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Avanti il Prossimo

20 agosto 2013

Ci mancava solo FSFE Italia. Dopo Italian Linux Society, GFOSS, Associazione Software Libero e FSUG Italia (e sicuramente mi sono pure dimenticato qualcuno…), un’altro ente di ispirazione all’incirca nazionale sul tema del software libero. La notizia della volonta’ di aprire una sezione specificatamente italiana della Free Software Foundation Europe mi e’ solo transitata dinnanzi e non ho trovato riscontri online, ma tanto basta a farmi rizzare i capelli in testa.

Intendiamoci: in altre circostanze avrei probabilmente esaltato alla nuova, “Finalmente il pezzo da 90 scende in campo e viene a darci una mano!”, ma cosi’ non e’. Per due ragione fondamentali.

La prima e’ la gia’ esistente comunita’ nostrana legata alla fondazione, che si concretizza sull’apposita mailing list. Una sola volta ci ho avuto a che fare, e mi e’ bastata: in occasione della stesura della lettera aperta al Garante per la Privacy, in merito ad un documento PDF compilabile solo usando Adobe Acrobat Reader e nessun’altra applicazione (libera o proprietaria che sia). Passo’ l’annuncio dell’iniziativa in lista LUG, in cui si dichiarava che il suddetto documento era fruibile solo con una certa versione del programma che per Linux manco esisteva, all’ennesima mail di lamentazioni volli toccare con mano e constatai empiricamente che tale assunto era falso. Dieci persone coinvolte, impegnate a scambiarsi commenti sull’intollerabilita’ dell’episodio, e nessuno aveva neppure verificato le accuse che stavano per essere inviate all’istituzione incaricata di vigilare su uno dei temi collaterali piu’ prossimi a quello del software libero, la privacy, e dunque con cui sarebbe conveniente mantenere dei rapporti quantomeno cordiali. A seguito della mia mail di notifica il testo della lettera venne modificato e l’impatto dell’azione venne pesantemente ridimensionato, ma indubbiamente qualche perplessita’ sulla credibilita’ del nucleo italiano di FSFE mi e’ rimasta fin da allora.

Il secondo motivo di dubbio e’ legato al conflitto di interessi nei confronti dei costumi tipicamente italiani. In concreto: il Linux Day, che essendo da sempre motivo di polemiche e lamentele all’interno della comunita’ nostrana non puo’ non avere un ruolo anche sulle dispute internazionali. FSF di suo promuove il Software Freedom Day: stesso format del Linux Day (eventi distribuiti organizzati dai gruppi locali tutti nello stesso giorno), ma di respiro internazionale e, soprattutto, a settembre. Ovvero: in un periodo tradizionalmente difficile per l’Italia, che si sta rimettendo in moto dopo la classica chiusura per ferie nazionale del mese di agosto. Dettaglio logistico non da poco, in quanto va ad inficiare su tutta la gia’ difficile organizzazione di tale genere di manifestazioni, ma ciononostante non mancano (ovviamente) coloro che non badano alla realta’ dei fatti e regolarmente propongono di soppiantare l’evento Made in Italy in nome di quello mondiale (che poi forse cosi’ mondiale non e': nel 2012 sono state registrate 301 iniziative, poco piu’ del doppio dei Linux Day svolti nella sola Italia il mese successivo). A parte la diretta collisione degli intenti, va inoltre – nuovamente – rammentata la mai sciolta questione del nome “Linux Day” in luogo di “GNU/Linux Day”: Stallman stesso si e’ piu’ volte espresso in merito alla questione, arrivando a scrivere in una mail dello scorso luglio

[...] This means that ILS would cooperate with those groups that use the term “GNU/Linux Day”, and we would avoid splitting the community.

Arrivare a minacciare (con garbo) di spezzare la comunita’ nazionale proprio sull’unico punto in cui e’ piu’ o meno all’incirca unita per pura vanagloria certo non e’ una buona premessa, ne’ un buon precedente.

