Linux for Zombie Beings

13 settembre 2009

Chi mi conosce personalmente tende ad identificare in me un estremista del software libero, adepto della Setta Linuxara (cui si e’ iniziati con cento compilazioni del kernel senza configurazione di default), ligio alla Parola di Stallman ed ai quattro comandamenti vergati sulla Sacra GPL. Eppure la mia figura ultra-conservatrice si ridimensiona sensibilmente a quella di un moderato centrista quando mi trovo a confrontarmi con personaggi che, almeno nell’intenzione, non solo enunciano ma addirittura strillano i valori del freesoftware, della liberta’ e della condivisione. In questo insieme di indomiti paladini ricadono gli oramai numerosi detrattori di Ubuntu.

Piccola parentesi riassuntiva per coloro che non seguono regolarmente i sommovimenti del mondo opensource: Ubuntu e’ una distribuzione GNU/Linux che nasce nel 2004 come fork di Debian, per volere di Mark Shuttleworth e mantenuta da una azienda appositamente creata di nome Canonical, con l’obiettivo di realizzare un sistema free ma a prova di utonto, usando software libero in larga parte gia’ esistente ma provvedendo ad una configurazione che potesse funzionare senza problemi e nel modo di automatizzato possibile. Col passare del tempo, per mezzo di una crescente community e di qualche operazione di marketing virale, la nuova distribuzione si e’ imposta sul panorama diventando un punto di ingresso al mondo open per numerosissimi utenti ed un punto di riferimento per tutta la community. Ad oggi, stando alle statistiche di DistroWatch, Ubuntu e’ la distribuzione piu’ conosciuta, installata su qualche milione di PC sparpagliati nel mondo. Chiusa parentesi.

Tornando al tema: il sistema operativo in oggetto non e’ visto di buon occhio da una buona parte della community linuxara, ed in particolare dai power user piu’ radicati, gli irriducibili della linea di comando, la nomenklatura del web ed i sostenitori della filosofia “RTFM”.

Le motivazioni? Le piu’ disparate. In larga parte e’ una questione di tendenza e convenienza – “Se gli esperti dicono che Ubuntu fa schifo, lo dico anche io” -, ma ho la fortuna di conoscere almeno un intellettuale anti-Ubuntu (che per un periodo ha usato il titolo di questo post, “Linux for Zombie Beings”, come motto, scimmiottando la tagline “Linux for Human Beings”) capace di mantenere una posizione ed esporre argomentazioni al loro interno coerenti, da cui si trae un quadro sufficiente per analizzare il pensiero “No-Ubuntu”.

Di seguito una lista di punti chiave, spero di non dimenticarne qualcuno fondamentale (nel caso lasciate un commento al post):

  • Ubuntu e’ mantenuta da una azienda, Canonical, che trae profitto dalla diffusione del suo prodotto e vuole costruire un monopolio paragonabile a quello di Microsoft con Windows
  • Da quando esiste Ubuntu il numero di distribuzioni disponibili e’ drasticamente diminuito, in quanto essa si e’ imposta come unica opzione, dunque la liberta’ di scelta si e’ ridotta. Di questo passo non ne restera’ nessun’altra, saremo obbligati a quella
  • Ubuntu e’ volutamente incompatibile con tutte le altre distribuzioni (inizialmente il software veniva gestito per mezzo di pacchetti .deb presi da Debian, col tempo ha adottato un sistema omonimo ma incompatibile), ulteriore prova della volonta’ di creare una dipendenza unidirezionale
  • Per promuovere Ubuntu sono stati adottati metodi subdoli, quale ad esempio la pratica di regalare e spedire centinaia di CD di installazione a chiunque ne facesse richiesta inducendo i LUG a distribuire solo quella e nient’altro per risparmiare la masterizzazione
  • Ubuntu e’ diventato sinonimo di Linux, ed anzi ha surclassato il nome originale e Linux e’ solo piu’ Ubuntu
  • Ubuntu fa quello che vuole in modo totalmente automatizzato, il sistema e’ incontrollabile, e consuma un sacco di risorse sul PC
  • Se e’ tutto automatico l’utente non impara niente, dunque passare a Linux non gli serve a niente

Ebbene: personalmente non reputo nessuno dei summenzionati temi validi a sostenere la tesi “Ubuntu e’ il male”. Andiamo con ordine.

