evitare di alzare gli occhi e le mani al cielo. In queste condizioni, le condizioni in cui anche i suoi piu’ diretti collaboratori danno segno di mal tollerare le sue ingiustificabili giustificazioni, ed in cui la principale conferenza in tema freesoftware e opensource in Europa gli nega uno spazietto per fargli ripetere le sue quattro ciarle, non so quanto possano piu’ valere due strette di mano e quattro sorrisi.

Ma anche quest’anno e’ fatta. Il FOSDEM e’ andato. Ho rivisto i vecchi amici, ne ho conosciuti di nuovi, ho bevuto le birre. E me ne sono tornato a casa con un malanno che da una settimana mi costringe nel letto. Indipendentemente dall’esperienza accumulata, non mi abituero’ mai al freddo del nord.

“Spare Ribs”

13 febbraio 2014

Anno nuovo, nuovo FOSDEM. Anche il 2014 mi ha visto partecipe del piu’ grande convegno di nerd linuxari in Europa, ricorrente opportunita’ per annusare l’aria che tira all’interno della community opensource. E per bere litri di birra belga, mangiare chili di “spare ribs” (vale a dire: costine) e far quattro risate con gli amici di sempre.

Questa edizione non mi ha particolarmente entusiasmato: nessun ospite in main track degno di grande attenzione, nessun particolare clamore in merito a temi specifici e mirati, pochi i nuovi progetti presentati per l’occasione, banchetti di rappresentanza uguali o anche peggiori di quelli dello scorso anno, e una maglietta commemorativa rossa a scritte gialle. Unica nota veramente positiva: a occhio direi che il pubblico e’ in crescita, poche son state le aule che ho visto semi-vuote – a parte qualche eccellente eccezione – e tante quelle rese inaccessibili per via dell’affollamento.

Tra le eccezioni di cui sopra, incredibilmente, la dev-room dedicata all’Internet of Things. Ovvero: il settore che da molti e’ considerato “the next big thing” in ambito tecnologico. Il sentimento percepito e’ che tale termine – “Internet of Things” – sia considerato una buzzword priva di significato, e di cui dunque non valga la pena interessarsi. Che si tratti di una mera questione di vocabolario lo dimostra il diametralmente opposto interesse nei confronti di IPv6, evoluzione del protocollo di routing su cui e’ costruita l’Internet (of Things e of qualsiasi altra cosa) ma che stenta a diffondersi soprattutto per via delle resistenze dei provider: alla ULB quest’anno gli access point, disseminati in tutta l’area, erogavano indirizzi a 128 bit, e la novita’ ha suscitato innumerevoli commenti – e persino un talk fuori programma – proprio sul numero sempre crescente di dispositivi connessi ed interconnessi da far comunicare tra loro. Ovvero, in altri termini, proprio sulla “Rete delle Cose”. Questione di parole.

E, sempre a proposito di dispositivi connessi: il macro-tema del mobile sembra essere assai maturato rispetto a due anni fa. Non ci sono solo piu’ progetti teorici ma prodotti sul mercato, acquistabili ed hackerabili, che montano sistemi sviluppati con metodologia opensource e pensati per essere facilmente estesi, modificati e rimaneggiati. Due su tutti: FirefoxOS e SailfishOS/Jolla. Due outsiders, considerando che Tizen (figlio di Meego, nipote di Maemo e Moblin…) era ad un passo dal diventare un competitor diretto di Android grazie all’apporto di Samsung, ma che proprio a causa di Samsung – mi dicono – e’ diventato un progetto unidirezionale senza una governance e senza una community. Sta di fatto che l’attenzione per il settore e’ ancora viva, molto viva, e tale restera’ per molto tempo ancora.

Doveroso e’ stato infine presenziare all’intervento su Tracker, l’indexer Gnome cui anni fa contribuii a modo mio con un intero componente aggiuntivo. E benche’ il talk sia stato tutt’altro che interessante e coinvolgente, ha comunque riavvampato l’antico interesse latente nei confronti delle tecnologie semantiche applicate al desktop. Tanto che, giunto a casa, ho rispolverato del vecchio codice e riesumato vecchi progetti con l’intento (o meglio, il desiderio) di dargli una rinfrescata e portarli alla prossima edizione della kermesse belga.

Perche’, come sempre: bello parlare di software libero, ma ogni tanto andrebbe anche implementato.

