Quel che i Linuxari non Dicono

29 aprile 2011

Qualche tempo fa’, non ricordo piu’ attraverso quale strada, mi sono imbattuto in una chicca pubblicata sul sito del Progetto GNU: la lista di “Parole da evitare (o usare con cura) perche’ male interpretabili o confusionarie”. Per la gioia di tutti gli stallmaniani che non perdono occasione di stracciarsi le vesti in nome della liberta’ del software invece di starsene quieti a scrivere del codice utile, che dispongono cosi’ di un rapido indice da consultare quando sono in dubbio se attaccare o meno il disgraziato di turno che ha avuto l’incuria di scrivere una parola di troppo sul web. Vale la pena commentare punto per punto codesto opinabile vademecum dell’integralista, per identificare le cause “filosofiche” di alcuni stravaganti comportamenti reperibili in giro sull’Internet e per far emergere alcuni concetti che, di contro, sono totalmente ignorati da troppi sedicenti supporters del software libero.

BSD-Style: viene fatto notare che ci sono diversi tipi di licenza BSD, una e’ compatibile con la GPL e l’altra no, dunque il generico termine “BSD-Style” per descrivere tutte le licenze di tale famiglia e’ scorretto. L’unico problema e’ che codesta dicitura si riferisce nella stragrande maggioranza dei casi alla non-viralita’ propria della BSD (la quale, contrariamente alla GPL ed alle licenze GPL-Style, permette di ridistribuire il codice secondo altri vincoli ed anzi pure come software chiuso) e di ogni sua variante, percio’ il consiglio qui espresso e’ totalmente scorrelato dal contesto d’uso reale.

Closed: gia’ dalla voce “closed” si inizia a prendere le distanze dal termine “opensource”, che in assoluto e’ la parola piu’ odiata da gran parte dei cultori del freesoftware (come vedremo sotto). Questo lemma sarebbe da evitare non perche’ scorretto ma perche’ troppo facilmente riconoscibile come contrario di “open”, e sia mai che qualcuno si confonda. Ogni commento e’ superfluo.

Cloud Computing: sul fatto che questa sia una buzzword senza alcun significato specifico concordo, ma del resto questa voce non riporta altre dichiarazioni rilevanti nel contesto del freesoftware o del copyleft (altrimenti ampiamente trattato dopo). Neppure le altrettanto poco significative dichiarazioni di Stallman su codesta pseudo-tecnologia, che viceversa altri alti esponenti del movimento stanno cercando di ritorcere sul mercato.

Commercial: il software libero non necessariamente non e’ commerciabile, in quanto puo’ essere venduto al pari di tutti gli altri. E, contrariamente a quanto si ostinano a sostenere alcuni, stando alla licenza GPL il codice sorgente deve essere rilasciato solo a coloro che acquisiscono l’applicazione (eventualmente dietro pagamento di una somma di denaro) e non a priori all’intera Internet (magari pure gratis). Dunque il fatto di voler evitare tale termine come contrario di “freesoftware” e’ legittimo. Ma basta dare una occhiata al feed RSS di ZioBudda per constatare che oramai la community piu’ becera, quella per cui la gratuita’ e’ uno se non il principale vantaggio del software libero, per accorgersi che questa nozione stenta ad entrare in numerose zucche seppur altrimenti estremiste

Compensation: da questo punto ci si inizia ad immergere nella astrusa discussione sul copyright, di cui ammetto non aver ancora pienamente afferrato la concezione stallmaniana. Codesta voce critica l’uso dell’espressione “compenso per l’autore”, riferendosi alla pratica in uso nel mercato dei contenuti “tradizionale” per cui ogni opera deve essere sempre ricompensata all’autore indipendentemente dal fatto che la si sia acquistata direttamente da lui o da un intermediario. Appunto, il “diritto di copia”. Che nel sistema parallelo del copyleft, implementato da GPL e Creative Commons, si perde: una volta acquisita una copia dell’opera (gratuitamente o pagando), chiunque puo’ farci all’incirca quel che vuole (venderla o distribuirla gratis) entro i limiti della licenza stessa. Trovo che la presenza del lemma nella “lista di parole da evitare” sia fuori luogo: una volta accertata la distinzione tra copyright e copyleft, ed appurato che il copyright e’ brutto e cattivo e puzza, in qualche modo si dovranno pur avere delle espressioni che servano a descrivere il suo funzionamento, giusto o sbagliato che sia; qui e altrove, sin troppo spesso si tende a voler mettere da parte alcuni termini non perche’ sbagliati o usati impropriamente ma semplicemente perche’ in conflitto con la visione della FreeSoftware Foundation.

