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Smanettone

14 gennaio 2020

La parola inglese “hacker” ha una sua propria storia ed origine e un suo proprio significato designato, ma tutti sappiamo che – al di là della presunta retorica e degli occasionali sforzi condotti per arginare la proliferazione di altre interpretazioni – nell’accezione comune ha assunto tutt’altro contenuto. Nella migliore delle ipotesi, l’hacker è qualcuno che si occupa espressamente di sicurezza informatica, cioé di un sottoinsieme limitato di quel che è lo scibile digitale. Nella peggiore egli è il pirata informatico, chi penetra nei sistemi informatici altrui spesso a scopo di profitto personale. Tutti coloro che hanno qualche competenza informatica prima o dopo si sono sentiti chiedere, da un amico o da un parente, “Ma dunque tu sei un hacker?!”, e tutti a tal domanda hanno sempre percepito il sottinteso “Ma dunque tu infrangi la legge, entri nei computer e spii chi vuoi?!”.

Onde evitare dunque questo perenne e costante fraintendimento tra significati storici e significati contemporanei, e per agevolare ed accelerare la comunicazione con chiunque – sia esso un addetto ai lavori in ambito informatico o un completo profano – negli anni ha iniziato ad adottare e ad usare sempre più frequentemente l’italianissimo termine “smanettone”, il quale è immediatamente comprensibile e riconoscibile dai più e scevro di ogni doppia interpretazione. Talvolta tale scelta mi viene contestata, forse per l’accezione negativa che dà qualcuno a tale sostantivo, e pertanto tenevo a scrivere qui – per futura referenza – le mie motivazioni e considerazioni.

“Hacker” nasce – secondo la tradizione – presso il circolo di modellismo ferroviario del MIT di Boston; diretta derivazione del verbo “to hack”, che letteralmente significa “fare a pezzi”, viene adottato dai giovani studenti che all’epoca si divertivano a manipolare i circuiti elettronici dei modelli in modi raffinati e spesso senza utilità diretta se non quella dell’esplorazione.

Benché anche in Italia ci sia una discreta tradizione di modellismo ferroviario, c’è una tradizione molto più forte, marcata e popolare: quella per i motori. Negli anni ’80, con la massiccia diffusione dei ciclomotori (più economici e pratici delle motociclette canoniche, nonché legalmente utilizzabili anche dai più giovani), dilaga nel nostro Paese l’uso di modificare, alterare e “truccare” i propri mezzi per aumentarne la velocità ed il rumore. La manopola del manubrio che serve ad accelerare si chiama “manetta”, l’atto di manovrarla su e giù per far rombare il motore diventa “smanettare”, e per estensione lo “smanettone” è colui che non solo si esibisce in impennate e sgommate ma che ha anche dimestichezza con la meccanica interna del veicolo, ne sa smontare e sostituire le componenti per ottenere le migliori prestazioni, o che semplicemente si diverte nello sporcarsi le mani di olio e benzina.

Non saprei dire come il termine “smanettone” sia stato mutuato dal gergo informatico, ma è evidente che il significato è del tutto affine a quello originario di “hacker”, benché inizialmente applicato ad un ambito diverso (meccanico anziché elettronico). Ma in più gode di una etimologia tutta italiana, strettamente legata alla cultura ed alla storia del Bel Paese, e pertanto facilmente afferabile da chiunque, soprattutto da chi ha vissuto i suddetti anni ’80 (e magari ha meno confidenza col gergo prettamente digitale).

Mi sento pertanto di consigliarne e promuoverne l’uso, per identificare coloro che creano, disfano, esplorano e sperimentano in ambito informatico. Chi, secondo lo stereotipo classico, passa notti insonni per risolvere un problema (che spesso lui stesso si è andato a cercare o si è più o meno consciamente creato da solo), che adotta la soluzione meno ovvia e semplice per ottenere un certo risultato (a discapito di una infinita quantità di tempo passata per metterla in opera e mantenerla operativa nel tempo), che persegue progetti di dubbia e opinabile utilità usandoli come pretesto per capire, costruire, documentarsi e padroneggiare tecniche e tecnologie altrimenti senza alcuno scopo, e che genericamente trova piacere (al limite del masochismo) nell’affrontare sfide sempre nuove nel contesto digitale.

Il Terreno Fertile

31 agosto 2010

Qualche tempo addietro la redazione di TechCruch Europe, filiale nostrana del rinomato TechCrunch statunitense, ha invitato i lettori a scrivere articoli in merito alla situazione tecno/sociale dei Paesi del Vecchio Continente al fine di collezionare qualche impressione di prima mano sullo stato di salute delle locali startups tecnologiche e dell’ambiente in cui si muovono. Ed io ho ben pensato di comporre un brano sulla condizione italiana. Il pezzo e’ stato bellamente ignorato e non ho ricevuto risposta alcuna, vuoi perche’ forse un pochino melodrammatico, vuoi perche’ fortemente inconcludente, vuoi perche’ la mia traduzione in lingua inglese non era esattamente impeccabile.

Sta di fatto che lo ripropongo ora qui nella versione originale (appunto in italiano; per decenza e pudore evito di pubblicare la copia vagliata), affinche’ il mio – opinabile – sforzo letterario non sia del tutto disperso.

