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Un’Offerta che non si può Rifiutare

18 febbraio 2017

Anche quest’anno, data l’opportunità del FOSDEM e la presenza a Bruxelles di numerosi rappresentanti della community freesoftware europea, si è svolto il meeting promosso da FSFE e Open Forum Europe cui anche questa volta ho partecipato in vece di Italian Linux Society. Contrariamente alla prima edizione le presentazioni sono state molto più concise e ci si è concentrati maggiormente sui contenuti, il cui riassunto succinto può essere consultato nel breve post pubblicato sul sito di ILS.

Qui vorrei soffermarmi su un intervento in particolare, tenuto dal direttore dei sistemi informativi presso la Commissione Europea, che ha enumerato gli ostacoli più comuni che rallentano l’adozione di software libero ed opensource e le relative soluzioni. In estrema sintesi:

  • disponibilità di supporto professionale, da acquisire sul mercato
  • disponibilità di competenze specifiche, anch’essa reperibili sul mercato
  • il famigerato Total Cost of Ownership, che facilmente può essere computato a vantaggio del software opensource considerando il costo di transizione
  • disponibilità di funzionalità avanzate, che possono essere trovate nei prodotti più maturi
  • l’integrazione con altre soluzioni e piattaforme, che può essere implementata ad hoc rivolgendosi ai fornitori sul mercato
  • il coinvolgimento della community, che può essere ottenuto contribuendo attivamente alla community stessa
  • le complicazioni legali comportate dalle diverse licenze più o meno compatibili tra loro, che possono essere superate con un poco di attenzione e riducendo il numero di componenti software coinvolti
  • la sicurezza, tema già affrontato dall’iniziativa EU-FOSSA (che è stata più dettagliatamente presentata in un altro intervento nel corso del meeting)

Non servono grandi spiegazioni per notare come gran parte della strategia filo-opensource della Commissione Europea sia incentrata sulla disponibilità del mercato a fornire, implementare e supportare prodotti in tale categoria. Come lo è del resto quella di qualsiasi altra realtà più o meno pubblica. Ma all’esplicita domanda su come questa strategia stimoli concretamente l’effettivo utilizzo di software open, la risposta del dirigente è stata alquanto eloquente: “Il mercato è libero”.

Stringi stringi, si torna sempre al solito punto. Non importa quanto norme e linee guida siano aggressivamente schierate a favore del software libero, non importa quante delibere e mozioni vengano pubblicate per esprimere una preferenza politica, non importa quanto si protesti nei confronti delle proprie istituzioni affinché esse scelgano alcune soluzioni anziché altre: se non c’è nessuno in grado di fornirle e supportarle, e se non c’è nessuno che si fa avanti per aggiudicarsi bandi e appalti, queste non potranno mai essere adottate.

Forse siamo davvero arrivati al punto in cui dalle nostre istituzioni non possiamo chiedere più di quanto già sia stato predisposto e stabilito. Certo si può insistere sul fatto che ciò sia effettivamente rispettato – cosa tutt’altro che scontata: da che è stato introdotto il concetto di “valutazione comparativa” non ricordo di averne mai vista una neanche andandola a cercare col lanternino -, ma allo stato attuale non si può neppure biasimare troppo chi si trova a scegliere sempre il solito Windows, il solito Office o il solito Oracle: se, pur con tutta la buona volontà del mondo, solo quelli gli sono stati proposti in sede di bando, oggettivamente non ci si può aspettare altro.

Anziché pretendere che aumenti la domanda, sarebbe forse il caso di iniziare a stimolare anche l’offerta. Una offerta che non potrebbe essere rifiutata, dati i vincoli già abbondantemente introdotti. Ispirando e sostenendo l’imprenditorialità, potenziando la disponibilità di competenze tecniche, e tentando di costruire un circuito sostenibile per la produzione e la distribuzione di soluzioni libere.

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In Europa

12 febbraio 2016

Il mese scorso, il venerdi prima di andare al FOSDEM, ho avuto l’onore di partecipare all’European Free Software Policy Meeting 2016.

Antefatto. Come citato, nel corso della tappa belga dello scorso anno ho incidentalmente incontrato il coordinatore del team legale di Free Software Foundation Europe. Nelle settimane successive abbiamo scambiato qualche mail, coinvolgendo anche l’allora Direttivo dell’associazione, in cui ho espresso le mie considerazioni su quel che avrebbe dovuto essere il ruolo di aggregazione e coordinamento di FSFE stessa, ma tali note hanno sempre avuto scarso seguito. Con la nomina del nuovo Direttivo il discorso è stato ripreso in mano – anche in virtù della complicità di Alessandro Rubini, attuale Vice-Presidente – e si è iniziato a ragionare sulla possibilità di farsi allocare una devroom proprio al FOSDEM 2016 presso cui invitare i rappresentanti delle svariate associazioni promotrici del software libero in Europa. La devroom non ci è stata assegnata, ma evidentemente lo spunto è stato comunque raccolto ed elaborato sfociando nel suddetto appuntamento pre-FOSDEM.

