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L’Osservatorio Belga

23 marzo 2012

All’inizio di febbraio mi sono recato al FOSDEM 2012, dopo l’esperienza 2010 e la mancanza del 2011. Avevo promesso ad una persona che ne avrei scritto un report, come al solito me ne sono dimenticato ma spero di recuperare adesso seppur con quasi due mesi di ritardo.

Innanzitutto, qualche premessa personale. Negli ultimi due anni non ho guardato film in lingua originale per migliorare il mio inglese, come promesso a seguito del trauma 2010, pertanto anche stavolta mi sono giocato l’occasione di scambiar due parole sensate con qualche personaggio internazionale (ci ho provato con Seif Lotfy, i risultati sono stati imbarazzanti); fortunatamente ho incrociato anche tanti italiani (Vignoli, Rubini, ed un paio di torinesi che non vedevo da anni), dunque almeno non mi sono isolato del tutto. In secundis, confesso di essermi goduto meglio l’evento: l’altra volta, con un mezzo talk da tenere sul groppone, ammetto di non aver seguito proprio “a cuor leggero” l’andamento della manifestazione, che a questo giro ho osservato piu’ attentamente.

Restano valide le considerazioni sui contenuti, raramente inediti in quanto gia’ ampiamente illustrati e commentati sui blog al momento della loro prima comparsa e dunque solo ri-presentati nelle aule dell’Universite’ Libre de Bruxelles, e stavolta aggiungo anche una nota negativa nei confronti dei relatori, spesso hackers indiscutibilmente bravi a programmare ma addirittura noiosi da ascoltare mentre parlano di cio’ che hanno programmato. Penso comunque che questi siano fattori imprescindibili all’interno di un evento organizzato dalla community per la community, dunque ci si fa presto l’abitudine.

Viceversa, al FOSDEM e’ interessante notare quanto un dato contenuto attiri attenzione. Dunque interesse. Dunque seguito. Dunque, si spera, possibilita’ di sopravvivere nel tempo, all’interno del duro e letale ecosistema opensource.

Due sono stati i filoni di maggiore spicco: il mobile ed il web. Prevedibile. Ma con qualche sorpresa.

Per quanto riguarda il mobile, presso la community e’ tangibile il disagio provocato dal non avere ancora una distribuzione GNU/Linux “general-purpose” ottimizzata per smartphone e tablets e governata secondo i criteri canonici di trasparenza e partecipazione propri di Debian, Gentoo ed altre. Certo, esiste Android ed ha anche un gran successo di pubblico, ma si tratta di un progetto ben poco opensource (freesoftware magari si, ma non opensource) su cui Google detta legge, ed in cui gli smanettoni sono tagliati fuori dal processo di design ed implementazione. Certo, recentemente Ubuntu ha palesemente intrapreso la via del mobile e potrebbe colmare il vuoto, ma Canonical ha imparato a non farsi apprezzare dunque sebbene sia ad oggi l’opzione piu’ credibile e’ anche quella che detiene minore attenzione dal popolo nerd. Certo, esiste Tizen, ma visti i precedenti (Tizen e’ l’evoluzione di Meego, progetto di Intel e Nokia naufragato per via delle opinabili strategie di mercato di quest’ultima, e Meego era l’evoluzione di Maemo e Moblin, progetti a loro volta seppelliti) la fiducia riposta non e’ delle migliori tant’e’ che qualcuno ha a sua volta forkato Mer. Certo, esiste OpenMoko, il quale ancora oggi concentra una quantita’ di entusiasmo assolutamente ingiustificabile per un progetto ufficialmente morto anni fa, ma si tratta pur sempre di uno zombie – duro a morire, ma debole e lento. In questo caotico scenario, tutti sono ben consapevoli del ruolo che il mobile giochera’ nel prossimo immediato futuro (ruolo su cui persino Microsoft scommette in modo pesante, mettendo a repentaglio la sua stessa fedelissima base di utenza annunciando un Windows 8 decisamente inadeguato per il classico PC domestico) e nessuno vuol perdere il treno, condannando per ulteriori anni a venire l’intero panorama opensource alla serie B come gia’ e’ accaduto col desktop, non fosse che nessuno e’ ancora sufficientemente credibile da assumere una posizione di leadership ed agglomerare quella massa critica necessaria a combinare qualcosa di buono e sostenibile nel tempo.

