Non e’ Cosi’

18 maggio 2011

Lo scorso mercoledi sera ho avuto modo di partecipare ad un evento incluso nella campagna elettorale di Fosca Nomis, candidata per il Partito Democratico alle elezioni per il Comune di Torino, interamente incentrato sul tema dell’innovazione e del suo rapporto con il mercato del lavoro ed alla qualita’ della vita, articolato in una serie di interventi da parte di vari personaggi piu’ o meno (soprattutto “meno”) rappresentantivi del settore ICT pedemontano.

Non commento dettagliatamente sui contenuti della serata, in quanto si puo’ facilmente indovinare quale sia stato il tetto massimo di concretezza e pragmatismo di un appuntamento elettorale cui hanno partecipato politici, amministratori delegati e presidenti (ovvero: chi in assoluto e’ piu’ lontano dalla sperimentazione e dalla ricerca applicata), ma mi soffermo – e a lungo, anche – sulle parole di uno degli ospiti che si sono avvicendati al microfono: Rinaldo Ocleppo, Presidente del gruppo ICT dell’Unione Industriale di Torino.

Contestualizziamo. Come detto gli spunti degni di nota sono stati pochi, anzi nulli, e pare quasi che gli oratori avessero fatto una scommessa sotto banco su chi riusciva a pronunciare per il maggior numero di volte la parola “innovazione” nella stessa frase (ma fin qui nulla di nuovo: succede in qualsiasi  evento istituzionale presso cui si ha la pretesa di parlare di tecnologia). Come prevedibile l’unico che ha almeno tentato di proporre qualche questione fondata e’ stato Fabio Malagnino, che si e’ presentato alla platea con i 6 punti elencati nell’appello “Torino Digitale” da lui stesso promosso e almeno minimamente assecondato dai media online. Tra questi 6 punti si trova anche, ovviamente, l’invito all’adozione del software libero da parte dell’amministrazione pubblica.

Ma quando e’ stato il turno del dott. Ocleppo, esso si e’ sentito in dovere di dire la sua in merito.

Qui si trova la registrazione integrale dell’evento (il suddetto intervento inizia a 1:31:30 circa. La qualita’ audio e’ scarsa, consiglio di usare un paio di cuffie per meglio apprezzarlo), e per comodita’ trascrivo qui la prima parte, quella di maggiore interesse:

Grazie, buonasera a tutti.

Io ovviamente, rappresentando le aziende, cerchero’ di portare qualche punto di vista… proprio… aziendale direi sul mercato e sul nostro settore che e’ quello dell’ICT. Cerchero’ cosi’ di dare qualche spunto forse un po’ diverso dalle cose che si leggono normalmente e che si sentono normalmente in generale sul nostro settore e anche sulle aziende, non solo quelle ICT.

Innanzitutto prima si e’ parlato di software libero, o di opensource. Io vorrei chiarirlo bene questo concetto, perche’ visto che l’amministrazione pubblica in qualche modo ha la possibilita’ di orientare molto degli investimenti bisogna capire bene cos’e’, perche’ io quando sento parlare di software libero mi sembra quasi ci sia stata la guerra di liberazione del software, che adesso c’e’ il software libero per tutti, che sia stato chissa’ quale conquista sociale.

In realta’ il software… l’opensource e’ semplicemente un modo di fare ricavi, inventato dalle aziende che hanno deciso di andare sul mercato proponendo il software in un certo modo per poi fare ricavi con dei servizi. Non e’ nient’altro.

Quindi ci sono delle aziende che vendono il software e ci sono aziende che lo, tra virgolette, regalano per vendere i servizi che sono collaterali a questo.

Quindi non vorrei che l’opensource diventasse in qualche modo un dogma da perseguire ad ogni costo immaginandosi che poi alla fine ci sia chissa’ quale vantaggio per l’amministrazione, per le aziende, per le persone. Non e’ cosi’. E’ semplicemente un modo di generare ricavi.