Presenti esponenti pro-freesoftware di numerosi Paesi (tra cui appunto io in vece di Italian Linux Society), assenti alcuni altri (mi ha colpito la mancanza dei francesi, che mi dicono essere un pochino snob…), e tra gli altri sono intervenuti una europarlamentare ed un funzionario del dipartimento IT della Commissione Europea.

Buona parte della giornata è stata dedicata ad un giro di reciproche presentazioni, da cui sono emerse le grandi differenze esistenti tra una realtà e l’altra. Da quanto ho constatato diverse – più di quante mi aspettassi – sono le istituzioni che operano a stretto contatto con il mondo dell’impresa, e/o che agiscono in primo luogo nei confronti dei rispettivi governi per stimolare l’adozione di soluzioni libere ed aperte mirando ai termini del procurement (e, dunque, favorendo i fornitori freesoftwaristi): una sensibilità ed un approccio certo diversi da quelli abitualmente riscontrati in Italia, presso cui l’imprenditoria filo-opensource non è mai riuscita (e, temo, mai riuscirà) ad agire in modo compatto ed unitario in nome degli interessi propri e comuni. Non numericamente inferiori sono comunque i gruppi più operativamente simili a ILS, maggiormente orientati al pubblico generico, al mondo dell’educazione, e più in generale alla divulgazione.

L’unica grossa differenza che ho osservato tra ILS e tutti gli altri riguarda il rapporto con i Linux Users Groups locali. Benché LUG ce ne siano di fatto in ogni Paese – dove di più, dove di meno, ma comunque dappertutto – io sono stato l’unico a menzionarli durante i miei cinque minuti di presentazione. Durante le pause tra una sessione e l’altra ho scambiato quattro chiacchere con alcuni “colleghi”, col pretesto di coinvolgerli nel Linux Presentation Day europeo e chiedendo loro di fare da intermediari nei confronti dei rispettivi gruppi locali di appassionati, ma a quanto pare nessuno si è mai premurato di relazionarsi, e dunque costruire e mantenere un canale di comunicazione, con quelli che sembrano essere da tutti considerati dei branchi di sciamannati ingestibili, ingovernabili, inaffidabili e riottosi. Da ciò probabilmente deriva il fatto che cose come la LugMap siano prerogative esclusivamente italiane. Discutendo su questo tema, inevitabilmente mi sono venuti in mente i tanti sciamannati, ingestibili, ingovernabili, inaffidabili e riottosi italiani che spesso si lagnano della scarsa attenzione loro prestata da parte dell’associazione nazionale: sapessero come funziona altrove, forse avrebbero un poco meno da protestare.

Chiuse le presentazioni si è poi svolta una breve discussione aperta, che rapidamente si è focalizzata su quello che è stato identificato come il principale problema della nostra comunità: l’incapacità di fare “marketing”, e raggiungere la pubblica opinione. Fattore imprescindibile per dar fondamento a qualsiasi altra strategia, indipendentemente che essa sia rivolta all’industria, all’amministrazione pubblica, alla scuola o a qualsiasi altro obiettivo. In sede di riunione non si è andati molto oltre alla mera constatazione di tale fatto, ma ritengo già un gran successo che esso sia stato riconosciuto e circoscritto.

In generale – e fatte le debite eccezioni, che però non nomino – da questo tavolo di lavoro ho percepito maggiore senso pratico e focalizzazione di quanto, ahimé, mi hanno abituato certi contesti locali. Non ci si è posti tanti problemi nell’usare terminologia altrimenti bandita, non sono state sollevate questioni astratte, nessuno ha preteso di spiegare a qualcun altro quel che in un ambiente simile era ovviamente ovvio a tutti. Persino i rappresentanti di FSFE – che in cuor mio ho sempre immaginato come pure traslazioni europee della reazionaria FSF – sono risultati essere molto meno zelanti di quanto temessi. Solo fatti, esperienze (grandi e piccole), e azioni. Poche proposte, ma per quelle ci sarà spazio nel prossimo futuro.

L’altro giorno è stata predisposta una apposita mailing list per mantenerci in continuo contatto e sviluppare i temi sinora solo marginalmente toccati, ed è assodato l’intento unanime di ripetere l’incontro fisico almeno una volta all’anno (magari sempre approfittando del richiamo del FOSDEM). Con l’auspicio di riuscire a costituire una vera e solida “lobby” freesoftware in Europa.