ConsumeConsumer: sempre in tema di copyright e diritti, i termini “consumare” e “consumatore” sono ereditati dalle vecchie nozioni di mercato basato su beni materiali (che, appunto, si consumano con l’uso) e non possono dunque essere applicati efficacemente in relazione al mercato dei beni digitali (un film o un brano musicale possono essere riprodotti e copiati all’infinito senza alterare l’originale). Nella lingua italiana risentiamo relativamente poco di tali inflessioni, in quanto si sono discretamente diffusi i termini “fruire” e “fruitore” per indicare chi gode di un contenuto virtuale mentre “consumatore” e’ adoperato a mo’ di sinonimo laddove la costruzione grammaticale lo esige. La parte criticabile di questo paragrafo sta nel fatto di voler assumere a tutti i costi che l’utente moderno non solo “consuma” ma anche interagisce attivamente coi contenuti, anche se all’atto pratico il bacino di chi davvero, ad esempio, con un brano musicale fa qualcosa piu’ che ascoltarlo e’ talmente ridotto che a parer mio non val la pena rinominare l’intera categoria con questo solo presupposto.

Content: simpatico guazzabuglio linguistico dovuto al fatto che in inglese la parola “content” descrive quelli che in italiano sono “contento” e “contenuto”. In questo frangente non posso far altro che rallegrarmi per la ricchezza della mia lingua madre. Al fondo della voce si biasima l’uso dell’espressione “content management system” per indicare le piattaforme per la pubblicazione online di contenuti, in quanto troppo generica e poco specifica (qualsiasi applicazione software e’ destinata ad elaborare informazione), ma qui come altrove considero vani e patetici gli sforzi di voler dirottare a tavolino il significato di una formula oramai accettata, radicata, e compresa da chiunque abbia una minima dimestichezza tecnica.

Creator: altro paragrafo che tange poco il pubblico italofono: ho visto usare il termine “creatore” in luogo di “autore” talmente poche volte da non essere considerato rilevante. E comunque non capisco la volonta’ di voler evitare una parola solo perche’ e’ incidentalmente usata anche in un contesto completamente diverso come quello della religione: i termini “creatore”, “creazione”, “creatura” ed affini sono di uso comune ed indipendenti dall’ambito, inutile fasciarsi la testa ed appigliarsi a contorte interpretazioni nascoste. L’espressione consigliata come alternativa, traducibile in “detentore del copyright”, potrebbe secondo me essere scartata da Stallman per via dell’accezione italiana del termine “detenzione” (riconducibile alla carcerazione ed alla prigionia).

Digital Goods: ennesima critica all’uso di termini propri dell’economia classica basata sulle merci materiali nell’ambito del mercato virtuale.

Digital Rights Management: da sempre la FreeSoftware Foundation fa capo ad una campagna contro le tecnologie considerate restrittive nei confronti degli utenti, ed in particolare non manca mai di precisare che la “gestione dei diritti digitali” fa riferimento ai diritti di chi genera i contenuti (software, audio, video…) piu’ che di chi ne fruisce (chi possiede il PC su cui sono riprodotti). L’espressione alternativa “Digital Restriction Management” e’ sicuramente una simpatica parodia, ma che a mia volta sconsiglio di usare in ambiti che vadano fuori dalle chiaccherate al bar con gli amici: se il DRM si chiama cosi’ va chiamato cosi’, che piaccia o no, e’ come se io mandassi appelli ai giornali perche’ il nome “Popolo della Liberta’” secondo me non si addice al relativo movimento politico e volessi che tutti lo chiamassero “Popolo della Sudditanza”. Un dettaglio a pochi noto: nella prima draft della GPLv3, pubblicata nel gennaio 2006, viene esplicitamente usata la dicitura “Digital Restriction Management”, la quale e’ stata poi soppressa nella versione finale della licenza appunto perche’ evidentemente giudicata inopportuna per un documento con velleita’ di valenza legale

Ecosystem: il concetto messo qui in discussione e’ che il mondo del freesoftware non si basa su puri e semplici meccanismi di causa ed effetto, come puo’ essere un habitat naturale (governato da fragili equilibri tra gli organismi che lo vivono), ma su comportamenti dettati dall’etica e dalla morale dei partecipanti. Il che’, a parer mio, e’ vero solo fino ad un certo punto. Le dinamiche che governano la community freesoftware sono in buona parte misurabili e analizzabili, nonche’ rispettate in modo diverso a seconda della diversa interpretazione dei singoli individui (la quale e’ a sua volta prevedibile secondo criteri in gran parte noti). E’ normale che dopo ogni notizia (piu’ o meno esagerata) che parla di una parziale chiusura di un progetto open nasca un fork, la cui credibilita’ dipende direttamente dai nomi delle persone e delle societa’ che vi prendono parte, e dalla cui credibilita’ si desume l’aspettativa di vita.

