L’Abuso del Riuso

9 marzo 2013

In dicembre l’Agenzia per l’Italia Digitale ha convocato un “tavolo di lavoro” costituito da esponenti della societa’ civile per discutere i criteri di valutazione delle applicazioni software destinate alla Pubblica Amministrazione previsti dall’articolo 68 del Codice di Amministrazione Digitale, ben noto a gran parte della community linuxara italiana essendo, ai fatti, quello che privilegia l’adozione di software libero e condiviso nelle amministrazioni statali.

ILS ha spedito la propria candidatura ma, dopo aver atteso per un periodo di tempo ben piu’ lungo di quanto preventivato (in quanto, si mormora, all’Agenzia volevano vedere come si sarebbe formato il nuovo Governo prima di prendere iniziative) e’ arrivata notifica negativa in quanto “l’alto numero di candidature pervenute ha determinato la necessità di effettuare una selezione piuttosto ristretta“. Numerosi altri i “trombati” inattesi, tra cui GFOSS (che ha presentato una mail di candidatura identica a quella ILS, voglio sperare che questo non sia stato il motivo determinante dell’accantonamento di entrambe in quanto giudicate poco serie…), ma mi consolo sapendo che comunque qualche valido elemento della scena italica e’ stato approvato e si trovera’ settimana prossima a Roma per dare inizio ai lavori.

Confido che i nostri sappiano esplicitare (e far esplicitare, nel documento attuativo della norma) criteri di selezione solidi, che non lascino spazio a dubbi o interpretazioni creative sul fatto che un dato applicativo proposto in sede di bando statale sia o meno “libero” e dunque da preferire o meno ad altri, e che sappiano tener banco ad eventuali “infiltrati” spediti a partecipare con lo scopo di seminare paura, incertezza e dubbio nei legislatori dell’Agenzia. Scommetto un caffe’ che qualcuno tirera’ fuori la recente storia di Friburgo, dimenticando di dire che e’ quasi l’unico (dopo Vienna) caso europeo in cui la migrazione al freesoftware – ai danni dello stack Microsoft – e’ stata annullata laddove la citta’ di Monaco, il parlamento francese, le scuole islandesi o anche solo la nostrana Regione Umbria hanno operato / stanno operando il passaggio serenamente e con gran soddisfazione.

Ed un poco piu’ intimamente confido che sappiano approfittare dell’opportunita’ per “aggiustare” una delle piu’ grosse mancanze e lacune del famigerato articolo 68 cosi’ come lo conosciamo noi oggi: la totale assenza di parametri di priorita’ per il software sviluppato con un modello opensource.

Inutile nascondere che la politica di riuso del software tra le pubbliche amministrazioni, secondo la quale un pacchetto applicativo fatto sviluppare da un ente deve essere reso disponibile a tutti gli altri in modo che possano a loro volta adottarlo senza ri-accollarsi la spesa dell’implementazione della medesima soluzione e garantendo implicitamente uno straccio di interoperabilita’ tra organi diversi, e’ sempre stata molto poco osservata ed applicata. E questo non lo dico io bensi’ Angelo Raffaele Meo, professore al Politecnico di Torino nonche’ a capo della commissione nazionale che nel 2007 fisso’ i pilastri della normativa italiana per l’adozione del software libero nella PA. Perche’ questo? Un po’ certo per l’innata inclinazione italiana ad ignorare leggi e norme, preferendo sempre e comunque la soluzione piu’ comoda anziche’ quella piu’ conveniente e strategica – nella fattispecie: tenersi ben stretti gli applicativi da sempre utilizzati e considerati familiari senza curarsi minimamente del loro costo reiterato nel tempo o della completa dipendenza tecnologica nei confronti di fornitori via via sempre meno interessati all’innovazione dei propri prodotti -, ma personalmente non penso sia solo questo.

Parte di questo fallimento lo imputo anche, appunto, al fatto che le soluzioni riusabili – che pure esistono, benche’ scarsamente promosse ed evidenziate – siano (talvolta) distribuite con una licenza libera ma quasi mai aperte allo sviluppo opensource, o piu’ genericamente disponibili al pubblico. Comune infatti e’ la pratica di pubblicare descrizioni dei pacchetti disponibili, parametri tecnici sommariamente enumerati, i contatti di una persona di riferimento, e condividere lo stack solo ad altri enti analoghi lasciando tutti gli altri fuori. E per “tutti gli altri” difficilmente intendo “la meravigliosa community opensource che spontaneamente partecipa e fornisce correzioni e miglioramenti sottoforma di patch”, romantica protagonista di una favola propinata da tutti coloro che non hanno mai vissuto la realta’ sulla propria pelle, bensi’ il mercato, vero fulcro di una eventuale ed auspicabile rivoluzione opensource.

Solo nel momento in cui la tecnologia utilizzata sul campo da alcune amministrazioni verra’ messa a disposizione di chiunque, questo chiunque potra’ prenderla, analizzarla, integrarla con altre soluzioni – proprie o prelevate ancora altrove -, estenderla, e proporla ad altre realta’, in primis quelle troppo piccole e/o senza competenze interne capaci di valutare i cataloghi online e trarne qualcosa di utile per se’. Insomma, di fatto, concretizzare il sogno di una digitalizzazione massiva, democratica, interoperabile ed interscambiabile, scalabile, economicamente bilanciata dalla libera competizione ed aperta all’innovazione ed alla “contaminazione”. Fintantoche’ il “riuso” sara’ all’atto pratico un procedimento burocratico delegato alla presunta buona volonta’ di ciascun ente, svolgendosi solo per via indiretta e tra uffici statali, inevitabilmente capitera’ che le piccole amministrazioni resteranno isolate ed incapaci di attingere dal patrimonio comune, non si creeranno mai le indispensabili e complementari competenze tecniche specializzate a loro volta riusabili e spendibili, le persone indicate come riferimenti nella documentazione spariranno ed i pacchetti assegnati diventeranno non piu’ reperibili. Mandando all’aria tutti i buoni propositi originali, ancora una volta lodevoli sulla carta ma ben lontani dalle aspettative una volta attuati.

Questo e’, secondo me, uno dei punti strategici del tavolo di lavoro dell’Agenzia: qualificare l’opensource come criterio di valutazione. O almeno come vincolo da perseguire da parte delle amministrazioni che acquisiscano soluzioni libere, affinche’ materialmente pubblichino i loro prodotti informatici integralmente anziche’ delle mere e sostanzialmente inutili brochure con cui poi vantarsi di “fare riuso”. Il termine e’ gia’ stato fin troppo abusato sino ad ora, e’ forse ora di smettere di parlarne e farlo davvero.

4 Risposte to “L’Abuso del Riuso”

  1. lucamenini Says:

    Ma poi e’ stato reso pubblico l’elenco delle persone che faranno parte di questo “tavolo”?

  2. m4db0b Says:

    Che io sappia no, attenderemo qualche news aggiornata da chi ci sara’. Se non m’han detto male la prima riunione e’ il 13/03.


  3. […] di appoggio. Il “riuso” cosi’ come e’ strutturato oggi e’ una bufala (lo immaginavo, ma sentirselo dire da chi lavora nel settore fa un altro effetto), in quanto il passaggio da una […]


  4. […] proprie della comunità di sviluppo opensource. Certo un ottimo spunto, destinato a sopperire ai difetti intrinseci dell’attuale legge sul riuso riportata sul Codice di Amministrazione […]


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