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La Sequenza Corretta

26 novembre 2011

Il 5 agosto scrissi un post non particolarmente lusinghiero nei confronti di alcuni servizi web di pseudo-e-government che invitavano alla trasparenza senza essere a loro volta trasparenti, chiusi tanto nel codice quanto nei dati raccolti. Tra questi, anche DecoroUrbano.

Il 29 settembre ricevetti il primo contatto da parte di una persona addetta presso MaioraLabs, societa’ che produce e hosta lo stesso DecoroUrbano: molto cordialmente mi fece intendere di aver letto il mio articolo e mi annunciava in anteprima che non solo la piattaforma stava per essere rilasciata in licenza opensource, ma che l’intero progetto sarebbe stato incluso in una misteriosa (all’epoca dei fatti) fondazione “per creare una suite di applicazioni per i comuni“. Il 3 ottobre venne pubblicato l’annuncio ufficiale sul sito e sulla relativa pagina Facebook. Il 18 ottobre la fondazione Wikitalia e’ stata svelata ai media.

Piu’ di un mese dopo, del codice e dei dati non c’e’ traccia. Il sito Wikitalia continua ad essere povero di contenuti, il link “Open DU” nel footer delle pagine di DecoroUrbano continua a linkare alla dichiarazione di intenti originale.

A questo punto potrei scrivere “Ve lo avevo detto” e concludere il post. Ma ci sono numerosi altri dettagli. E, dopotutto, non e’ nel mio stile scrivere pezzi cosi’ brevi.

Presso il pubblico la popolarita’ del progetto cresce e la summenzionata pagina Facebook pullula di segnalazioni di persone che hanno invitato i rispettivi comuni ad aderire (da notare che la maggior parte di questi commenti arrivano da accounts che riconducono al Movimento a 5 Stelle, che gia’ ha dato prova di avere scarsa cognizione degli strumenti partecipativi digitali nonostante le sue radici telematiche). Come volevasi dimostrare l’opportunita’ di lamentarsi delle buche nella strada viene prima dell’idea di gestire tali lamentele in maniera sistematica e strutturale – accedendo ai dati grezzi ed integrandoli con altri strumenti – magari con la velleita’ di porvi rimedio.

Dall’altra parte, cogliendo nell’aria l’imminenza della fondazione Wikitalia iniziai con anticipo a tastare il terreno in giro, e per vie private ero gia’ ero stato allertato della scarsa consistenza dell’intera baracca non da una ma da ben due distinte persone informate dei fatti, esponenti dell’intelligentsia tecnofila nostrana. Una si e’ limitata a biasimare l’ennesima iniziativa rivolta a far proprio il vessillo – altamente abusato – del movimento opendata; l’altra ha commentato in modo piu’ deciso con “Bellissima iniziativa, ma non c’e’ assolutamente niente” ed un piu’ sibillino “C’e’ Riccardo Luna dietro… E’ tutto un programma…”. Parole non incoraggianti, ma che fanno capire come anche presso gli Illuministi dell’era post-moderna si inizi a percepire quel che e’ noto da sempre presso gli smanettoni: i proclami non servono a nulla se non sono seguiti – o meglio ancora anticipati – da un riscontro concreto.

Nel mezzo, la politica. Perche’ quando si parla di e-Government, inevitabilmente prima o dopo si arriva alla politica. E’ noto, in quanto pubblicato sui giornali, il dato che diverse citta’ hanno “aderito” al progetto, sebbene non sia esplicitato da nessuna parte in cosa consista tale “adesione”. Tra i comuni partecipanti, anche Torino. Il di cui Assessore ai Servizi Informativi, Stefano Gallo, ha ricevuto visita di un paio di portavoce circa a meta’ settembre. Forse per spiegargli l’idea e ricevere la sua “benedizione”, o forse per ufficializzare l’adozione della piattaforma da parte della citta’, o forse per avere un nullaosta con cui presentarsi presso i locali enti di manutenzione urbana (Amiat, Iren, Smat e compagnia) e pianificare l’integrazione dei rispettivi help desk con le segnalazioni raccimolate su DecoroUrbano. Non e’ dato saperlo.