Avanti il Prossimo

20 agosto 2013

Ci mancava solo FSFE Italia. Dopo Italian Linux Society, GFOSS, Associazione Software Libero e FSUG Italia (e sicuramente mi sono pure dimenticato qualcuno…), un’altro ente di ispirazione all’incirca nazionale sul tema del software libero. La notizia della volonta’ di aprire una sezione specificatamente italiana della Free Software Foundation Europe mi e’ solo transitata dinnanzi e non ho trovato riscontri online, ma tanto basta a farmi rizzare i capelli in testa.

Intendiamoci: in altre circostanze avrei probabilmente esaltato alla nuova, “Finalmente il pezzo da 90 scende in campo e viene a darci una mano!”, ma cosi’ non e’. Per due ragione fondamentali.

La prima e’ la gia’ esistente comunita’ nostrana legata alla fondazione, che si concretizza sull’apposita mailing list. Una sola volta ci ho avuto a che fare, e mi e’ bastata: in occasione della stesura della lettera aperta al Garante per la Privacy, in merito ad un documento PDF compilabile solo usando Adobe Acrobat Reader e nessun’altra applicazione (libera o proprietaria che sia). Passo’ l’annuncio dell’iniziativa in lista LUG, in cui si dichiarava che il suddetto documento era fruibile solo con una certa versione del programma che per Linux manco esisteva, all’ennesima mail di lamentazioni volli toccare con mano e constatai empiricamente che tale assunto era falso. Dieci persone coinvolte, impegnate a scambiarsi commenti sull’intollerabilita’ dell’episodio, e nessuno aveva neppure verificato le accuse che stavano per essere inviate all’istituzione incaricata di vigilare su uno dei temi collaterali piu’ prossimi a quello del software libero, la privacy, e dunque con cui sarebbe conveniente mantenere dei rapporti quantomeno cordiali. A seguito della mia mail di notifica il testo della lettera venne modificato e l’impatto dell’azione venne pesantemente ridimensionato, ma indubbiamente qualche perplessita’ sulla credibilita’ del nucleo italiano di FSFE mi e’ rimasta fin da allora.

Il secondo motivo di dubbio e’ legato al conflitto di interessi nei confronti dei costumi tipicamente italiani. In concreto: il Linux Day, che essendo da sempre motivo di polemiche e lamentele all’interno della comunita’ nostrana non puo’ non avere un ruolo anche sulle dispute internazionali. FSF di suo promuove il Software Freedom Day: stesso format del Linux Day (eventi distribuiti organizzati dai gruppi locali tutti nello stesso giorno), ma di respiro internazionale e, soprattutto, a settembre. Ovvero: in un periodo tradizionalmente difficile per l’Italia, che si sta rimettendo in moto dopo la classica chiusura per ferie nazionale del mese di agosto. Dettaglio logistico non da poco, in quanto va ad inficiare su tutta la gia’ difficile organizzazione di tale genere di manifestazioni, ma ciononostante non mancano (ovviamente) coloro che non badano alla realta’ dei fatti e regolarmente propongono di soppiantare l’evento Made in Italy in nome di quello mondiale (che poi forse cosi’ mondiale non e’: nel 2012 sono state registrate 301 iniziative, poco piu’ del doppio dei Linux Day svolti nella sola Italia il mese successivo). A parte la diretta collisione degli intenti, va inoltre – nuovamente – rammentata la mai sciolta questione del nome “Linux Day” in luogo di “GNU/Linux Day”: Stallman stesso si e’ piu’ volte espresso in merito alla questione, arrivando a scrivere in una mail dello scorso luglio

[…] This means that ILS would cooperate with those groups that use the term “GNU/Linux Day”, and we would avoid splitting the community.

Arrivare a minacciare (con garbo) di spezzare la comunita’ nazionale proprio sull’unico punto in cui e’ piu’ o meno all’incirca unita per pura vanagloria certo non e’ una buona premessa, ne’ un buon precedente.

La concomitanza di questi due fattori – la presenza di un gruppo di coloni FSFE molto poco credibile che agiscono senza cognizione di causa e viene legittimato dal Gran Visir del Movimento a piantar grane – certo non rende rosee le prospettive per l’insediamento di FSFE Italia. Troppi i possibili punti di attrito con la gia’ traballante struttura nazionale locale, anzi troppi i punti di attrito gia’ esistenti che non possono che inasprirsi con l’ufficializzazione dell’interlocutore.

Al momento non resta che capire nomi e cognomi di chi e’ coinvolto direttamente in tale iniziativa, per sapere se iniziare a pensare male o malissimo. Se va male avremo solo un ennesimo nome – oltre a quelli citati in apertura – in coda agli appelli che periodicamente vengono spediti a enti e istituzioni varie, appelli che tutti tengono sempre a firmare e sottoscrivere per assecondare in modo inutile iniziative gia’ di per loro inutili. Se va malissimo… ci saranno ancora piu’ gatte da pelare, ed ancora piu’ tempo da dedicare alla mediazione interna anziche’ all’azione esterna.

Avanti il prossimo. Piu’ gente entra, piu’ bestie si vedono.