Think More Different

30 gennaio 2011

Da qualche tempo l’indice accusatorio della moralita’ e della decenza sorretto dalla community freesoftware e’ puntato contro Apple. Apple limita la liberta’ degli utenti per mezzo del DRM, Apple butta fuori le applicazioni GPL dall’App Store, addirittura Apple e’ identificata come “L’Impero del Male”. Roba da far sembrare la stessa Microsoft un baluardo di liberta’ e dignita’.

Eppure quello che maggiormente mi turba dell’operato Apple non sono le sue strategie di marketing, bensi’ come essa coi suoi successi ben evidenzi i forti, fortissimi limiti della nostra community.

Partiamo dagli aspetti tecnici.

Come tutti sanno MacOS X e’ costruito partendo da un kernel BSD, dunque per alcuni aspetti esso puo’ essere considerato un cugino di Linux. Con la differenza che in MacOS il potenziale di Unix viene realmente sfruttato per rendere servigi all’utente finale, mentre in Linux buona parte delle avanzate funzioni esistenti a basso livello sono pressoche’ ignorate a livello applicativo e/o sono adottate da tools o estremamente complessi o estremamente trascurati. Un esempio su tutti, tra i piu’ recenti che mi sono capitati sotto gli occhi: Folder Actions, che sul sistema operativo Apple viene spacciato come utilissimo, comodissimo e potentissimo strumento con cui automatizzare gran parte delle procedure ripetitive, all’atto pratico risulta essere nulla piu’ che una interfaccia grafica a inotify (o, se vogliamo, una interfaccia grafica a incron), una API che in Linux esiste dal 2005 e che sinora ho raramente visto usare in modo opportuno. Lo stesso discorso puo’ essere applicato a numerosi altri frangenti: la funzione di auto-discovery dei servizi in rete e’ pervasiva in MacOS, ma ben pochi sono i progetti open che usano l’analogo Avahi, e mentre Spotlight per molti discepoli di Steve Jobs ha soppiantato il file manager su Linux i vari Tracker e Nepomuk vengono lasciati in un angolino anziche’ essere integrati e messi in risalto come meriterebbero.

Sulla carta, lo stack GNU/Linux gia’ contiene tutto l’indispensabile per implementare tutte le “innovative” funzioni del pluri-osannato MacOS. E molto altro ancora. E dimostrare che in Apple non fanno i miracoli, hanno solo un po’ di creativita’. Ma nessuno lo fa, nessuno ci pensa, nessuno ne ha voglia. Molto meglio implementarsi ognuno il suo client di posta (o la sua libreria JSON). Laddove gli ingegneri di Cupertino aggregano con poco sforzo le tonnellate di tecnologie software gia’ esistenti – in buona parte, open – e le impacchettano in graziose ed eleganti finestrelle per cavarne prodotti funzionali e facilmente usabili dall’utente, gli smanettoni freesoftware fanno a gara per implementare (o re-implementare) l’API piu’ complessa ed arzigogolata possibile senza curarsi del fatto che nessuno la utilizzi a livello applicativo. “Il genio e’ 1% ispirazione e 99% traspirazione“: destino vuole che loro abbiano come motto “Think Different“, noi abbiamo “sudo“.

Analoghi ragionamenti, forse meno marcati ma ugualmente significativi, possono essere trasposti sull’hardware. Negli ultimi anni il marchio Apple e’ stato popolarmente affiancato a due devices in particolare: l’iPhone e l’iPad. Forse non tutti hanno notato il fatto che il “rivoluzionario” smartphone senza tastiera e’ arrivato con diversi mesi di ritardo rispetto al primo annuncio ufficiale dell’OpenMoko, antagonista simile nel concetto ma completamente aperto sia nell’hardware che nel software, e che gli Internet tablet hanno iniziato a farsi strada tra il popolo nel lontano 2005 grazie ai modelli Nokia che montavano Maemo (ovvero: Linux). C’era un vantaggio temporale sulla tabella di marcia. L’OpenMoko e’ morto a causa della completa incapacita’ di tenere insieme una community da parte del produttore, il quale ha cambiato cosi’ spesso la piattaforma e l’API di riferimento da rendere impossibile qualsiasi sviluppo di applicazioni dedicate. Gli apparecchi Nokia hanno avuto un maggiore successo, ma pure in quel caso l’instabilita’ del sistema, la scarsita’ di developers e di conseguenza il modesto interesse indotto nel pubblico dalle limitazioni operative li hanno sempre tenuti in una nicchia di mercato. Al solito: siamo partiti bene, meglio di chiunque altro, e ci siamo persi strada facendo.

