Il Cloud Democratico

6 maggio 2019

Uno dei temi caldi che agitano la community freesoftware da qualche anno è quello della ri-decentralizzazione dell’internet, motivata dal desiderio di contrapporsi ai rischi (politici, economici, sociali) della centralizzazione dei dati nelle mani di pochi soggetti, sempre più pervasivi. Da qui, l’implementazione di nuove piattaforme e di nuovi protocolli che permettano la pubblicazione e la federazione dei contenuti, e gli appelli che promuovono la pratica del self-hosting.

C’è però un problema di fondo da considerare quando si contempla l’apparentemente scarsa adesione ai suddetti appelli, giustificabile non solo con la modesta consapevolezza popolare nei confronti di privacy e centralizzazione: le applicazioni sono sempre più complesse da installare e gestire in autonomia. Tra package manager specializzati, web server dedicati, linguaggi poco supportati ed altri tipi di dipendenze e requisiti stravaganti, oggi mettere online una applicazione richiede almeno un proprio VPS con accesso SSH e qualche competenza di amministrazione di sistemi. Riducendo drasticamente il bacino di pubblico che può permettersi il lusso dell’autonomia.

Ben lo si vede confrontando due prodotti opensource che, in momenti storici e circostanze diverse, sono considerati un successo.

Il buon vecchio WordPress: dieci megabytes da scaricare, con dentro pressoché tutto quello che serve, da spacchettare e caricare via FTP così come è anche sul servizio hosting più modesto da dieci euro all’anno. In una manciata di minuti, e con una spesa minima, si è online con la propria istanza, da personalizzare a piacimento e su cui pubblicare tutto ciò che si vuole. Risultato: WordPress è la piattaforma web più usata in assoluto, laddove le soluzioni proprietarie di blogging e pubblicazione non sempre godono di buona salute, e ha di fatto permesso a molti di avere un proprio sito web indipendente.

Il nuovo Mastodon, fiore all’occhiello di quello che è l’intero panorama dei social network liberi e federati: il primo requisito enumerato nella pagina dedicata all’installazione è “Un server Ubuntu su cui si ha accesso root”. La piattaforma è implementata in Ruby, linguaggio neppur lontanamente supportato dalla maggioranza dei provider web, e anche se lo fosse la procedura di installazione prevede svariate altre applicazioni e librerie da predisporre. Risultato: di certo le istanza pubbliche non mancano, ma come osservato da qualcuno la stragrande maggioranza del pubblico è polarizzato su una manciata di esse laddove esisterebbero svariate ragioni (in primis: la possibilità di pubblicare contenuti a rischio censura, dalla pornografia alle opinioni politiche borderline) che motiverebbero tanti soggetti ad avere una propria istanza personale.

Io stesso sono, nel mio piccolo, complice di questa tendenza: non di rado ricevo richieste di assistenza per hostare GASdotto – il gestionale per Gruppi di Acquisto su cui lavoro oramai da anni – su qualche generico servizio di hosting, ma se la prima versione dell’applicazione (un blocco di PHP senza dipendenze particolari, accompagnato da un altro blocco di Java pre-compilato in Javascript) poteva essere facilmente caricato su un qualsiasi spazio web senza troppi grattacapi, la più recente versione (reimplementata in Laravel) presuppone la necessità di eseguire almeno qualche comando direttamente sul server. Tant’é che ho preferito offrire io direttamente un servizio di hosting gratuito per l’applicazione, per semplificare la vita a chi non può o non vuole badare ad un proprio server online, ma chiaramente questa non può essere una soluzione definitiva né tantomeno sostenibile a lungo termine.

I moderni strumenti di sviluppo semplificano molto la vita dei programmatori (da developer PHP posso solo dire: benedetto sia colui che ha inventato composer!), ma la rendono complicata agli utenti. E così, oltre agli ostacoli di natura culturale, vengono imposti anche limiti tecnici che allontanano – più che avvicinare – i non addetti ai lavori alla buona pratica dell’avere i propri strumenti di pubblicazione online. Aumentano le possibilità e le soluzioni, ma diminuisce l’effettivo impatto politico e sociale.

Una soluzione intermedia sono le iniziative che hostano applicazioni opensource di pubblico accesso, per almeno mitigare la centralizzazione dei dati. L’associazione francese Framasoft ne è l’esempio più popolare, ed il modello è stato adottato in Italia da ILS. Ma credo che una maggiore presa di coscienza sui suddetti vincoli e requisiti tecnologici sarebbe utile per ridefinire il perimetro entro cui orientare gli sforzi profusi in nome di un internet plurale, decentralizzato, libero e aperto.

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Una Risposta to “Il Cloud Democratico”

  1. maupao Says:

    Sicuramente conoscerai anche le soluzioni di self-hosting di server: https://yunohost.org e
    https://freedombox.org/


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