Sul fronte web, invece, la questione e’ molto diversa. L’open, qui, ha gia’ vinto da un pezzo. Ma si tratta di una vittoria di Pirro. Da un lato, presso gli sviluppatori desktop (ho assistito ad almeno un talk Gnome sul tema, ma non dubito che il versante KDE sia sulla stessa barca) c’e’ un certo imbarazzo ad affrontare il topic, semplicemente perche’ piu’ le soluzioni opensource Internet-based crescono piu’ i loro progetti perdono di rilevanza. Il dilemma dell’innovatore e’ forte: assecondare il trend, buttare tutto all’aria e dedicarsi anema e core al cloud, oppure opporre resistenza passiva nel tentativo di conservare la propria posizione di “piattaforma” (e non solo di “colorato contorno del browser”)? Quel che e’ certo e’ che, nonostante le pretese, l’integrazione desktop/web e’ ancora in uno stato troppo immaturo per essere credibile, ed i due mondi saranno realmente in comunicazione solo tra molto tempo, sempre che lo saranno davvero prima o poi. Dall’altro lato, quasi ci si vergogna di ammettere che oggi le tecnologie libere sono diventate strumentali a prodotti e servizi tutt’altro che liberi, destinati a raccogliere le informazioni degli utenti e a legarlo ad un provider. Applicazioni web-based ne ho viste poche, l’attenzione e’ rivolta alla produzione di protocolli e standard finalizzati all’interoperabilita’ (ma che interoperano ben poco, non essendo adottati), ed inevitabilmente il progetto FreedomBox, emblema di liberta’ 2.0 a 360 gradi, raccoglie interesse a vagonate pur nella sua inconcludenza piu’ assoluta.

Nonostante tutto, nonostante le incertezze e le deviazioni, la community lavora. Procedendo un po’ a tentoni, ma lavora. Prossima tappa? Forse il GUADEC 2012. Sempre che riesca a porre rimedio a qualche mancanza di produzione open degli ultimi mesi: la community lavora, io ultimamente per stare appresso al Linux Day un po’ meno.

Un Tweet Salvera’ il Mondo

20 dicembre 2009

[Postfazione: questo post nasceva con intento tecnico ma mi ci son fatto prendere la mano, dunque lo riporto su questo blog. Per eventuali future evoluzioni della componente software menzionata al fondo si faccia riferimento alla mia vetrina piu' gustosamente programmatoria.]

Tra le notizie che hanno suscitato il maggior scompiglio nel mondo digitale nell’ultima settimana c’e’ sicuramente l’adozione da parte di WordPress dell’API web di Twitter. Per comprendere la portata di questo annuncio, basta riportare una frase tratta appunto dal blog del team WordPress:

Any app that allows you to set a custom API URL will work

Ovvero: tutte le applicazioni fatte per Twitter adesso funzionano anche su WordPress, senza perder tempo e risorse per implementare client diversi che parlino linguaggi distinti. La notizia ha generato un gran numero di reazioni, e trovo in particolare questa qua tra le piu’ interessanti (forse un pochino esaltata, ma comunque interessante) in quanto dice (anche qui cito testualmente)

If two companies with a significant number of users that share no investors or board members both support a common API, we can say that the API has reached Version 1.0 and is safe to base your work on.

Certamente l’affermazione di uno standard de facto determinato non gia’ dal comune consenso (e buon senso) ma da strategie di mercato e’ fatto deplorevole, su cui pero’ per una volta mi sento di chiudere un occhio data l’implicita accessibilita’ della funzione (un’API web per essere usata e fatta usare deve essere per forza di cose pubblica e documentata), la totale mancanza di una alternativa condivisa ed “ufficiale” che meriterebbe di essere promossa, e l’urgenza della necessita’ che si sta andando a soddisfare.

Volenti o nolenti lo spesso vituperato “social web”, l’insieme di strumenti per mezzo delle quali le persone comuni (e non necessariamente i geeks avvezzi alla tecnologia) scambiano commenti ed opinioni, ha gia’ dimostrato di essere un eccellente vettore sociale, informativo, innovativo e democratico, e per quanto Facebook sia l’emblema stesso del cazzeggio su Internet il potenziale utile della piattaforma e’ evidente (tanto da essere diventata scomoda agli occhi della politica). Ma la grande disponibilita’ di tecnologie per la comunicazione non risulta comunque essere condizione unica per la loro diffusione e radicazione: esistono tutti i rischi dovuti alla centralizzazione ed alla presenza di un unico o di pochi point-of-failure (fallisce/viene chiuso/viene filtrato/esplode Facebook, ed e’ tutto da ricominciare), esiste la scarsa e difficile integrazione di tools che permettano di esprimere una notizia o una posizione in modo rapido e semplice da parte di chiunque, ed esiste una forte frammentazione dei contenuti percui non sempre tutti i punti di vista rilevanti emergono in modo chiaro e paritario ostacolando la nascita di opinioni realmente oggettive e personali.