Ubuntu e’ mantenuta da Canonical. Fedora da RedHat. SuSE da Novell. Mandriva dalla societa’ omonima. Pressoche’ ogni distribuzione con un minimo di seguito ha una lista di partners in cui figurano aziende. Ma tutte le distribuzioni sono costruite a partire da software libero, compilabile su qualsiasi altra distribuzione (e spesso su qualsiasi altro sistema Unix, come Solaris), il che le rende non suscettibili di alcuna posizione di monopolio esplicito o implicito. Un monopolio esiste laddove c’e’ un unico vendor capace di fornire un certo prodotto e/o offrire un certo servizio (un esempio a caso: Microsoft, unica al mondo a sapere come aprire correttamente un documento .doc), non se un prodotto e’ maggiormente utilizzato nonostante esistano tutti i presupposti per una concorrenza ad armi pari. Per dirne una, Canonical finanzia lo sviluppo di upstart, il sistema di init adottato oggi da diversi altri vendor. E volendo scendere nel dettaglio della posizione di mercato: Canonical ha 30 milioni di dollari di profitto all’anno, RedHat 653 milioni, Novell 216 milioni. I sostenitori della teoria del “complotto del monopolio” farebbero bene a scrivere una mail a Shuttleworth suggerendo di cambiare tutto il reparto marketing della societa’, perche’ con questi presupposti l’argomentazione fa solo ridere i polli. Giusto Mandriva naviga in pessime acque, e qui si apre il dilemma del paladino: la si dovrebbe sostenere in nome della pluralita’ (nonche’ del decoroso grado di innovazione che l’azienda e’ ancora in grado di produrre), o contemplarne indifferenti il fallimento gioendo poi della distruzione di un ente commerciale che osa far soldi con Linux?

A proposito appunto della pluralita’: da quando bazzico il mondo del freesoftware (saranno oramai otto anni… Come passa il tempo…) ho provato numerose distribuzioni, ed incontrato dozzine di persone che hanno fatto altrettanto. Volendo stilare una lista di quelle cui ho personalmente messo mano, o di cui ho conosciuto almeno un occasionale utente, abbiamo in ordine assolutamente sparso: Ubuntu, Kubuntu, Xubuntu, Debian, Slackware, SuSE, Corel, Mandrake, Mandriva, RedHat, Fedora, Gentoo, Arch, Sabayon, Mint, DSL, Zenwalk, Knoppix, OpenMamba, Slax, Puppy, Torinux, SimplyMEPIS, CentOS, Linux-Gamers, Xandros, Linpus, Mulinux, Coyote, HAL91, uCLinux, Moblin. Per buona misura mettiamoci anche FreeBSD, OpenBSD, NetBSD, Solaris, tutta roba che Linux non e’ ma ad esso puo’ essere assimilato. Conteggio totale: 36. Arrotondiamo: 40. Sicuramente ne ho dimenticata qualcuna: 50. Facciamo 60. Oggi sono generoso: 70. Ora: che su DistroWatch ci siano 500 o 800 nomi, se ne accorge qualcuno? La stragrande maggioranza dei progetti che si autodefiniscono “distribuzioni” (o peggio ancora “sistemi operativi”) sono versioni ribrandizzate di qualcosa di gia’ esistente, con un diverso tema grafico ed un diverso wallpaper di default, non aggiungono assolutamente nulla alla ricchezza del panorama freesoftware e la loro esistenza o non esistenza e’ totalmente indifferente. Non adottero’ la retorica del “e’ inutile disperdere le risorse lavorando su mille distribuzioni”, in quanto dubito fortemente che chi ha abbandonato una di tali opere si sia messo a contribuire concretamente ad altro (dunque volente o nolente e’ ugualmente “disperso”), ma oggettivamente per definizione la distribuzione e’ un agglomerato piu’ o meno ponderato di applicativi altrimenti sparpagliati singolarmente, e che ci siano 500 o 800 o un googol di combinazioni diverse per agglomerare tali pacchetti non fa molta differenza a nessuno. Nonostante gli allarmismi ed i piagnistei, comunque, la lista di richieste di inserimento di nuove distribuzioni su DistroWatch non e’ propriamente deserta, ed anzi e’ espressamente detto “It might sound like an exaggeration, but I receive an average of 2 – 3 requests per week to include a new distribution“: alla faccia della moria di progetti! Ad ogni modo, se anche le piu’ catastrofiche previsioni dovessero avverarsi e la scelta arrivasse davvero ad essere ridotta ad un pugno di possibilita’, nessuno potra’ vietare mai di scaricarsi il manuale di Linux From Scratch, compilarsi per conto proprio il proprio sistema esattamente come lo vuole e spacciarne la .iso prodotta dopo averle affibiato un nome esotico.