La concomitanza di questi due fattori – la presenza di un gruppo di coloni FSFE molto poco credibile che agiscono senza cognizione di causa e viene legittimato dal Gran Visir del Movimento a piantar grane – certo non rende rosee le prospettive per l’insediamento di FSFE Italia. Troppi i possibili punti di attrito con la gia’ traballante struttura nazionale locale, anzi troppi i punti di attrito gia’ esistenti che non possono che inasprirsi con l’ufficializzazione dell’interlocutore.

Al momento non resta che capire nomi e cognomi di chi e’ coinvolto direttamente in tale iniziativa, per sapere se iniziare a pensare male o malissimo. Se va male avremo solo un ennesimo nome – oltre a quelli citati in apertura – in coda agli appelli che periodicamente vengono spediti a enti e istituzioni varie, appelli che tutti tengono sempre a firmare e sottoscrivere per assecondare in modo inutile iniziative gia’ di per loro inutili. Se va malissimo… ci saranno ancora piu’ gatte da pelare, ed ancora piu’ tempo da dedicare alla mediazione interna anziche’ all’azione esterna.

Avanti il prossimo. Piu’ gente entra, piu’ bestie si vedono.

Quel che i Linuxari non Dicono

29 aprile 2011

Qualche tempo fa’, non ricordo piu’ attraverso quale strada, mi sono imbattuto in una chicca pubblicata sul sito del Progetto GNU: la lista di “Parole da evitare (o usare con cura) perche’ male interpretabili o confusionarie”. Per la gioia di tutti gli stallmaniani che non perdono occasione di stracciarsi le vesti in nome della liberta’ del software invece di starsene quieti a scrivere del codice utile, che dispongono cosi’ di un rapido indice da consultare quando sono in dubbio se attaccare o meno il disgraziato di turno che ha avuto l’incuria di scrivere una parola di troppo sul web. Vale la pena commentare punto per punto codesto opinabile vademecum dell’integralista, per identificare le cause “filosofiche” di alcuni stravaganti comportamenti reperibili in giro sull’Internet e per far emergere alcuni concetti che, di contro, sono totalmente ignorati da troppi sedicenti supporters del software libero.

BSD-Style: viene fatto notare che ci sono diversi tipi di licenza BSD, una e’ compatibile con la GPL e l’altra no, dunque il generico termine “BSD-Style” per descrivere tutte le licenze di tale famiglia e’ scorretto. L’unico problema e’ che codesta dicitura si riferisce nella stragrande maggioranza dei casi alla non-viralita’ propria della BSD (la quale, contrariamente alla GPL ed alle licenze GPL-Style, permette di ridistribuire il codice secondo altri vincoli ed anzi pure come software chiuso) e di ogni sua variante, percio’ il consiglio qui espresso e’ totalmente scorrelato dal contesto d’uso reale.

Closed: gia’ dalla voce “closed” si inizia a prendere le distanze dal termine “opensource”, che in assoluto e’ la parola piu’ odiata da gran parte dei cultori del freesoftware (come vedremo sotto). Questo lemma sarebbe da evitare non perche’ scorretto ma perche’ troppo facilmente riconoscibile come contrario di “open”, e sia mai che qualcuno si confonda. Ogni commento e’ superfluo.

Cloud Computing: sul fatto che questa sia una buzzword senza alcun significato specifico concordo, ma del resto questa voce non riporta altre dichiarazioni rilevanti nel contesto del freesoftware o del copyleft (altrimenti ampiamente trattato dopo). Neppure le altrettanto poco significative dichiarazioni di Stallman su codesta pseudo-tecnologia, che viceversa altri alti esponenti del movimento stanno cercando di ritorcere sul mercato.