Da qui appunto la sopra citata “urgenza” ad intervenire, per rimuovere i paletti prettamente tecnici: in un mondo in cui si e’ verificato persino il fallimento del vertice di Copenaghen, e dove dunque la classe politica ha dato dimostrazione di essere una palla al piede piu’ che una guida, l’unica speranza di dare una sistemata viene dal reciproco dialogo dei diretti interessati, ovvero le persone.

Un’API comune per la creazione di contenuti non sara’ forse la panacea di tutti i mali, tantomeno se l’API in questione e’ stata plasmata intorno al solo Twitter e lascia grosse lacune, ma e’ pur sempre un bel miglioramento per permettere agli addetti ai lavori di costruire, riutilizzare e perfezionare le applicazioni software da mettere poi in mano all’utenza. Certo al momento viene supportata solo da uno sparuto gruppo di piattaforme, molto popolari ma pur sempre una minoranza rispetto all’immenso ecosistema internettiano, ma ci sono buone possibilita’ per una piu’ capillare distribuzione: il fatto di essere compatibili con l’infinita’ quantita’ di applicazioni web, desktop e mobile costruite intorno a Twitter e’ fattore (meramente economico, dunque plausibile) incentivamente per l’adesione da parte dei network piu’ piccoli, altrimenti succubi dalla concorrenza numerica dei colossi.

In questo momento stavo consultando il codice di TwitterGlib, libreria C realizzata dall’infaticabile Bassi, e constato che qualche correzione andrebbe apportata qua e la’ per permettere di riusare questo codice in altri contesti oltre allo specifico microblog. Il sorgente non e’ piu’ aggiornato da diversi mesi e dovro’ valutare se val la pena contattare il maintainer per continuare quel progetto oppure forkarlo ed aggiungere altrove le funzionalita’ richieste, ma il fatto di avere una base da cui partire e’ confortante. Da li’, ogni evoluzione e’ possibile, e soprattutto non prevedibile: come nel Lego, se i pezzi sono tanti e variegati ma si incastrano tra loro le possibili combinazioni sono infinite.

Puo’ il software migliorare il mondo. Anzi, addirittura salvarlo? Forse questa affermazione e’ eccessiva, ma quel che e’ certo e’ che pure l’apparentemente inutile, stravagante, sovrastimato Twitter ha portato qualcosa di buono.

Idee Condivise: Ufficio Stampa

14 ottobre 2009

Come seguito delle Idee Condivise per la Condivisione di Idee, un’altro mio suggerimento per migliorare e potenziare l’opera della community linuxara. Fin da principio ammetto che il qui esposto proposito sia particolarmente ambizioso, al limite del possibile, ma invito ad una lettura integrale del pezzo almeno per valutare come il ciclopico compito descritto possa essere ampiamente facilitato con pochi frammenti di tecnologia open opportunamente configurati.

Le attivita’ “minori” condotte nel corso dell’anno dai vari User Groups abbondano. Al di la’ del gia’ citato Linux Day, che rappresenta l’apice del lavoro collettivo di promozione ed informazione sul software libero, centinaia sono gli Installation Party, i corsi o le giornate divulgative tenute da nord a sud nei restanti 364 giorni dell’anno.

Ma una stragrande maggioranza di essi ha un grave difetto: non vengono resi noti al potenziale pubblico partecipante. Spesso ha del miracoloso se appare almeno una notifica sul blog/sito/wiki dell’ente organizzatore, rarissimi i casi in cui vengono appositamente prodotti e stampati volantini o locandine per trasmettere la novella fuori dal mondo digitale, piu’ spesso tali attivita’ vengono annunciate sulle mailing list per il semplice fatto che proprio su questi canali sono pianificate e coordinate. Quasi tutta l’opera di coinvolgimento della societa’ civile e’ affidato al passaparola innescato dai pochi virtuosi cui non mancano amici e conoscenti da ossessionare, ma acuendo il rischio di ridurre il circolo di partecipanti sempre ai soliti noti, rendendo vano l’obiettivo di allargare la base di utenza consapevole delle tematiche toccate.

Come portare al di fuori dell’hinterland sociale strettamente legato al LUG ed ai suoi membri l’attenzione sull’esistenza di occasionali momenti di incontro nella giurisdizione di interesse? Una delle possibili risposte e’ anche la piu’ elementare: informando la stampa locale e facendosi pubblicizzare da essa.