Il secondo aspetto, penso che sia banale e ovvio, per fare le cose servono soldi e quindi penso che, purtroppo, occorra mettere grande attenzione nel cercare di ridurre la spesa, per creare fondi che in qualche modo consentano di fare investimenti che servono allo sviluppo.

Quasi non so da che parte iniziare…

Innanzitutto, una constatazione piuttosto ovvia: la posizione del dott. Ocleppo e’ in contraddizione con la posizione normativa nazionale, regionale e comunale (soprattutto di Torino, ma anche di altre realta’). A tutti i livelli amministrativi sono state emesse mozioni e leggi che raccomandano l’esatto contrario di quanto da lui suggerito, ovvero di rivolgersi laddove possibile prevalentemente a soluzioni software di cui sia accessibile il codice sorgente, e gia’ tanto basterebbe a prendere le dichiarazioni espresse con le molle e a soppesarle con cura.

L’unico fattore considerato e’ il punto di vista della singola azienda, per cui si assume che l’unica differenza nel business model sta nell’entita’ che viene fatta pagare per generare profitto (il prodotto piuttosto che i servizi legati al prodotto). Quasi accettabile come illustrazione iper-semplificata del modello, ma non sufficiente a reggere il peso delle conclusioni che ne vengono tratte. Se proviamo a cambiare il punto di vista e ci immedesimiamo non nel produttore ma nel fruitore (ovvero, nel caso specifico, l’ente pubblico), la scelta dell’adozione dell’open cambia tutto in modo radicale.

Partiamo dalla prospettiva amministrativa. Tante aziende che offrono ciascuna una propria soluzione, ognuna con i suoi relativi pregi e difetti, sono piu’ complesse da valutare rispetto a tante aziende che offrono competenza su una soluzione condivisa. Nel momento in cui il punto di riferimento diventa un prodotto open, pubblico, accessibile a tutti i competitor esistenti sul mercato, i contratti di assistenza tecnica e di sviluppo possono essere assegnati in funzione a criteri precisi, sapendo a priori qual’e’ il punto di partenza e quale deve essere il punto di arrivo. Il mercato diventa piu’ omogeneo, stabile, gestibile, e la competizione avviene sul rapporto qualita’/prezzo anziche’ su parametri incerti e non necessariamente completi quali potrebbero essere quelli elencati in un capitolato.

Contemporaneamente, il mercato diventa piu’ dinamico e fertile. Prospettiva strutturale. All’atto pratico, trascendendo la pura analisi economica della questione, nel momento in cui viene adottata una soluzione software closed source essa deve necessariamente essere mantenuta per un periodo di tempo indefinito in quanto la migrazione dei dati memorizzati e gestiti ad un altro prodotto ha un costo spesso elevato e deve essere decisa da qualcuno (il quale solitamente preferisce non decidere affatto…), e non mi si venga a dire il contrario in quanto proprio non mi risulta che la piattaforma gestionale per l’anagrafe, o delle ASL, o il catasto venga sostituita priodicamente in funzione dell’offerta di mercato una volta all’anno (ma neanche ogni due o ogni cinque). Questo vuol dire che l’acquirente resta vincolato al primo che ha vinto l’appalto finche’ non si arriva a condizioni talmente critiche da giustificare tale costo e tale operazione massiva. E nessun’altro puo’ metter mano alla piattaforma, essendo di esclusiva proprieta’ del produttore. Da cio’ se ne desume che il produttore assume una posizione di monopolio, con tutte le dovute implicazioni: decide autonomamente il prezzo di ogni modifica e aggiunta, ha potere di contrattazione assoluto su quel che e’ o non e’ da aggiungere o togliere, tende a ridurre lo sviluppo fino alla piu’ essenziale manutenzione, e piu’ in generale non sentendo la pressione di un mercato competitivo si siede sugli allori. Il che’, non serve un esperto per capirlo, non e’ un bene per il fruitore del prodotto. Al contrario un sistema fondato su software libero garantisce la separazione tra prodotto e fornitore di assistenza/servizi, e permangono tutte le condizioni per un confronto paritario. Incredibilmente si potrebbe pubblicare un bando ogni anno per l’assegnazione della manutenzione dell’anagrafe o del catasto o di qualsiasi altro ingranaggio della macchina amministrativa, con una lista di modifiche e migliorie decisa in modo autoritario dal Comune (in funzione delle sue proprie esigenze o delle richieste dei cittadini), ed ogni anno il manutentore potrebbe cambiare sempre in relazione al gia’ citato rapporto qualita’/prezzo. Con una piu’ equa e giusta distribuzione dei fondi allocati per sostenere i vari reparti, assegnati non sempre e necessariamente allo stesso ente ma a quello che si dimostra, oggettivamente, migliore e superiore.

