Secondo Round

9 giugno 2014

Ad inizio maggio il Governo ha lanciato un appello per ricevere dai suoi dipendenti (ma anche dal resto dei cittadini, essendo diventata l’iniziativa cosa di dominio pubblico)  suggerimenti e consigli su come migliorare la Pubblica Amministrazione italiana. E l’altro giorno il Ministero per la Semplificazione ha pubblicato qualche dettaglio sul numero e sui contenuti delle mail ricevute, tra i quali mi sono sinceramente stupito di vedere nell’elenco degli argomenti piu’ spesso citati la voce “Software libero e gratuito nella PA”.

Dati alla mano, non si puo’ negare che questa storia del freesoftware sia (piu’) un tema specifico per smanettoni ed addetti ai lavori: se piu’ di 1000 persone, su 40000 partecipanti (inclusi i tanti che hanno scritto solo per il rinnovo del proprio contratto, richiesta forse legittima ma certo non in linea con lo scopo dell’iniziativa), hanno spontaneamente ed autonomamente avuto lo spirito di comporre una mail di senso compiuto su di esso e spedirla (azione nient’affatto scontata, nell’era del “vaffanculo” dilagante), e’ forse perche’ piu’ persone di quanto non si creda hanno almeno vagamente presente che esiste e che vale la pena sbattersi due minuti per segnalarlo.

Almeno vagamente.

Cio’ che mi pone qualche perplessita’ e’ la dicitura “e gratuito” che accompagna “Software libero”. E l’atroce dubbio e’ che una parte delle suddette 1000 mail (forse addirittura la maggioranza?) siano state motivate non gia’ dalle numerose opportunita’ tecniche offerte dalle licenze libere e dal modello di sviluppo opensource ma piu’ banalmente dal puro e semplice risparmio economico che si trarrebbe usando applicazioni gratuite (quali sono molto spesso le applicazioni libere, ma non solo). Se cosi’ fosse, tutti i proclami sulla competizione, sul lock-in, sulle ricadute locali degli investimenti, sulla trasparenza, sui formati aperti, si risolverebbero presso la pubblica opinione con “LibreOffice e’ aggratis, scaricatevelo”.

Cosa alquanto grave, per due motivi. Primo: Microsoft e compagnia gia’ offrono abitualmente pacchetti scontati per le pubbliche amministrazioni, addirittura gratuiti per le scuole, al fine di mantenere la posizione in settori strategici come l’istruzione (si sa, la prima dose e’ gratis…) e l’amministrazione (che deve relazionarsi con migliaia di altri enti, sia pubblici che soprattutto privati, scambiandosi documenti e dati puntualmente fruibili solo con altri prodotti dello stesso produttore). Penso che in situazione di emergenza, qualora arrivassero pressioni politiche sollecitate dall’opinione di massa, i grandi vendor di soluzioni proprietarie non si farebbero grandi scrupoli a regalare mazzi di licenze in questo ambito, appunto per tutelare i propri interessi di larga scala, nullificando di fatto il vantaggio economico del software libero e facendoci tornare al punto daccapo. Secondo: anche il software libero ha bisogno di soldi, per garantire un livello elevato di qualita’ e di rapidita’ di sviluppo (anche i developers mangiano, a volte), o anche solo per pagare i servizi di installazione, manutenzione, formazione. Non essendoci i costi fissi di licenza, che spesso si reiterano annualmente e non portano alcun valore reale, la spesa totale e’ probabilmente inferiore rispetto all’alternativa proprietaria, ma comunque da qui a “gratis” ce ne corre. E se si instaura l’idea che il software libero e’ sempre e solo gratis, certo nel momento in cui una amministrazione dovesse allocare dei quattrini per le suddette necessarie spese ci sarebbe chi si staccerebbe le vesti per il presunto immotivato magna-magna ed ostacolerebbe l’altresi’ virtuoso investimento: un rischio politico non accettabile.

Appurato che, finalmente, il termine “software libero” e’ diventato di uso popolare, ed altrettanto popolare ne e’ il consenso, piu’ di quanto precedentemente immaginato, e’ forse giunta l’ora di porre un accento piu’ marcato sui suoi effettivi vantaggi e benefici. Non solo quelli relativi al prezzo. Del resto anche il pubblico odierno, oramai avvezzo alla tecnologia digitale ed un poco piu’ abituato che non in passato a concetti prettamente tecnici come “codice sorgente”, e’ forse adesso sufficientemente maturo per cogliere la sfumatura tra “libero” e “gratuito”. E molte altre cose.

Ho speso il weekend per accrocchiare e mettere in bella vista una pagina su linux.it (il sito web di maggior visibilita’ su cui posso metter le mani) che spieghi in modo semplice, per mezzo di schemini, cosa distingue il software libero da cio’ che libero non e’. E dopo aver pubblicato un chiarimento sul sito ILS l’ho pure twittato all’attuale ministra Madia per buona misura. Dall’altra parte, il tema “Community” del prossimo Linux Day si presta ad essere sfruttato per affrontare l’altro grosso fraintendimento che avvolge il software libero – e per estensione il mondo della cultura libera -: la community non esiste se tutti applaudono e pochi partecipano attivamente.

Sembra strano, ma nonostante tutto qualcosina si muove. Abbiam fatto Linux, ora facciamo i linuxari.

Una Risposta to “Secondo Round”


  1. […] più indietro nella memoria storica di questo mio blog, a metà 2014 il medesimo Ministro Madia aveva ricevuto numerose segnalazioni e solleciti a favore del software libero, che mai hanno avuto un seguito. […]


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