Diritto di Vuoto

9 maggio 2016

Da settimane ho una tab del browser aperta su questo articolo di Eben Moglen, che solo adesso sono riuscito a leggere. Un poco tardivamente, ma non è mai troppo tardi per una riflessione ed un commento. Anzi in questo caso ce ne sarebbe più di uno di commento da fare, ma per adesso mi limito a quelli semplici.

L’argomento di fondo del brano è il rapporto tra freesoftware e business. Un rapporto delicato, spesso apparentemente impossibile, più frequentemente incompreso. E su cui tornerò prossimamente. La prima metà del testo prende spunto da ben noti eventi di cronaca (ben noti a chi segue le notizie del mondo freesoftwarista, si intende), ma senza mai citarli direttamente, ed è propedeutica alla seconda. Nonché strumentale, e strumentalizzata, per fomentare pareri e sentimenti tanto popolari quanto infondati.

Il tacito incipit dell’articolo è la recente revisione della composizione del gruppo direttivo di Linux Foundation, precedentemente costituito, oltre che da persone nominate delle aziende che fanno parte della rete (nota bene: Linux Foundation non è una associazione no-profit, bensì, per dirla all’italiana, una “rete di imprese”. E lo è sempre stata), anche da un paio di membri liberamente votati dalla community. Dalla sera alla mattina è stato deciso che questi due ultimi rappresentanti non dovessero essere più votati direttamente, ed è scoppiata la polemica sulla democrazia tradita e sul potere delle corporation. Polemica che, evidentemente, viene a tutt’oggi cavalcata in maniera sorniona da chi vuole creare un contrasto a tutti i costi, magari allo scopo di consolidare la propria presunta posizione di Paladino del Bene.

Dopodiché, chi ha voluto andare un poco più a fondo nella questione, ha letto non solo di vesti stracciate e di Guerre Sante ma anche la risposta di Jim Zemlin, che di Linux Foundation è Direttore. Da cui emergono due cose. Primo: che i rappresentanti del mondo community, benché non votati direttamente, continuano ad avere un posto nel Direttivo (ed il relativo diritto di voto); cosa non da poco, per una istituzione esplicitamente rivolta all’impresa. Secondo – e forse più importante – : che “il processo di reclutamento dovrà essere modificato per essere in linea con quello delle altre principali associazioni del settore”.

A cosa mai si riferiva Zemlin?

Al fatto che, di tutte le grosse organizzazioni pro-freesoftware (e pro-libertà-digitali in generale) che vi possono venire in mente, ben poche hanno un Direttivo eletto democraticamente. Neppure in parte. Non quello di FSF. Non quello di EFF. Non quello di Apache Foundation (si, è eletto dai membri, ma i membri votanti sono ammessi solo su invito). Molte prevedono un qualche meccanismo di iscrizione / fellowship / sottoscrizione, ma nella maggior parte dei casi gli aderenti non hanno alcun diritto nei confronti dell’associazione (men che meno quello di voto) ed è semplicemente un modo simpatico per raccogliere donazioni. [Update: Stefano Zacchiroli fa giustamente notare che almeno una grossa associazione il cui board è eletto c’è: Open Source Initiative]

Il buon Alessandro Rubini, all’indomani della sua nomina a vice-presidente di FSFE, spiegò che lui stesso non era stato votato da nessuno ma coinvolto per “co-optazione”: quelli che c’erano prima di lui lo hanno scelto a tavolino, gli hanno proposto la carica, e lui ha accettato. Tale metodo è assai popolare tra gli enti statunitensi – terrorizzati dall’idea di essere internamente sovvertiti da una votazione aperta pilotata da altri soggetti ostili – e la stessa FSFE, che invece vorrebbe essere un tantino più democratica ed aperta, deve sottostare al ferreo dictat d’oltreoceano.

Dato questo scenario, le accuse di velleità dittatoriali da parte di Linux Foundation appaiono quantomeno smussate e ridimensionate. Anzi, ci sarebbe da fargli un plauso per aver avuto il coraggio di aver mantenuto, fino a pochi mesi fa, almeno alcune posizione del Direttivo totalmente aperte agli umori della community, contrariamente a tutti gli altri. Gli altri, quelli che oggi vogliono far passare Linux Foundation come un covo di biechi speculatori e complottatori. Gli altri, la cui carica non è mai stata votata da nessuno.

4 Risposte to “Diritto di Vuoto”

  1. stefanauss Says:

    “Tale metodo è assai popolare tra gli enti statunitensi – terrorizzati dall’idea di essere internamente sovvertiti da una votazione aperta pilotata da altri soggetti ostili – e la stessa FSFE, che invece vorrebbe essere un tantino più democratica ed aperta, deve sottostare al ferreo dictat d’oltreoceano.”

    E quindi? Il board FSFE non sarà eletto, sarà pratica standard che non lo sia, sarà pure di buon senso non averlo eletto, ma la FSFE e tutte le altre org che citi non hanno certo cambiato le regole in risposta ad una precisa candidatura.

    Non è questione di messaggio anti-democratico, ma con quanto successo LF ci dice che è “pro-freesoftware”, ma ci ricorda che ci imbarazzanti, ingombranti e strategicamente importanti eccezioni a questo principio.

  2. m4db0b Says:

    Francamente credo molto poco alla teoria complottistica che è stata sbandierata in lungo e in largo dai “tutori della democrazia”. Per quale motivo Linux Foundation avrebbe dovuto infilarsi in un simile vespaio e sovvertire la sua govenance solo per spalleggiare un umile membro “silver” (come ce ne sono a decine – http://www.linuxfoundation.org/about/members ), il quale peraltro in sede di direttivo gia’ aveva piu’ potere decisionale di un membro community “ostile”?

  3. stefanauss Says:

    Il tier del membro è una semplice contigenza: la materia del GPL enforcement è cara in maniera diretta ad una fetta enorme di membri, inclusi alcuni “meno che umili” platinum, e sviluppi legali sulla questione li impattano in egual maniera, non certo in base ad un tier.

    Con ogni probabilità hai ragione sul fatto che non c’era un serio rischio di sovversione della governance (ma mai sottovalutare l’effetto vocal minority almeno in quanto a eco, al quale probabilmente puntava la candidatura community). E tuttavia il fatto che abbiano comunque proceduto all’alterazione dello statuto, con quelle tempistiche, nonostante il basso rischio, rafforza il messaggio che l’argomento della tutela reale della GPL non è tollerato nel contesto LF.

    Il tempo ci dirà le lunghezze a cui la foundation e i suoi membri saranno disposti ad arrivare perché rimanga così. A me sembra ci sia sufficiente sostanza per almeno ponderare l’idea, e non declassarla a teoria complottistica (Moglen e Garrett, poi).


  4. […] Diritto di Vuoto […]


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