Per quanto riguarda gli aspetti per cosi’ dire “filosofici” siamo messi ancora peggio.

Di tutte, basta menzionarne una: anni di critiche e lamentele nei confronti di Flash, tecnologia web chiusa e misteriosa talvolta difficile da fruire sui sistemi operativi liberi, non hanno dato neppure una frazione dei risultati ottenuti da quattro parole in croce divulgate da Steve Jobs improvvisatosi per un giorno paladino della giustizia e degli standard aperti. Dato l’intervallo di tempo necessario a far fare alla notizia il giro del globo, e l’utilizzo di HTML5 per la riproduzione dei video (settore fino a quel momento prerogativa assoluta del Flash Player) si e’ quintuplicato. Molti azzardano a prevedere che dopo tale batosta la suite targata Adobe verra’ entro non molto tempo convertita in uno strumento di authoring basato su formati e protocolli liberi, e dunque il core proprietario verra’ soppiantato. Fine della Crociata.

Senza voler citare altri successi Apple nel campo degli standard: la decisiva spinta verso il formato iCalendar, oramai divenuto universale per la rappresentazione di eventi ed integrato in pressoche’ ogni applicazione calendar degna di menzione, oppure WebKit, l’engine di rendering HTML piu’ amato del momento e rigorosamente rispettoso delle specifiche W3C, cuore di numerosi tra i browser che attualmente minano il predominio del mai sufficientemente odiato Internet Explorer. Si sono presi pure Unix: MacOS X e’ conforme all’architettura Unix 03, Linux no.

Tutta questa lunga manfrina non e’ per dire “Apple e’ grande e Steve Jobs e’ il suo profeta”, quanto invece l’esatto contrario: come mai una delle aziende piu’ ambigue ed oggettivamente irrispettose delle liberta’ digitali macina traguardi ed obiettivi ad un ritmo assai superiore di quelli della community freesoftware? Siamo cosi’ tanto messi male da farci superare anche da chi ha tutto l’interesse a chiudere e mettere paletti? E’ normale che gli occasionali contentini pro-apertura di un aspirante monopolista oltrepassino in numero ed in efficacia gli sforzi di un intero movimento che dovrebbe operare giorno e notte in favore della collettivita’? E, dall’altra parte, chi campa (o dice di campare) a pane e freesoftware conosce il panorama e le tecnologie disponibili a sorgente aperto meno di un pugno di colletti bianchi americani, i quali sono capaci di accrocchiare il bendiddio recuperabile dall’Internet meglio degli smanettoni domestici?

Non sono del tutto pessimista su questo fronte, in fin dei conti la community freesoftware sta dolorosamente imparando che per competere con i colossi commerciali non bastano le belle parole ed i buoni propositi – o peggio ancora i proclami e le accuse – ma occorre fornire una alternativa tecnicamente superiore e funzionalmente accettabile, i concetti di “usabilita’” e “design” si stanno molto lentamente facendo strada tra le torme di developers con le dita consumate a forza di scrivere comandi in un terminale, pionieri come Mairin Duffy riempiono il web di mockups per mostrare a tutti come dovrebbe essere fatto un programma affinche’ sia utilizzabile anche senza leggere necessariamente una manpage.

Ma, come sempre, tra il dire e il fare c’e’ di mezzo la voglia.

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