For free e Freely available: un prodotto freesoftware non e’ a priori distribuito gratis. Dunque “freesoftware” e “gratuito” non sono sinonimi. E fin qui non fa una piega. Non si spiega comunque perche’ non usare tale dicitura per quelli che lo sono per davvero, ovvero quelli utilizzati dalla stragrande maggioranza delle casistiche domestiche. Maliziosamente io credo che la ripetizione di questo concetto all’interno della pagina, peraltro in aperta contraddizione con tutti gli altri passaggi che descrivono in modo negativo l’industria “classica” incentrata sull’accumulo iniquo di capitale, sia dovuto al desiderio di ribadire la non implicita gratuita’ del freesoftware, nozione che viene piu’ popolarmente riconosciuta nel pluri-odiato termine “opensource”.

Freeware: “freesoftware” e “freeware” indicano due tipi di licenze software totalmente diverse: nel primo caso e’ prevista la disponibilita’ del codice sorgente, nel secondo si indica che l’applicazione e’ gratuita. Pertanto, evidentemente, usare i termini come sinonimi e’ errato. Non spesso, ma qualche volta ho visto ripetere tale errore sui blog della community italica. Notevole il fatto che, sebbene almeno in parte legittimo, i due termini non siano mai accostati: ad esempio Gimp e’ software libero ed e’ disponibile gratuitamente, ma nessuno lo ha mai definito come “freesoftware e anche freeware”; piu’ che riportare una osservazione banale, questo paragrafo avrebbe dovuto secondo me meglio dettagliare il rapporto tra le due diverse metodologie di distribuzione.

Hacker: classica raccomandazione sul fatto che “hacker” e’ colui che crea ed inventa mentre quello cattivo che buca i server e ruba i numeri di carte di credito e’ indicato con il termine “cracker”. Data la gia’ menzionata inutilita’ del voler modificare a tavolino il significato che le parole assumono in una lingua con l’uso comune, a mia volta consiglio di lasciar proprio perdere la definizione di “hacker” ed adottare in toto il termine “smanettone”, molto piu’ significativo e a prova di fraintendimento in italiano.

Intellectual property: ennesimo paragrafo di denuncia nei confronti dell’abitudine a voler associare caratteri propri dell’economia “tradizionale” (nel caso specifico, la “proprieta’”) con il sistema di scambio e diffusione delle opere digitali e virtuali. Benche’ riconosca nella locuzione uno scarso significato pratico, a me pare sufficientemente rappresentativa dei meccanismi di assegnazione e detenzione del copyright all’interno dell’industria “tradizionale” dei contenuti digitali; che poi tali meccanismi siano giusti o sbagliati, dovrebbe essere argomento a parte.

LAMP system e Linux system: inevitabile appunto sul fatto che “GNU” dovrebbe essere nominato insieme a “Linux” nel nome del sistema operativo da noi tutti amato. Argomentazione trita e ritrita, e sinceramente noiosa, che gia’ ho toccato precedentemente. Il fatto di aggrapparsi pure alla sigla LAMP (Linux/Apache/MySQL/PHP), in uso almeno dal 2002, e’ uno dei passaggi piu’ bassi e tristi dell’intera pagina.

Market: francamente non ricordo di aver mai letto da nessuna parte dell’esistenza di un “mercato del software libero”. Piuttosto ho letto (e magari anche scritto) piu’ volte che il software libero compete sul mercato con le soluzioni proprietarie, e questa non mi pare una cosa cattiva: vuol dire che il freesoftware (o, per meglio dire, il software sviluppato con metodologia opensource) ha raggiunto un grado di maturita’ tale da poter essere usato al posto di quello proprietario, e che anche laddove la qualita’ non sia eguagliata comunque in molti apprezzano la liberta’ di azione e personalizzazione concessa da tal tipologia di applicativi. Di contro credo che ben pochi siano coloro che abbiano adottato il freesoftware solo per le sue proprieta’ etiche e morali, e che dunque abbiano operato completamente al di fuori delle dinamiche di una qualche sorta di mercato.

