Guerra Aperta

7 giugno 2014

Qualche giorno fa e’ stata pubblicata questa lettera aperta rivolta al Comune di Trieste, come risposta all’annunciata migrazione del Comune stesso a OpenOffice, ben nota suite opensource di applicazioni simil-Office dal passato travagliato. Essa mette in discussione la scelta dell’amministrazione triestina, ed evidenza la superiorita’ tecnica di LibreOffice – fork tecnico e culturale dai medesimi obiettivi – chiedendo di cambiar la rotta della (comunque benvenuta) migrazione prima che sia troppo tardi.

Il testo e’ approdato qualche giorno prima nella mia casella di posta con l’invito ad essere uno dei firmatari. Ne condivido ogni paragrafo, ogni riga, ogni parola. Ma deliberatamente non ho risposto all’appello.

Quella tra OpenOffice e LibreOffice e’ ne’ piu’ ne’ meno che una “guerra di religione”. Come del resto tante altre ce ne sono nel mondo open, da quelle storiche “Emacs vs vi” a quelle piu’ moderne “Gnome vs KDE” al sempreverde “Ubuntu vs tutti”. E’ un effetto, e se vogliamo una causa, della frammentazione ortogonale che caratterizza il nostro mondo: esistono tante alternative perche’ esistono tanti gusti, e poiche’ esistono tanti gusti esistono anche tante alternative. Io preferisco LibreOffice (e vi, e Gnome, e Debian), perche’ nelle mie scarse esperienze d’uso diretto mi e’ sembrato piu’ stabile, piu’ usabile, e apprezzo maggiormente il modello di governance del progetto. Ma non mi sento di escludere a prescindere che altri possano preferire OpenOffice, magari proprio perche’ piu’ conservativo e con alle spalle grosse entita’ che ispirano fiducia.

Le “guerre di religione” sono la norma per noi linuxari incalliti, addentro alle perverse dinamiche comunitarie da anni, dopo aver sentito suonare tutte le campane ed aver sentito ripetere innumerevoli volte il mantra secondo cui le differenze sono una ricchezza. Magari senza crederci mai, ma prendendo atto del fatto che ci sono e c’e’ anche questa diffusa linea di pensiero. Gli estranei, o anche solo gli utenti piu’ recentemente acquisiti, non si possono capacitare del fatto che esistano due (o piu’) applicativi praticamente identici, coi medesimi obiettivi ed il medesimo pubblico, presso cui convogliano separatamente risorse e sforzi, anziche’ – come vuole la tradizione romantica – un unico progettone cui tutti amorevolmente partecipano col risultato di ottenere un prodotto finale migliore di quelli proprietari. Perche’ quello e’ un concetto diametralmente opposto a quella che e’ la comune percezione popolare della “community”. Perche’ l’opensource e’ “lo” opensource, non “gli” opensource.

Finche’ tale apparente paradosso viene presentato agli utenti di tutti i giorni va (quasi) tutto bene, del resto anche loro un giorno o l’altro diventeranno linuxari incalliti e prenderanno a fare il tifo per i loro preferiti. Ma nel momento in cui tale realta’, in tutta la sua complessa ordinata follia, viene esposta in modo crudo e diretto, senza preamboli e premesse, ad una istituzione che ha gia’ certamente i suoi sani problemi nel far digerire ai suoi dipendenti il cambiamento di piattaforma operativa e nel riadattare i suoi documenti esistenti, non puo’ nascerne nulla di buono. Perche’ viene esposta una debolezza, viene inculcato un dubbio, viene svelata una incongruenza cognitiva che davvero non puo’ esistere all’interno di una operazione cosi’ critica e articolata come una migrazione massiva.

Magari il Comune di Trieste ha reagito positivamente all’iniziativa. Magari ha prestato ascolto al saggio consiglio erogato dal folto numero di competenti persone che hanno sottoscritto l’appello. O magari lo ha ignorato, basandosi su qualche solida ed ineccepibile motivazione tecnica. Oppure ancora ha ricevuto il messaggio ed ha iniziato a porsi domande sull’efficacia della migrazione pianificata, probabilmente non improvvisata da un giorno all’altro ma ponderata, domandandosi quale direzione prendere se quella che hanno scelto per prima e’ stata contestata con argomentazioni che non avevano considerato e domandandosi se hanno dimenticato ancora qualche altro fattore importante e determinante. E che dire degli altri due, cinque, dieci, cento comuni che stanno valutando l’abbandono di Office? Hanno letto la lettera aperta? Ne hanno tratto delle conclusioni? Ne hanno afferrato il messaggio?

In questo momento la scelta non e’ in merito ad un prodotto o ad un altro, ma sul fatto di abbracciare il modello opensource – con tutti i suoi pro ed i suoi contro, i vantaggi e gli svantaggi, i certezze e le idiosincrasie – oppure no. Sul fatto di reagire al lock-in tecnologico, al monopolio, all’abitudine, al “s’e’ sempre fatto cosi'”, oppure no.

Le guerre di religione, meglio lasciarle alle mailing list di smanettoni. Affinche’ non facciano vittime tra i civili.

Una Risposta to “Guerra Aperta”


  1. […] Quanto descritto sopra succede a Torino, ma non e’ l’unico esempio attuale: l’altro giorno mi e’ capitato di scrivere in qualita’ di Direttore ILS al LUG di Trieste (che di ILS e’ peraltro associato) per avere un loro commento sulla solo recentemente dichiarata migrazione a OpenOffice, ed e’ emerso che il tecnico comunale che se ne sta occupando e’ stato uno di loro, il progetto e’ iniziato mesi prima della pubblicazione, e loro sono completamente informati su tutto il processo applicato. Magari qualcuno poteva provare a contattarli e provare ad avere dettagli e spiegazioni prima di scrivere lettere aperte… […]


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