Sebbene in periodi recenti non siano mancate le occasioni per disperarsi in pubblica piazza delle presunte emorragie di lettori del media cartaceo pare che a conti fatti coloro che acquistano e leggono una testata locale (quotidiana o settimanale) non siano cosi’ pochi, ed essi rappresentino il canale preferenziale per notificare eventi geograficamente circoscritti agli effettivi potenziali fruitori. Ai numeri ed alle statistiche si accosta l’esperienza personale: l’evento linuxofilo presso cui ho osservato la maggiore affluenza nel corso del 2009 e’ stata una giornata divulgativa voluta dal Canavese Linux User Group e tenuta in un paesello fuori Torino di cui non sapevo neanche l’esistenza; tale successo e’ stato in massima parte dettato dalla menzione di suddetta manifestazione su ben tre giornaletti di provincia, che opportunamente contattati con anticipo sono stati ben lieti di annunciare l’appuntamento con fior di articoli i quali, non fatico a crederlo, sono stati considerati dai diversi editori un interessante intermezzo con cui riempire le pagine altrimenti di solito difficili da popolare con fatti di placida cronaca valligiana.

Fino a questo punto non e’ stato detto nulla di particolarmente nuovo, eppure sono convinto che il media stampato non sia ancora adeguatamente impiegato per la promozione degli eventi di promozione, vuoi per pigrizia, vuoi per mancanza di tempo, vuoi per dimenticanza: se del resto i vari gruppi attivi possono contare solo su modeste risorse umane, completamente assorbite dai task tecnici di preparazione, non si puo’ pretendere che ci sia anche modo di stare a prendere contatti coi giornalisti e mediare la pubblicazione di un brano (magari pure da scrivere da zero), ed i reiterati inviti ad una piu’ rimarcata politica di marketing cui dovrebbero aderire individualmente i singoli LUG cascano invariabilmente nel vuoto.

Da qui, l’azzardo: la costituzione di un core di “LUG Press Agents”, che per mezzo di un software possano monitorare la nascita di nuovi appuntamenti ed eventi degni di risonanza e possano prendere le veci di “addetti stampa” nazionali, ma soprattutto operare in modo trasparente e discreto.

Detta cosi’ l’idea non sta ne’ in cielo ne’ in terra: come puo’ una persona, o anche cinque o dieci o venti, essere puntualmente a conoscenza di iniziative che come detto spesso non vengono nemmanco citate sui siti dei LUG nazionali? Riprendendo quanto scritto sopra sappiamo che l’informazione transita inevitabilmente per le mailing list dei gruppi, mischiata insieme a tutti gli altri messaggi tipici di codesto canale ampiamente diffuso a tutti i livelli decisionali del mondo open, ma sappiamo anche che le tecnologie per filtrare le mail in funzione di una analisi statistica non mancano: i filtri bayesiani ci aiutano da anni a riconoscere ed a scartare automaticamente lo spam (e, con apposite regole, qualsiasi altro genere di contenuti), e di programmi di indexing piu’ o meno semantici e’ pieno il web. Da qui a saper tracciare ed isolare riferimenti ad eventi in fase di progettazione il passo e’ breve: le parole chiave sono i nomi dei giorni della settimana e dei mesi, date, termini specifici (“LIP”), tutti criteri di selezione con cui setacciare automaticamente ogni mail di passaggio e con cui sapere se richiedere l’intervento umano per una piu’ raffinata estrazione dei dati con cui popolare il template da spedire a mo’ di comunicato stampa alle caselle dei giornali che coprono la regione di interesse (qui una lista piu’ o meno completa purtroppo non ripartita geograficamente), nonche’ ad eventuali forum online cittadini ed uffici statali di comunicazione e promozione del territorio (i vari InformaGiovani).

Un sistema software integrato e ben strutturato per soddisfare quanto descritto permetterebbe di ridurre allo stretto indispensabile il rumore di fondo ed i falsi positivi, richiedendo uno sforzo minimo al pugno di volontari chiamati a far da portavoce dell’intera community nazionale, che aggiungerebbero solo un ultimo tocco ad un processo decisionale in buona parte automatico ed automatizzabile.

Le variazioni sul tema sono innumerevoli, e possono riportare il progetto entro regimi di fattibilita’ piu’ conservativi e a piu’ breve termine: all’inizio ci si potrebbe limitare a muovere l'”ufficio stampa” nazionale solo per gli eventi che vengono annunciati sull’apposita mailing list o di cui si trova menzione sul planet dei LUG, troncando tutta la componente realmente arzigogolata e bisognosa di cure esperte dell’infrastruttura e rodando l’iniziativa, e con un po’ di furbizia si potrebbe strizzare l’occhio a qualche vero aspirante giornalista in erba che, seppur con scarse nozioni tecniche, avrebbe l’opportunita’ di contattare redazioni di tutta Italia e stendere comunicati stampa dando un aiuto concreto ai nerd che con difficolta’ sanno stendere due righe in italiano corretto.

