Non c’e’ piu’ l’Open di una Volta

22 novembre 2010

Premessa: questo e’ un post dal forte contenuto etico/moral/storico, ovvero sostanzialmente una perdita di tempo. Spesso e volentieri critico su questo mio blog le articolate discussioni pseudo-filosofiche di cui abbonda l’Internet, che a parer mio mal si confanno ad un ambiente – quello del freesoftware – che dovrebbe invece essere incentrato sulla qualita’ e la funzionalita’ del codice condiviso e sulla sua tutela; per questa volta faccio una eccezione, essendomi recentemente trovato piu’ volte nella posizione di dovermi difendere da espliciti e meno espliciti attacchi condotti da esaltati cui evidentemente piace consumar le tastiere in nome di ideali che si sono inventati di sana pianta malamente interpretando i fatti che costituiscono la cronistoria del movimento free.

Oggi il termine “opensource” viene da molti considerato in senso negativo, per ragioni molto diverse (e contrastanti) ma nella maggior parte dei casi perche’ esso indicherebbe quella odiosa pratica di costruire business speculativi partendo da una base di codice libero cui agganciare componenti non liberi al fine di fregiare il prodotto della dicitura “open” (buzzword molto apprezzata nel mondo commerciale) ma subdolamente creando monopoli e dipendenze nei confronti degli utilizzatori, esattamente come accade abitualmente col software proprietario. La definizione corretta di codesto malcostume e’ “open core“, non “opensource”. Il fraintendimento deriva fondamentalmente da due motivi: il fatto che Stallman periodicamente critichi appunto l’utilizzo di questa parola (sebbene evidentemente in pochi si siano mai chiesti il reale motivo, che non e’ affatto quello sopra esposto), e le crescenti recriminazioni che a cascata si diffondono all’interno della community partendo da chi ha una visione distorta, passando da chi per moda adotta le stesse posizione degli altri, sostenuta da chi ha un diretto interesse nel radicare presupposti opinabili, e cosi’ via alimentando progressivamente il circolo vizioso.

Ben pochi tra i sostenitori del freesoftware sanno che gran parte dei pregi che riconoscono in questo modello e dei valori che difendono a spada tratta sono riconducibili proprio all’opensource.

Partiamo da qualche definizione. Il freesoftware e’ una linea di pensiero incentrata sulla liberta’ individuale, l’opensource e’ un modello di sviluppo condiviso. Questo non lo dico io, ma Stallman in “Why Open Source misses the point of Free Software“. Nel suo testo RMS critica non gia’ le presunte finalita’ perverse dell’opensource quanto invece la sua essenza eccessivamente materialista, focalizzata sulla produzione di software migliore anziche’ sulle piu’ alte espressioni di pace e liberta’. Nel paragrafo “Powerful, Reliable Software Can Be Bad” il nostro, pur di puntare un ennesimo dito accusatorio nei confronti dell’opensource, arriva a sostenere che certe volte avere un software migliore e’ male, come nel caso del Digital Rights Management: ora che il DRM sia giusto o sbagliato non lo giudico io in questa sede, piuttosto giudico sconveniente una affermazione del genere da chi ha enunciato quelle che dovrebbero essere le quattro liberta’ del software (liberta’ 0: possibilita’ di eseguire il software per qualsiasi scopo) e giudico sproporzionato accusare un modello di sviluppo solo perche’ potrebbe idealmente e remotamente condurre a risultati sgraditi; e’ un po’ come frugare nelle borse di tutti i passeggeri dei voli aerei nella ipotetica prospettiva di individuarne uno che porti con se’ un ordigno a scopo terroristico.