MP3 Player: essendo l’MP3 un formato proprietario e brevettato non merita di essere rappresentativo di una categoria. Come altri prodotti elencati sotto. Su questo posso essere abbastanza d’accordo, se non che all’atto pratico e’ ingenuo pensare che l’utenza casalinga riconosca davvero nell’MP3 l’unica forma con cui la musica viene distribuita: con ogni probabilita’ presso questi non esiste neanche la nozione di “formato”, e comunque a forza di prelevare contenuti pirata dall’Internet (pratica oramai estremamente diffusa) e’ inevitabile che gia’ si siano imbattuti in numerosi altre tipologie di files senza sapere quali fossero quelli aperti e quelli chiusi. E’ possibile che per una ampia fetta di popolazione “MP3” sia semplicemente sinonimo di “brano musicale digitale”, sia esso pure un MIDI o un FLAC.

Open: l’ovvio paragrafo sulla parola “opensource”. Quella che i Veri Linuxari non dicono. Mi stupisco addirittura di quanto sia breve, forse anche in virtu’ del link alla ben piu’ corposa pagina che dettaglia l’esposizione. Gia’ mi sono espresso in merito alla differenza tra freesoftware e opensource, la quale del resto viene anche qui citata blandamente: “Free software is a political movement; open source is a development model“. I cultori della politica stallmaniana dovrebbero rileggere questa frase almeno cento volte prima di rimettersi a lagnarsi.

PC: evidente riferimento alla campagna pubblicitaria “I’m a Mac, I’m a PC” di Apple, in cui figurano due personaggi uno sfigato (il PC) e l’altro cool (il Mac). Per l’appunto, in gran parte delle sceneggiate rappresentate il PC sfigato e’ sfigato non perche’ e’ un PC ma perche’ ha installato Windows, ma come ovvio la relazione “personal computer = Windows” non e’ fondata. Non credo che questo paragrafo abbia un gran significato per il lettore occasionale, tanto piu’ se italiano: stando a quanto ho constatato qui da noi si sta diffondendo l’uso di esplicitare il sistema operativo in dotazione sul proprio computer domestico in virtu’ della persistenza di Windows XP e dell’inevitabile propagazione dettata dal mercato di Windows 7, anche se non sempre la risposta e’ una qualche versione della piattaforma Microsoft…

Photoshop e PowerPoint: in due punti della lista si mettono in discussione quelli che probabilmente sono diventati i due nomi di applicativi software (proprietari) piu’ popolarmente associati alle relative funzioni, al punto da essere usati rispettivamente come sinonimi di “fotoritocco” e “slides”. Tale pratica e’ anzicheno’ diffusa anche in Italia, ed il verbo “photoshoppare” e’ di ampia adozione presso la popolazione mediamente tecnica. Sebbene condivida la raccomandazione a non cedere a tale malsana abitudine, e’ comunque notevole che lo stesso trattamento non sia stato subito da “Google” (“to google”, “googlare“) forse anche perche’ in questo caso non c’e’ nessun software libero degno di essere considerato una alternativa e sarebbe stato imbarazzante farlo notare troppo.

Piracy: nuovo volo pindarico sulla visione alternativa ed anti-conformista della nozione di “copyright”. Gia’ mi sono espresso altrove sulla pirateria e sulle sue implicazioni.

Protection: altra critica al copyright classico ed all’esagerazione che accompagna le parole tipicamente usate in tale contesto. Nel sistema in cui l’autore di un’opera gode di tutti i diritti, a discapito del fruitore, mi pare che il termine “protezione” sia adeguato; il fatto che poi tale termine (e tale sistema) sia moralmente giusto o sbagliato andrebbe discusso in separata sede.

RAND: uno dei pochi punti della lista che mi trovano in accordo. Descrivere come “ragionevoli e non discriminatori” i vincoli per cui il prezzo di una applicazione che implementa un dato brevetto debba sempre contenere una cifra destinata al detentore del brevetto stesso e’ alquanto infelice, in quanto collide con il fatto che l’applicazione potrebbe benissimo essere distribuita gratuitamente e dunque non avere un prezzo. Questo e’ discriminante. L’alternativa proposta, “UFO” (“uniform fee only”), e’ pero’ altrettanto infelice, non per il contenuto quanto per l’acronimo da barzelletta.

Sell software e Software Industry: stando a questi paragrafi, le locuzioni “vendere software” e “industria del software” sono troppo facilmente riconducibili al mercato, dunque alla proprieta’, dunque alle restrizioni, dunque a tutte le cose brutte che fanno piangere Stallman, e pertanto non andrebbero utilizzate. Personalmente, come collegamento mi sembra un tantino esagerato. Piu’ in generale, spesso non riesco a comprendere come nei testi divulgati da FreeSoftware Foundation possano convivere posizioni estreme di tal fatta e raccomandazioni sul fatto che il software libero non necessariamente deve essere distribuito gratuitamente e puo’ anche essere venduto e ci si puo’ costruire un business.