Da queste considerazioni si origina la prospettiva strategica. Maggiori possibilita’ di ingresso nel mercato determinano una maggiore vitalita’ da parte del mondo dell’impresa visto nel suo insieme, cui vengono garantite migliori opportunita’ di mettersi in gara e di proporre soluzioni innovative. Per non parlare del fatto che gli sviluppi implementati per conto di un Comune possono essere riutilizzati da altri e rivenduti a costi decisamente minori, e piu’ rapidamente gli avanzamenti tecnologici possono essere propagati ai Comuni piu’ piccoli (che altrimenti non avrebbero le risorse economiche per farsi sviluppare da zero le stesse funzioni e ne starebbero senza), nutrendo l’offerta della piccola impresa ed incentivando ulteriormente la crescita.

Queste osservazioni sono solo le piu’ comuni e popolari che possono essere mosse sull’impatto di un mercato opensource applicato alla pubblica amministrazione, e stupisce che il responsabile del reparto ICT di una istituzione rilevante come l’Unione Industriale le ignori. O che magari le taccia volutamente, ben conscio del fatto che un ecosistema realmente e fortemente concorrenziale finirebbe col distruggere lo status-quo dei grandi operatori da lui rappresentati, che gia’ hanno acquisito appalti milionari da cui non e’ possibile svincolarsi (a causa del gia’ citato problema della migrazione) e vi rimangono attaccati come cozze allo scoglio.

Le dichiarazioni del dott. Ocleppo sono quanto di piu’ anti-innovativo, anti-competitivo ed anti-liberale ci si possa immaginare. Un mercato sano e prospero e’ l’esatto contrario di quanto da egli promulgato e difeso. Ma altro non ci si puo’ francamente aspettare da una lobby che trova nella dipendenza dal software proprietario la leva con cui estorcere quattrini a tempo indeterminato ad un apparato statale incapace di valutare e fare gli interessi propri e dei cittadini.

2 Risposte to “Non e’ Cosi’”

  1. Andrea R Says:

    Le imprese sono pessime regolatrici del mercato.

    Questo tizio poi è un bugiardo interessato, che millanta conoscenze che non ha.
    Ma a questa gente non c’è modo di fare una domanda o due e sputtanarle lì sul fatto?

  2. m4db0b Says:

    La vedo difficile “sputtanarli sul fatto”: questa e’ gente che di mestiere propina balle e che ben conosce il pubblico che ha di fronte (solitamente molto poco tecnico, che davvero non ha ancora molto ben presente la differenza sostanziale del software libero non sapendo neanche cosa e’ all’atto pratico il software), impelagarsi in un battibecco pubblico non produrrebbe alcun risultato.
    Viceversa credo sarebbe utile coordinare una contro-lobby di aziende open che sappiano rispondere per le rime, con argomentazioni valide e quel tocco di autorita’ che a noi nerd casalinghi manca, ma i rari tentativi fatti in tale direzione si sono sempre puntualmente persi.


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