Chiunque abbia a che fare col software libero certamente apprezza la possibilita’ di poter scaricare gratuitamente tonnellate di applicazioni, poterle combinare tra loro in modi fantasiosi, e magari spedire indietro una patch qualora si riscontrasse un problema o si aggiunga una funzionalita’ nuova. L’agglomerato di persone che fanno cio’ (scaricano, usano, e contribuiscono) viene popolarmente definito “community”. Ebbene: nella definizione di freesoftware non esiste alcuna nozione di community. Un luogo comune piuttosto radicato (ci ho sbattuto la testa almeno due volte in pochi anni) e’ che la GPL imponga la ridistribuzione del codice a chicchessia, per mezzo dei repository o dei simil-SourceForge cui siamo largamente abituati, ma cosi’ non e’. La sezione 6 della GPLv3 e’ abbastanza precisa in merito a cio’: vengono commentate cinque modalita’ ammesse per la distribuzione del codice relativo ad una applicazione (atto che comunque deve essere compiuto, appunto per garantire la liberta’ dell’utente), tre di esse dicono che binario e sorgente possono essere consegnati piu’ o meno insieme, una (la E) contempla la distribuzione pubblica (sebbene solo per mezzo di rete P2P, quel passaggio non e’ molto chiaro…), mentre una (la C) inequivocabile afferma che in date condizioni il sorgente puo’ essere preteso solo da chi e’ in detenzione del binario. Come detto sopra il freesoftware e’ per le liberta’ individuali, nel senso che l’utente che entra in possesso del prodotto deve essere tutelato e protetto e deve poter fare cio’ che vuole con il prodotto che usa, ma questo non necessariamente coincide con la liberta’ universale, in cui tutti possono accedere agli stessi diritti. Una dimostrazione di cio’? Emacs, il ben noto editor testuale dello stesso Stallman (ovvero: uno che si presume conoscere bene lo spirito del freesoftware ed i contenuti della GPL), e’ stato rilasciato pubblicamente solo a partire dalla release 13, ovvero circa 9 anni dopo l’inizio dello sviluppo, e solo dopo aver ricevuto una diretta critica da parte di Eric Raymond nell’altrettanto noto “The Cathedral and the Bazaar“, testo chiave della letteratura opensource che descrive appunto i vantaggi pratici del modello di sviluppo aperto e condiviso ed introduce esattamente al concetto di “community” che tanto ci piace; fino a quel momento Emacs (in versione binaria e sorgente) era consegnato solo a chi pagava un corrispettivo allo sviluppatore, il quale ha legittimamente sfruttato questa forma di guadagno per mantenersi una volta abbandonato il lavoro presso il MIT.

Tale differenza tra liberta’ individuale e liberta’ collettiva non va affatto sottovalutata, soprattutto in ben determinati contesti. Uno e’ quello dell’adozione del freesoftware presso la Regione Piemonte, di cui ho gia’ fatto cenno. Qualora si applicasse qui il concetto originario di “freesoftware”, vedremmo che non cambierebbe assolutamente nulla nelle sorti dell’Information Technology sabauda in quanto sarebbe credibilissimo uno scenario in cui il fornitore eletto (sia CSI-Piemonte, sia una qualsiasi altra azienda) produce e/o acquisisce il software libero ma non lo rilascia pubblicamente (come gli e’ consentito fare dalla licenza, e come ha interesse a fare), gli enti pubblici lo usano ma non lo rilasciano pubblicamente (non essendo di loro competenza, probabilmente non sapendo neanche da che parte iniziare), ed alla fine dei giochi solo un ristretto manipolo di persone ci mette mano senza nessun coinvolgimento della cittadinanza, nessuna possibilita’ di riutilizzo da parte di altre amministrazioni, nessuna trasparenza, nessun margine per la competizione virtuosa e nessuna prospettiva di innovazione. Tanto varrebbe tenersi le soluzioni closed attuali, almeno ci si risparmierebbe lo sforzo (ed il costo) della migrazione… In queste condizioni, un pizzico di “opensource” non sarebbe affatto sgradito: il fatto di esporre il codice vivo utilizzato dalla pubblica amministrazione, dando l’opportunita’ a chiunque di partecipare e riutilizzare i vari componenti (magari anche per scopi totalmente differenti), dovrebbe essere un punto imprescindibile della manovra (tant’e’ che viene espressamente richiamato nell’articolo 6, comma 5 della stessa legge regionale 9/2009), e su questo occorrerebbe piu’ di tutto indirizzare le proprie richieste e le proprie attenzioni in vista di una evoluzione sana della prossima infrastruttura.

Ma, di questi tempi, parlare di “opensource” e’ un reato, perche’ “opensource” richiama troppi luoghi comuni radicati dall’estremismo e dal malinteso storico. Non c’e’ piu’ l’open di una volta…

Una Risposta to “Non c’e’ piu’ l’Open di una Volta”


  1. […] del link alla ben piu’ corposa pagina che dettaglia l’esposizione. Gia’ mi sono espresso in merito alla differenza tra freesoftware e opensource, la quale del resto viene anche qui citata […]


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