Algebra Industriale

16 luglio 2020

Da sempre la politica è abituata ad interloquire (ovvero: dialogare, fare concessioni, trovare compromessi) con i grandi gruppi industriali sulla scorta di un ragionamento molto semplice: grande industria = grandi investimenti = tanti posti di lavoro. Da questa banale equazione nascono lo storico rapporto conflittuale con l’odierna FCA (34 mila dipendenti in Italia), il tira e molla sull’Ilva (10 mila lavoratori coinvolti), o i più recenti scontri sulle concessioni autostradali (7000 dipendenti direttamente toccati).

Ha sempre funzionato un po’ per tutto, funzionerà certamente anche con la grande industria (statunitense) della tecnologia. No?
No.

Apple è l’azienda con il più alto capitale azionario del mondo. Non stupisce che nel 2016 l’allora premier Matteo Renzi sia andato personalmente a ricevere Tim Cook, e sia magari stato genuinamente convinto del fatto che assecondare il progetto della “Apple Academy” a Napoli (poi malamente naufragato, eppur rinnovato dall’attuale premier Giuseppe Conte) fosse una buona idea. Grande industria = grandi investimenti = tanti posti di lavoro.
Ma…
Apple conta, oggi in Italia, 1624 dipendenti. E sulla pagina web dedicata all’argomento (pubblicata anni fa, in risposta allo scandalo dei 13 miliardi di dollari di tasse non pagate in Europa sfruttando la complicità dell’Irlanda) ostenta il merito di altri 62 mila posti, nicchiando sul fatto che la stragrande maggioranza degli sviluppatori di app mobile lavorano (necessariamente) anche su piattaforma Android e pertanto tale numero non è certo un merito esclusivo di Apple.

Google non è certo da meno, in termini di dimensioni e impatto. Il recente annuncio di 900 milioni di investimenti nel nostro Paese ha scaldato i cuori del già citato premier Conte e della ministra Paola Pisano, i quali indubbiamente colgono le opportunità della digitalizzazione per le piccole e medie imprese italiane. E forse un po’ meno le opportunità negate a chi si occupa di digitalizzazione in Italia, ma che importa? Grande industria = grandi investimenti = tanti posti di lavoro.
Ma…
Non è chiaro quanti siano i dipendenti di Google in Italia. L’unico suggerimento che trovo online risale al 2012, e menziona 130 lavoratori nella sede di Milano. Esiste un’altra sede in Italia (cioé quella di Roma), e possiamo generosamente arrotondare tale numero a 300. Non esattamente le cifre che sarebbe lecito aspettarsi per una azienda che fattura 46 miliardi di dollari all’anno.

“Ma Bob, la fai troppo semplice! I posti di lavoro offerti da queste aziende saranno forse pochi, ma altamente qualificati e ad alto valore aggiunto!”.
No.

Le offerte pubblicate per l’Italia tanto da Apple che da Google sono in massima parte rivolte a personale che si occupa del marketing, delle vendite, qualche volta dell’assistenza tecnica. Niente di diverso rispetto a quanto si può trovare, per dire, tra le proposte di Unieuro (5000 dipendenti). Ricerca e sviluppo – appunto, i lavori che rendono di più e che ingenuamente si riconducono a queste realtà – avvengono interamente altrove, nei “paradisi fiscali” europei ed in massima parte negli Stati Uniti. Certamente ci sono tra questi anche tanti italiani che si sono trasferiti all’estero, all’estero vivono e lavorano, all’estero pagano le tasse, all’estero si fanno una famiglia. Chissà quanti tra i 29 mila giovani laureati che hanno lasciato il Belpaese solo nell’ultimo anno oggi producono ricchezza in Irlanda, in Svizzera, o in California.

I metodi e le aspettative della politica industriale sono rimaste invariate nei decenni, e vengono applicate tanto alle automobili quanto ai servizi web. Ma dove mancano le variabili dei grandi impianti, le costanti della logistica e gli esponenti del consumo, la classica ed amata semplice equazione non funziona più. E serve una nuova algebra industriale per far quadrare i conti.

Una Risposta a “Algebra Industriale”

  1. nemobis Says:

    Sulla correlazione fra investimenti e posti di lavoro, il problema è che le cifre sono inventate: non sappiamo quali siano le spese in conto capitale previste. Finora si possono approssimare a zero; si sa solo di qualche partita di giro con Telecom Italia.

    In generale, gli investimenti in Italia non esistono. Siamo fermi ai livelli degli anni 1990.
    https://fred.stlouisfed.org/series/ITAGFCFQDSNAQ


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