Dal basso della mia posizione di “smanettone di periferia” credo che l’approccio a questo genere di questioni dovrebbe essere un altro. Non perche’ io ho ragione e gli altri hanno torto, ma perche’ se si fanno propri certi principi sulla trasparenza e sull’operativita’ si dovrebbe essere anche in grado di sapervi aderire in prima persona, coi fatti tangibili prima che con le parole. Prima si mette insieme una beta dello strumento, poi ne si pubblica il codice in un repository, dopodiche’ si fanno gli annunci ed infine ci si rivolge agli stakeholders istituzionali. Mi pare una modalita’ sufficientemente logica, entro cui e’ possibile gestire eventuali ritardi e complicazioni (che legittimamente possono sempre avvenire) senza venir meno alle promesse e senza doversi inventare scuse all’ultimo momento, e che garantisce un minimo di credibilita’ a chi sta agendo – come dice di fare – sul campo ed in nome del bene comune. Ogni altro percorso, soprattutto quelli che all’interno di un progetto forzatamente etichettato come “open” prevedono l’atto della pubblicazione del codice come ultimo step a bassa priorita’, non rientrano nella mia personale definizione di “funzionale”.

Ma c’e’ una sequenza corretta per ogni esigenza. Una per fare le cose, un’altra per raccontarle.

Non e’ Cosi’

18 maggio 2011

Lo scorso mercoledi sera ho avuto modo di partecipare ad un evento incluso nella campagna elettorale di Fosca Nomis, candidata per il Partito Democratico alle elezioni per il Comune di Torino, interamente incentrato sul tema dell’innovazione e del suo rapporto con il mercato del lavoro ed alla qualita’ della vita, articolato in una serie di interventi da parte di vari personaggi piu’ o meno (soprattutto “meno”) rappresentantivi del settore ICT pedemontano.

Non commento dettagliatamente sui contenuti della serata, in quanto si puo’ facilmente indovinare quale sia stato il tetto massimo di concretezza e pragmatismo di un appuntamento elettorale cui hanno partecipato politici, amministratori delegati e presidenti (ovvero: chi in assoluto e’ piu’ lontano dalla sperimentazione e dalla ricerca applicata), ma mi soffermo – e a lungo, anche – sulle parole di uno degli ospiti che si sono avvicendati al microfono: Rinaldo Ocleppo, Presidente del gruppo ICT dell’Unione Industriale di Torino.

Contestualizziamo. Come detto gli spunti degni di nota sono stati pochi, anzi nulli, e pare quasi che gli oratori avessero fatto una scommessa sotto banco su chi riusciva a pronunciare per il maggior numero di volte la parola “innovazione” nella stessa frase (ma fin qui nulla di nuovo: succede in qualsiasi  evento istituzionale presso cui si ha la pretesa di parlare di tecnologia). Come prevedibile l’unico che ha almeno tentato di proporre qualche questione fondata e’ stato Fabio Malagnino, che si e’ presentato alla platea con i 6 punti elencati nell’appello “Torino Digitale” da lui stesso promosso e almeno minimamente assecondato dai media online. Tra questi 6 punti si trova anche, ovviamente, l’invito all’adozione del software libero da parte dell’amministrazione pubblica.

Ma quando e’ stato il turno del dott. Ocleppo, esso si e’ sentito in dovere di dire la sua in merito.

Qui si trova la registrazione integrale dell’evento (il suddetto intervento inizia a 1:31:30 circa. La qualita’ audio e’ scarsa, consiglio di usare un paio di cuffie per meglio apprezzarlo), e per comodita’ trascrivo qui la prima parte, quella di maggiore interesse:

Grazie, buonasera a tutti.

Io ovviamente, rappresentando le aziende, cerchero’ di portare qualche punto di vista… proprio… aziendale direi sul mercato e sul nostro settore che e’ quello dell’ICT. Cerchero’ cosi’ di dare qualche spunto forse un po’ diverso dalle cose che si leggono normalmente e che si sentono normalmente in generale sul nostro settore e anche sulle aziende, non solo quelle ICT.

Innanzitutto prima si e’ parlato di software libero, o di opensource. Io vorrei chiarirlo bene questo concetto, perche’ visto che l’amministrazione pubblica in qualche modo ha la possibilita’ di orientare molto degli investimenti bisogna capire bene cos’e’, perche’ io quando sento parlare di software libero mi sembra quasi ci sia stata la guerra di liberazione del software, che adesso c’e’ il software libero per tutti, che sia stato chissa’ quale conquista sociale.

In realta’ il software… l’opensource e’ semplicemente un modo di fare ricavi, inventato dalle aziende che hanno deciso di andare sul mercato proponendo il software in un certo modo per poi fare ricavi con dei servizi. Non e’ nient’altro.

Quindi ci sono delle aziende che vendono il software e ci sono aziende che lo, tra virgolette, regalano per vendere i servizi che sono collaterali a questo.