Di Birre e di Nerd

26 febbraio 2013

Qualche idea chiara

Altro febbraio, altro FOSDEM. Anche quest’anno, come sempre trascinato dagli amici, mi sono recato alla principale conferenza europea degli sviluppatori free e open source con sede a Bruxelles. E anche quest’anno ho cercato di capire che aria tira nell’ambiente.

Una premessa: per una serie di motivi che non sto a dettagliare in questa occasione mi sono dedicato piu’ alle birre belghe e agli altri svaghi della capitale del nord che non alle questioni prettamente tecniche. Ho forse passato piu’ tempo al Delirium che alla ULB, e la conseguenza e’ che ho assistito a solo parte dei talk che mi ero prefissato. Di alcuni vorrei vedere le registrazioni audio/video pubblicate online, ma quanto percepito e raccolto dovrebbe gia’ essere sufficiente per trarre qualche conclusione.

La prima sensazione e’ stata quella di un FOSDEM piu’ sereno e maturo dello scorso anno. Nel 2012, in ogni corridoio ed in ogni aula talk si trovavano Profeti dell’Apocalisse intenti a redarguire i viandanti: la minaccia del Cloud – che sposta il software dal PC dell’utente ai server dei datacenter, scippandogli cosi’ non solo l’accesso al sorgente ma pure i dati da esso gestiti – e la cronica ed apparentemente non risolvibile mancanza di una piattaforma mobile credibile guidata dalla community parevano essere sintomi dell’imminente avverarsi delle profezie Maya sulla fine del mondo, o almeno del mondo delle liberta’ digitali. Nel 2013 i toni si sono nettamente moderati e ridimensionati, ed anziche’ parlare di minacce (si, ok, qualche talk del genere c’e’ stato) si e’ profusamente parlato di soluzioni, ed implementazioni. Sia ben chiaro: di mettersi d’accordo tutti su una direzione – o comunque su un insieme di strategie condivise – non se ne parla neanche, ma almeno ad oggi ci sono sia frameworks che servizi vagamente usabili per il web che piattaforme mobili un poco piu’ “open” del solito Android (nonche’ credibili) a disposizione ed il futuro sembra (sembra…) meno grigio.

Tra i suddetti progetti web, decisamente non c’e’ quello della Freedom Box. Iniziativa pluri-acclamata, pluri-discussa, nata proprio in seno al FOSDEM e per la quale ogni anno viene presentato un aggiornamento. Ricco di propositi, povero di contenuti. Special guest 2013 Eblen Moglen, promotore del progetto nonche’ personaggio ben noto nella community (ricordiamolo per chi se lo fosse dimenticato: e’ colui che fattivamente ha scritto il testo della GPLv2 e gran parte della v3). Ci ho tenuto a vederlo, ne sono stato ampiamente deluso: nella sua mezz’ora di sproloqui non e’ andato oltre alle consuete geremiadi su privacy, controllo globale, governi corrotti e multinazionali avide, concetti forse (…) anche fondati ma che difficilmente fanno presa su un pubblico di developers gia’ ampiamente indottrinati e che si aspetterebbero non solo l’ennesima esposizione del problema ma anche delle proposte concrete per la sua soluzione.

Altro intervento potenzialmente interessante ma ai fatti inutile, quello – inevitabile – sul cosiddetto Secure Boot. Oratrice apprezzabile – caso piu’ unico che raro, ad una conferenza di nerd di prima categoria – ma talk infondato, conclusosi dicendo che l’arma definitiva contro la “minaccia” (eccola! Lo avevo detto che qualche minaccia c’era ancora!) e’ boicottare i grandi vendor ed acquistare solo hardware che non supporti la sedicente funzionalita’ di sedicente sicurezza spinta da Microsoft per bloccare i software malevoli (nei confronti di Microsoft stessa, si intende). Nel boschetto della mia fantasia potrebbe funzionare, nel mondo reale – dove le persone normali comprano il proprio notebook al MediaWorld, ci trovano Windows8, lo odiano, lo portano al linuxaro di turno per l’installazione di Ubuntu e scoprono solo dopo di non poterlo fare – no.

Passando invece ai commenti positivi (almeno uno…), impossibile non citare la inedita dev-room dedicata al “marketing” del software libero. Ovvero: dritte e suggerimenti per fare capire ai non-addetti ai lavori quanto e’ meglio il freesoftware, e come avvicinarvi anche coloro che di tecnologia non se sanno niente. Argomento che era anche un po’ ora di toccare, la’ dove molto spesso i relatori sono talmente impacciati e poco espressivi da riuscire ad annoiare pure gli entusiasti dell’argomento. Lo spazio e’ stato curato dal nostrano Italo Vignoli, col quale ho condiviso il viaggio in aereo e che piu’ volte ho incrociato durante la permanenza belga, il quale riferisce che l’iniziativa sia andata bene e che auspica di ripeterla nuovamente l’anno venturo con la benedizione dell’organizzazione FOSDEM.