L’argomentazione dell’incompatibilita’ e’ talmente grezza che non mi ci soffermo piu’ di tanto: ogni benedetta main distribution ha il suo proprio sistema di pacchettizzazione ed il suo proprio package manager, e le distribuzioni derivate un minimo serie quasi sempre finiscono col divergere compilandosi i sorgenti originali dei programmi per conto proprio e piazzandone i files relativi in posti diversi rendendo incompatibile l’archivio compresso. In fin dei conti l’unica cosa in cui due distribuzioni possono differire e’ proprio quello: la presenza o non presenza di un determinato software nella lista di quelli espressamente pacchettizzati, e su tutti i sistemi se non c’e’ il pacchetto desiderato ce lo si compila per conto proprio senza eccessivo sforzo.

Sul fatto che i metodi di diffusione e promozione di Ubuntu siano stati, almeno all’inizio dell’avventura, particolarmente non convenzionali sono d’accordo, eppure non mi sembra una colpa quella di accollarsi la spesa per mettere in mano alla gente un CD da portare a casa e provare. Anche qui evito la retorica “colpa dei LUG che per risparmiare qualche euro e/o per pigrizia hanno preso i CD gratis gia’ pronti anziche’ masterizzarseli in proprio differenziando l’offerta”, in quanto all’epoca (che ho vissuto in prima linea) mai ci si sarebbe immaginati l’evolvere della situazione fino allo stato corrente ed il problema non e’ mai stato posto: si accettava di buon grado il fatto che qualcuno pagasse le spese, prendendola come una donazione piu’ che come un mezzo propagandistico. Canonical stessa ha rischiato non poco investendo chissa’ quanti quattrini in tale operazione, al secolo Linux era un giocattolo per smanettoni molto piu’ di quanto non sia adesso ed il fatto di far stampare migliaia di CD con software per il quale non si poteva prevedere la reazione del pubblico e’ equivalso ad investire altrettanti euri in schedine del SuperEnalotto. Gli e’ andata bene (almeno sul piano dell’immagine, quello finanziario lo abbiamo visto prima), ma poteva andargli male. Siamo stati tutti gabbati, fungendo inconsapevolmente da vettore pubblicitario? In qualche modo si, ma il mondo del freesoftware e’ bello perche’ quando uno ci guadagna ci guadagnano tutti quanti: senza tutti quei CD gratuitamente immessi in circolazione e contenenti un completo sistema Linux in decenti condizioni di utilizzo oggi non incontrerei per strada persone assolutamente non tecniche che hanno sperimentato il software libero per conto proprio, spontaneamente e traendone impressioni spesso favorevoli, innestando nell’opinione pubblica una seppur modesta idea di cosa Linux puo’ fare.