Quindi non vorrei che l’opensource diventasse in qualche modo un dogma da perseguire ad ogni costo immaginandosi che poi alla fine ci sia chissa’ quale vantaggio per l’amministrazione, per le aziende, per le persone. Non e’ cosi’. E’ semplicemente un modo di generare ricavi.

Il secondo aspetto, penso che sia banale e ovvio, per fare le cose servono soldi e quindi penso che, purtroppo, occorra mettere grande attenzione nel cercare di ridurre la spesa, per creare fondi che in qualche modo consentano di fare investimenti che servono allo sviluppo.

Quasi non so da che parte iniziare…

Innanzitutto, una constatazione piuttosto ovvia: la posizione del dott. Ocleppo e’ in contraddizione con la posizione normativa nazionale, regionale e comunale (soprattutto di Torino, ma anche di altre realta’). A tutti i livelli amministrativi sono state emesse mozioni e leggi che raccomandano l’esatto contrario di quanto da lui suggerito, ovvero di rivolgersi laddove possibile prevalentemente a soluzioni software di cui sia accessibile il codice sorgente, e gia’ tanto basterebbe a prendere le dichiarazioni espresse con le molle e a soppesarle con cura.

L’unico fattore considerato e’ il punto di vista della singola azienda, per cui si assume che l’unica differenza nel business model sta nell’entita’ che viene fatta pagare per generare profitto (il prodotto piuttosto che i servizi legati al prodotto). Quasi accettabile come illustrazione iper-semplificata del modello, ma non sufficiente a reggere il peso delle conclusioni che ne vengono tratte. Se proviamo a cambiare il punto di vista e ci immedesimiamo non nel produttore ma nel fruitore (ovvero, nel caso specifico, l’ente pubblico), la scelta dell’adozione dell’open cambia tutto in modo radicale.

Partiamo dalla prospettiva amministrativa. Tante aziende che offrono ciascuna una propria soluzione, ognuna con i suoi relativi pregi e difetti, sono piu’ complesse da valutare rispetto a tante aziende che offrono competenza su una soluzione condivisa. Nel momento in cui il punto di riferimento diventa un prodotto open, pubblico, accessibile a tutti i competitor esistenti sul mercato, i contratti di assistenza tecnica e di sviluppo possono essere assegnati in funzione a criteri precisi, sapendo a priori qual’e’ il punto di partenza e quale deve essere il punto di arrivo. Il mercato diventa piu’ omogeneo, stabile, gestibile, e la competizione avviene sul rapporto qualita’/prezzo anziche’ su parametri incerti e non necessariamente completi quali potrebbero essere quelli elencati in un capitolato.

Contemporaneamente, il mercato diventa piu’ dinamico e fertile. Prospettiva strutturale. All’atto pratico, trascendendo la pura analisi economica della questione, nel momento in cui viene adottata una soluzione software closed source essa deve necessariamente essere mantenuta per un periodo di tempo indefinito in quanto la migrazione dei dati memorizzati e gestiti ad un altro prodotto ha un costo spesso elevato e deve essere decisa da qualcuno (il quale solitamente preferisce non decidere affatto…), e non mi si venga a dire il contrario in quanto proprio non mi risulta che la piattaforma gestionale per l’anagrafe, o delle ASL, o il catasto venga sostituita priodicamente in funzione dell’offerta di mercato una volta all’anno (ma neanche ogni due o ogni cinque). Questo vuol dire che l’acquirente resta vincolato al primo che ha vinto l’appalto finche’ non si arriva a condizioni talmente critiche da giustificare tale costo e tale operazione massiva. E nessun’altro puo’ metter mano alla piattaforma, essendo di esclusiva proprieta’ del produttore. Da cio’ se ne desume che il produttore assume una posizione di monopolio, con tutte le dovute implicazioni: decide autonomamente il prezzo di ogni modifica e aggiunta, ha potere di contrattazione assoluto su quel che e’ o non e’ da aggiungere o togliere, tende a ridurre lo sviluppo fino alla piu’ essenziale manutenzione, e piu’ in generale non sentendo la pressione di un mercato competitivo si siede sugli allori. Il che’, non serve un esperto per capirlo, non e’ un bene per il fruitore del prodotto. Al contrario un sistema fondato su software libero garantisce la separazione tra prodotto e fornitore di assistenza/servizi, e permangono tutte le condizioni per un confronto paritario. Incredibilmente si potrebbe pubblicare un bando ogni anno per l’assegnazione della manutenzione dell’anagrafe o del catasto o di qualsiasi altro ingranaggio della macchina amministrativa, con una lista di modifiche e migliorie decisa in modo autoritario dal Comune (in funzione delle sue proprie esigenze o delle richieste dei cittadini), ed ogni anno il manutentore potrebbe cambiare sempre in relazione al gia’ citato rapporto qualita’/prezzo. Con una piu’ equa e giusta distribuzione dei fondi allocati per sostenere i vari reparti, assegnati non sempre e necessariamente allo stesso ente ma a quello che si dimostra, oggettivamente, migliore e superiore.

