Altruimeritocrazia

14 luglio 2015

Come citavo nel post relativo alla scorsa edizione della ConfSL, il beneamato Richard Stallman – fondatore del movimento freesoftware – ha tenuto uno speech, cui non ho direttamente assistito ma che molto probabilmente è stata una ripetizione di quello tenuto due giorni prima a Torino per la presentazione del Master in Management del Software Libero. Appuntamento presso cui invece sono stato, sia per saperne di più sul Master stesso (invano: non è stato detto nulla più di quanto altrove pubblicato, anzi qualcosa in meno, l’incontro è stato solo un pretesto per ostentare la presenza di Stallman stesso) che per scambiare qualche parola con i presenti, ma nel mezzo mi son dovuto appunto sorbire l’intervento del Vate.

E’ la quinta o sesta volta che assisto ad un suo talk (e svariate altre volte l’ho deliberatamente evitato), e benché negli anni i contenuti si siano marginalmente adattati alla cronaca contemporanea il succo resta sostanzialmente sempre lo stesso: una sommaria introduzione al software libero, il kernel Linux non conta niente conta solo GNU, i vari Microsoft/Facebook/Google/Amazon/Apple di turno sono il Male, il cosiddetto “cloud” è il Male, tanti problemi esposti, nessuna soluzione proposta.

Un passaggio per me sinora inedito mi è però balzato all’occhio e all’orecchio: l’attuale modo di atteggiarsi verso l’opensource, il “movimento” parallelo e complementare a quello freesoftware, in qualche modo da esso ispirato ma da sempre vilipeso da Stallman in quanto “distraente” nei confronti della stessa ragion d’essere del software libero ovvero la tutela dei diritti degli utenti.

La news è che, ad oggi, Stallman stesso si arroga ogni merito collaterale dell’opensource. Il modello di sviluppo collaborativo, la community, la partecipazione, tutti i fattori che non sono mai appartenuti alla nozione stretta di “software libero” (che propriamente riguarda il rapporto diretto tra sviluppatore ed utente), adesso sono dipinti come fattori esclusivi del software libero. E dunque, l’opensource? Niente, è solo un sinonimo della stessa cosa, una impostura, un errore storico.

È un vero peccato che la stessa persona che ora pubblicamente e candidamente dice ciò abbia scritto esattamente l’opposto: “Open source is a development methodology; free software is a social movement”. Quel “development methodology” faceva proprio riferimento al fatto di esporre il codice su un repository pubblico, accogliere patch da collaboratori più o meno occasionali, costruire una comunità che decreta la direzione del progetto. Insomma: ciò che viene descritto nel celeberrimo “La Cattedrale e il Bazaar”, testo fondamentale che tutti dichiarano di conoscere ma che come ho constatato nuovamente nell’ultimo periodo nessuno ha mai realmente letto. Altrimenti sarebbe a tutti noto come esso sia stata una critica di Eric Raymond (co-fondatore della Open Source Initiative, insieme a Bruce Perens) nei confronti di Free Software Foundation, la “cattedrale” (contrapposta al kernel Linux, il “bazaar”), che fino a quel momento aveva condotto lo sviluppo del proprio codice (in primis, Emacs) privatamente. Alla faccia della collaborazione e della community.

Questa inopportuna e mendace appropriazione è motivo di mia forte perplessità, per due motivi.

Primo: con quale faccia di bronzo Stallman va in giro a piagnucolare sul riconoscimento dei “grandi” meriti del progetto GNU, imponendo che il suo nome venga sempre citato insieme a Linux, quando poi è lui il primo a negare al modello opensource il devastante impatto che esso ha avuto non solo sulla tecnologia ma sull’intera cultura odierna (ad esempio: Wikipedia e OpenStreetMap sono, in sostanza, applicazioni del modello opensource su prodotti non software)?

Secondo, e più emblematico: se Stallman durante i suoi talk parla dei successi altrui spacciandoli per suoi, dove sono i suoi? Ad oggi, nell’immaginario collettivo, quel che caratterizza il nostro piccolo mondo è l’idea romantica di community, di persone che collaborano insieme su un progetto pubblicamente – e dunque anche gratuitamente – disponibile, di smanettoni che per passione ed interesse costruiscono strumenti e conoscenza di cui tutti possono beneficiare, in poche parole la parte opensource. Il quale opensource domina sia in campo IT che, come detto sopra, trasversalmente su tutto quel che è “digitale”, avendo contagiato ogni forma di produzione e distribuzione della conoscenza in Rete. Ci siam persi per la strada la componente educativa ed etica, la componente identitaria, il “social movement”, il freesoftware. E nessuno vuole ammetterlo. Nessuno vuole riconoscere il problema. E pertanto nessuno si cura di ripararlo. Primo tra tutti Stallman, che evidentemente bada più a preservare il suo (presunto) status di leader e (presunto) ispiratore che a dare una direzione credibile al suo stesso movimento.

Sempre più il tanto acclamato e ciecamente lodato RMS mi pare, più che uno gnu, una bufala.

3 Risposte to “Altruimeritocrazia”


  1. […] Altruimeritocrazia eh… ::: MadBob […]


  2. […] anni non ha raggiunto nessuno dei suoi obiettivi. Tant’è che durante le conferenze Stallman si arroga i meriti altrui pur di dimostrare che qualcosa è stato combinato. Non prendere atto di tale triste realtà vuol […]


  3. […] molte delle considerazioni a seguire siano state precedentemente elaborate in occasione dell’ultima tappa torinese di Stallman, al termine della quale dal pubblico si è levata codesta domanda: “Se regalo il software che […]


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