Commercial: il software libero non necessariamente non e’ commerciabile, in quanto puo’ essere venduto al pari di tutti gli altri. E, contrariamente a quanto si ostinano a sostenere alcuni, stando alla licenza GPL il codice sorgente deve essere rilasciato solo a coloro che acquisiscono l’applicazione (eventualmente dietro pagamento di una somma di denaro) e non a priori all’intera Internet (magari pure gratis). Dunque il fatto di voler evitare tale termine come contrario di “freesoftware” e’ legittimo. Ma basta dare una occhiata al feed RSS di ZioBudda per constatare che oramai la community piu’ becera, quella per cui la gratuita’ e’ uno se non il principale vantaggio del software libero, per accorgersi che questa nozione stenta ad entrare in numerose zucche seppur altrimenti estremiste

Compensation: da questo punto ci si inizia ad immergere nella astrusa discussione sul copyright, di cui ammetto non aver ancora pienamente afferrato la concezione stallmaniana. Codesta voce critica l’uso dell’espressione “compenso per l’autore”, riferendosi alla pratica in uso nel mercato dei contenuti “tradizionale” per cui ogni opera deve essere sempre ricompensata all’autore indipendentemente dal fatto che la si sia acquistata direttamente da lui o da un intermediario. Appunto, il “diritto di copia”. Che nel sistema parallelo del copyleft, implementato da GPL e Creative Commons, si perde: una volta acquisita una copia dell’opera (gratuitamente o pagando), chiunque puo’ farci all’incirca quel che vuole (venderla o distribuirla gratis) entro i limiti della licenza stessa. Trovo che la presenza del lemma nella “lista di parole da evitare” sia fuori luogo: una volta accertata la distinzione tra copyright e copyleft, ed appurato che il copyright e’ brutto e cattivo e puzza, in qualche modo si dovranno pur avere delle espressioni che servano a descrivere il suo funzionamento, giusto o sbagliato che sia; qui e altrove, sin troppo spesso si tende a voler mettere da parte alcuni termini non perche’ sbagliati o usati impropriamente ma semplicemente perche’ in conflitto con la visione della FreeSoftware Foundation.

ConsumeConsumer: sempre in tema di copyright e diritti, i termini “consumare” e “consumatore” sono ereditati dalle vecchie nozioni di mercato basato su beni materiali (che, appunto, si consumano con l’uso) e non possono dunque essere applicati efficacemente in relazione al mercato dei beni digitali (un film o un brano musicale possono essere riprodotti e copiati all’infinito senza alterare l’originale). Nella lingua italiana risentiamo relativamente poco di tali inflessioni, in quanto si sono discretamente diffusi i termini “fruire” e “fruitore” per indicare chi gode di un contenuto virtuale mentre “consumatore” e’ adoperato a mo’ di sinonimo laddove la costruzione grammaticale lo esige. La parte criticabile di questo paragrafo sta nel fatto di voler assumere a tutti i costi che l’utente moderno non solo “consuma” ma anche interagisce attivamente coi contenuti, anche se all’atto pratico il bacino di chi davvero, ad esempio, con un brano musicale fa qualcosa piu’ che ascoltarlo e’ talmente ridotto che a parer mio non val la pena rinominare l’intera categoria con questo solo presupposto.

Content: simpatico guazzabuglio linguistico dovuto al fatto che in inglese la parola “content” descrive quelli che in italiano sono “contento” e “contenuto”. In questo frangente non posso far altro che rallegrarmi per la ricchezza della mia lingua madre. Al fondo della voce si biasima l’uso dell’espressione “content management system” per indicare le piattaforme per la pubblicazione online di contenuti, in quanto troppo generica e poco specifica (qualsiasi applicazione software e’ destinata ad elaborare informazione), ma qui come altrove considero vani e patetici gli sforzi di voler dirottare a tavolino il significato di una formula oramai accettata, radicata, e compresa da chiunque abbia una minima dimestichezza tecnica.

Creator: altro paragrafo che tange poco il pubblico italofono: ho visto usare il termine “creatore” in luogo di “autore” talmente poche volte da non essere considerato rilevante. E comunque non capisco la volonta’ di voler evitare una parola solo perche’ e’ incidentalmente usata anche in un contesto completamente diverso come quello della religione: i termini “creatore”, “creazione”, “creatura” ed affini sono di uso comune ed indipendenti dall’ambito, inutile fasciarsi la testa ed appigliarsi a contorte interpretazioni nascoste. L’espressione consigliata come alternativa, traducibile in “detentore del copyright”, potrebbe secondo me essere scartata da Stallman per via dell’accezione italiana del termine “detenzione” (riconducibile alla carcerazione ed alla prigionia).