Uno dei momenti in assoluto piu’ inattesi della due-giorni nordica e’ stata la scoperta di un cantuccio isolato, nascosto e buio in cui qualcuno addirittura combinava qualcosa di pratico: in una saletta ho trovato Kohsuke Kawaguchi, maintainer di Jenkins, che con uno sparuto manipolo di volontari discutevano delle prossime evoluzioni del progetto. Come ogni anno l’esperienza rinnova in me il desiderio di dedicare piu’ tempo allo sviluppo software, e da settimane ho l’istanza Bugzilla di Freedesktop aperta in una tab del browser in attesa di cercare qualche bug minore da sistemare, ma tra lavoro e associazioni e’ sempre piu’ difficile. Almeno una volta all’anno piace vedere che, dopotutto, c’e’ anche chi lo scrive sto’ benedetto software libero.

L’Osservatorio Belga

23 marzo 2012

All’inizio di febbraio mi sono recato al FOSDEM 2012, dopo l’esperienza 2010 e la mancanza del 2011. Avevo promesso ad una persona che ne avrei scritto un report, come al solito me ne sono dimenticato ma spero di recuperare adesso seppur con quasi due mesi di ritardo.

Innanzitutto, qualche premessa personale. Negli ultimi due anni non ho guardato film in lingua originale per migliorare il mio inglese, come promesso a seguito del trauma 2010, pertanto anche stavolta mi sono giocato l’occasione di scambiar due parole sensate con qualche personaggio internazionale (ci ho provato con Seif Lotfy, i risultati sono stati imbarazzanti); fortunatamente ho incrociato anche tanti italiani (Vignoli, Rubini, ed un paio di torinesi che non vedevo da anni), dunque almeno non mi sono isolato del tutto. In secundis, confesso di essermi goduto meglio l’evento: l’altra volta, con un mezzo talk da tenere sul groppone, ammetto di non aver seguito proprio “a cuor leggero” l’andamento della manifestazione, che a questo giro ho osservato piu’ attentamente.

Restano valide le considerazioni sui contenuti, raramente inediti in quanto gia’ ampiamente illustrati e commentati sui blog al momento della loro prima comparsa e dunque solo ri-presentati nelle aule dell’Universite’ Libre de Bruxelles, e stavolta aggiungo anche una nota negativa nei confronti dei relatori, spesso hackers indiscutibilmente bravi a programmare ma addirittura noiosi da ascoltare mentre parlano di cio’ che hanno programmato. Penso comunque che questi siano fattori imprescindibili all’interno di un evento organizzato dalla community per la community, dunque ci si fa presto l’abitudine.

Viceversa, al FOSDEM e’ interessante notare quanto un dato contenuto attiri attenzione. Dunque interesse. Dunque seguito. Dunque, si spera, possibilita’ di sopravvivere nel tempo, all’interno del duro e letale ecosistema opensource.

Due sono stati i filoni di maggiore spicco: il mobile ed il web. Prevedibile. Ma con qualche sorpresa.

Per quanto riguarda il mobile, presso la community e’ tangibile il disagio provocato dal non avere ancora una distribuzione GNU/Linux “general-purpose” ottimizzata per smartphone e tablets e governata secondo i criteri canonici di trasparenza e partecipazione propri di Debian, Gentoo ed altre. Certo, esiste Android ed ha anche un gran successo di pubblico, ma si tratta di un progetto ben poco opensource (freesoftware magari si, ma non opensource) su cui Google detta legge, ed in cui gli smanettoni sono tagliati fuori dal processo di design ed implementazione. Certo, recentemente Ubuntu ha palesemente intrapreso la via del mobile e potrebbe colmare il vuoto, ma Canonical ha imparato a non farsi apprezzare dunque sebbene sia ad oggi l’opzione piu’ credibile e’ anche quella che detiene minore attenzione dal popolo nerd. Certo, esiste Tizen, ma visti i precedenti (Tizen e’ l’evoluzione di Meego, progetto di Intel e Nokia naufragato per via delle opinabili strategie di mercato di quest’ultima, e Meego era l’evoluzione di Maemo e Moblin, progetti a loro volta seppelliti) la fiducia riposta non e’ delle migliori tant’e’ che qualcuno ha a sua volta forkato Mer. Certo, esiste OpenMoko, il quale ancora oggi concentra una quantita’ di entusiasmo assolutamente ingiustificabile per un progetto ufficialmente morto anni fa, ma si tratta pur sempre di uno zombie – duro a morire, ma debole e lento. In questo caotico scenario, tutti sono ben consapevoli del ruolo che il mobile giochera’ nel prossimo immediato futuro (ruolo su cui persino Microsoft scommette in modo pesante, mettendo a repentaglio la sua stessa fedelissima base di utenza annunciando un Windows 8 decisamente inadeguato per il classico PC domestico) e nessuno vuol perdere il treno, condannando per ulteriori anni a venire l’intero panorama opensource alla serie B come gia’ e’ accaduto col desktop, non fosse che nessuno e’ ancora sufficientemente credibile da assumere una posizione di leadership ed agglomerare quella massa critica necessaria a combinare qualcosa di buono e sostenibile nel tempo.