Insomma, il grado di difficolta’ dell’impresa puo’ essere scelto complesso a piacimento. Ma in tutti i casi non dubito che i benefici sarebbero notevoli, e con un dispiegamento minimo di risorse.

Per dire qualcosa, occorre qualcuno che ascolti.

Idee Condivise per la Condivisione di Idee

13 ottobre 2009

Allo sciame propositivo che infesta la mailing list dei LUG, adesso come in qualunque altro periodo pre-LinuxDay, quest’anno si e’ aggiunto un ulteriore invito all’azione ed alla collaborazione scaturito come risposta degli sterili piagnistei giunti a commento del recente (ed ennesimo) patto di intesa tra alcuni ministri italiani e Microsoft per non meglio identificate alleanze atte a potenziare non meglio identificati strumenti tecnologici nella scuola pubblica. La discussione e’ degenerata (fortunamente, aggiungo, altrimenti sarebbe rimasta una competizione tra chi si indignava maggiormente dello Stato, dell’ignoranza diffusa e del fatto che non ci sono piu’ le mezze stagioni…) ed e’ balenata l’idea di iniziare a domandarsi quali sarebbero per la community linuxara i mezzi piu’ adatti ed efficienti per cominciare ad avere un ruolo di rilievo nella societa’ tecnologica contemporanea.

Domanda che gia’ mi sono posto da tempo, e per cui intravedo la risposta di un potenziale successo di massa della cultura del software libero in un semplice e a dir poco banale gesto: l’applicazione pratica della cultura stessa.

Ad oggi la “condivisione” e la “partecipazione” mille volte indicati come pilastri portanti del movimento non hanno alcun riscontro pratico. Solo chi ha competenze tecniche approfondite ha la possibilita’ di addentrarsi all’interno del codice sorgente per dare un suo contributo in forma di patch o bug report sensato, ma molti di questi non adoperano tale dono per il bene comune ma anzi preferiscono per pigrizia o alterigia coltivare il proprio orticello mettendo artigianalmente insieme, nel migliore dei casi, il poco software di cui abbisognano. Gli altri, i simpatizzanti o magari anche i tecnici con limitata cognizione programmatoria, sono confinati ai margini del cuore pulsante della community, del nucleo operativo dove le idee si condensano in istruzioni macchina, e non possono far altro che attendere a braccia conserti l’introduzione di una funzionalita’ a loro cara o il miglioramento dell’offerta a codice aperto in un dato settore operativo. E pure per le attivita’ di promozione e sensibilizzazione, per cui non sono necessarie capacita’ specifiche ma solo un po’ di generica buona volonta’ e cui dunque tutti possono contribuire in egual misura, sono tra loro isolate dalle distanze geografiche e “politiche” dei loro attuatori, e ciascuno inventa, reinventa, modella e scolpisce quanto gia’ fatto cento altre volte in luoghi e tempi diversi, incappando negli stessi errori e portando a conclusione solo una frazione degli obiettivi prefissi.

Beffardo e’ il destino che vede iniziative collaterali e complementari al freesoftware fiorire proprio in virtu’ di una reale applicazione dei termini “condivisione” e “partecipazione”: Wikipedia e’ ai fatti la piu’ grande enciclopedia mai scritta dall’Uomo, e la comunita’ Creative Commons sebbene ancora una nicchia riporta quotidianamente successi in termini di diffusione ed adozione a qualunque livello sia amatoriale che professionale.

Esiste un modo per sbloccare ed investire il capitale umano oggi in attesa di aver assegnato un ruolo all’interno del gigantico ingranaggio sociale e meritocratico della community? Si puo’ dar qualcosa da fare a chi non aspetta altro che avere qualcosa da fare? E, meglio ancora: e’ possibile sfruttare la potente tecnologia di cui (spesso inconsapevolmente) disponiamo affinche’ possa darci una mano e colmare i vuoti operativi?

A parer mio, si. Numerosi sono gli spunti che periodicamente mi colgono, che mi appunto nella mia infinita lista di todo, per cui magari conduco qualche sommaria ricerca per valutarne la fattibilita’, ma che per mere questioni di tempo non ho modo di portare a compimento. Qualche progetto viene avviato, ed allo stato attuale almeno un paio sono in fase rispettivamente di progettazione e prima realizzazione, ma poiche’ le mie giornate sono pur sempre di 24 ore preferisco esporre le mie personali intuizioni (o stramberie, che dir si voglia) con altri membri della comunita’ nella speranza di stimolare gli occasionali lettori e con l’invito di prenderne a piene mani laddove si individuasse un suggerimento ed una osservazione pertinente.

