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Quel che Non C’era

26 marzo 2016

L’altro giorno sono incappato nella trascrizione di un talk tenuto a LibrePlanet, annuale conferenza statunitense promossa da FSF, e, sorvolando su alcuni dettagli di forma e di sostanza, devo confessare che mi ha toccato. Esso in qualche modo risponde alla mia intima ricerca di un obiettivo e di un metodo, emersa ad inizio anno (e prima ancora in occasione dello scorso Linux Day), e benché tale risposta non sia esaustiva riesce comunque a completare una visione.

O quantomeno la mia visione personale. Perché, va detto: il Movimento Free Software nel suo insieme, una visione completa, ufficiale e condivisa, non l’ha mai avuta. E questo fatto appare evidente nel momento in cui qualcuno ne propone una: non c’è niente con cui compararla. Vuoi perché gli smanettoni ne hanno fatto una questione tecnica prima ancora che politica, vuoi perché i non smanettoni ne hanno fatto una questione politica prima ancora che tecnica, vuoi perché ci siamo arenati sulla convinzione che lo scopo ultimo sia assecondare l’ego di un singolo.

Con un colpo al cerchio ed uno alla botte (citando FSF solo per fare esempi positivi, ma al contempo introducendo sfumature assai poco ortodosse), il suddetto talk fornisce una contestualizzazione storica, politica, etica e filosofica di quel che è e dovrebbe essere il freesoftware. Gli da un ruolo all’interno di uno schema più ampio. E suggerisce quattro perni intorno cui (ri)costruire un movimento che, a ben vedere, non gode di così buona salute. Mi sento in qualche modo sollevato dal fatto che, tra tali priorità, vi sia anche quella cui ero giunto anche io in separata sede (in maniera molto più grezza e grossolana, si intende): che il “software libero” è “libero”, ma è anche “software”. Con dei requisiti, delle funzionalità, e degli utenti. Cosa nient’affatto scontata, se ci si limita alla concezione di “freesoftware = 4 libertà”.

L’invito sottinteso del testo in oggetto è volgarmente traducibile in: meno pippette, più fatti. Un appello che molti – o quantomeno io – hanno sempre sentito dentro di sé. Sentirlo arrivare da fuori dalla propria testa fa tutt’altro effetto.

Parole (e) Crociate

11 luglio 2015

All’interno della nostra community di “attivisti da mailing list” ho constatato nell’ultimo anno l’emergere di un ennesimo trend para-linguistico. Non solo vano, come certi altri, ma potenzialmente dannoso ed auto-lesionistico. Esso mi è stato ricordato oggi, ricevendo dall’ennesimo fanciullo l’ennesima mail dal pensiero copiato-e-incollato da chissà quale altra mail o chissà quale blog, e ne traggo spunto per riportare qui qualche considerazione in merito.

Partiamo, come sempre, dal principio. Negli anni, attraverso ignoti percorsi cognitivi, si è molto diffuso sul web l’utilizzo del termine “non commerciale” per descrivere il software libero, e – in modo uguale e contrario – l’espressione “software commerciale” per indicare quello che non è libero. Certo perché la frequente disponibilità gratuita del software libero e opensource è, ahimé, spesso posta come principale caratteristica della categoria, e qualcuno ha ben pensato di associare (erroneamente) tale caratteristica al fatto di essere scevro da ogni genere di interesse economico e, appunto, commerciale.

Alché, i nostri Luminari (e FSF in primis, che sulla terminologia è sempre zelante) hanno iniziato ad opporsi a tale utilizzo improprio dell’aggettivo. Perché anche il software libero può certamente e legittimamente essere oggetto di commercio, di vendita e di profitto, e definirlo “non commerciale” è fuorviante e scorretto.

Fin qui va tutto abbastanza bene. Il problema arriva quando si inizia ad usare deliberatamente il termine “commerciale” riferendosi al software libero, magari per rimarcare ed ostentare orgogliosamente tale posizione, facendosi pregio di conoscere le direttive di FSF meglio degli altri.

Quel che non tutti sanno, o meglio che non tutti prendono in considerazione, è che nell’accezione contemporanea “commerciale” non è necessariamente sinonimo di “commerciabile”. Stando al vocabolario Treccani il termine è “riferito a prodotti dell’industria, di qualità ordinaria, non pregiata, andante. In senso più spregiativo, di opera dell’ingegno prodotta o realizzata soprattutto a fini di diffusione e di guadagno, priva perciò di pregi intrinseci e di qualità artistiche o di valore scientifico”. Analogamente il Sabatini-Coletti dice che un prodotto commerciale è “fatto per una vasta vendita, di scarsa qualità”. Per Hoepli è un aggettivo “di prodotto che mira unicamente al profitto economico”.

Personalmente, la prima volta che ebbi modo di recepire una contestazione sulla falsità del binomio software libero / non commerciale fui molto perplesso. La prima cosa che mi è venuta in mente è stata la mia giovinezza, i tempi dell’ITIS, quando era molto in voga un genere musicale per l’appunto chiamato “commerciale” (sotto-genere trasversale dell’elettronica): chiaramente ogni genere musicale è “commerciabile”, ma quello in particolare era così chiamato essendo costituito da brani di facile ascolto, ritmati, appositamente composti per una serena fruizione da parte dei fanciulli sbronzi di coca-e-rum in discoteca (i quali ne andavano entusiasti). Proprio in campo musicale l’aggettivo “commerciale” è da sempre inteso come dispregiativo, e l’aggettivo è usato come uno dei peggiori insulti che un musicofilo può dare ad un brano o ad un album.

Preso atto del significato che, nel linguaggio comune e popolare, assume il termine “commerciale”, evidentemente potrebbe non essere una così grande strategia quella di usarlo per descrivere il software libero. Anzi, azzardo una ipotesi controintuitiva: proprio in virtù del suo informale intento negativo non sarebbe male chiudere un occhio sulle potenziali implicazioni economiche e continuare ad utilizzarlo per indicare il software proprietario, lasciando che il sottinteso malinteso giochi in favore della controparte libera nell’immaginario collettivo.

Ma temo che, come sempre, la cieca ed ottusa pedanteria prevarrà anche per questa ennesima Crociata di Parole.