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Unfollow the Money

4 novembre 2018

Ieri sono incappato in codesto blog post che riassume il concetto di “zebra”, un idealistico modello imprenditoriale alternativo e dichiaratamente opposto al più comune – ma altrettanto idealizzato, benché con una accezione molto diversa – modello degli “unicorni” (come vengono chiamate nella Silicon Valley le startup che raggiungono il miliardo di dollari di valore). Tra le buone pratiche raccomandate per le aspiranti startup “zebra” c’è quella della condivisione della conoscenza e l’adozione di licenze libere e aperte per il software prodotto, affinché il ruolo della novella attività produttiva non sia quello di accentratore e monopolizzatore ma di tassello che contribuisce alla crescita collettiva della società.

Questo mi ha fatto tornare in mente un ragionamento sviluppato in sede di Campus Party con un giovanotto che lavorava per conto di un fondo di venture capital, ovvero una pseudo-società che investe capitali per acquisire porzioni di nascenti aziende con la speranza che queste crescano, si arricchiscano, e generino profitti da cui attingere. Il ragionamento era molto semplice: alla luce del fatto che nove startup su dieci falliscono molto prima di iniziare a diventare profittevoli, è vivo interesse dell’investitore fare in modo che quanto prodotto sia pubblicato fin da subito come software opensource, affinché anche in caso di chiusura del progetto – eventualità statisticamente molto probabile, appunto – l’investimento erogato non venga perso completamente ma almeno la tecnologia sviluppata (e sovvenzionata) possa essere recuperata ed utilizzata da qualcun altro – vuoi da un’altra startup, magari meglio gestita ed amministrata, o vuoi da un soggetto già consolidato che vuole espandere il suo mercato di interesse.

Tutto ciò che rientra nelle categorie “shared economy” e “social networks”, nonché buona parte di quanto identificabile come “fintech”, ha il suo proprio valore nel volume di utenti, e pertanto di dati e relazioni, che riesce ad intercettare, usando tecnologie già esistenti e – nella migliore delle ipotesi – adottando, adattando e domando quelle più raffinate e sofisticate (dal machine learning alle progressive web apps). Oggettivamente, non c’è nulla che valga la pena di tener nascosto.

Ma anche laddove l’apporto tecnologico sia maggiore – cosa che coincide quasi sempre col fatto che la stessa tecnologia sviluppata sia il prodotto vero e proprio proposto dalla nuova azienda – il fattore opensource non può essere ignorato. Sia da chi su tale prodotto costruisce il proprio modello di business (ricordiamo ancora una volta: il software è un bene riproducibile all’infinito a costo zero, venderlo come le mele – un tot al chilo, o un tot a licenza – alla lunga non può funzionare) sia da chi ci mette i quattrini per farlo sviluppare e rischia di veder totalmente svanire ogni frutto del proprio investimento per i mille e più ben noti motivi percui una iniziativa imprenditoriale può fallire a prescindere dalla bontà della sua offerta (cattiva amministrazione, scarsa comunicazione, pessima commercializzazione, e chi più ne ha più ne metta). La creazione del prodotto è solo una parte del successo di una impresa: una volta creato esso va anche venduto e monetizzato, ed i modelli commerciali relativi all’opensource certo non mancano.

Pertanto: no, l’adozione di licenze libere e aperte non è questione di etica, morale, collettività e zebre. Ma di opportunità, lungimiranza e scaltrezza commerciale. “Follow the money”, non “follow the stereotype”.

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