Un paio di affezionati lettori mi hanno gia’ in passato segnalato l’eccessiva prolissita’ dei miei contenuti, e poiche’ questo stesso brano e’ stato iniziato con l’intento di essere un unico blocco ma pur non essendo manco ad un decimo aveva assunto la lunghezza di un libro della Torah ho deciso di presentare nel dettaglio le varie proposte a puntate, una alla volta, si da non appesantire troppo la lettura e nel frattempo avere piu’ spazio per dilungarmi in motivazioni delle varie scelte e considerazioni mirate. Spero che questa decisione sia apprezzata e si consideri lo sforzo che faccio nell’arginare la mia malsana indole letteraria…

Inizio subito la carrellata con un proposito che non ha assolutamente niente di nuovo ed anzi viene gia’ diffusamente adottato con successo in altri contesti, e ben si adatta ad inaugurare una serie di contributi dedicati all’apertura delle menti: la formalizzazione della raccolta di idee, di cui ottimi esempi si trovano sui Brainstorm di Ubuntu ed di KDE.

Al di la’ di questo e dei prossimi post che verranno qui esposti numerose sono le occasioni in cui condivido col mondo spunti raccolti nel tempo di cui mi rendo conto della mia impossibilita’ pratica nella realizzazione, per lo piu’ si tratta di lacune nel parco software superficialmente riportate sul mio blog tecnico o nell’apposita sezione di BarberaWare. E non dubito ci siano innumerevoli casi analoghi al mio. Ma chiaramente seminare concetti e illuminazioni nella vasta blogosfera nella speranza che vengano raccolti e curati da qualcuno e’ atto di infinito ed infondato ottimismo: di buone idee degne di approfondimento e’ gia’ pieno il web, senza ulteriori apporti da parte di qualche anonimo e sgrammaticato dispensatore di saggezza.

D’altro canto, e’ vero che le migliori intuizioni nascono per mezzo dell’ispirazione, e l’ispirazione sorge accumulando (magari subconsciamente) intuizioni altrui ed assemblandole fino ad ottenerne un prodotto intellettuale finito da cui cavare una implementazione. La stragrande maggioranza dei prossimi post appartenenti a questo filone trattano di usi ed abusi di applicativi esistenti ed esperienze passate, e la legge termodinamica insegna che nulla si crea e nulla si distrugge ma tutto si trasforma. Senza contare la quantita’ di giovani promesse gia’ recentemente menzionate, che rifuggono il circolo dei grandi vecchi della community e si palesano solo laddove gli viene lasciata ampia liberta’ di parola e dignita’ di uguaglianza: non l’ho detto prima, ma l’idea del blog del Linux Day Torino, rivelatosi una delle armi vincenti dell’organizzazione di una altrimenti sgangherata manifestazione, e’ emersa proprio da quello che all’epoca era l’ultimo arrivato, il ragazzotto piu’ ingenuo e piu’ cocciuto della combriccola, che con somma rassegnazione e’ stato assecondato dal veterano di turno (me, per la cronaca) producendo i piu’ inaspettati risultati. Se a tutto cio’ sommiamo ancora il potenziale feedback che puo’ arrivare dalla societa’ civile, coloro che partecipano alla vita comunitaria da spettatori e sono molto piu’ vicini all’ideale ed alle esigenze popolari, il cerchio sulle possibili fonti che sarebbe bene far rientrare all’interno del bacino comunicativo si chiude.

Il software per instaurare un “Brainstorm della Community” esiste gia’, servirebbero solo un garante che ne ospiti una istanza riconosciuta come “ufficiale” (per non disperdere la raccolta, altrimenti lo sforzo di centralizzazione e’ assolutamente inutile) e la partecipazione di coloro realmente intenzionati a compiere qualcosa di costruttivo. Il primo requisito credo potrebbe essere soddisfatto da Italian Linux Society, associazione non sempre amata dai LUG ma che almeno dispone gia’ oggi dell’autorita’ richiesta per ricoprire il ruolo. Il secondo requisito non e’ facilmente risolvibile, per il fatto che gli individui insieme virtuosi e capaci sono relativamente rari e spesso nascosti in mezzo alla folla di rumorosi saltimbanchi, difficili da isolare e mettere a frutto, ma non dubito che spunterebbero spontaneamente qualora avessero possibilita’ di esprimersi ed agire cosi’ come preteso dalla propria indole.

Per oggi ho detto la mia, per apprezzamenti ed insulti i commenti del blog sono aperti.

