Asino chi Legge

28 aprile 2009

Da qualche tempo mi capita saltuariamente di leggere qualche menzione al rapporto tra Creative Commons (il set di licenze che per la community sono sinonimo di “condivisione”, l’equivalente della GPL applicata ai contenuti multimediali anziche’ al software) e SIAE (il non troppo amato ente che regolamente la distribuzione e soprattutto l’incasso degli introiti per lo stesso genere di opere), senza pero’ mai approfondire il tema e comprendere in che modo le due realta’ potessero avere qualcosa a che fare tra loro. Ma quando l’altro giorno bazzicando l’Internet ho trovato l’annuncio del fatto che un incontro su tale argomento si sarebbe svolto qui a Torino e’ stato questione di poco fare una doccia ed uscire di casa per andare a sentire di cosa si tratta.

Nella elegante sala pullulante di avvocati e consulenti in giacca e cravatta e’ stato esposto il lavoro attualmente in corso presso SIAE, che in poche parole consiste nel convincere la Societa’ ad essere piu’ flessibile nei confronti della licenziazione delle singole opere e dei canali di distribuzione. L’obiettivo e’ quello di garantire agli autori un margine decisionale sugli ambiti in cui chiedono la partecipazione (e la vigilanza) da parte dell’istituto para-statale, che invece ad oggi pretende di avere l’esclusiva su ogni frammento creativo prodotto dai propri iscritti e diffuso con qualunque mezzo, e far si’ dunque che il detentore del copyright abbia modo di gestire come meglio crede, anche in forma diversa da quanto previsto e vincolato dall’associazione di cui e’ membro, parte del suo proprio repertorio.

Indubbiamente questo e’ un intento lodevole, in particolar modo nell’ottica delle odierne dinamiche di distribuzione dei contenuti multimediali (sempre piu’ orientate al mondo digitale), ma la domanda sorge spontanea: in tutto questo, che c’erano le Creative Commons? Sebbene presente e all’ascolto dell’incontro non sono riuscito a comprendere in che modo una variazione del comportamento del Colosso Burocratico abbia come fattore determinante l’adozione di una qualsiasi delle licenze proposte sotto il marchio CC: nel momento in cui l’autore puo’ gestire come meglio preferisce la distribuzione dei propri pezzi, sollevando SIAE dalla responsabilita’ di tracciarne l’uso e l’abuso in ben determinate circostanze, cosa importa a SIAE che essi siano licenziati in Creative Commons, Public Domain, o qualunque altro modo?

Ma anche volendo assumere che in realta’ mi sia sfuggito qualche dettaglio, e dunque la correlazione Creative Commons / SIAE abbia un fondamento specifico (e non si tratti solo di un accostamento inventato per promuovere e far accettare la manovra alla pubblica opinione…), ho constatato da parte dei suddetti avvocati ed esperti un discreto imbarazzo quando ho avuto l’ardire di muovere una ingenua domanda sulla sorte destinata alle Opere Derivate, ovvero opere concesse e permesse secondo quel particolare attributo che, almeno dal punto di vista della community (e mio), rende le Creative Commons uno strumento realmente diverso dal classico copyright ed apre le porte ad una condivisione a tutto tondo, garantendo riutilizzi non previsti a priori del creatore originale. Il lecito dubbio sul ruolo di SIAE nei confronti di contenuti derivati da quelli mantenuti sotto la sua supervisione e’ stato esposto, ma non posso affermare di aver ricevuto una netta e limpida risposta: gli interlocutori dall’altra parte della scrivania si sono tra loro consultati come se mai gli fosse passata per l’anticamera del cervello le implicazioni di tale atto ed il dettaglio fosse privo di rilevanza, anche se come gia’ detto esso e’ tra le tre proprieta’ essenziali di qualsiasi licenza CC insieme all’attribuzione delle opere al rispettivo autore e all’utilizzo commerciale. Gli unici borbotti intelleggibili sono stati rivolti a contenuti Share-Alike (che non prevedono opere derivate: troppo semplice cosi’, io avevo chiesto un’altra cosa!) e al riutilizzo a fini di lucro.