Digital Goods: ennesima critica all’uso di termini propri dell’economia classica basata sulle merci materiali nell’ambito del mercato virtuale.

Digital Rights Management: da sempre la FreeSoftware Foundation fa capo ad una campagna contro le tecnologie considerate restrittive nei confronti degli utenti, ed in particolare non manca mai di precisare che la “gestione dei diritti digitali” fa riferimento ai diritti di chi genera i contenuti (software, audio, video…) piu’ che di chi ne fruisce (chi possiede il PC su cui sono riprodotti). L’espressione alternativa “Digital Restriction Management” e’ sicuramente una simpatica parodia, ma che a mia volta sconsiglio di usare in ambiti che vadano fuori dalle chiaccherate al bar con gli amici: se il DRM si chiama cosi’ va chiamato cosi’, che piaccia o no, e’ come se io mandassi appelli ai giornali perche’ il nome “Popolo della Liberta'” secondo me non si addice al relativo movimento politico e volessi che tutti lo chiamassero “Popolo della Sudditanza”. Un dettaglio a pochi noto: nella prima draft della GPLv3, pubblicata nel gennaio 2006, viene esplicitamente usata la dicitura “Digital Restriction Management”, la quale e’ stata poi soppressa nella versione finale della licenza appunto perche’ evidentemente giudicata inopportuna per un documento con velleita’ di valenza legale

Ecosystem: il concetto messo qui in discussione e’ che il mondo del freesoftware non si basa su puri e semplici meccanismi di causa ed effetto, come puo’ essere un habitat naturale (governato da fragili equilibri tra gli organismi che lo vivono), ma su comportamenti dettati dall’etica e dalla morale dei partecipanti. Il che’, a parer mio, e’ vero solo fino ad un certo punto. Le dinamiche che governano la community freesoftware sono in buona parte misurabili e analizzabili, nonche’ rispettate in modo diverso a seconda della diversa interpretazione dei singoli individui (la quale e’ a sua volta prevedibile secondo criteri in gran parte noti). E’ normale che dopo ogni notizia (piu’ o meno esagerata) che parla di una parziale chiusura di un progetto open nasca un fork, la cui credibilita’ dipende direttamente dai nomi delle persone e delle societa’ che vi prendono parte, e dalla cui credibilita’ si desume l’aspettativa di vita.

For free e Freely available: un prodotto freesoftware non e’ a priori distribuito gratis. Dunque “freesoftware” e “gratuito” non sono sinonimi. E fin qui non fa una piega. Non si spiega comunque perche’ non usare tale dicitura per quelli che lo sono per davvero, ovvero quelli utilizzati dalla stragrande maggioranza delle casistiche domestiche. Maliziosamente io credo che la ripetizione di questo concetto all’interno della pagina, peraltro in aperta contraddizione con tutti gli altri passaggi che descrivono in modo negativo l’industria “classica” incentrata sull’accumulo iniquo di capitale, sia dovuto al desiderio di ribadire la non implicita gratuita’ del freesoftware, nozione che viene piu’ popolarmente riconosciuta nel pluri-odiato termine “opensource”.

Freeware: “freesoftware” e “freeware” indicano due tipi di licenze software totalmente diverse: nel primo caso e’ prevista la disponibilita’ del codice sorgente, nel secondo si indica che l’applicazione e’ gratuita. Pertanto, evidentemente, usare i termini come sinonimi e’ errato. Non spesso, ma qualche volta ho visto ripetere tale errore sui blog della community italica. Notevole il fatto che, sebbene almeno in parte legittimo, i due termini non siano mai accostati: ad esempio Gimp e’ software libero ed e’ disponibile gratuitamente, ma nessuno lo ha mai definito come “freesoftware e anche freeware”; piu’ che riportare una osservazione banale, questo paragrafo avrebbe dovuto secondo me meglio dettagliare il rapporto tra le due diverse metodologie di distribuzione.