Theft: chi infrange le leggi sul copyright non e’ propriamente un ladro, in quanto non sottrae nulla alla “vittima” ma effettua copie senza intaccare nessun prodotto originale. La definizione torna, ed e’ anche diffusa nel senso comune (ai tempi dello spot contro la pirateria proiettato nei cinema, costruito appunto sul concetto che scaricare film da Internet e’ un furto, si sono levate risate in ogni dove). Non e’ chiaro comunque come dovrebbe essere definito chi compie tale genere di reato (in quanto volenti o nolenti sempre di reato si tratta): “ladro” no, “pirata” come visto prima no, ci sono altre alternative?

Trusted Computing: vale lo stesso ragionamento applicato per il DRM: in quel caso i “diritti digitali” erano quelli del produttore di contenuti piu’ che dell’utente (e proprietario del PC su cui il DRM viene eseguito), in questo caso il computer e’ “affidabile” non per chi lo ha in casa ma per chi distribuisce il materiale che ci viene installato sopra. Indubbiamente si tratta di definizioni subdole, studiate appositamente per incutere un senso di sicurezza senza specificare a chi questa sicurezza giova realmente, ma esattamente come appunto nel caso del DRM se questo e’ il nome proprio assegnato alla tecnologia in oggetto cosi’ ha da essere chiamato per evitare fraintendimenti.

Vendor: chi produce software non necessariamente e’ un “vendor”. Che e’ anche giusto, nel momento in cui il dizionario Paravia suggerisce come traduzione di codesto lemma “venditore” o “distributore”, termini che hanno ben poco a che fare con la produzione. Ma certamente in italiano non esiste una parola di uso comune che rispecchi il senso completo di “vendor”, dunque per noi italofoni questo paragrafo e’ poco comprensibile.

3 Risposte to “Quel che i Linuxari non Dicono”

  1. Andrea R Says:

    Su il termine “proprietà intellettuale” avevo fatto alcune indagini e ti posso dire che dal punto di vista giuridico ha un significato diverso e inconsistente:
    – ci sono pochissime occorrenze in tutta la nostra legge
    – quando è usato è inteso come cattivo sinonimo di “proprietà industriale”, che in soldoni sono marchi e quindi non copyright e brevetti.
    – la definizione standard di proprietà, in quanto facoltà di godere esclusivamente del bene e di disporne, non è applicabile.

    Si tratta insomma di uno sbaglio che questo termine sia entrato nel nostro vocabolario, forse anche aiutato da gente in cattiva fede.
    Se il linguaggio non descrive l’ambiente correttamente è un cattivo linguaggio e può indurre la gente in credere che qualcosa esista, quando non esiste, e poi ad agire di conseguenza.
    Quindi da un punto di vista giuridico/italiano è sicuramente un termine da evitare o corredare di una definizione, salvo che uno voglia effettivamente stabilire questa idea astratta nella nostra cultura.

    Poi sulla questione della “compensazione”, così come su diversi altri termini, ci si addentra in tematiche molto estese, riguardanti l’intero sistema economico molto in fretta. Bisogna fare riferimento all’ambiente, alla sopravvivenza ed al comfort della vita, piuttosto che a concetti di giusto o sbagliato o termini economici.
    Su questo punto non c’è una “dottrina FSF” (meno male) e ci vuole anche molto talento per discuterne serenamente

    Inoltre ci sono nomi propri usati come nomi generici, tipo “photoshop”, quella è cattiva semantica, con effetto collaterale di rinforzare il monopolio. Ci avevano fatto discutere di ciò ad economia sul termine “nutella” e ho concluso che ciò era dannoso, ben prima di conoscere il free sw.

    Infine alcuni termini sono astrazioni senza referente preciso, insiemi non ben definiti: tipo industria del software.

    Salvo alcuni passaggi bassi, tipo “LAMP”, trovo comunque semanticamente corrette o prudenti molte voci e non penso che faccia male invitare la gente a scegliere le parole che usa o quanto meno a definirle se ambigue.

    Ovviamente però apprezzo molto di più chi scrive codice tranquillamente, anche perchè la gente o ci arriva da sola o quasi o difficilmente viene convinta a supportare un ideale con il martellamento.
    ciao bob


  2. […] i nostri Luminari (e FSF in primis, che sulla terminologia è sempre zelante) hanno iniziato ad opporsi a tale utilizzo improprio dell’aggettivo. Perché anche il […]


  3. […] ahimé, mi hanno abituato certi contesti locali. Non ci si è posti tanti problemi nell’usare terminologia altrimenti bandita, non sono state sollevate questioni astratte, nessuno ha preteso di spiegare a qualcun altro quel […]


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