Egoismo Solidale

28 settembre 2010

Piu’ spesso di quanto non si creda raccolgo opinioni di smanettoni linuxofili che non vedono di buon occhio la diffusione del software libero presso l’utenza informatica di bassa lega, quella meno consapevole e meno desiderosa di passare le nottate a cristonare su un applicativo server o su un frammento di codice sorgente. Tale sentimento si riscontra in numerosi comportamenti: la denigrazione di Ubuntu o di specifici software che automatizzano alcuni processi operativi sul desktop, la scarsa disponibilita’ ad affiancare chi ha qualche problema tecnico, o il fatto di incaponirsi nel voler insegnare a tutti i costi gli strumenti piu’ avanzati e complessi (tipo: il terminale a linea di comando) anche a chi non ha mai visto Linux in vita sua. Le argomentazioni mosse per giustificare tale inettitudine alla condivisione dei saperi sono altrettanto numerose: “Se hai un problema, cercati la soluzione su Google“, “Devi imparare a far le cose complicate, che tu lo voglia o no”, ma anche aberrazioni tipo “Linux e’ per gli hackers, gli utonti si tengono Windows o MacOS”. Per un approfondimento su tali opinabili posizioni, rimando ad un mio precedente post specifico.

Comunque a me par tanto che pressoche’ tutti questi scudi levati in favore della purezza e della rigorosita’ tecnico/morale del software libero corrispondano ad altrettanti pretesti per non voler fare il lavoro sporco di supporto, assistenza, ed in molti casi sopportazione del pubblico domestico, che molto spesso ha poche o nulle nozioni di informatica e di quando in quando osano chiedere un parere o un aiuto durante le fasi piu’ delicate. Posso essere d’accordo nel non volere assecondare tutti quei novelli utente che arrivano a pretendere di avere assistenza semi-professionale e continuativa dal ragazzotto che per primo ha fatto l’errore di rispondere alle sue domande, ed io stesso ho mandato a quel paese piu’ di un personaggio di tal fatta; ma d’altra parte sono numerosi i casi in cui basta solo un poco di pazienza per ottenere buoni risultati, ed e’ proprio questa pazienza (e questa volonta’) che manca ai sopra menzionati Paladini dell’Etica, i quali ricorrono a motivazioni velleitariamente filosofiche per malcelare un radicato menefreghismo.

Ed arriviamo finalmente al punto. Tutte le geremiadi, i piagnistei e gli scalpiccii si riassumono in un unico pensiero: “Io uso software libero e ne godo i benefici, gli altri si arrangino”. E l’errore sta tutto qui, in questa concezione isolazionista.

Volenti o nolenti, tutto il mondo dell’informatica casalinga ruota intorno alla condivisione di informazione. Ci si scambiano contenuti di tutti i tipi ed in tutte le forme, si producono e si consumano materiali, si distribuiscono artefatti digitali. Io in questo momento sto scrivendo un post sul mio blog e qualcuno (forse…) lo leggera’; in un’altra tab del browser ho aperto Facebook, su cui tutto il giorno i miei “amici” fanno ciclare links ad articoli (stesi da qualcun’altro) o video divertenti su YouTube (girati e montati da altri ancora); nel frattempo ascolto una radio in streaming, su cui vengono trasmessi brani musicali di artisti vari occasionalmente commentati dallo speaker; compulsivamente vado a consultare la posta elettronica, e nella mia inbox quotidianamente arrivano dozzine di messaggi scritti da persone che da un capo all’altro del mondo fanno domande e rispondono passando attraverso una qualche mailing list.

In questo scenario di perenne e costante connessione e condivisione, come si puo’ pensare che il software libero installato sul proprio solo PC sia condizione sufficiente a garantire la liberta’ al suo utilizzatore? Di quando in quando mi arrivano documenti in formato Office da parte di alcuni collaboratori, con tutte le relative imprecazioni del caso. La Rete abbonda di schifezze Flash o Silverlight, formati chiusi e proprietari fruibili solo con plugins altrettanti chiusi e proprietari la cui esistenza dipende in larga parte dalla facilita’ con cui possono essere spacciati anche senza consapevolezza da parte dell’utente sulle piattaforme operative closed. I sopra menzionati Facebook e YouTube sono piattaforme closed, ma cui ci si deve piegare a causa della loro popolarita’ presso la massa (senza frequentatori non ci sarebbero contenuti, e senza contenuti non servirebbero a niente). Non conto piu’ gli archivi ZIP che devo maneggiare, e che proliferano anche perche’ questo genere di compressione e’ built-in in Windows e dunque tanto comodo. E, fuori dalla mia esperienza personale, molti devono ancora confrontarsi con i server Exchange, LotusNotes e SharePoint in uso presso le relative aziende, e chiunque abbia a che fare magari per lavoro con enti statali deve far girare lo spesso orripilante software chiuso pagato a caro prezzo con i soldi delle mie tasse e distribuito in modo esclusivo dallo Stato.

Installare (e far usare) Linux ad un nuovo utente e’ sempre, a priori, un successo. Se va bene, esso si interessera’ alla questione e gli si aprira’ un mondo di consapevolezza tecnologica. Se va male, esso continuera’ ad utilizzare il computer come un elettrodomestico senza capire come funziona. In entrambi i casi, quel PC contribuira’ a far massa critica. L’utente iniziera’, magari anche inconsapevolmente, a distribuire archivi compressi in formato libero, documenti formattati in formato libero, navigare il web con un browser libero e quant’altro. Numeri che presto o tardi finiscono nel calderone del market-share, l’indice che implicitamente determina le scelte future del mercato.

Se proprio non se ne vuole sapere di assistere l’utenza per solidarieta’, lo si faccia almeno per preservare le proprie liberta’ e nella prospettiva di estenderle. Laddove non arriva la beneficienza, puo’ arrivare l’egoismo.

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