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Il Cugino di Adam Smith

26 dicembre 2019

In Europa non esistono grandi aziende legate alla tecnologia. A parte magari Siemens, che non è esattamente il primo nome che salta alla mente quando si parla di “tecnologia”, o la tedesca SAP, la quale – per dare una proporzione rispetto alla realtà statunitense – era candidata per una acquisizione da parte di Microsoft qualche anno fa (salvo poi ingrandirsi e di Microsoft diventare partner). Le varie Google, Apple e affini hanno tutte sede negli USA. Questo per vari motivi – sociali, economici, legali, politici, fiscali, storici – ed è un trend che può essere riscontrato, più generalmente, nell’elenco delle aziende più grandi del mondo, ove i Paesi europei appaiono sporadicamente. Il tessuto economico europeo (e ancor più quello italiano) è caratterizzato da innumerevoli aziende di piccole e medie dimensioni che tra loro si complementano, qualche volta si sovrappongono, qualche volta collaborano, ma ciascuna delle quali opera in modo autonomo nel suo ambito specifico.

Eppure questa realtà dei fatti, per quanto oggettivamente inconfutabile, non è mai stata sinora percepita come un fattore determinante nell’azione politica. E – per qualche motivo, soprattutto in ambito tecnologico – si è spesso inseguito il modello americano del “grande, grosso, e che genera tanti posti di lavoro”. Modello evidentemente inapplicabile, non esistendo nessun riscontro reale e concreto da additare come esempio ben riuscito. Le diverse iniziative economiche rivolte a ricerca e sviluppo in ambito tecnologico – leve fiscali, finanziamenti agevolati o a fondo perduto, bandi – sono sempre state congeniate su base individuale, destinate alla singola azienda, senza badare al fatto che – come dicevamo sopra – la singola azienda che agisce sul campo europeo ha sempre un limitato impatto, e limitato sarà dunque l’impatto (occupazionale, produttivo, fiscale) del finanziamento pubblico ricevuto.

Se viene sostenuto l’acquisto di un nuovo macchinario industriale per una azienda, può esser fatto solo per quella e l’investimento non può avere nessun altro beneficiario (oltre a chi produce e vende il macchinario, ovviamente). Viceversa il software è riproducibile all’infinito e a costo zero: alimentata la spesa della sua implementazione ne possono beneficiare tutti, a cascata, sia coloro che lo usano che coloro che su di esso vendono servizi di integrazione, personalizzazione e formazione. Questa differenza essenziale tra beni fisici e beni digitali, per quanto scontata, viene troppo spesso ignorata da chiunque, tale percui ne ho tratto un talk all’ultimo EndSummerCamp e per aver detto tale banalità in pubblico ho persino ricevuto dei complimenti. Ciò detto, l’intero piano Impresa 4.0 del Ministero per lo Sviluppo Economico, nell’allocare milioni di euro in sgravi ed incentivi fiscali atti ad accelerare la digitalizzazione industriale, pone strumentazioni tecnologiche e software sullo stesso identico piano, conducendo implicitamente a due risultati: il massiccio acquisto di licenze per soluzioni che magari contribuiscono sì alla digitalizzazione ma che hanno un ritorno molto moderato se non nullo sulla crescita della produzione software nazionale (Microsoft, che notoriamente non ha manco uno sviluppatore in Italia né ci paga le tasse, a marzo 2019 definiva il nostro “tra i Paesi più promettenti in Europa” nell’annunciare l’eccezionale crescita delle vendite di Dynamics), oppure il finanziamento per la creazione di nuove soluzioni, molto verticali, molto personalizzate e molto proprietarie, costruite da zero, replicate ancora e ancora, che vanificano tutti i progressi condotti (e altrettanto finanziati) precedentemente, e di cui gode solo l’azienda che ha ricevuto l’agevolazione prevista.

Qua e là in Europa si inizia a prendere atto di queste dinamiche basilari, e si inizia ad occhieggiare il modello open source come naturale strumento per affermare la produzione nel Vecchio Continente pur assecondandone la sua ineluttabile frammentazione. Il pretesto politico è quello della “sovranità digitale”, della tutela dei dati dei cittadini e dell’emancipazione tecnologica; la volontà reale è quella di smettere di essere i passivi clienti globali delle tecnologie altrui – statunitensi e cinesi in primis – ed alimentare una offerta interna di innovazione e tecnologia che possa in qualche modo riequilibrare lo squilibrio imposto dalla progressiva delocalizzazione della manifattura e della produzione industriale.

Il governo tedesco non si è fatto troppi problemi nel destinare ad una propria azienda locale – NextCloud, uno dei leader europei in fatto di open source – un grosso appalto per la propria piattaforma interna di condivisione di documenti ed informazioni. Alla faccia di Google Drive, e con gaudio di tutti i fornitori terzi di NextCloud (ufficiali e non) che possono beneficiare degli sviluppi finanziati da tale operazione. Più recentemente il CDU (il partito di Angela Merkel, per intendersi) ha introdotto l’open source tra le sue linee programmatiche. La Francia non solo ha adottato la medesima piattaforma NextCloud per il Ministero dell’Interno, non solo ha condotto una operazione simile con il suo sistema di messaggistica interna (basato sul protocollo aperto Matrix, ed implementata dall’azienda franco-inglese New Vector), ma fa anche pubblicare il codice delle soluzioni software realizzate dalle startup finanziate con fondi statali. Presso la Commissione Europea si è recentemente tenuto un incontro per discutere dell’impatto dell’open source sull’economia locale, e farne emergere le opportunità.

La dimostrazione che tutte queste azioni, di origine governativa, hanno un riscontro più ampio? A ottobre Microsoft Germania si è scomodata per indire una conferenza per “spiegare” – a modo suo – la sovranità digitale, la quale evidentemente è percepita come una minaccia per gli affari del colosso statunitense e va in qualche modo arginata e contenuta.

Sull’approccio italiano a questi temi non mi esprimo: qui si trova una revisione edulcorata e politically-correct dell’ultimo Piano Nazionale Innovazione presentato dal Ministero per l’Innovazione, in cui – manco a dirlo – il software libero e open source non viene citato manco per errore. Non resta che sperare, oggi, nel traino degli altri Paesi europei, presso cui poco alla volta sembra crescere una consapevolezza politica un tantino più ampia e solida.

Domanda e offerta, surplus, materie prime, suddivisione del lavoro: le basi del sistema economico descritto da Adam Smith non trovano riscontro nel mondo digitale. E finché non comprende questa ovvietà difficilmente la politica nostrana potrà parlare di “innovazione”.