Stay tuned.

L’Informazione

3 marzo 2009

Come molti sanno, quella in cui noi viviamo viene da molti definita l’Era dell’Informazione: le notizie viaggiano da un capo all’altro del globo alla velocita’ della luce, le attivita’ economiche e culturali sono pesantemente influenzate da cio’ che accade vicino e lontano, tutti sanno tutto di tutti e quello che non si sa viene venduto come qualsiasi altra merce (o anche a prezzi piu’ elevati).

I media tradizionali (stampa e televisione) cercano di adattarsi ai tempi moderni, puntando piu’ su contenuti di approfondimento (o sul trash ludico, ma questo e’ un’altro discorso…) anziche’ sulla singola notizia che molto piu’ tempestivamente viene trasmessa per mezzo dell’Internet, ma a volte capita che la stessa Rete non riesca a star dietro a se’ stessa.

Con l’emergere prima dei blogs e poi di servizi quali Twitter e Facebook la domanda che Corrado Guzzanti si poneva qualche anno fa’ (“Aborigeno: ma io e te, che cazzo se dovemo di’???”) trova una risposta: i canali di trasmissione digitale vengono quotidianamente, minuto dopo minuto, riempiti di informazione di prima mano, che viene prodotta da persone comuni e consumata prima che qualsiasi altro media universalmente riconosciuto (sia esso un antidiluviano giornale cartaceo o un moderno aggregatore web) possa impacchettarla.

Particolarmente di rilievo e’ stato il “caso Mumbai”: al di la’ del fatto di cronaca, la strage avvenuta in novembre nel corso di un attacco paramilitare durato tre giorni nella grande citta’ indiana, notevole il modo con cui pressoche’ ogni grande e rinomato portale di informazione abbia trovato in Twitter la piu’ importante e puntuale fonte di aggiornamento, raccogliendo i brevi messaggi immessi da quanti si trovavano li’ in quel momento e diramavano in tempo reale ogni sorta di dettaglio. Questo avvenimento, che nella popolazione del cyberspazio ha fatto molto piu’ scalpore che non i 100 e piu’ morti provocati dagli scontri a fuoco, puo’ essere storicamente riconosciuto come il punto di svolta che ha elevato il fenomeno del microblogging (in se’, ancora piu’ rapido ed efficiente dell’oramai “tradizionale” blogging) a veicolo di notizie, e c’e’ da immaginare che la tecnologia del real-time search stia guadagnando crescente interesse da parte di chi con l’informazione ci campa o, piu’ semplicemente, gradisce fruire aggiornamenti prima di chiunque altro: splendido codesto script per GreaseMonkey miscela i risultati di Google con i tweet piu’ freschi, regalando un ulteriore tocco di contemporaneita’ ai links che gia’ di per loro vengono organizzati secondo un criterio cronologico.

Pure senza andare a cercare casi particolari o eccezionali, io stesso ho vissuto non molto tempo addietro una modesta esperienza di “giornalismo fai-da-te”: in occasione della scossa tellurica avvenuta in dicembre nei pressi di Parma, e chiaramente avvertita alla scrivania del mio ufficio, sono andato a leggere lo status dei miei contatti su Facebook ed ancora prima di ricevere conferma da parte del comunicato Ansa (editato un’oretta dopo) avevo una idea dell’epicentro. In tale situazione la semplice connessione instaurata tra me ed i miei conoscenti sparsi per il nord Italia per mezzo della popolarissima social utility, spesso additata (anche a ragione…) come istigatrice al cazzeggio piu’ becero durante l’orario lavorativo, mi ha permesso di ottenere un dato prima che questo fosse ufficializzato; per la carita’, il relativo articolo apparso sull’Ansa era molto piu’ dettagliato e prodigo di dettagli (il fatto che non ci sono stati danni, ad esempio), ma fatte le debite proporzioni tra i miei quattro o cinque amici coinvolti che hanno avuto cura di aggiornare il proprio status e la schiera di giornalisti professionisti al soldo dell’agenzia di stampa nazionale credo che l’evento possa essere sufficientemente significativo in merito alla potenzialita’ dello scambio diretto ed in tempo reale tra individui permesso dalla moderna tecnologia web.

Come cantava De Gregori, “la storia siamo noi”. E anche, di conseguenza, il presente. Il fatto di poter essere permanentemente in contatto con amici, conoscenti o sconosciuti sparpagliati sulla superficie terracquea ci garantisce di ottenere, validare, perfezionare l’informazione, pesarne la validita’ e l’attendibilita’, recepire fatti insignificanti o prioritari, combinarli e trarne conclusioni.

