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C’è Chi Può

17 agosto 2017

Spesso (anzi: verrebbe da dire “sempre”) quando i soggetti politici e normativi si interessano di questioni digitali, magari pure motivati da alti propositi di tutela e contrasto dei soprusi, finiscono col fare più danni di quelli che aspirano a risolvere. Campione di questa disciplina è la Commissione Europea, che ogni giorno si arrovella per contenere l’espansione dei colossi statunitensi – affamati di dati personali e profitti facili – formulando leggi pensate per colpire i grandi ma che vanno inevitabilmente a colpire anche (e più duramente) i piccoli.

L’ultimo esempio in tal senso è quello su cui FSFE – sempre attenta a quel che esce dal cilindro dei legislatori europei – sta in questo momento lavorando. Oggetto: una direttiva “sul diritto d’autore nel mercato unico digitale”, che ammetto di non aver letto per intero ma che, come viene segnalato, all’articolo 13 impone a coloro che erogano contenuti prodotti e caricati dai propri stessi utenti di dotarsi di tecnologie per il riconoscimento automatico delle infrazioni di copyright. Un testo evidentemente scritto con in mente YouTube, SoundCloud e affini, ma che necessariamente – essendo, ricordiamolo, la legge uguale per tutti – dovrebbe essere applicato a ogni servizio online. Ivi compreso il piccolo sito di condivisione files, il social network emergente, e perché no anche l’istanza GitLab condivisa con amici e colleghi. I quali, ovviamente, non possono sostenere l’onere (tecnologico o economico) di adeguarsi a tale ingombrante requisito, e devono scegliere se restare fuorilegge (con tutti i rischi che ne derivano, diffilmente giustificabili ad eventuali investitori in caso di iniziative imprenditoriali) o chiudere tutto. Dirottando altro pubblico verso quegli stessi data silos che sarebbe invece desiderabile andare ad arginare, e la cui concorrenza preoccupa tanto la politica del Vecchio Continente.

Il meccanismo oggi in vigore, popolarmente chiamato “notice and take down”, prevede la responsabilità del fornitore del servizio di intervenire nella rimozione di materiale illegalmente condiviso senza autorizzazione a seguito di una segnalazione. Cosa che ancora rientra nei limiti del ragionevole: il piccolo servizio riceve poche o nulle segnalazioni e può smaltirle manualmente, il grande servizio che gestisce grandi volumi si deve dotare di un sistema automatico per agire preventivamente e riuscire a far fronte alla mole di dati. L’impegno di ciascuno è commisurato alla sua dimensione, e dunque alla sua capacità di fronteggiare il problema. Ma imporre un preciso metodo, peraltro inaccessibile ai più, agisce in senso esattamente contrario a quel che si vorrebbe: per i suddetti YouTube, SoundCloud e affini è un marginale fastidio, che anzi probabilmente è già stato risolto per ovvi motivi di carico, per tutti gli altri è una sentenza di morte.

E allora: invece di tentare (invano) di colpire chi dopotutto può reggere il colpo, spazzando tutto il resto nel mentre, non sarebbe più intelligente sostenere la crescere della concorrenza locale?

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