Ritardo Storico

12 gennaio 2011

Qualche tempo addietro, piu’ o meno a settembre 2010, con alcuni amici e’ stato ideato un progetto di sviluppo dai risvolti estremamente interessanti dal punto di vista dell’impatto sociale: creare una rete di captive portal da piazzare nei circoli ARCI di Torino, che permettessero di autenticare gli utenti in piena ottemperanza ai vincoli imposti dal tristemente noto Decreto Pisanu sulla condivisione della connettivita’ all’Internet, ma con una gestione degli accounts centralizzata, in modo che fosse sufficiente registrarsi una volta sola al sistema (magari nel momento in cui veniva fatta la tessera ARCI) per poter navigare da ogni circolo della citta’ usando la propria coppia personale di username e password senza dover ogni volta sorbirsi la manfrina della registrazione e dell’esibizione dei documenti. In buona sostanza, il desiderio incoffessato era arginare e rendere in buona parte vani gli sforzi governativi di restringere l’accesso all’Internet attuati imponendo una tediosa procedura burocratica a mo’ di deterrente.

Venne gennaio 2011, e dopo cinque anni di disonorato servizio il Decreto Pisanu non e’ stato (finalmente e fortunatamente!) rinnovato lasciando decadere i paletti sinora imposti e liberalizzando di fatto la connessione alla Rete. Non del tutto chiaro e’ al momento come si evolvera’ la vicenda, essendo attualmente allo studio una legge destinata a rimpiazzare il fu’ decreto e orientata a conservare “adeguati standard di sicurezza” di cui ancora non si conosce la natura, ma per adesso ci accontentiamo ed il summenzionato progetto continua ad essere sviluppato per essere un giorno rilasciato in licenza free qualora dovesse tornare utile a qualcuno.

Ma il fulcro di codesto post non e’ la Pisanu in se’, ne’ tantomeno il captive portal centralizzato, quanto piuttosto la domanda: come e’ stato possibile che in cinque anni nessuno (almeno stando a quanto ne so io, sarei lieto di essere smentito) si sia preso la briga di ingegnarsi per trovare una soluzione che salvasse capra e cavoli, per rispettare la legge (giusta o sbagliata che fosse, pur sempre legge) ed al contempo facilitare il piu’ possibile l’iter richiesto? Gli strumenti necessari sono sempre stati a disposizione – io stesso sto realizzando il progetto di cui sopra limitandomi a configurare componenti rigorosamente open pre-esistenti ed impacchettando il tutto in un unico bundle – e la necessita’ di contenere gli effetti nefasti del Decreto e’ piu’ volte emersa come una priorita’ per il benessere tecnologico del nostro Paese, eppure nessuno si e’ mai preso la briga di ingegnerizzare una risposta adeguata e facilmente riproducibile lasciando che le misure di controllo impedissero una degna diffusione della connettivita’ nei locali pubblici.

L’opportunita’ che la community tecnologica italiana ha clamorosamente perso e’ quella di non aver risposto fermamente ed intelligentemente ad un problema sentito e comune, pur avendone tutte le possibilita’. E situazioni simili si ripetono ogni giorno su piu’ piccola scala.

Io ricevo mediamente almeno una o due richieste al mese per soddisfare una esigenza, che spazia dal banale sito web all’applicazione per la gestione di un pugno di dati, ed i risvolti sono altrettanto eterogenei, andando dal favore che si fa all’amico o al conoscente (il quale a sua volta ha magari contatti che presto o tardi si rivelano utili: la Provvidenza ci mette sempre uno zampino) al potenziamento di altre comunita’ che operano per uno scopo nobile (come e’ accaduto e sta accadendo con il mio gestionale per gruppi di acquisto solidale, nato appunto per assecondare una innocua domanda e ad oggi sempre piu’ popolare e diffuso). Cosi’ come le ricevo io suppongo che le ricevano anche altri, ma a dirla tutta non mi capita spesso di leggere sui blog o tra le news di qualche svolta interessante operata da coloro che piu’ di tutti ne avrebbero la possibilita’, ovvero i componenti della community linuxara, quelli che dispongono e conoscono la piu’ avanzata, complessa e flessibile tecnologia del pianeta  a costo zero.

Il piu’ recente ed emblematico caso e’ quello dell’apparato informatico che connette tribunali e procure italiane, rimasto in forse per diverse settimane tra la fine del 2010 e l’inizio del 2011 in quanto non c’erano i fondi per rinnovare il contratto di assistenza prospettando la minaccia di far ritornare tutti gli uffici alla gestione su carta e penna. Il 6 gennaio la Befana ha portato i quattrini necessari e il disastro e’ stato scongiurato, con buona pace di chi detiene l’appalto della baracca e riceve periodicamente il pizzo dal Ministero per non staccare la spina dei database. Ma l’Associazione Nazionale Magistrati ha gia’ dichiarato che “si tratta di soluzioni tampone che, se risolvono provvisoriamente un’emergenza, non offrono, tuttavia, reali prospettive per il futuro”. C’e’ una qualche autorita’ filo-linuxara che ne ha approfittato per far emergere il concetto che l’adozione di piattaforme free e standard aiuterebbe a calmierare i prezzi di tali servizi, slegando i tribunali dal monopolio di un singolo fornitore? C’e’ una qualsiasi istituzione pro-freesoftware che ha fatto cenno di aprire un dibattito per individuare criticita’ e soluzioni dell’impianto attualmente nel mirino? C’e’ una qualche azienda o consorzio di aziende opensource che ha presentato domanda per dare una occhiata alla situazione e proporre una alternativa libera e trasparente? Ecco l’ennesima opportunita’ che prende il volo.

“L’Italia fa schifo non funziona niente i politici rubano non ci sono piu’ le mezze stagioni e quando c’era lui i treni arrivavano in orario”. Questa e’ l’analisi tipica che si ottiene quando viene presentato un problema, indipendentemente dal fatto che sia molto diffuso, di nicchia, poco o molto grave, ma soprattutto indipendentemente dal fatto che per risolverlo sarebbe sufficiente qualche ricerca su Google o alla peggio qualche giorno di smanettamento. La community deve rendersi conto che essa rappresenta (o dovrebbe rappresentare) il baluardo ultimo della scienza e della tecnica popolare, l’entita’ che piu’ di tutte le altre dispone di conoscenze, esperienze e strumenti potenzialmente utili a risolvere molte situazioni critiche. Non basta asserire quotidianamente quanto il software libero, ed il modello di sviluppo che ci sta dietro, sia bello e buono e comodo e funzionale: occorre dimostrarlo, usarlo e farlo usare, mettere insieme i vari pezzi e realizzare l’irrealizzabile, tappare i buchi esistenti, provvedere soluzioni innovative che il software proprietario e le piccole software house a conduzione famigliare non sono in grado di fornire e gridarlo ai quattro venti affinche’ la societa’ civile lo sappia e inizi a farsi i conti.

Il ritardo storico del nostro Paese puo’ essere recuperato con una manciata di tecnologia ed un pizzico di inventiva. La tecnologia gia’ c’e’, manca il resto.

Una Risposta to “Ritardo Storico”


  1. […] come si diceva sopra – tutte e dieci le dita in tutte le piaghe esistenti e addirittura a fornire le soluzioni piu’ innovative e creative, si vede qui come ai fatti tutto cio’ non interessi a […]


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