Da queste considerazioni si origina la prospettiva strategica. Maggiori possibilita’ di ingresso nel mercato determinano una maggiore vitalita’ da parte del mondo dell’impresa visto nel suo insieme, cui vengono garantite migliori opportunita’ di mettersi in gara e di proporre soluzioni innovative. Per non parlare del fatto che gli sviluppi implementati per conto di un Comune possono essere riutilizzati da altri e rivenduti a costi decisamente minori, e piu’ rapidamente gli avanzamenti tecnologici possono essere propagati ai Comuni piu’ piccoli (che altrimenti non avrebbero le risorse economiche per farsi sviluppare da zero le stesse funzioni e ne starebbero senza), nutrendo l’offerta della piccola impresa ed incentivando ulteriormente la crescita.

Queste osservazioni sono solo le piu’ comuni e popolari che possono essere mosse sull’impatto di un mercato opensource applicato alla pubblica amministrazione, e stupisce che il responsabile del reparto ICT di una istituzione rilevante come l’Unione Industriale le ignori. O che magari le taccia volutamente, ben conscio del fatto che un ecosistema realmente e fortemente concorrenziale finirebbe col distruggere lo status-quo dei grandi operatori da lui rappresentati, che gia’ hanno acquisito appalti milionari da cui non e’ possibile svincolarsi (a causa del gia’ citato problema della migrazione) e vi rimangono attaccati come cozze allo scoglio.

Le dichiarazioni del dott. Ocleppo sono quanto di piu’ anti-innovativo, anti-competitivo ed anti-liberale ci si possa immaginare. Un mercato sano e prospero e’ l’esatto contrario di quanto da egli promulgato e difeso. Ma altro non ci si puo’ francamente aspettare da una lobby che trova nella dipendenza dal software proprietario la leva con cui estorcere quattrini a tempo indeterminato ad un apparato statale incapace di valutare e fare gli interessi propri e dei cittadini.

Codice & Codice

8 dicembre 2010

Nei giorni 29 e 30 novembre si e’ svolta a Torino l’edizione 2010 dell’European Opensource & Freesoftware Law Event, per gli amici “EOLE”. Tema dell’anno, scelto in funzione della location e della “recente” legge regionale piemontese 9/2009: il software libero nella pubblica amministrazione.

Chiaramente non potevo mancare. Sebbene debba confessare che solo una parte del mio interesse era dedicata ai contenuti in scaletta: buona parte della mia motivazione e’ stata indotta dall’opportunita’ di scambiare quattro chiacchere con personaggi interessanti ai fini della analisi dell’effettivo grado di penetrazione della suddetta legge, che come gia’ abbiamo visto pare languire, e per raccogliere qualche spunto e qualche dritta. Come politico me la cavo maluccio, ma qualcosa e’ comunque saltata fuori.

Sugli interventi ufficiali non mi soffermo a lungo, mi basta dire che notevole e’ la quantita’ di progetti gia’ esistenti in vari Paesi sia europei che non completamente immolati all’introduzione di software libero nella pubblica amministrazione. Non so quali risultati oggettivi abbiano realmente ottenuto (tecnicamente anche in Italia ne esistono, tutti con scarse produzioni), chiaramente quando uno dei responsabili presenta la sua creatura su un palco non puo’ fare a meno di lodarla in lungo ed in largo indipendentemente da quali traguardi sono stati raggiunti, ma c0munque e’ interessante che ci siano. Degni di nota: la piattaforma OSOR.eu, che sostanzialmente e’ “il SourceForge per il settore pubblico in Europa” e potrebbe contenere qualcosa di potenzialmente interessante (se solo fosse un poco meglio indicizzato…), e la EUPL, stravagante licenza aspramente criticata nel secondo giorno di lavori in quanto a detta degli avvocati presenti non tutela le volonta’ dello sviluppatore originale permettendo eccessiva flessibilita’ nel ri-licenziare il codice.