Sul fronte web, invece, la questione e’ molto diversa. L’open, qui, ha gia’ vinto da un pezzo. Ma si tratta di una vittoria di Pirro. Da un lato, presso gli sviluppatori desktop (ho assistito ad almeno un talk Gnome sul tema, ma non dubito che il versante KDE sia sulla stessa barca) c’e’ un certo imbarazzo ad affrontare il topic, semplicemente perche’ piu’ le soluzioni opensource Internet-based crescono piu’ i loro progetti perdono di rilevanza. Il dilemma dell’innovatore e’ forte: assecondare il trend, buttare tutto all’aria e dedicarsi anema e core al cloud, oppure opporre resistenza passiva nel tentativo di conservare la propria posizione di “piattaforma” (e non solo di “colorato contorno del browser”)? Quel che e’ certo e’ che, nonostante le pretese, l’integrazione desktop/web e’ ancora in uno stato troppo immaturo per essere credibile, ed i due mondi saranno realmente in comunicazione solo tra molto tempo, sempre che lo saranno davvero prima o poi. Dall’altro lato, quasi ci si vergogna di ammettere che oggi le tecnologie libere sono diventate strumentali a prodotti e servizi tutt’altro che liberi, destinati a raccogliere le informazioni degli utenti e a legarlo ad un provider. Applicazioni web-based ne ho viste poche, l’attenzione e’ rivolta alla produzione di protocolli e standard finalizzati all’interoperabilita’ (ma che interoperano ben poco, non essendo adottati), ed inevitabilmente il progetto FreedomBox, emblema di liberta’ 2.0 a 360 gradi, raccoglie interesse a vagonate pur nella sua inconcludenza piu’ assoluta.

Nonostante tutto, nonostante le incertezze e le deviazioni, la community lavora. Procedendo un po’ a tentoni, ma lavora. Prossima tappa? Forse il GUADEC 2012. Sempre che riesca a porre rimedio a qualche mancanza di produzione open degli ultimi mesi: la community lavora, io ultimamente per stare appresso al Linux Day un po’ meno.

FOSDEM 2010: the People Side

28 febbraio 2010

[Premessa: questo post narra l’aspetto sociale e comunitario della mia esperienza al FOSDEM 2010, per una descrizione dei contenuti tecnici si veda l’apposito articolo sull’altro mio blog.]

A ben guardare, gli eventi “mondani” organizzati e vissuti dalla community tecnofila sono fatti tutti nello stesso modo, e a parte il viaggio in aereo ed una partecipazione ben piu’ numerosa il FOSDEM non e’ cosi’ diverso dall’HackMeeting: numerosi talks che toccano argomenti che bene o male gia’ si conoscono avendone letto in lungo ed in largo sull’Internet, frotte di “turisti” che vi si recano non per un interesse specifico ma per poter dire agli amici rimasti a casa “Io c’ero”, ed una minoranza di personaggi gia’ in qualche modo affermati che approfittano dell’occasione per rivedere i colleghi con cui durante il resto dell’anno chiaccherano e lavorano solo a mezzo mail. Ho trovate molte aule semi-deserte durante gli interventi, appunto perche’ ben rari sono stati i casi in cui qualcuno ha esposto qualcosa di veramente nuovo che valesse la pena di stare a sentire, e l’unica notevole eccezione e’ stata la parentesi del professor Tanenbaum, non gia’ perche’ avesse da introdurre qualche meravigliosa sorpresa (ad occhio, direi che la sua presentazione al sistema operativo Minix e’ stata realizzata diversi anni fa’ ed e’ gia’ stata ripetuta innumerevoli volte nelle aule magne delle universita’ di mezzo mondo secondo un copione solo occasionalmente aggiornato) ma per la curiosita’ del pubblico nel vedere in carne ed ossa il protagonista di uno dei flames piu’ noti della storia del software libero e l’autore del volume “Operating Systems: Design and Implementation“, su cui diverse generazioni di informatici hanno studiato all’universita’.

