Dopotutto

28 marzo 2021

Negli anni ho avuto modo di osservare e commentare diverse volte – ma mai abbastanza – le derive critiche, più o meno accentuate e fondate, nei confronti delle dinamiche che stanno alla base del software libero e del modello di sviluppo open source. Quasi sempre incentrate sulla libertà 0, quella secondo cui il software può essere usato per qualsiasi scopo (incluso, implicitamente, quello commerciale). Solo adesso mi rendo conto che tali critiche sono sufficientemente reiterate e diffuse da essersi meritate addirittura una etichetta, e che tale etichetta viene usata anche (e soprattutto) in ambiti esterni a quelli della community open source in senso stretto.

Il nome più comune che circola è quello di “post-opensource”. O, secondo la retorica della par condicio stallmaniana, “post-FOSS”. Termine evidentemente scelto per evocare il superamento dei limiti dell’open source, e che pertanto è incentrato proprio nel descrivere ed appuntare tali limiti. Qui si trova il blog post più citato a tal proposito, che definisce il termine, ma non è l’unico né ne riassume tutte le sfumature.

Volendo fare una estrema – e certamente superficiale – sintesi, il pensiero di fondo è quello secondo cui l’open source sia diventato uno strumento delle grandi corporation per ottenere e sfruttare codice e competenze in modo gratuito, ed è necessario imporre vincoli per garantire la tutela degli sviluppatori, la sostenibilità dei progetti, la giustizia sociale e quant’altro. L’origine di tale scuola di pensiero arriva, senza molte sorprese, dal celeberrimo caso Herthbleed, che ha fomentato una ampia discussione sulla sostenibilità del software libero e open source, e si è ulteriormente radicalizzata con l’altrettanto discusso caso MongoDB VS Amazon, che ha messo in evidenza ulteriori fattori di un tema che malauguratamente la leadership non è mai stata in grado di sviscerare. Al punto che la suddetta libertà 0 non è più considerata da molti solo come un limite, ma anzi come una giustificazione strumentale per abusi e soprusi di ogni sorta e vada pertanto – come detto sopra – annullata e superata.

Al di là di muovere considerazioni talvolta condivisibili sullo stato delle cose, però, la corrente post-opensource fallisce in numerose fasi della sua analisi: nel contesto, nelle soluzioni, e sopra ogni altra cosa nell’attitudine.

L’open source è uno strumento al servizio delle corporation, e viene usato per far lavorare gratis i volontari? No: la community non è composta (esclusivamente) da volontari che lavorano gratis, senza alcun tipo di compenso, in modo totalmente disinteressato e senza ritorno, cosiccome quelli che ne traggono beneficio e profitto non sono solo le grandi corporation brutte e cattive. Anzi, i più contribuiscono ai progetti altrui per diretto interesse, anche economico, al fine di riusare tale software per costruire soluzioni per i propri clienti (paganti).

La soluzione è adottare licenze che pongono vincoli e obblighi sull’uso commerciale, al fine di evitare gli abusi? No, a meno di voler corrompere le dinamiche proprie del modello: non ci si può aspettare che annullando una delle fasi del ciclo di uso, modifica e ridistribuzione del software libero (nella fattispecie, quella di “uso”) tutto continui a funzionare come ha sempre fatto. Se già la costituzione di una community è una cosa complessa in presenza di tutti i canoni della libertà digitale, meno ancora può essere possibile nel momento in cui vengono poste delle barriere di ingresso. Barriere peraltro vaghe, come ci insegna la storia della clausola “Non Commerciale” per le licenze Creative Commons: in vent’anni nessuno ha mai saputo definire in modo esatto e definitivo cosa voglia dire “Non Commerciale”, e tale variante è universalmente riconosciuta come una farsa adottata in modo pressoché esclusivo da chi fa pratica di “open washing“.

La visione sociale del software libero è stata tradita? Eventualmente si, ma questa è un’altra storia e l’argomentazione viene presentata per sostenere l’imposizione di restrizioni e revocare la presunta eccessiva permissività delle licenze libere, sfruttata per l’utilizzo di componenti open source nella creazione di sistemi che operano ai danni degli utenti. Nessuno sa però spiegare come la community che negli scorsi trent’anni – dunque, ben prima dell’interessamento da parte del business – avrebbe dovuto aderire e realizzare suddetta visione sociale non sia stata in grado di fornire reali alternative tecniche a valle dei presupposti etici e morali.

I commenti a sostegno del post-opensource riportano spesso invettive verso il capitalismo, additato come causa il neo-liberismo, suggeriscono che il software libero sia stato costruito esclusivamente sull’individualismo. E, nel far questo, propongono di “aggiustarlo” introducendo diritti esclusivi di sfruttamento commerciale, laconiche e soggettive regole sul suo riutilizzo, e di invalidare il fattore che più di tutti ha fatto storcere il naso in passato a capitalisti e neo-liberisti che riconoscevano nel software libero una celata forma di comunismo. Una ennesima conferma del fatto che il software libero è un soggetto trasversale – nell’elogio e nella contestazione – a tutti i colori e le inclinazioni politiche.

I problemi ci sono e sono sotto gli occhi di tutti, inutile negarlo. Ma anziché pretendere di fare la rivoluzione cambiando tre righe di una licenza forse è il caso di ragionare sui comportamenti. Ad esempio, a qualcuno ancora sfugge che proprio la disponibilità di software usabile a fine commerciale è stato il volàno che ha garantito al modello open source di affermarsi, sia in diffusione che in qualità, e – differentemente da quanto narrato – permette a migliaia di professionisti e di piccole realtà di produrre, lavorare, e addirittura competere con i Big Tech per arginarne (almeno un poco) l’inarrestabile e dannosa crescita. Forse può valer la pena concentrarsi su questo già esistente e consolidato sistema economico (che, ricordiamolo di nuovo, non potrebbe esistere se fossero imposti limiti alle licenze), supportarlo e sostenerlo (ed invitare i suoi membri a supportarsi e sostenersi a vicenda un po’ più di quanto fanno ora), diventarne parte e condurre la propria battaglia contro il capitalismo rampante facendo fronte comune per la ridistribuzione del benessere.

Se di “visione sociale” vogliamo parlare, più che cercare dei problemi nel modello software forse andrebbero cercati i problemi nel modello sociale. Ovvero nelle persone. Abbiam fatto il software libero, restano ancora da fare i softwareliberisti.

Una Risposta a “Dopotutto”


  1. […] Dopotutto […]


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