Tengo Famiglia s.r.l.

21 gennaio 2016

La notizia del giorno, rimbalzata tutto il dì sui social network: Apple apre una “scuola di apps iOS” in Italia, la prima in Europa.

Gioia e tripudio a secchiate, petti gonfi di italico orgoglio, ed un via vai di condivisioni entusiastiche hanno accompagnato in ogni dove l’annuncio. Il quale è sempre stato riportato con un numero, preso dal comunicato stampa di Apple e ripetutamente sottolineato: “In Italia, oltre 75.000 posti di lavoro sono attribuibili all’App Store“. Del resto è esattamente l’opportunità di creare posti di lavoro, e dunque occupazione e benessere, la motivazione principale che spinge la politica ad attivarsi per questo tipo di collaborazioni (“Cose del genere non capitano per caso, il governo e la Presidenza del Consiglio le hanno cercate e coltivate per molto tempo“, cit) e a chiudere un occhio su 800 milioni di euro evasi (di cui però la metà son stati pagati, neh!).

Ma io rimango sempre un poco perplesso quando piovono tali roboanti annunci da parte di grosse aziende che “investono” nel nostro Paese. In primis perché ho oramai imparato che queste azioni non vengono mai del tutto gratis: vuoi con un abbondante sgravio fiscale, vuoi con una divisione del finanziamento tra soggetto privato e soggetto pubblico, vuoi con una consistente commessa statale che segue l’investimento, da qualche parte il patto viene sempre suggellato con i quattrini dell’ignaro contribuente. Ma è per il lavoro, quello su cui la nostra Repubblica è fondata, no? No: in secundis, la mia modestissima esperienza quotidiana mi fa fare altro genere di conti sul numero di posti abilitati “per merito” di qualcuno, e dunque sull’impatto effettivo che uno sforzo di tal fatta ha su occupazione e benessere della nazione.

Dei sopra citati 75000 che lavorano in virtù dell’App Store, non ne conosco nessuno. In compenso mi imbatto spesso in spazi di co-working popolati da bande di freelance, agenzie digital, giovani startuppari, liberi professionisti alla sbaraglio e liberi professionisti navigati. E la stragrande maggioranza di questi hanno una cosa in comune: in modo più o meno diretto lavorano in virtù di software libero e opensource. Cosa che, a conti fatti, non stupisce: basta una partita IVA e si è istantaneamente abilitati all’erogazione di servizi web, dal sito WordPress/Drupal/Joomla all’e-commerce Magento/Prestashop/ZenCart all’applicazione custom (e magari al backend che fornisce i dati ad una app mobile, che da sola serve fino ad un certo punto) in Python/Ruby/Javascript, il tutto pubblicato su un web server Apache/Nginx/Node, un database MySQL/PostGreSQL/Mongo e dozzine di altre diavolerie a corredo che girano su una macchina Linux. E che non costano un euro di licenza, e sono liberamente fruibili da chiunque abbia il tempo e la voglia di mettersi a smanettare, produrre e vendere. L’unica spesa da sostenere è il server su cui hostare i prodotti dei clienti, ma certo si può iniziare con una macchina da 10 euro al mese. E questo non da ieri mattina, ma da anni.

È difficile trovare delle stime sui numeri di professionisti ICT oggi all’opera, men che meno divisi per settore di riferimento o piattaforma d’adozione, ma confido di non spararla troppo grossa (ed anzi di assumere un atteggiamento conservativo) se affermo che i posti di lavoro oggi “attribuibili” – per dirla a la Apple – all’immediata disponibilità di tecnologie libere, aperte, personalizzabili e persino a costo zero si aggira intorno al mezzo milione.

Evidentemente io non sono un fine economista, né tantomeno un accorto politico, in quanto mi sfugge perché, numeri (calcolati a spanne ma comunque verosimili) alla mano, si preferisca assecondare una azione a sostegno di un mercato che sinora ha prodotto 75000 posti, monca (una volta che sai fare la app iOS, al cliente che gli dici? Di andare dai cinesi per il restante 78% di utenti?) ed a diretto beneficio dell’ecosistema di una azienda statunitense, anziché prestare un occhio di riguardo per un bacino di 500000 operatori la cui totalità del fatturato ha immediata ricaduta locale.

Ahimé, non sarò mai Ministro dello Sviluppo Economico.

3 Risposte to “Tengo Famiglia s.r.l.”

  1. Theodore Says:

    Si parla di 500k persone che servono un numero incontabile di client, con nessuno di valido dietro (i digitol cempionz sono tutti fans di apple), e di 75k persone che servono anche loro fantastiliardi di client, con una multinazionale dietro.
    Gli informatici ad ogni livello hanno, spesso a ragione, diffidenza rispetto i sindacati e il perdere tempo con le cagate. È il più potente argomento a favore dell’opensource infatti, scaricare e deployare senza cagate e fatture in mezzo.
    Cosa vuoi risolvere in una situazione del genere? Ma neanche radendo al suolo ogni ufficio dotato di portale scritto in ASP.
    Quegli altri scemi di Novell e Red Hat pensano ai DC e nel frattempo rendono linux oscuro again con cagate tipo dracut e systemd, la FSF in Italia va solo dai futuri emigranti delle uni…


  2. […] Tengo Famiglia s.r.l. MadBob è saggio, non matto :grin: ::: MadBob […]


  3. […] (personalmente non ne sono allarmato, ma c’è chi lo è). Senza voler considerare le contestabili misurazioni su cui si basano le politiche […]


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