Piombare nel mezzo di una manifestazione del genere potrebbe essere sconfortante per chi non sia preparato, per chi si aspetti esperienze di misticismo nerd credendo di trovarsi all’interno del cuore pulsante della community. La community sta da un’altra parte, sta online, sta sulle mailing lists e su IRC. Ad un convegno, nessuno viene spontaneamente a mostrarti il fenomenale progetto su cui sta lavorando e che salvo rarissime situazioni restera’ seppellito nella biblioteca dell’Internet per sempre. Le poche persone che hanno qualcosa di interessante da dire stanno preparando un talk, dunque non hanno ne’ tempo ne’ voglia di seguire i talk altrui o di scambiare quattro chiacchere con uno sconosciuto. Ma io ho avuto molta fortuna nell’acquisire una postazione di osservazione inusitata.

Pur non avendo io nessuna conoscenza pregressa nel giro, in virtu’ del talk cui ho partecipato in veste di relatore ho avuto la singolare possibilita’ di passare un po’ di tempo con alcune figure singolari: l’eclettico Rob Taylor, il raffinato Philip Van Hoof, ed il pacifico Jurg Billeter. Gia’ in condizioni normali e’ una sensazione strana incontrare faccia a faccia qualcuno con cui sino a quel momento si hanno avuto solo contatti virtuali, se poi quel qualcuno  porta anche un nome piu’ volte letto tra le news quotidiane ed e’ autore di una discreta porzione del software che ogni giorno usi sul tuo PC le cose cambiano ulteriormente. Purtroppo, dato il mio immensamente scarso inglese, non sono riuscito ad approfittare appieno della situazione e solo in parte ho seguito le discussioni, ma quel poco e’ bastato per farmi una idea. O almeno a confermarne una vecchia.

Se c’e’ una cosa che accomuna tutti, anche se in dosi diametralmente diverse tra persona e persona e secondo schemi esclusivamente soggettivi, e’ la convinzione di avere sempre ragione. Detto cosi’ puo’ sembrare offensivo, ma alla luce delle Tre Virtu’ del Programmatore stilate da Larry Wall (tra cui la terza e’ l’arroganza) questo atteggiamento acquista un senso: tutti si danno da fare per realizzare qualcosa di nuovo, e per evitare le altrui critiche preferiscono implementare direttamente cio’ che hanno in mente anziche’ sprecare del tempo nel tentare di convincere qualcun’altro che quello sia il modo giusto. Notoriamente l’intero mondo open ruota in buona misura sulla competizione diretta delle idee e del codice immesso online, e da qui si spiega la presenza di leader dal polso fermo che raramente cambiano idea pure di fronte all’evidenza dei fatti, ma se finora ho percepito la validita’ di questo paradigma solo leggendo forum e mailing list adesso posso dire di averlo misurato con metodo galileiano.

Croce e delizia della mia gitarella fuori porta e’ stato il sabato sera. Per un italiano, ovvero per una persona nata e cresciuta in un Paese con una delle popolazioni piu’ anziane al mondo e dove pertanto (credo che il nesso logico sia abbastanza evidente) le tecnologie informatiche sono considerate orpelli futili e non meritevoli di attenzioni da parte del mercato e degli investitori (laddove non siano addirittura una minaccia), sorseggiare una birra in compagnia di una schiera di dipendenti Nokia puo’ essere imbarazzante: confermo tutto cio’ che viene detto in merito al trattamento degli sviluppatori al di fuori dei nostri confini, al compulsivo desiderio delle grandi aziende di far giocare e sperimentare coloro che stanno sul loro libro paga, alla diffusa passione per il lavoro che qui da noi ho riscontrato in un numero infinitamente modesto di persone. Per un istante, il significato delle parole “fuga di cervelli” mi e’ parso luminoso.

Vedremo se il prossimo anno riusciro’ a fare un altro giretto in quel di Bruxelles. Nel frattempo ho gia’ iniziato a guardare film in lingua originale per cercare di non ripetere la traumatica esperienza anglofona.