Posts Tagged ‘Mozilla’

ThuderDodo

19 maggio 2017

In modo del tutto fortuito nelle ultime settimane ho sentito più volte e in più contesti parlare di Thunderbird, il celebre client di posta elettronica sviluppato da Mozilla. Prima mi sono trovato dinnanzi a questo articolo dedicato alla scelta di Canonical di non includere l’applicazione nella dotazione di default delle prossime versioni di Ubuntu, giustificata da una sempre più massiccia adozione delle web mail (in primis, quella di GMail) a discapito delle soluzioni desktop. Poi, in occasione della DUCC-IT di Vicenza, ho constatato che la domanda più frequentemente posta a Daniele Scasciafratte (forse il più attivo, certo il più presente rappresentante italiano della community Mozilla) era proprio quella relativa al destino di Thunderbird, ispirata dall’apparente intenzione di cedere il progetto ad un ente diverso da Mozilla. Infine, pochi giorni dopo, è stato confermato che Thunderbird sarebbe rimasto sotto l’egida di Mozilla, ma come progetto separato e, se vogliamo, isolato.

Miro la triste sorte del progetto con rammarico, sia come utente che come osservatore del mondo open.

Come utente perché, anche io come molti altri, ho un problema di fondo con le web mail: leggo e scrivo tramite numerosi indirizzi di posta elettronica, e non tutti presso fornitori che offrono una interfaccia web decorosa. Delle 10 inbox attualmente configurate sul mio Thunderbird 4 sono su GMail, 2 su un mio server di posta privato, 2 sul server ILS e 2 presso fornitori esterni. Sul mio server non c’è alcuna web mail installata e configurata, sui server ILS storicamente si usa SquirrelMail (di cui faccio volentieri a meno), quelli esterni hanno probabilmente una qualche loro interfaccia. Anche se fossero tutti agevolmente raggiungibili via browser, sono pur sempre dieci e dovrei dunque tenere altrettante tabs sempre aperte su cui zompare tutto il giorno alla ricerca delle mail che puntualmente mi perdo. Forse con qualche magheggio sui forward automatici e l’integrazione delle caselle mail potrei far convergere tutto su un’unica casella GMail, ma non mi va di far transitare tutto da lì. Insomma: l’utilizzo di un client che aggreghi tutto mi è indispensabile. Ed il cerchio delle soluzioni disponibili è alquanto stretto: oltre a Thunderbird ci sono Evolution e KMail (entrambi validi, benché a loro volta non troppo aggiornati nello sviluppo), Geary (molto carino, ma troppo semplificato per un utilizzo massiccio), ed una serie di opzioni discutibili in vario modo (Sylpheed, Claws, mutt).

Dall’altra parte, esiste un problema strategico. L’oggettiva superiorità delle interfacce web di alcuni specifici fornitori (GMail in primis, naturalmente) rappresentano un vantaggio competitivo difficile da scardinare, che funge da irresistibile polo d’attrazione e, successivamente, da vincolo. Certo esistono web mail altrettanto valide che possono essere installate su un proprio server (vedasi RoundCube o RainLoop), ma appunto ciò implica l’avere un proprio server e l’avere la capacità e la voglia di installare e mantenere una applicazione online, requisiti alla portata del mondo business ma non certo dell’utenza domestica. Nell’ottica di facilitare e stimolare la ri-decentralizzazione dell’Internet la disponibilità di un client di posta elettronica potente ed agnostico sarebbe un fattore estremamente desiderabile: il poter accedere a tutte le funzioni avanzate cui siamo stati abituati da GMail (ricerca avanzata, tagging, antispam…) su un qualsiasi account di posta permetterebbe una assai più ampia diversificazione, ed anche il servizio offerto dal piccolo provider o dal vicino di casa smanettone diventerebbe appetibile.

Thunderbird avrebbe potuto essere per la posta elettronica (e, più in generale, per la comunicazione su Internet) quel che Firefox è stato per il web: la piattaforma abilitante per una radicale trasformazione, in direzione dell’interoperabilità e dell’apertura. Così non è stato, ed anzi l’Uccello del Tuono sta lentamente andando a far compagnia al dodo.

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NonSoloSoftware

18 maggio 2014

In questi giorni la comunita’ freesoftware assiste ad un evento che, nel bene e nel male, impone una riflessione: Mozilla Foundation, da sempre in prima linea sul fronte dell’opensource e della liberta’ culturale dell’Internet, ha annunciato l’inclusione in Firefox di un componente closed-source, realizzato da Adobe, per supportare la riproduzione di contenuti protetti da DRM. Apriti cielo. Ovviamente sono istantaneamente partite reazioni e contro-reazioni, tra chi sostiene che la Fondazione abbia tradito la sua stessa missione e chi difende la scelta di un sacrificio essenziale per continuare ad avere un ruolo rilevante presso il pubblico. Ma, a parer mio, tutti si fermano a guardare il dito anziche’ la Luna.