Gli estremisti del software libero sono sempre stati particolarmente pignoli con i nomi: “si dice GNU/Linux e non Linux“, “si dice freesoftware e non opensource“… ed ora “Linux non e’ Ubuntu”. Sono pienamente concorde con questa affermazione, ed anzi io piu’ di tutti reputo dannosa l’identificazione di tutto l’universo open con una sola delle sue infinite sfaccettature, ma almeno un pregio va riconosciuto a questo fraintendimento lessicale: rappresenta un concetto facilmente afferrabile da un utente-tipo quando gli si sta spiegando cos’e’ Linux. Nelle innumerevoli situazioni in cui mi sono trovato ad illustrare la natura dell’amato sistema operativo a qualcuno di non tecnico ho sempre trovato estremamente difficile rispondere alla domanda “Ok, dove lo scarico questo Linux?”, in quanto a quel punto si doveva avviare tutta la contro-spiegazione sul fatto che il termine in se’ esprime la nozione e poi ci sono le distribuzioni che la cristallizzano, creando generalmente qualche confusione. Inevitabilmente si finiva col fornire il nome di una o due distribuzioni di riferimento (per lo piu’ Debian, la seconda in base alla giornata) e la storia finiva li’, con qualche perplessita’ da parte dell’utente ed un sospiro di sollievo dell’esperto cui non era stato chiesto di dettagliare le differenze squisitamente tecniche esistenti tra prodotti che lui stesso non aveva mai provato direttamente. Il quid pro quo “Ubuntu = Linux” permette di ribaltare il percorso cognitivo, partendo da una entita’ concreta (Ubuntu) ed andando a sviscerare cio’ che essa rappresenta (Linux): se va bene l’interlocutore sara’ portato per curiosita’ a chiedersi cosa ci sara’ mai di cosi’ diverso tra la nota Ubuntu e una sconosciuta, per dire, Fedora (risposta per l’utente medio: il colore del desktop di default, null’altro); se va male gli resta comunque Ubuntu da installarsi a casa con buona pace di tutti. E’ come cercare di spiegare cosa significa la parola “cane”: in un caso si tenta di riassumere i tratti distintivi della specie cercando di essere piu’ generici possibili (finendo inevitabilmente per descrivere la maggioranza dei mammiferi quadrupedi del regno animale), nell’altro si prende un collie e lo si fa vedere.

In qualita’ di tecnico, io odio Ubuntu. Non l’ho mai installata su un mio PC ed evito come la peste di farlo. Ma sono anche conscio di essere appunto un tecnico, e di rappresentare una infinita minoranza dell’utenza informatica odierna. Mi piace far le cose a modo mio (sebbene ultimamente mi stia sforzando di usare il piu’ possibile le interfaccine grafiche di configurazione, per individuare possibili problemi ed eventualmente un giorno contribuire a risolverli), e se pesco un processo che fa quello che vuole lo killo senza pensarci troppo. Come ad esempio Network Manager, che regolarmente su qualsiasi distribuzione si ostina a sovrascrivere le impostazioni da me immesse per il DNS: quando cio’ accade, stoppo il processo e la scheda di rete me la configuro come dico io da linea di comando per mezzo di ifconfig. Il difetto, se cosi’ lo si puo’ chiamare, di Ubuntu e’ quello di incorporare di default applicazioni che tendono a fare quel che vogliono, applicazioni che possono essere comodamente installate su qualsiasi altro sistema con tutti i relativi improperi da parte dell’utente smanettone. Smanettone che comunque, per quanto voglia farsi passare per “duro e puro” denigrando il grado di automazione del sistema operativo, difficilmente rinuncia al package management con  la risoluzione delle dipendenze o agli aggiornamenti tracciati in modo autonomo, o al display manager che automaticamente avvia l’X server al boot della macchina, o ai pacchetti dei vari server apache o MySQL o altro della sua distribuzione preferita che arrivano generalmente con configurazioni di default gia’ funzionanti senza modifiche e giramenti di capo, o agli installer che tendenzialmente riconoscono per proprio conto l’hardware della macchina ed installano i driver necessari a far andare i vari pezzi, o anche solo ad init che lancia e chiude i processi quando opportuno. Ipocrisia? Il fatto che ci sia uno strato di automazione a livello desktop puo’ dar fastidio a qualcuno, ma piu’ per una questione di vestigiale abitudine a mettere insieme le cose manualmente anziche’ vedersele gia’ fatte, e comunque in qualsiasi momento un qualsiasi automatismo troppo invadente puo’ essere spento con una configurazione o, alla peggio, con un kill: se non sei capace a farlo, e’ meglio che rinunci a metter mano ai PC altrui con la pretesta di metterli a posto. Protestare per una propria abitudine a discapito dell’abitudine altrui (quella di avere la macchina che si gestisce da sola quando puo’) non si chiama liberta’, si chiama egocentrismo. E se l’automatismo non funziona nel migliore dei modi, invece di piangere sarebbe il caso di individuare il problema e mandare una patch agli sviluppatori in modo che la prossima volta vada. Lamentarsi e’ facile, sistemare i problemi e’ difficile.