E proprio attorno alla commerciabilita’ dei lavori Creative Commons si condensano le mie perplessita’ piu’ marcate: stando alle FAQ trovate sul sito (ovvero: nella seconda pagina che viene naturale andare a leggere, subito dopo le news) e’ scritto a chiare lettere che un contenuto rilasciato come “Commercial” si riferisce al diritto concesso al fruitore di riutilizzarlo anche per trarne profitto (diretto o indiretto non ha importanza), non gia’ alla possibilita’ dell’autore originale di ottenere un guadagno. Eppure piu’ e piu’ volte gli esperti di cui sopra sembravano assecondare l’interpretazione secondo cui l’attributo “Commercial” implica il fatto che ogni introito debba essere destinato all’artista creatore, il quale in questo modo intende esprimere la sua propria volonta’ di “vendere” l’opera e di farsi pagare per essa. Tale argomentazione e’ addirittura stata usata come discriminante nella formulazione della intricata risposta alla esplicita domanda sulle Opere Derivate, dunque posso essere abbastanza certo di non aver frainteso la loro posizione, talmente netta e smaccata che ho evitato di rimarcare la mia titubanza ed ho lasciato correre.

Insomma: a mio modestissimo parere, questa storia del tavolo SIAE / Creative Commons e’ una farsa.

Magari anche condotta in buona fede, da persone che evidentemente tengono ad una formalizzazione della legge italiana nei confronti delle amate licenze CC, ma comunque in modo assai abbozzato, non aderente alla realta’ dei fatti, e soprattutto con l’elevato rischio di snaturare le CC stesse: nel momento in cui SIAE, ovvero l’ente in assoluto meno benvoluto dai giovani creativi e dalla pubblica opinione, ci mette il suo zampino, magari pretendendo poi di intervenire senza nozione di causa laddove sinora la community ha condiviso e riusato le opere multimediali distribuite in tale forma, che guadagno se ne trae?

Quando si maneggiano temi come le licenze libere (per il software o per l’arte), gli aspetti forensi dovrebbero essere solo una componente dell’analisi, da affiancare alla partecipazione ed al sentimento provato dalla community che inevitabilmente si e’ venuta a creare intorno ad ideali di carattere etico piu’ che amministrativo; finche’ si trova fuori da un tribunale, ovvero per la maggior parte del tempo, una licenza libera non e’ un documento legale ma un manifesto con cui i componenti della community stessa esprimono una propria posizione, la quale spesso sfocia in contesti ben diversi che non il software e l’arte e va alle radici stesse dalla conoscenza.

Per quanto possibile cerchero’ di frequentare anche i prossimi appuntamenti fissati a Torino, che per la cronaca si svolgono ogni secondo mercoledi del mese, al fine di approfondire meglio i punti sinora esposti ed altri, ben pronto a smentire le mie prime impressioni qualora nuovi dettagli dovessero essermi illustrati in modo piu’ chiaro: stay tuned.

Una Risposta to “Asino chi Legge”

  1. shaitan Says:

    Interessante, ma alcune note:

    – “il set di licenze che per la community sono sinonimo di “condivisione”, l’equivalente della GPL applicata ai contenuti multimediali anziche’ al software”

    capisco che è una semplificazione, ma le licenze creative commons, proprio in quanto un set di licenze, abbracciano uno spetro molto ampio che va da qualcosa assimilabile alla gpl (la CC-BY-SA), ma arriva anche a licenze che non sono opensource (tutte le creative commons che prevedono la clausola NC – Non commercial).

    – “cosa importa a SIAE che essi siano licenziati in Creative Commons, Public Domain, o qualunque altro modo?”

    Condivido, alla SIAE non dovrebbe importare nulla, ma su questo punto la legge italiana (più che la SIAE) ci dice che il Public Domain non è possibile in Italia (in quanto i diritti morali sono inalienabili)

    – “Gli unici borbotti intelleggibili sono stati rivolti a contenuti Share-Alike (che non prevedono opere derivate: troppo semplice cosi’, io avevo chiesto un’altra cosa!) e al riutilizzo a fini di lucro.”

    Qui è proprio sbagliato: le Share-ALike non è una clausola che non permette derivate (quella è la ND – No Derivate), ma è una clausola che impone che la licenza usata per le derivate rimanga la stessa (è la famosa “viralità” e, proprio per questo tipo di creative commons, si può creare un parallelismo con la GPL)


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