Presenti, oltre all’avvocato Ciurcina (ex presidente di AsSoLi, e sostanziale organizzatore dell’evento) e al professor Meo (professore al Politecnico di Torino, che ha avuto un ruolo decisivo nella stesura della normativa nazionale sul software libero sinora bellamente ignorata da qualsiasi ente), anche Renzo Davoli (attuale presidente di AsSoLi), Italo Vignoli (presidente di PLIO), Carlo Piana (noto all’interno della community per i suoi alti e bassi nella lotta legale contro i brevetti software) e qualche altro volto conosciuto. Il Davoli e’ stato critico nei confronti dell’esposizione dei portavoce nostrani ed in particolare di Ida Vana, assessore della Provincia di Torino che gia’ abbiamo avuto modo di commentare qui, la quale sembrava afflitta dall’obbligo della migrazione al software libero piu’ che contenta per le nuove prospettive offerte dall’operazione; Meo ha mosso qualche commento ironico sul nuovo direttore del CSI-Piemonte (di cui parliamo dopo), il quale pare che sin dal primo giorno del suo mandato non si sia dimostrato incline al freesoftware; a Ciurcina avrei voluto chiedere qualcosa in piu’ sull’Associazione Imprese Software Libero, annunciata quasi in sordina ad ottobre e di cui ad oggi ancora nulla si sa, ma non mi sembrava il caso di disturbarlo dalle sue veci di “padrone di casa” nei confronti degli ospiti internazionali intervenuti all’evento.

Una parola di riguardo la merito, appunto, il CSI-Piemonte. Presente all’evento era Stefano De Capitani, recentemente nominato alla guida del consorzio tecnologico pedemontano e dunque, almeno in teoria, personaggio chiave per una rapida attuazione della legge regionale sul software libero. Ha espresso diversi dubbi, del resto in buona parte condivisibili, sui grattacapi derivanti da una migrazione invasiva nei confronti del mercato e degli utilizzatori, abituati da sempre a ben precise piattaforme operative e a ben precisi strumenti produttivi, ma alla mia esplicita domanda se fosse possibile rilasciare il codice del software gia’ sinora prodotto ed ampiamente utilizzato mi ha risposto che sarebbe stato possibile ma non sarebbe stato fatto in quanto “tali prodotti non sono stati realizzati nella prospettiva di renderli pubblici” (che in termini diplomatici vuol dire “li abbiamo scritti alla meno peggio e se qualcuno ne vedesse i sorgenti faremmo una figuraccia”). Sempre del CSI-Piemonte e’ intervenuto pure tal Pier Paolo Gruero, che ha presentato un utilissimo framework per la convergenza di diversi canali di comunicazione (mail, instant messaging, VoIP…) prima lasciando intendere che fosse produzione interna all’azienda, poi precisando che si tratta di un prodotto open realizzato da altri di nome “OpenUC”, ma col senno di poi constato che l’unico “OpenUC” di cui riesco a trovare traccia con caratteristiche simili a quanto elencato in sede di talk non e’cosi’ tanto open (si appoggia su componenti liberi, ma libero non e’). Vabbe’, ci ha provato…

Parentesi anche per il Laboratorio ICT della Regione Piemonte, che in questo momento, pur con tutti i limiti del caso (si tratta pur sempre di una succursale di un ente statale, dunque coi suoi tempi e le sue modalita’ ed i suoi vezzi), sembrerebbe essere il migliore alleato per l’avanzamento dei lavori per la legge sul software libero. Stando a quanto recepito, e nonostante sinora abbia ricevuto solo risposte negative dalle associazioni di docenti che avrebbero dovuto essere coinvolte, presso tale struttura qualcuno sta davvero lavorando sul catalogo di freesoftware per la scuola previsto dalle norme attuative della 9/2009 (documento datato 30 novembre 2009); perdendomi a discutere con altri mi e’ sfuggito colui che mi e’ stato indicato come responsabile della cosa, il quale al momento non ha ancora risposto alle domande che gli ho sottoposto via mail, ma tanto quanto adesso ho una persona cui rompere le scatole per sapere come, quando e perche’.

In conclusione, una chicca assolutamente non confermata proveniente da fonte anonima: la Regione intende giustificare il forte ritardo nell’erogazione dei finanziamenti previsti dalla sua stessa legge (500.000 euro all’anno, che non si sono visti ne’ nel 2009 ne’ nel 2010) con un “disguido”. Ora: d’accordo che la burocrazia e’ lenta ed articolata, pero’ almeno una scusa migliore potevano far lo sforzo di inventarla.

Come probabilmente speravano gli organizzatori, l’EOLE 2010 a Torino e’ stata una buona occasione per approfondire un poco sulla situazione locale. Forse i miei metodi non sono stati particolarmente convenzionali, essendo piombato piu’ di una volta dinnanzi a perfetti sconosciuti per fare domande non propriamente “rilassate”, ma almeno non son stato sbattuto fuori ed e’ gia’ un successo.