Per usare Linux bisogna essere degli esperti. Curioso come questa affermazione sia usata allo stesso tempo sia da Microsoft per mettere in bastone tra le ruote alla diffusione di un pericoloso competitor, che da coloro che invece dovrebbero lavorare per la sua promozione. Il fatto di sapere dove mettere le mani per fare cose complesse, o anche solo per sistemare problemi che non sono gestiti in modo automatico, deriva esclusivamente dall’esperienza individuale di chi si trova in tale condizione: io ad esempio mi so sistemare alla buona il routing di due segmenti di rete a botte di invocazioni a iptables e route, in quanto ai tempi miei non c’era alcuna altra soluzione, ma vorrei sapere quanti power user duri e puri di nuova generazione, sempre pronti a stracciarsi le vesti in nome della cultura hacker e della crescita personale, sanno fare altrettanto senza Firestarter. E pur essendo considerato un esperto non saprei, per esempio, come configurare l’audio per disaccoppiare l’output delle casse e delle cuffie del PC, funzionalita’ indispensabile per qualsiasi appassionato di musica: non ho mai avuto necessita’, non mi sono mai interessato, non lo so fare ed avrei seri problemi nel cercare una soluzione non sapendo neppure quali parti del sistema toccare per prime. “Cerca da solo su Google“, viene risposto solitamente. Non sarebbe meglio se la baracca funzionasse a priori senza troppi patemi? Proprio ieri e’ stato esposto su Slashdot un articolo che elenca i peggiori difetti generalmente rintracciabili nel software open, e mentre il brano si concentra maggiormente all’ambito enterprise dai commenti aggiunti sul ben noto aggregatore se ne evince che i due massimi impedimenti per i nuovi utenti sono la scarsa usabilita’ e la carenza di documentazione coerente. Che per risolvere un problema relativamente complesso ci sia spesso da raccogliere informazioni provenienti da diverse fonti e mettere insieme piu’ tutorial, tips, e post su forum e mailing list lo sa chiunque abbia cercato di far funzionare una stampante non auto-rilevata su una qualsiasi distribuzione. Sulla scarsa intuitibilita’ delle applicazioni potrei scrivere un saggio, ma suppongo sia sufficiente invitare tutti a provare a creare un archivio compresso di piu’ files usando il solo Nautilus e non il terminale. Invece di riversare sugli altri le proprie mancanze e limitazioni, e perdere tempo dicendo o scrivendo ogni volta “cerca su Google” (operazione semplice ma time-consuming se ripetuta piu’ volte in un intervallo di tempo), non sarebbe meglio impegnarsi per scrivere (o tradurre dall’inglese) documentazione completa, semplice, magari in italiano, una volta sola e valida per tutte? Oppure adoperarsi per mettere insieme in un unico script i passaggi richiesti per fare una particolare operazione, si’ che chiunque lo possa prendere ed eseguire senza acquisire una laurea in ingegneria? Oppure ancora, per chi ha qualche competenza di programmazione, fare un giretto sui tracker di qualsivoglia progetto open e prendersi carico di qualche richiesta di feature in attesa da anni?

