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25 giugno 2017

Nel giro di 24 ore ho visto emergere la notizia relativa al disegno di legge promosso da Stefano Quintarelli in merito alla libertà di utilizzo dei dispositivi digitali e ho seguito le reazioni esacerbate sui social network. Ispirate da un articolo clickbait pubblicato sul sito del Corriere della Sera: “al bando l’iPhone in Italia”.

Non si capisce come la suddetta bozza legislativa sia stata sbandierata dai media come una mossa aggressiva ad esclusivo danno di Apple. Che certo non è l’unica azienda a commercializzare dispositivi elettronici – più o meno complessi e sofisticati – dotati di firmware. Stando alla mia sommaria (e certo poco tecnica) lettura, anzi, la prima implicazione della legge sarebbe in favore del diritto – sancito dalla Cassazione e mai realmente garantito né dalla legge né tantomeno dai fornitori di hardware – al rimborso della licenza Windows sui nuovi computer acquistati.

Meno ancora si capisce perché mai Apple dovrebbe abbandonare quello che è il terzo mercato al mondo per penetrazione degli smartphone semplicemente perché costretta a riconoscere e legittimare una pratica, quella del jailbreaking, diffusa fin da quando esiste il “melafonino”. Da ché l’iPhone è l’iPhone gli utenti intenzionati a modificare il software del proprio telefono l’hanno potuto tecnicamente fare, rinunciando però alla garanzia di Apple, cosiccome accade del resto per pressoché ogni altro dispositivo elettronico di qualsiasi altro fornitore, incluso ovviamente il rooting degli smartphone Android. La legge in discussione mira ad eliminare questi vincoli contrattuali, garantendo il sacrosanto diritto allo spippolamento senza necessariamente andare ad interessare coloro che si accontentano di usare il proprio device così come gli è stato venduto (e che adesso si lamentano, a sproposito, sui social). E se un qualche dirigente Apple – non è dato di sapere quale – fa la sparata, dichiarando che a fronte di questo intollerabile sopruso (…) non si potranno più vendere iPhone in Italia, ci sarebbe da chiedergli perché non abbiano già smesso di farlo quando, nel 2011, l’authority italiana per la concorrenza ha contestato il loro opinabile schema sulla durata della garanzia imponendogli una multa da 900 milioni e procurandogli grattacapi a cascata in tutta Europa. O perché non abbiano bloccato le importazioni nel Vecchio Continente davanti all’assurda pretesa (…) di pagare le tasse.

È inquietante constatare come un banale clickbait possa suscitare tali spropositate reazioni. E come più di un consumatore preferisca contestare l’introduzione di un nuovo diritto (di cui magari non vorrà godere mai, per propria scelta, ma che è pur sempre un diritto per tutti) pur di non dover affrontare la prospettiva (assurda, infondata ed inverosimile) di dover rinunciare ad uno specifico prodotto. Realizzato e distribuito da un soggetto già ben noto per non avere alcun rispetto per i propri consumatori e per la legge.

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