E non si pensi che se ne possa fare tranquillamente a meno: che lo vogliamo o meno l’informazione (ed il modo in cui viene presentata) modifica l’ambiente in cui ci muoviamo, basti pensare alle recenti e piu’ volte discusse leggi sull’introduzione delle ronde di cittadini introdotte per far fronte non gia’ all’ondata di violenza che sembra aver invaso le citta’ italiane (nel 2008 si e’ verificato il 10% in meno di stupri) ma appunto perche’ qualcuno ha sentito il bisogno di fornire notizie allarmanti su un fenomeno che anzi era sotto controllo, fomentando l’opinione pubblica e costringendo il Governo ad attuare misure fondamentalmente inutili.

Produciamo ed assorbiamo informazione, talvolta corretta e talvolta erronea (ma questo, come sopra descritto, capita anche con i media canonici e dunque non credo che il problema sia di molto significativo se la sorgente non e’ iscritta all’albo dei giornalisti), essa influenza il nostro pensiero ed il nostro spazio, possiamo vivere il nostro mondo in presa diretta e senza interruzioni pubblicitarie.

L’informazione e’ libera. L’informazione siamo noi.

Quelli che… il 2.0

14 gennaio 2009

L’altro giorno, navigando tra i links segnalati da alcuni amici su Facebook, ho scoperto che il Comune di Torino si e’ recentemente lanciato in una serie di iniziative definite “duepuntozero”: nientemeno che un canale Twitter in cui passano notifiche varie per il cittadino ed un notiziario su YouTube.

Riavutomi dallo shock seguito dopo aver visto che un ente statale ha consapevolezza degli strumenti telematici di ultima generazione ho fatto un giretto per le varie pagine dei servizi offerti dal Comune, tra cui spiccano fior di mashup costruiti su Google Maps e blogs, ed ho tristemente constatato quello che fin troppo facilmente era prevedibile: di tutte le informazioni, i dati, gli avvisi ed i contenuti pubblicati facendo uso delle tecnologie piu’ cool del momento, nessuno di questi viene esposto in un formato anche solo vagamente utilizzabile programmaticamente.

A che servono le puntuali notifiche sulla viabilita’, le segnalazioni degli eventi culturali, i tanti e potenzialmente utilissimi frammenti di informazione pubblicati se sono fruibili solo per mezzo di filmati o frasi il cui contenuto non e’ discriminabile all’interno di un qualsivoglia applicativo web o desktop? Se l’unico modo di conoscere un dato e’ andarselo a cercare passando per mille links e pagine tutte diverse l’una dall’altra, il dato non serve a niente! Non sarebbe molto molto meglio esporre un benedetto webservice che produca un XML o un RDF recante quelle stesse informazioni minuziosamente raccolte organizzandole con un qualsivoglia protocollo noto e parsabile, e lasciare che altri possano fruire di tale inestimabile sorgente al fine di aprire le porte di chissa’ quale nuova frontiera di servizi accessori che possano portare il dato laddove davvero possa essere istantaneamente utilizzato senza far impazzire l’utente?

Ho avuto modo di scambiare un paio di mail con la redazione web del Comune di Torino, ma quel che ho percepito e’ stata una discreta ignoranza sul significato che hanno gli strumenti da essi usati: l’importante per loro e’ poter sbandierare l’utilizzo di tali modernissimi orpelli duepuntozero, tanto trendy e chic, senza badare minimamente alla effettiva utilita’ che possano avere per il cittadino. Sorvolando sulla quantita’ di denaro speso per mantenere tali iniziative: posso facilmente immaginare che due edizioni al giorno di un notiziario su YouTube abbiano il loro costo anche solo in termini di personale addetto… Diamine, cosi’ si che riconosco l’ente pubblico!

La piu’ grande maledizione della tecnologia e’ di essere alla moda: tutti ne parlano, tutti ne fanno un uso abbozzato (quel tanto che basta per potersi dichiarare “al passo coi tempi”), ma ben pochi riescono a sfruttarla con senso pratico. E’ stato cosi’ anche per l’Internet stessa a meta’ degli anni ’90, quando le connessioni dialup a 56k spuntavano come funghi e ci si vantava con gli amici di poter arrivare a casa e connettersi (per fare che, non si sa: l’importante era appunto essere “in Internet”); non resta che attendere che l’eco generatosi intorno al duepuntozero si spenga e che il popolo bue sposti la propria attenzione altrove, eliminando il rumore di fondo e lasciando a chi sa cosa sta facendo spazio per operare realmente sui suddetti strumenti rendendoli, di fatto, invisibili ed accessibili a tutti.

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