Come abbiamo visto le argomentazioni anti-Ubuntu sono molteplici, e tutte facilmente affossabili illustrando dati effettivi, concreti, tralasciando opinioni e sentimenti inevitabilmente di parte.

Sinceramente non credo che i detrattori del “Linux per tutti” – o almeno non tutti – agiscano compulsivamente per autodifesa elitaria, per proteggere coscientemente o incoscientemente l’isola felice di hacking e smanettamento che tante soddisfazioni da agli appassionati e cosi’ bene tiene alla larga i ranghi piu’ bassi dell’utenza informatica, in quanto se cosi’ fosse essi dovrebbero rifuggere anche l’idea degli Installation Party o dei Linux Day o dei forum di supporto, ma cio’ accade abbastanza raramente. E se invece qualcuno si riconosce in tale descrizione e’ pregato di passare istantaneamente a HURD: su tale piattaforma non funziona una emerita mazza, il divertimento hacker abbonda e nessun utonto si sognera’ mai di venire a chiedervi come far funzionare la stampante su quello. Al contrario io credo che l’astio nei confronti della eccessiva facilita’ del software libero e nella sua, diciamolo pure, prostituzione sociale, trovi radici in un fraintendimento storico di scopi: il freesoftware nasce in ambiente hacker, dunque deve essere usato per promulgare i valori della cultura hacker, tra cui l’arte di arrangiarsi da soli e di svincolarsi il piu’ possibile dallo strapotere commerciale. Se cosi’ e’, cari i miei wannabe avete sbagliato mira. Il software libero e’ una questione di liberta’, e liberta’ e’ partecipazione, non chiudersi in una stanza a fare i fatti propri. Il software libero e’ condivisione, e condivisione e’ apertura, non ottenere l’informazione e tenersela per se’ aspettando che altri facciano lo stesso. Il software libero e’ una questione di eguaglianza, ed eguaglianza e’ solidarieta’, non fare in modo che chi e’ in difficolta’ se la cavi da solo. Potrei continuare per ore sulla totale divergenza tra morale hacker e morale freesoftware, ma credo di aver gia’ scritto a sufficienza, magari rimando i dettagli ad un’altra occasione.

La mia conclusione di questo lungo pezzo (finalmente!) e’ questa: forse non e’ opportuno osannare Ubuntu come unico possibile Linux, ma dovrebbe essere capacita’ di tutti comprendere i casi in cui la soluzione semplice ed immediata e’ adatta e quelli in cui val la pena approfondire il tema, a seconda dell’interlocutore. Qualcuno e’ piu’ propenso ad afferrare l’idea di Linux nel suo insieme e discriminare il concetto di “distribuzione”, altri no ed anzi hanno perplessita’ nell’assumere l’esistenza di un sistema operativo che non sia Windows, nessuno di questi due pubblici deve essere lasciato indietro per questioni di gusto personale. Se proprio non volete saperne di promuovere Ubuntu, almeno fate la cortesia di starvene zitti e non provocare danni ulteriori a quelli gia’ presenti, scremate per conto vostro la parte (minoritaria) di massa in grado di apprezzare la varieta’ del panorama e concentratevi su quella, lasciando le persone ragionevoli a fare il vero e piu’ complesso lavoro di promozione. Gia’ Microsoft fa un ottimo lavoro cercando di ostacolare l’opera usando mezzi leciti e meno leciti, non mi sembra una mossa intelligente quella di darle manforte.

