Al Momento Giusto

6 novembre 2015

Qualche giorno fa è stato annunciato l’imminente taglio del 50% delle spese concesse alle pubbliche amministrazioni in campo informatico, tecnologico e ICT. E, naturalmente, si sono levati gli scudi. E si sono calati i veli.

Uno dei commenti più ricorrenti è stato ed è quello sul (presunto) contrasto tra questa misura ed i passati proclami governativi in merito alla digitalizzazione e all’innovazione della PA, in quanto naturalmente (?) se si spende meno, meno si ottiene. La questione mai realmente approfondita non è sul “quanto” si spende, ma sul “come”. È dal 2005 che esistono norme che sollecitano le amministrazioni a scambiarsi applicativi e soluzioni sviluppate ad-hoc, in modo da massimizzare la spesa sostenuta da un ente sugli altri (i quali presumibilmente hanno, tutti a parità di funzione, esigenze analoghe). Ed è da fine 2013 che l’Agenzia per l’Italia Digitale ha pubblicato i vincoli all’interno dei quali dovrebbe svolgersi le scelte sulle nuove soluzioni software da adottare, o su quelle da aggiornare e rinnovare, privilegiando – coerentemente con quanto evidenziato sopra – quelle che più facilmente possano essere riutilizzate e condivise, anche senza l’intervento del fornitore originale (tutti attributi facilmente riconducibili alle piattaforme rilasciate con licenze libere…). Peccato che ben raramente tali raccomandazioni, tutte rivolte alla razionalizzazione delle spese pubbliche in campo ICT, si sono viste attuate. Il fatto che ora tali spese vengano forzosamente limitate per decreto legge non dovrebbe essere letto come un improvviso e sorprendente gesto di riduzione delle risorse, ma l’attuazione coercitiva di politiche dettate da dieci anni.

Tali considerazioni, sia in un verso che nell’altro, sono però scontate. Meno scontata è la puntualissima azione mediatica che si sta svolgendo in queste ore sui social network.

Un “bug” in una applicazione sviluppata da Lombardia Informatica (grosso fornitore di soluzioni informatiche per le amministrazioni pubbliche lombarde, ed in particolare della Regione) ha permesso l’accesso indiscriminato alle informazioni sensibili di tutti i cittadini coinvolti nel sistema anagrafico in oggetto. Un fatto gravissimo. Una calamità. Una minaccia per la sicurezza delle persone. La cui responsabilità non può essere che una: il taglio delle risorse economiche da destinare all’informatica, e dunque ad un settore critico come la sicurezza. Pare buffo che un decreto legge che non è manco ancora stato approvato abbia già avuto delle ripercussioni negative. Peraltro, su un applicativo che è stato lanciato nel 2011. Forse, quando Marty e Doc sono arrivati la scorsa settimana nel 2015, l’iconica Delorean non è stata trafugata da Biff ma da un analista programmatore rimbambito che ha avuto la grande idea di tornare indietro e rimuovere l’autenticazione degli utenti dall’applicativo lombardo. O forse lo scandalo è stato fatto cascare sui media proprio nel momento giusto per agitare lo spauracchio della sicurezza dei dati personali e suscitare nella pubblica opinione una reazione contraria all’appena paventato taglio della spesa. Scegliete voi qual’è l’opzione più credibile.

Ad aiutarvi nella scelta c’è una persona: Marcello Barone. Ex-presidente della suddetta Lombardia Informatica, ora amministratore unico di SardegnaIT (stesso tipo di soggetto operativo nel campo dell’informatica per la PA, ovviamente in Regione Sardegna). Nel 2007 – ovvero quando i soldi più o meno c’erano, e noi europei non conoscevamo ancora l’esistenza della parola “subprime” – egli sosteneva che il problema della sicurezza informatica non fosse il finanziamento ma la “frammentazione”, ovvero il fatto che ci fossero troppi fornitori che tentavano malamente di integrare componenti diversi a discapito della solidità del sistema finale. Un mese fa, al momento giusto per fungere da esempio, è finito agli onori delle cronache locali (ma non di quelle nazionali, troppo occupate a fomentare terrore e raccapriccio presso i cittadini lombardi) per lo stipendio gonfiato e gli ambigui rimborsi spese da parte della società para-statale che amministra.

Società regionali in-house che disseminano ingenui errori di programmazione nelle applicazioni di pubblico interesse, amministratori che rastrellano quattrini dalle casse innaffiate di soldi statali, fornitori privati che non dialogano tra loro per la costruzione di sistemi stabili ed integrati, e normative volte alla razionalizzazione ignorate da un decennio. Forse questa idea del taglio trasversale della spesa non è del tutto campata per aria, ed anzi casca al momento giusto.

Una Risposta to “Al Momento Giusto”

  1. Theodore Says:

    Per come sono i risultati, dovrebbero tagliare del 75%


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