Tengo a precisare che non si tratta di un editoriale ma di un post enumerativo, non porta a nessuno spunto concreto ma mira semplicemente a fornire al lettore straniero un quadro dell’approccio tricolore all’information technology. Dato il pubblico di riferimento, il perno intorno cui ruota l’argomentazione e’ il mondo del business, ed in questa occasione ho menzionato il software libero (o, meglio, l’opensource) solo marginalmente e come condimento alla tesi portante; contenuto assai inusitato per questo mio blog spiccatamente comunitario, ma che nel bene e nel male rispecchia la mia posizione sulle potenzialita’ e sulle piaghe del Bel Paese.

L’Italia potrebbe essere un terreno estremamente fertile per l’innovazione digitale. Abbiamo il piu’ alto numero al mondo di smartphone e connessioni 3G pro-capite, con un bacino di potenziali consumatori di contenuti mobili immenso. Abbiamo imprese multinazionali leader nei rispettivi settori, tra cui FIAT, ST Microelectronics, Enel, e Finmeccanica, sempre piu’ inclini al mondo dell’Information Technology ed intorno a cui orbita un fortissimo indotto (per esempio: in Torino, sede appunto dell’azienda automobilistica FIAT, buona parte delle aziende IT sviluppano soluzioni per l’automotive). Abbiamo una delle community opensource piu’ popolose ed attive del pianeta, con centinaia di Linux User Groups sparpagliati su tutto il territorio nazionale entro cui giovani e veterani scambiano idee, conoscenze ed esperienze, ed in cui maturano competenze altissime. Abbiamo risorse ambientali, storiche e culturali infinite, le quali attraggono ogni anno milioni di turisti desiderosi di fruire di servizi di informazione ed approfondimento.

L’Italia potrebbe essere un terreno estremamente fertile per l’innovazione digitale. Ma non lo e’. Dal 2005 esiste una legge percui non e’ concesso condividere una connessione wireless con qualcuno che non abbia fornito i propri documenti di identita’, e percui copia di tali documenti deve essere conservata per un lungo periodo di tempo affinche’ le Forze dell’Ordine possano essere informate su chi si e’ connesso all’Internet in un dato giorno ad una data ora da un dato luogo. La connettivita’ in fibra ottica esiste solo in alcune zone delle piu’ grandi citta’, e del resto il 20% della popolazione non e’ raggiunta da alcun tipo di connessione in banda larga ed e’ completamente tagliata fuori da ogni forma di mercato telematico. Per aprire una “Societa’ a Responsabilita’ Limitata” (l’equivalente statunitense della “Limited Liability Company”) occorre un capitale sociale di 10000 euro, cifra difficilmente raccimolabile da qualsiasi giovanotto con una idea da sviluppare e su cui costruire una attivita’. I piu’ antichi e radicati problemi del Paese (la lotta alla mafia, i fenomeni sismici, il tasso di invecchiamento piu’ alto al mondo) da sempre mettono in secondo piano l’evoluzione tecnologica nei programmi politici interni e nella pubblica opinione, e non esiste nessuno stimolo statale per la ricerca e lo sviluppo. La burocrazia certamente esiste in ogni angolo del globo, ma qui non esiste nessuno sportello online per sbrigare le proprie pratiche ed ogni singolo modulo (ivi compresa l’autocertificazione con cui si garantisce di non essere collusi con enti mafiosi) va presentato a mano presso una serie di uffici spesso distanti tra loro.

L’Italia potrebbe essere un terreno estremamente fertile per l’innovazione digitale. A causa delle suddette difficolta’ la concorrenza e’ scarsa, quasi tutte le realta’ che operano nel settore sono dedicate alla manutenzione di gestionali scritti anni fa’ in Visual Basic. Il mercato non ha “nicchie” ma “voragini” intere. Io ne sono convinto, e sebbene abbia avuto modo di osservare piu’ di un episodio finito male sto attualmente mettendo ordine tra le idee con l’intento di mettere insieme qualcosa di buono. I progetti non mancano, le buone intenzioni neanche, i modelli di business da esplorare sono molteplici. Ammetto di essere frenato dinnanzi alle incognite del nostro sistema fiscale bizantino, percui spesso l’ammontare delle tasse da pagare e’ stabilito in modo scorrelato rispetto all’effettivo reddito ed il rischio di dover sborsare allo Stato piu’ di quanto non finisca in tasca e’ reale, ma con la consulenza di una mezza dozzina di commercialisti amici degli amici confido di cavare il bandolo dalla matassa.

Cristoforo Colombo (italiano, nato nei pressi di Genova) dovette farsi finanziare dagli spagnoli il suo viaggio verso le Indie, sfociato poi nella scoperta delle Americhe. Leonardo da Vinci (italiano, dalla Toscana), negli ultimi anni della sua vita, migro’ in Francia per trovare l’apprezzamento negato in patria per le sue opere ed il suo genio. Molti sono i giovani italiani che ogni anno preferiscono abbandonare il Paese, pensando che la situazione qui sia irrecuperabile o nella migliore delle ipotesi riparabile in tempi molto lunghi, e buona parte di essi ottiene all’estero piu’ di quanto abbiano mai osato sperare entro i sacri confini. Ma io preferisco stare qui, e fare personalmente quel che c’e’ da fare. Perche’ l’Italia e’ un terreno estremamente fertile per l’innovazione digitale.