Chi mi conosce personalmente tende ad identificare in me un estremista del software libero. Non e’ vero: io sono uno statista. So riconoscere il compromesso, la via di mezzo, il modo piu’ efficace di raggiungere l’obiettivo. Ubuntu e’ allo stato attuale, per questioni sia pubblicitarie che tecniche, lo strumento piu’ efficace per portare il codice aperto alla gente, ed aprire una breccia nella pubblica opinione. Una volta raggiunta una massa critica ci si potra’ permettere di far le pulci su cosa e’ piu’ “eticamente” giusto di altro, e qualora Canonical dovesse prendere una cattiva strada saremo sempre in tempo per far quadrato e darle qualche problema: Novell ci ha provato a fare un torto alla community, da allora raramente ho sentito parlare di SuSE, e l’andamento sul mercato azionario della societa’ (l’accordo con Microsoft risale al 2006: guardate a che punto erano le azioni prima e dopo) e’ indicativo del potere riposto in una community inconsapevole di quello che puo’ combinare usando una parola piuttosto di un’altra quando parla con una persona che chiede consiglio o scrivendo su un blog.

2 Risposte to “Linux for Zombie Beings”

  1. grigio Says:

    Ti racconto una cosa, nel 2004 c’è stato a Pescara il Moca, un evento simile all’hackmeeting e lì una persona mi ha detto che X (all’epoca XFree86) era stato inventato “.. dai *capitalisti* per giustificare l’aggiornamento delle schede video”, perché già all’epoca il terminale era perfetto, si poteva fare di tutto e non c’era la necessità di un server grafico..

    Beh.. da allora ho smesso di essere estremista :D

    Tornando al tuo discorso secondo me il nocciolo è questo: chi critica Ubuntu, critica un Linux, F/OSS,.. che funziona per la stragrande maggioranza degli usi e che rende meno indispensabili le consulenze di questi fantomatici “esperti”, “smanettoni”, “hacker”,.. è comprensibile la loro reazione, ma davvero il loro comportamento non aiuta la causa.

    Poi c’è un tabù che è difficile da sfatare e che crea un mucchio di post su forum niubbi, fraintendimenti,.. “LINUX NON VA BENE PER QUALSIASI USO!!!”.

    Come tutti i sistemi operativi in circolazione ha pro e contro e l’unico che può decidere se un sistema operativo fa al caso suo è chi poi lo deve usare. Se un driver non è supportato o se un software specifico non esiste non c’è non c’è “esperto” o “cerca con Google” che tenga,.. ma chissà perché molti *guru* si dimenticano questo aspetto.

    Ciau


  2. […] Piu’ spesso di quanto non si creda raccolgo opinioni di smanettoni linuxofili che non vedono di buon occhio la diffusione del software libero presso l’utenza informatica di bassa lega, quella meno consapevole e meno desiderosa di passare le nottate a cristonare su un applicativo server o su un frammento di codice sorgente. Tale sentimento si riscontra in numerosi comportamenti: la denigrazione di Ubuntu o di specifici software che automatizzano alcuni processi operativi sul desktop, la scarsa disponibilita’ ad affiancare chi ha qualche problema tecnico, o il fatto di incaponirsi nel voler insegnare a tutti i costi gli strumenti piu’ avanzati e complessi (tipo: il terminale a linea di comando) anche a chi non ha mai visto Linux in vita sua. Le argomentazioni mosse per giustificare tale inettitudine alla condivisione dei saperi sono altrettanto numerose: “Se hai un problema, cercati la soluzione su Google“, “Devi imparare a far le cose complicate, che tu lo voglia o no”, ma anche aberrazioni tipo “Linux e’ per gli hackers, gli utonti si tengono Windows o MacOS”. Per un approfondimento su tali opinabili posizioni, rimando ad un mio precedente post specifico. […]


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