Un Garbuglio Azzeccato

25 febbraio 2014

Qualche giorno fa mi sono recato in gita dalle parti di Trento, per vedere il lago di Garda, salutare qualche amico, e scambiare quattro chiacchere con i tecnici di alcuni comuni locali. Il nocciolo della discussione, manco a dirlo, e’ stato il software libero nella pubblica amministrazione.

La buona notizia e’ che da quelle parti piu’ di un ente statale ha adottato la suite LibreOffice – dunque il progetto LibreUmbria benche’ sia certamente il piu’ massivo e popolare non e’ un caso isolato e casuale – e qualcuno azzarda pure la migrazione dei desktop a Linux. La cattiva notizia e’ che anche in tale configurazione gli applicativi specifici e caratterizzanti (anagrafe, tributi, catasto…) sono proprietari, accessibili per mezzo di interfacce web compatibili un po’ con tutto ma comunque irrimediabilmente chiusi.

La suggestione di un ipotetico stack amministrativo opensource ha suscitato reazioni contrastanti. La normativa relativa cambia continuamente, e conseguentemente deve cambiare il software, pertanto un progetto orientato in tal senso dovrebbe necessariamente offrire fiducia e continuita’ – fattore non sempre scontato nel mondo open – per risultare credibile. Oltretutto le licenze per gli applicativi proprietari – che in questo campo abbondano, garantendo livelli di competitivita’ elevati almeno sul fronte monetario – non risultano cosi’ tanto costose da attirare interesse nei confronti di alternative meno onerose, ergo pure la classica – e fallace – argomentazione della gratuita’ o comunque dell’economicita’ del software libero non trova punto di appoggio. Il “riuso” cosi’ come e’ strutturato oggi e’ una bufala (lo immaginavo, ma sentirselo dire da chi lavora nel settore fa un altro effetto), in quanto il passaggio da una istituzione all’altra di un pacchetto software – peraltro non necessariamente fornito con una licenza libera – comunque non disponibile al mondo esterno implica che ci si deve rivolgere al vendor originale – unico in grado di erogare in tempi brevi documentazione, manutenzione e formazione, dunque in posizione di monopolio sul pacchetto stesso – per usarlo.

La morale gia’ nota e’ che di soluzioni libere e aperte non solo non se ne usano, ma proprio non ne esistono. La morale meno nota e’ che mancano i presupposti affinche’ possano esistere.

O forse no.

Oggi nell’algoritmo atto a valutare la convenienza dell’implementare e commercializzare uno stack open appositamente rivolto alla pubblica amministrazione, e nella fattispecie ai comuni, devono necessariamente essere prese in considerazione le Linee Guide recentemente emesse dall’Agenzia per l’Italia Digitale per definire ed inquadrare le gia’ ben nota normativa esistente, che – almeno sulla carta – predilige l’opzione libera e aperta per le esigenze informative dei nostri enti. Di fatto il documento chiude il cerchio legislativo, esplicitando in termini forse non limpidi ma comunque abbastanza chiari che le soluzioni open sono da preferire laddove non sussistano evidenti criticita’ tecniche (e sottolineo “tecniche”: il dipendente che fa i capricci perche’ vuole usare sempre l’unica applicazione cui e’ abituato non deve essere considerata una criticita’). Da qui, una implicazione niente affatto marginale: il primo fornitore che mettera’ nel catalogo CONSIP un pacchetto opensource completo e decentemente funzionante per coprire le esigenze proprie delle amministrazioni avra’ automaticamente vinto tutti i bandi cui partecipera’, ed avra’ ampi margini per far ricorso e portare davanti alla Corte dei Conti tutti coloro che invece non gli assegneranno l’appalto. Forse detta cosi’ e’ un tantino esagerata, ma penso – nella mia infinita ed incrollabile ingenuita’ – non lontanissima dalla realta’.

Prima o dopo qualcuno azzecchera’ il garbuglio e approfittera’ dell’opportunita’ offerta dal vantaggio competitivo che la parola “opensource” sblocca. Tutto sta’ nel vedere chi lo fara’, se una azienda “etica” in grado di abbracciare il modello di sviluppo aperto e condiviso che legittimamente si confa’ al software di pubblica utilita’ e di pubblico interesse, oppure uno speculatore che avra’ l’accortezza di infilare la magica parola nella sua brochure salvo poi non fornire alcuna riga di codice, al cliente o ad altri, forte del fatto che nessuno tra i dipendenti comunali mai gliela chiedera’.

Conoscendo lo scarso spirito imprenditoriale di cui e’ dotata la nostra community, tristemente propendo per la seconda.

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