Dopo due giorni di codici legali, torno al codice sorgente.

LinuxDay: un Case Study

8 ottobre 2009

Come un po’ tutta la blogosfera linuxara italica riporta, a breve si svolgera’ l’edizione 2009 del Linux Day. L’unica e la sola manifestazione linuxofila che nel corso dell’anno ha un minimo di risonanza mediatica, ed in cui si concentrano la stragrande maggioranza degli sforzi dell’intera community.

Questo post non viene scritto con il solo intento di invitare alla partecipazione, sia in veste di collaboratori attivi che di pubblico visitatore, ma per esprimere qualche considerazione e magari pretenziosamente avanzare qualche suggerimento ai numerosi enti organizzatori sparpagliati in tutto il territorio nazionale. Forse oggi, a 16 giorni dall’evento (che, per chi non lo sapesse, e’ previsto per il 24 ottobre), e’ tardi per applicare una buona parte dei consigli e delle dritte qui sotto elencate, ma chissa’ che non siano di giovamento per qualcuno sia per questa che per la prossima edizione.

Nelle ultime settimane il Linux Day l’ho visto da fuori. Per scelta non ho partecipato direttamente alla messa in opera di nessuna manifestazione specifica, ma ho parzialmente seguito il cantiere torinese (di cui parlero’ diffusamente dopo) ed essendomi preso l’incarico di supervisionare i siti web dei diversi LUG partecipanti ho avuto modo di acquisire una visione di insieme superficiale ma abbastanza completa e di scambiare quattro chiacchere con personaggi di ogni regione.

Certamente siamo ancora ben lungi dallo sfruttare pure solo una frazione del potenziale a disposizione. In tutta Italia si organizzano un centinaio di appuntamenti, dalle grandi citta’ ai paeselli di provincia, eppure il numero di persone realmente attive e’ limitatissimo, e quel poco che viene prodotto (materiali grafici e per le relazioni, nozioni su come risolvere determinati task che da ciascuno vengono ripetuti…) non e’ minimamente condiviso o partizionato. Nel corso della mia “ronda” online sono incappato in piu’ di un gruppo il cui sito era fermo al Linux Day 2008, sebbene in diversi casi essi avessero gia’ provveduto ad una buona parte dell’organizzazione di quest’anno: per non avere il tempo di editare una pagina in un wiki, da cui tra l’altro probabilmente dipende una parte maggioritaria della partecipazione di pubblico all’evento, vuol dire che le risorse umane a disposizione sono davvero molto, troppo modeste.

Come dicevo sopra, quest’anno ho avuto modo di tenere sotto osservazione la manifestazione organizzata a Torino: un po’ perche’ e’ la citta’ in cui vivo, un po’ perche’ ho direttamente preso parte alle manovre nei precedenti due anni e volente o nolente capita talvolta che mi venga chiesta qualche indicazione sui compiti che avevo svolto personalmente e che ora sono passati in mano a qualcun’altro. Forse non sono del tutto imparziale nel dichiarare che, almeno nel 2008 – ma non dubito che il risultato sara’ bissato nel 2009 -, quello della capitale sabauda e’ stato il migliore evento della nazione, ma a sostegno di tale affermazione ci sono i dati raccolti da ILS (qui si trovano in versione anonima ma alla ConfSL di Bologna sono state mostrate delle slides con le situazioni citta’ per citta’, se qualcuno sa dove recuperarle lasci un commento) da cui emerge l’immenso distacco in termini quantitativi di volontari coinvolti e pubblico di passaggio.

Come e’ stato raggiunto questo traguardo? Molto semplice: eliminando i LUG.

La situazione comunitaria di Torino e’ da anni abbastanza instabile e critica, con un LUG ufficiale ed uno ufficioso (ad oggi dato per disperso) in perenne contrasto tra loro ed un numero di gruppetti piu’ piccoli che operano in completa autonomia (ed indifferenza). I due gruppi maggiori hanno sempre realizzato il proprio Linux Day distintamente ed indipendentemente, e solitamente sempre con molta calma ed assolutamente poca convinzione. Ma nel 2007, a seguito di una esplosione di entusiasmo da parte dei “nuovi” ed un evidente contrasto dei “vecchi” all’interno del LUG ufficioso (all’epoca, il piu’ popolare e dunque il piu’ atto a raccogliere individui giovani e ribelli) e dell’ovvio flame che ne e’ conseguito, ci si e’ risolti nello scindere l’organizzazione della manifestazione in un gruppo separato, volutamente senza nome e senza bandiera, che potesse raccogliere solo ed esclusivamente coloro che davvero avevano interesse e voglia di darsi da fare per realizzare il miglior evento possibile. Nessun logo, nessuna associazione, nessun vessillo: solo una mailing list tenuta aperta nei pochi mesi dell’anno strettamente necessari alla pianificazione, alla preparazione ed al coordinamento interno, atta ad ospitare elementi di ogni eta’ e di ogni esperienza purche’ volenterosi di sporcarsi le mani col lavoro sporco, condotta con criterio democratico e meritocratico.

