Autopsia

21 aprile 2014

E’ stato trovato un grave bug in una importante libreria opensource, che giaceva inosservato da ben due anni. Le reazioni: l’opensource e’ in declino, anzi sta morendo, anzi e’ gia’ morto.

Certo rispetto a quindici anni fa l’asticella si e’ alzata, le aspettative del pubblico e del mercato sono sempre piu’ alte, i tempi di sviluppo e manutenzione e perfezionamento di un progetto software – open o closed che sia – devono essere sempre piu’ stretti, le risorse umane richieste crescono, ma tutto questo penso sia una evoluzione naturale di qualsiasi settore produttivo. Dichiarare che “l’opensource e’ morto” semplicemente perche’ un programmatore volontario ha commesso un errore e nessuno lo ha notato equivale alla polemica secondo cui “i LUG non servono piu'”: le cose non vanno piu’ come nel 2000, dunque non resta che farci prendere dalla nostalgia. Ma i tempi cambiano, continuano a cambiare e sempre cambieranno, cambiano i requisiti ed i presupposti, devono cambiare i modi e le modalita’. Una ben nota pubblicita’ promossa da IBM intorno al 2003, che aveva come protagonista un biondo bambino personificazione incarnata di Linux, citava Charles Darwin: “a sopravvivere non e’ la specie piu’ forte, e neppure quella piu’ intelligente, ma quella che sa meglio adattarsi ai cambiamenti”: credo che codesto postulato sia ancora valido, e che cio’ che serve non siano piagnistei e lamentazioni di facile impatto popolare e populista ma adattamenti. Economici (piu’ soldi da destinare a pagare persone che svolgano il lavoro), quantitativi (piu’ persone che possano spartirsi il lavoro in modo cooperativo), ed in qualche misura “politici”.

Se davvero qualcosa e’ morto, o quantomeno indebolito, all’interno del movimento freesoftware, la ragione non va cercata nel singolo sbaglio di un singolo programmatore quanto nelle cause che impediscono ed ostacolano i tre adattamenti di cui sopra. Riassumibili – semplicisticamente e superficialmente – in una persona, o meglio un personaggio: Richard Stallman.

Il video del suo ennesimo talk tenuto un mese fa a Milano e’ l’emblema della stasi che attanaglia una intera comunita’: due ore di parole gia’ ripetute centinaia e migliaia di volte, dall’epica storia del progetto GNU (che in trent’anni ha solo marginalmente raggiunto un qualsivoglia obiettivo) alle invettive contro le multinazionali lanciate sorseggiando golate di Pepsi, dalle raccomandazioni a non usare il termine “opensource” per evitare confusione da parte del pubblico alle arzigogolate argomentazioni secondo cui condividere opere culturali e’ doveroso pero’ i video che lo rappresentano non possono essere modificati pero’ remixare e’ un diritto negato dai potenti pero’ bisogna usare la licenza Creative Commons No Derivates pero’ francamente non c’ho capito una mazza, dalla dettagliata divagazione sul fatto che la sigla FLOSS e’ piu’ neutrale di FOSS perche’ altrimenti “Open Source” ha una lettera di rappresentanza in piu’ (…) all'”asta” finale atta a rastrellare qualche decina di euri mettendo in palio il pupazzetto di uno gnu. Non una parola sulla partecipazione attiva allo sviluppo ed al supporto, men che meno sui successi del software libero in termini di diffusione, un vago cenno scarsamente approfondito sulla presunta gratuita’ del freesoftware; solo recriminazioni e proclami dettati dalla vanagloria, lo stesso medesimo talk che e’ stato tenuto uno, due, cinque anni fa.

Certo se questo e’ il massimo che la comunita’ freesoftware riesce ad esprimere non deve stupire che tanto le risorse economiche quanto quelle umane si tengano ben lontane: nessuna azienda puo’ aver desiderio di essere esposta alla gogna nel momento in cui adopera il termine “opensource” semplicemente perche’ piu’ popolare e riconosciuto tra i suoi clienti, nessun volontario puo’ aver voglia di sorbire rimbrotti ogni volta che gli scappa di dire “Linux” anziche’ “GNU/Linux”, da questi atteggiamenti si sentono attratti e lusingati solo i sedicenti filosofi, i parassiti culturali, gli intellettuali da bar ed i sepolcri imbiancati che popolano le mailing list ma non hanno mai scritto una riga di codice manco per sbaglio.

Ed e’ dunque li’ che occorre intervenire per risollevare le sorti di un movimento, dato prematuramente per morto ma che neppure gode di salute ferrea. Facendo passare un messaggio diverso, piu’ pragmatico, piu’ concreto, che desti interesse e ispiri alla partecipazione reale. E, quando necessario, isolando e scacciando troll e imbonitori prima ancora che combinino danno sui canali interni ed esterni.

I letali virus dell’autoreferenzialita’ e dell’insoffererenza possono essere debellati. Con massicce iniezioni di collaborazione e creativita’. Ma la cura deve essere radicale.

Una Risposta to “Autopsia”


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