Conflitto di Interessi

24 agosto 2010

Terzo post consecutivo in cui parlo della relazione tra software libero ed affari economici: staro’ mica diventando un po’ opensource anche io?

Dopo aver osservato chi guadagna molto facendo poco e chi guadagna poco facendo molto, questa volta ci soffermiamo sul rapporto che intercorre tra le due categorie. Constatando che, piu’ spesso di quanto non si creda, le persone son sempre le stesse.

Tra i temi piu’ spinosi e contrastati che occasionalmente si sussurrano all’interno della community nostrana, senza peraltro mai sfociare in un dibattito vero e proprio e restando addirittura quasi un tabu’ da evitare, c’e’ quello della concorrenza (presunta o reale, lo vedremo) che i gruppi linuxofili operano ai danni delle piccole societa’ che offrono servizi (a pagamento) analoghi a quelli erogati (gratuitamente) dai LUG. La sostanza di questo ragionamento e’ abbastanza evidente: se, ad esempio, una scuola decide di migrare a Linux e deve scegliere tra l’assistenza da parte di una azienda o il supporto dello User Group locale, molto spesso finisce con l’optare per la soluzione piu’ economica (lo User Group, per inciso, che agisce o senza compenso o accontentandosi di una donazione all’associazione), lasciando a bocca asciutta chi con la fattura di quel lavoro ci si sarebbe comprato la pagnotta.

In breve, la questione e’ questa. In breve, la mia posizione e’: “bella cagata”.

Partiamo dall’assunto che tale ritrosia allo spirito di competizione e’ una estensione dell’inclinazione al mutuo soccorso che accomuna noi italiani, da sempre soggetti a guerre tra fazioni (“Noi siamo da secoli / Calpesti, derisi, / Perche’ non siam popolo / Perche’ siam divisi“) o schiacciati da entita’ di piu’ alto livello (la Mafia, il Governo colluso con la Mafia, la Chiesa…). Gli italiani sono cosi’ poco propensi alla competizione che recentemente pure il New York Times ha scritto un articolo in merito, provocando certo moti di stupore tra i lettori statunitensi. Nessuno si e’ mai eretto contro il reverse engineering del protocollo NetBIOS all’interno del progetto Samba obiettando che la povera Microsoft avrebbero perso potenziali clienti, ma se qualcuno suggerisce di fare altrettanto con un prodotto closed source italiano un’altro risponde che non sarebbe “corretto”.

La seconda considerazione e’ che spesso i membri attivi dei LUG sono anche coloro che campano svolgendo le stesse attivita’, dunque sono in una posizione di conflitto di interessi seconda solo a quella di Berlusconi. Questo fattore e’ noto da sempre, ma personalmente mi e’ apparso lampante durante una recente chiaccherata con alcuni rappresentanti del LUG di Biella che lo hanno ammesso in modo distinto. In condizioni particolari si potrebbe arrivare al punto di dubitare della buona fede di chi promuove il software libero per poi rifiutarsi di svolgere il lavoro di migrazione per “non rubare il pane a chi lo fa di mestiere”. Che spesso e’ lui stesso. In tale scenario i membri non-professionisti del LUG vengono meramente utilizzati come canale pubblicitario, affinche’ convettano e diffondano le lodi proprie del freesoftware per poi essere bloccati nel momento in cui c’e’ da agire, per dare spazio a chi agisce emettendo fattura. Configurazioni di tal fatta ancora non ne ho viste, ma solo intuite in un paio di occasioni: spero che non siano la norma, ma certo il dubbio e’ lecito constatando la ridotta attivita’ concreta di numerosissimi Users Groups “capitanati” da professionisti del settore.

Laddove non si manifesti tale bieco conflitto di interessi, il ragionamento puo’ essere capovolto pur mantenendo il suo significato: se sono i LUG a creare il “mercato”, ovvero il desiderio e la necessita’ di migrare al software libero presso aziende o enti pubblici, sostanzialemente il concetto distorto e’ che essi rubino il pane che loro stessi sfornano. Senza attivita’ di promozione condotte localmente ben pochi dei potenziali clienti si porrebbero il problema di usare Linux o qualsiasi altro componente a sorgente aperta nel proprio ambiente, pertanto non esisterebbe affatto la richiesta su cui i professionisti campano. A questo punto, che il lavoro sporco sia condotto gratuitamente o a pagamento non conterebbe nulla, perche’ nessuno ne avrebbe bisogno.

In ultimo, l’osservazione in assoluto meno politically correct: se una azienda specializzata in produzione/configurazione/installazione di software open non e’ in grado di offrire a giusto prezzo un servizio migliore di quello offerto da un pugno di sfaccendati nerd cui piace smanettare nel tempo libero, e’ meglio per tutti se lasciano perdere ed aprono un banchetto ortofrutticolo al mercato. Se l’azienda IT italiana pretende di restare in eterno quella che e’ stata negli ultimi dieci o piu’ anni, ovvero uno spaccio di pessimo software customizzato alla meno peggio da far strapagare a qualche cliente appropriatamente circùito, intimamente preferirei vederli andare tutti in bancarotta. Non si aiuta l’economia locale chiudendo un occhio sul suo scarso valore, ma anzi mettendola sotto assedio per istigarla a reagire. Se la community agisse come si suppone che debba agire, sarebbero un ottimo esempio di “disruptive innovation”: una ondata di competenze di base messe a disposizione a costo nullo o quasi, che lascerebbe dietro di se’ una scia di morte economica e distruzione industriale su cui ricostruire un intero nuovo mondo di offerte e servizi qualificati con fondamenta meglio piantate nel terreno dell’innovazione.

Fin troppo spesso si lamenta una assenza di supporto di tipo “business” a Linux, si imputa alla mancanza di assistenza professionale la mancata penetrazione del freesoftware in settori produttivi delicati ed esigenti. Chi copre queste aree? Dov’e’ colui che risponde a questa forte richiesta di mercato? Chi e’ cosi’ sicuro delle proprie competenze da assumersi la responsabilita’, cosi’ come dovrebbe fare ogni societa’? I margini di crescita esistono, esistono in abbondanza, ma fintantoche’ le “prede facili” (soprattutto le piccole aziende senza tante pretese che necessitano di una qualche forma di informatizzazione) sono lasciate a disposizione nessuno osa fare il passo per colmare la lacuna, nessuno accenna ad accollarsi rischi, e tutti si accontentano di barcamenarsi alla meno peggio.

Chi agisce per passione e curiosita’ e voglia non dovrebbe avere remore, o temere di ostacolare l’interesse altrui. Se questo “altrui” e’ davvero capace di fare il suo mestiere sara’ in grado di trovare alla perfezione il suo ruolo. Altrimenti perira’, come e’ giusto che sia. Questa e’ la chiave dell’Evoluzione.

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