Con un po’ di buona volonta’ ed un po’ di fortuna e’ venuto tutto il resto.

Innegabile e’ il ruolo giocato dal blog aperto pochi giorni dopo la mailing list, con cui sono state comunicate verso l’esterno in modo chiaro tutte le decisioni prese man mano dal gruppo vero e proprio permettendo di tenere costante il flusso di informazione verso il potenziale pubblico, creare un certo hype per l’evento ed interessare una buona quantita’ di altri aspiranti volontari a prendere parte all’opera. Il blog ha richiesto un impegno abbastanza limitato in termini di tempo (sebbene gli updates venissero pubblicati a distanza di pochi giorni, apposta per trasmettere l’idea di vitalita’ e, diciamocelo, forzare Google ad assegnare un rank decente), ma i benefici sono stati impagabili ed ampiamente ricompensati.

I volontari occasionali, reperiti sia tramite il canale sopra citato che per amicizie e conoscenze, hanno rappresentato e tuttora rappresentano una risorsa fondamentale per il Linux Day Torino. Solitamente i LUG veri e propri, con la loro struttura burocratica e le loro complicazioni, tendono ad allontanare l’immensa quantita’ di ragazzi simpatizzanti per il software libero che ogni tanto – ed in particolare in occasione dell’evento di ottobre – sarebbero ben lieti di venire ad installare Linux sul PC di qualche visitatore. Forse e’ il timore reverenziale nei confronti delle associazioni dotate di membri tesserati, presidenti e segretari, o forse e’ la scarsa volonta’ di farsi incastrare nella messa in opera di corsi o LIP o altre attivita’ “minori” e di scarso interesse mediatico che durante l’anno queste entita’ mettono in calendario, o forse e’ il rifiuto di loghi e bandiere e riconoscimenti che accompagnano un po’ tutti i gruppi ufficiali e snaturano l’impegno del singolo: sta di fatto che a decine si contano gli individui che da un giorno all’altro son spontaneamente piombati sulla mailing list chiedendo cosa potevano fare per essere di aiuto.

Per quanto riguarda la location bisogna dire che siamo stati abbastanza fortunati: per tramite dell’associazione Prometeo (disclosure: di cui sono membro) abbiamo ottenuto un immenso spazio comunale, in pratica una vecchia cascina rimessa a nuovo con numerose stanzette (per i talks) ed un salone centrale (per il LIP). Il tutto gratuitamente. Certamente opportunita’ di questo genere non si presentano tutti i giorni, ma sono abbastanza certo che le varie municipalita’ sparse sul territorio nazionale dispongano di altrettanti locali poco sfruttati e che, con un po’ di moine ed una strizzatina d’occhi, potrebbero lasciarli a disposizione di un pugno di ragazzotti che giocano coi computer una volta all’anno. E qualora lo Stato dimostrasse resistenza a tali concessioni, ci si puo’ sempre rivolgere ai privati: nel corso delle peregrinazioni a spasso per Torino a caccia di spazi adatti all’Open Gamers Tour della Torino Linux Task Force mi sono personalmente imbattuto in una gran quantita’ di gigantiche birrerie condotte da spigliati giovani ben contenti di ospitare loro coetanei intenti a spararsi missilate virtuali, e sono sufficientemente convinto che tra tutti coloro con cui ho parlato almeno un paio avrebbero acconsentito ad una apertura straordinaria del sabato pomeriggio per accogliere i turisti del freesoftware e, perche’ no, farsi un poco di pubblicita’. Le occasioni non mancano, mai, in quanto se mancano si creano.

Ci sono gli addetti ai lavori e c’e’ lo spazio. Manca il pubblico, che forse e’ la componente piu’ importante. In linea di massima il Linux Day si e’ ritagliato uno spazio sulla stampa e molti sono consci dell’esistenza di questa manifestazione, ed il sito centralizzato condotto da Italian Linux Society aiuta molti a trovare la realizzazione piu’ vicina a casa propria. Ma questo non basta, ed occorre arrangiarsi per conto proprio.