Un presupposto: questa vicenda riguarda tutto fuorche’ la liberta’ del software. Questa vicenda riguarda una entita’ di spicco nel mondo delle liberta’ digitali, da anni in crisi (economica e tecnologica), periodicamente oggetto di critiche e proteste, che si e’ trovata nella situazione di dover supportare una funzionalita’ discutibile ma richiesta dal pubblico (pena: un ennesimo motivo per abbandonare la sua piattaforma di riferimento, Firefox) e di poterlo fare – io credo, ma non penso di sbagliare – incamerando qualche vitale quattrino da Adobe in cambio del supporto alla sua tecnologia di protezione dei media.

Sulla triste instabilita’ finanziaria della Fondazione non entro nel merito (se non con un pensierino collaterale: com’e’ che di sostenibilita’ dei progetti opensource si parla solo quando si scopre una falla in OpenSSL e non quando la realta’ che ha buttato all’aria il web moderno, scardinando il monopolio assoluto dello scandaloso Internet Explorer, e’ costretta a vendersi l’anima per far quadrare i conti?), ma sulla scelta di supportare uno strumento atto a limitare la fruizione multimediale si. Perche’ se Mozilla ha dovuto includere tal genere di opinabile funzione per non rischiare di perdere ulteriori quote di mercato contro altri prodotti simili, a volte pure tecnicamente migliori ma ben lontani dall’ideale dell’Internet aperta, il problema non e’ di Mozilla ma di tutto il contorno.

La nozione di DRM – che non si concretizza in una singola tecnologia o in un singolo formato, ma in un insieme di tecnologie e formati diversi, spesso incompatibili ma con uno scopo in comune – non e’ solo una risposta al dilagare della cosiddetta “pirateria”, ma la conseguenza del monopolio incontrastato dell’industria musicale e cinematografica classica per la quale non esistono di fatto forme produttive in grado di competere: se il pubblico richiede sempre e solo Vasco Rossi non c’e’ motivo percui concedere maggiori liberta’ su tali opere, dunque tanto vale controllarne il piu’ possibile la diffusione e la proliferazione e trarne il maggior profitto.

E qui casca l’asino. Il solito, quello chiamato Free Software Foundation. Che per prima ha alzato il dito contro Mozilla e la sua deriva closed-source, senza porsi il minimo quesito sulle motivazioni di tale certamente sofferta decisione. E senza capacitarsi che, tra le cause indirette che l’hanno determinata, c’e’ la sua stessa connivenza nei confronti del materiale protetto da forme canoniche di copyright, e la sua completa inazione a supporto di quello rilasciato con licenze libere (Creative Commons in primis, pubblico dominio in secundis). Per motivi mai chiariti – o quantomeno da me mai compresi – secondo FSF le celebri quattro liberta’ devono essere scrupolosamente e maniacalmente attribuite solo al software, tanto che una licenza vagamente non-commerciale e’ motivo piu’ che sufficiente per mettere alla gogna un progetto di sviluppo anche laddove tutto il codice sia accessibile e modificabile e ridistribuibile, mentre per tutto il resto “della licenza chissenefrega, se ho voglia di condividere un film lo faccio ignorando la volonta’ dell’autore”. Peccato che perseguendo tale politica il pubblico continui a chiedere sempre e solo Vasco Rossi, e l’industria classica continui ad avere il coltello dalla parte del manico (nonche’ ulteriori ottimi motivi per rafforzare l’adozione del DRM, e condurre attivita’ lobbistica per ottenere leggi proibizioniste).

Il software libero non puo’ essere una causa fine a se’ stessa. Cosiccome il software in generale non e’ – o ha comunque smesso di essere – un prodotto fine a se’ stesso. L’hanno capito Apple, Google e molti gli altri colossi hi-tech (incidentalemente quelli di maggior successo), che sempre piu’ diventano media-company ed editori per i quali il software e l’hardware sono solo strumenti e piattaforme convenienti per distribuire media. iTunes non e’ un programma, ma un canale di comunicazione. Come Google Play. Pure se domani dovesse essere rilasciato per intero il loro codice sorgente in licenza GPLv3 non aumenterebbe la liberta’ di nessuno, continuerebbero ad essere clients per servizi di erogazione di contenuti chiusi su cui il consumatore finale non avrebbe alcun diritto in piu’ rispetto ad oggi.

Il software libero e’ e deve essere parte integrante di una causa piu’ grande. Perche’ io, da utente, sono libero se dal mio sistema operativo libero, usando il mio programma libero, posso fruire di materiale libero. Perche’ noi, come comunita’, siamo liberi nel momento in cui uno dei nostri piu’ antichi e solidi alleati non e’ costretto dalle circostanze a chiudere un occhio e mezzo per la sua stessa sopravvivenza.