Passato di Futuro

30 aprile 2017

Qualche tempo fa, scartabellando su una bancarella di libri usati, mi sono imbattuto in un libriccino dall’aspetto e dal titolo dissonanti. Era un vecchio libretto, appartenente ad un’altra generazione editoriale, dalla copertina rovinata dal tempo; il titolo era “A scuola con il computer”, tema attualissimo di cui oggi quotidianamente si dibatte. L’ho preso in mano e l’ho aperto: “Finito di stampare nel gennaio 1984”. Un po’ per curiosità, un po’ per scherzo con l’amico che mi accompagnava, ho speso la folle cifra di 3 euro e me lo sono portato a casa.

Solo recentemente ho avuto modo di leggerlo. Trovandomi proiettato in una ucronia. A parte i dettagli tecnici, che inevitabilmente sono cambiati a distanza di più di trent’anni, nel volume si trova tutto quel che ad oggi costituisce l’ultima frontiera del dibattito sulla tecnologia a scuola, a partire dai presupposti. L’imminenza della digitalizzazione (nel 1984!) ed i cambiamenti previsti nel mondo del lavoro e nella società, il ruolo del sistema educativo nel preparare i giovani a tali cambiamenti e fornire le nozioni essenziali per la loro comprensione, la raccomandazione a non soffermarsi sul cieco addestramento all’utilizzo di specifiche applicazioni ma a far scoprire i meccanismi di base della computazione. E ancora, suggestioni che vanno persino oltre le più ardite visioni contemporanee: la standardizzazione e l’interoperabilità delle applicazioni didattiche, i programmi di simulazione destinati ad estendere i classici laboratori di fisica e chimica, la didattica personalizzata per ogni singolo alunno.

È del tutto evidente che le profezie del dott. Pentiraro non si sono avverate. Tra le resistenze attive (mosse dai sostenitori del metodo basato su carta e penna del “buon tempo antico”) e quelle passive (dovute alle scarse o nulle competenze esistenti all’interno della scuola), passando per la frammentazione degli strumenti digitali (operata in primis dagli editori, interessati – come qualsiasi altro soggetto commerciale – a differenziarsi sul mercato) e per l’insofferenza delle istituzioni di alto livello (incapaci di convogliare e guidare la trasformazione in atto), per decenni l’insegnamento dell’informatica a scuola si è limitato a “qual’è il tasto per mettere il testo in grassetto su Word” e nei casi più fortunati a qualche cenno di programmazione in Pascal o Basic spiegato non prima delle scuole superiori e sempre nel ghetto isolato del laboratorio di informatica.

E oggi? Oggi abbiamo ricominciato tutto daccapo, dimenticando da dove eravamo partiti e che strada abbiamo percorso: ci siamo nuovamente accorti della crescente necessità di comprendere e saper sfruttare la tecnologia, ci siamo nuovamente posti il problema di preparare i nostri giovani al mondo che li attende, ed uno alla volta stiamo nuovamente ripetendo gli errori dei precedenti trent’anni. Misuriamo la digitalizzazione delle scuole in termini di numero di LIM acquistate (senza chiederci se e come vengono usate), per andare incontro alle limitate capacità dei docenti – nella maggior parte dei casi per nulla preparati a certe tematiche e a certi strumenti – semplifichiamo i contenuti didattici fino al punto di renderli irrilevanti (vedasi la grande sfida del “coding”, che da un giorno all’altro è diventata “fare le casette su Minecraft”), e a tutt’oggi le direttive ministeriali – benché splendidamente infiocchettate – sono vaghe e nessuno sa come attuarle pragmaticamente, con delizia di editori ed operatori commerciali che possono colmare i vuoti esistenti proponendo opinabili e superficiali pacchetti riciclando all’infinito sempre gli stessi contenuti.

Il rischio di arrivare al 2047 e trovarci ancora qui a discutere di scuola e digitalizzazione come se si trattasse di argomenti nuovi ed innovativi, laddove invece dovrebbero essere la normalità, è alto. Non pretendo né di avere una soluzione al problema né che qualcuno ne abbia adesso una definitiva, ma penso che almeno aiuterebbe smettere di parlarne sempre e solo come qualcosa di rivoluzionario: non stiamo parlando di “futuro”, ma di un futuro già visto trent’anni fa.

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