Anche sul versante della promozione qui sotto la Mole abbiamo avuto un discreto colpo di fortuna, coinvolgendo quasi per coincidenza una grafica professionista che ha disegnato volantini e sito. Il bell’aspetto del materiale pubblicitario ha certamente contribuito a svecchiare l’idea di Linux presso la massa e ad attirare qualche occhio, e dunque qualche curioso, e va dunque preso in considerazione quando si traccia il proprio piano di “marketing”. Pure in questo caso: non tutti hanno un professionista a portata di mano cui far disegnare un volantino, bene e sinanco gratis, eppure persone capaci di far qualcosa di meglio che non un foglio bianco con qualche scritta ce ne sono e solitamente non si rammaricano troppo di dare una mano se opportunamente approcciate. Qui si ritorna a quanto detto sopra in merito alle risorse umane raccattate all’ultimo momento: la risposta ai quesiti operativi raramente, o anzi quasi mai, si trova all’interno del LUG o del solito gruppetto di tecnici, ma fuori abbonda di personaggi ben intenzionati da cui trarre qualcosa di buono. Da qualche tempo accarezzo l’idea di coinvolgere massivamente qualche studente dello IED Torino, provando a pescare li’ simpatizzanti di Linux che possano convettere la loro abilita’ con l’arte visiva in qualcosa di utile alla community, da poi condividere eventualmente con altri gruppi in giro per l’Italia e massimizzare il profitto in uno dei settori – quello appunto della promozione – in assoluto piu’ critici e complessi da sistemare.

Una volta fatta disegnare la locandina ad una persona competente, di certo non la si puo’ stampare in bianco e nero con la stampante laser di casa o dell’ufficio. Urge ricorrere alla tipografia. Che di certo non si puo’ pagare con la gloria o con un sincero grazie. C’e’ bisogno di palanche. Uno sponsor e’ assai difficile da trovare, soprattutto se non si dimostra di provvedere ad un evento importante in termini di visibilita’ che possa compensare la spesa pecuniaria con un ritorno di immagine, ma la visibilita’ si ottiene con la pubblicita’ e dunque il circolo vizioso si chiude in modo negativo. Ma qui a Torino e’ stata adottata una pratica quantomeno curiosa: lo sponsor c’e’ bene o male sempre stato (Redomino) anche se i quattrini non mancano ed anzi vengono “scialaquati” in donazioni. Come fanno a non mancare i quattrini? Semplicissimo: si vendono magliette. Lo scorso anno sono state acquistate 100 t-shirt a 6 euri l’una e son state rivendute a 10 euri. La differenza tra lordo e netto sono 400 euri. Cifra ben al di sopra di quanto richiesto per la stampa di 10000 volantini e qualche locandina formato A3 (fatti fare per meno di 300 euri, ma sicuramente si potrebbe risparmiare molto cercando meglio il fornitore). Come detto lo sponsor si e’ preso carico di tale spesa in cambio del loghetto di pubblicita’, e quei soldi son stati ripartiti su quattro progetti open con buona pace di tutti.

Come si puo’ vedere, quanto necessario per metter su un buon evento e’ alla portata di chiunque e richiede solo un pizzico di creativita’ ed una dose di impegno di poco superiore rispetto a quanto solitamente dispiegata. Il segreto sta nell’avere la volonta’ di iniziare a muovere il primo passo, saper prendere decisioni per il bene dell’organizzazione e della missione che implicitamente si accetta nel momento in cui si dichiara di voler tenere il Linux Day entro la propria giurisdizione.

Ed un po’ di coordinamento a livello nazionale non guasterebbe. In questi giorni sulla mailing list LUG di ILS si stanno muovendo propositi per una migliore comunicazione ed una piu’ ampia reciproca collaborazione per la manifestazione 2010 (che segna anche il decimo anniversario dell’iniziativa, per la prima svoltasi nell’anno 2000), ma e’ da notare che un simile fermento e’ da sempre sintomatico della galvanizzazione indotta dall’approssimarsi della data tanto attesa e da sempre si spegne in una eco lontana una settimana dopo il completamente dell’impresa (spesso in mezzo ai flames in cui gruppi geograficamente lontani si accusano di questa o quest’altra violazione delle linee guida che tutti sono tenuti a seguire).

Il tempo dei “si, vedremo” e dei “magari il prossimo anno” deve finire. Ed in fretta. I margini di crescita e miglioramente sono spropositati.

Abbiamo la tecnologia. Abbiamo gli argomenti. Abbiamo i numeri. Avremo la Nazione.

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