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A Sua Immagine

3 ottobre 2017

Negli scorsi giorni sono stato coinvolto in una lunga discussione con alcuni giovani linuxari a Torino. Il fulcro: la scelta di acquistare su un popolare marketplace online un tema preconfezionato per il sito del Linux Day Torino 2017; bello, elegante, sufficientemente originale, ma allo stesso tempo soggetto a copyright stretto e dunque non redistribuibile.

Negli anni passati (più precisamente per le edizioni 2013, 2014 e 2015) già avevo fatto altrettanto, seguendo il giusto suggerimento di un amico. Ed ho deciso di farlo quest’anno vedendo che la pagina dell’edizione 2017 dell’evento era stata allestita nella stessa identica forma di quella del 2016, ovvero con un template sommariamente assemblato usando i parametri di default di un comune framework CSS. A ciò sono seguiti la contestazione sulla mancanza di “libertà” del nuovo tema di origine commerciale, il goffo tentativo di reimplementarlo (aggiungendo un paio di immagini sul tema fatto in casa, e nulla più), ed una serata finita ad urla e strepiti.

Quando mi sono rivolto al mercato dei template l’ho fatto per due motivi: evitare di perdere tempo nel tentativo di mettere insieme qualcosa di decente, e pubblicare qualcosa di più decente di quanto sarei mai riuscito a fare io. Ho iniziato ad adottare questa pratica per il primo dei due motivi, ed ho continuato a seguirla per il secondo: ragione percui non mi sono accontentato di riutilizzare sempre lo stesso tema acquistato la prima volta, ma ogni anno ho preferito spendere una cifra tra i 10 ed i 15 dollari per avere sempre qualcosa di nuovo. Col tempo mi sono reso conto che questa attitudine aveva un valore ben superiore che non il mero compiacimento estetico: è diventata una questione di immagine.

L’ostinato dilettantismo ostentato – a volte pure con orgoglio – dalla community di promozione e divulgazione del software libero non giova alla Causa. Perché non fa altro che confermare le malelingue secondo cui l’opensource lo fanno gli smanettoni che improvvisano e raffazzonano, ciechi ed incuranti di quei piccoli grandi dettagli che fanno la differenza tra un bel lavoro ed uno mediocre. Ed accrocchiare una pagina web schiantadoci dentro un qualunque CSS precompilato, senza variarne minimamente i parametri, pensando tra sé e sé “Ma si, va bene così”, è il primo segnale che si da al mondo esterno di improvvisazione e raffazzonamento. Forse sarebbe meglio riconoscere i propri (leciti e legittimi) limiti in fatto di grafica e design, rivolgersi in modo più o meno diretto a qualcuno più bravo di noi, se necessario versargli pure un minimo contributo monetario (perché noi ci teniamo al valore del lavoro, ricordando sempre a tutti che il software libero non è soltanto gratuito, vero?), ed affidarci a quello.

Se questo poi comporta un compromesso sulla licenza di un pugno di innocuo HTML e CSS (a loro volta costruiti intorno a Bootstrap, jQuery, ed altre componenti rigorosamente libere e ridistribuibili), così sia. D’altro canto è molto sottile la linea tra “proprietarietà” e “libertà” di quel che è un contesto estetico, una immagine di contorno, laddove è cosa molto comune non voler condividere, deliberatamente, la propria identità grafica, che per definizione è una cosa personale e privata: ad esempio il CSS del sito FSFE non riporta alcuna licenza esplicita (ed è pertanto da considerare sotto copyright stretto), ed il tema del sito FSF non è neppure reperibile su un repository pubblico. Quando accedo a tali siti web ed il mio browser scarica automaticamente gli assets, sto forse usando “software proprietario”?

Se vogliamo avere la pretesa di dire ad altri quale software devono usare e quale no, dovremmo avere un minimo di autorità per farlo. E saper dimostrare che sappiamo quel che stiamo dicendo. Ma certo non lo dimostriamo molto bene se non siamo neppure in grado di presentarci con una pagina web minimamente curata, cosa oramai alla portata di chiunque abbia un minimo di buona volontà.

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