Hacker: classica raccomandazione sul fatto che “hacker” e’ colui che crea ed inventa mentre quello cattivo che buca i server e ruba i numeri di carte di credito e’ indicato con il termine “cracker”. Data la gia’ menzionata inutilita’ del voler modificare a tavolino il significato che le parole assumono in una lingua con l’uso comune, a mia volta consiglio di lasciar proprio perdere la definizione di “hacker” ed adottare in toto il termine “smanettone”, molto piu’ significativo e a prova di fraintendimento in italiano.

Intellectual property: ennesimo paragrafo di denuncia nei confronti dell’abitudine a voler associare caratteri propri dell’economia “tradizionale” (nel caso specifico, la “proprieta'”) con il sistema di scambio e diffusione delle opere digitali e virtuali. Benche’ riconosca nella locuzione uno scarso significato pratico, a me pare sufficientemente rappresentativa dei meccanismi di assegnazione e detenzione del copyright all’interno dell’industria “tradizionale” dei contenuti digitali; che poi tali meccanismi siano giusti o sbagliati, dovrebbe essere argomento a parte.

LAMP system e Linux system: inevitabile appunto sul fatto che “GNU” dovrebbe essere nominato insieme a “Linux” nel nome del sistema operativo da noi tutti amato. Argomentazione trita e ritrita, e sinceramente noiosa, che gia’ ho toccato precedentemente. Il fatto di aggrapparsi pure alla sigla LAMP (Linux/Apache/MySQL/PHP), in uso almeno dal 2002, e’ uno dei passaggi piu’ bassi e tristi dell’intera pagina.

Market: francamente non ricordo di aver mai letto da nessuna parte dell’esistenza di un “mercato del software libero”. Piuttosto ho letto (e magari anche scritto) piu’ volte che il software libero compete sul mercato con le soluzioni proprietarie, e questa non mi pare una cosa cattiva: vuol dire che il freesoftware (o, per meglio dire, il software sviluppato con metodologia opensource) ha raggiunto un grado di maturita’ tale da poter essere usato al posto di quello proprietario, e che anche laddove la qualita’ non sia eguagliata comunque in molti apprezzano la liberta’ di azione e personalizzazione concessa da tal tipologia di applicativi. Di contro credo che ben pochi siano coloro che abbiano adottato il freesoftware solo per le sue proprieta’ etiche e morali, e che dunque abbiano operato completamente al di fuori delle dinamiche di una qualche sorta di mercato.

MP3 Player: essendo l’MP3 un formato proprietario e brevettato non merita di essere rappresentativo di una categoria. Come altri prodotti elencati sotto. Su questo posso essere abbastanza d’accordo, se non che all’atto pratico e’ ingenuo pensare che l’utenza casalinga riconosca davvero nell’MP3 l’unica forma con cui la musica viene distribuita: con ogni probabilita’ presso questi non esiste neanche la nozione di “formato”, e comunque a forza di prelevare contenuti pirata dall’Internet (pratica oramai estremamente diffusa) e’ inevitabile che gia’ si siano imbattuti in numerosi altre tipologie di files senza sapere quali fossero quelli aperti e quelli chiusi. E’ possibile che per una ampia fetta di popolazione “MP3″ sia semplicemente sinonimo di “brano musicale digitale”, sia esso pure un MIDI o un FLAC.

Open: l’ovvio paragrafo sulla parola “opensource”. Quella che i Veri Linuxari non dicono. Mi stupisco addirittura di quanto sia breve, forse anche in virtu’ del link alla ben piu’ corposa pagina che dettaglia l’esposizione. Gia’ mi sono espresso in merito alla differenza tra freesoftware e opensource, la quale del resto viene anche qui citata blandamente: “Free software is a political movement; open source is a development model“. I cultori della politica stallmaniana dovrebbero rileggere questa frase almeno cento volte prima di rimettersi a lagnarsi.

PC: evidente riferimento alla campagna pubblicitaria “I’m a Mac, I’m a PC” di Apple, in cui figurano due personaggi uno sfigato (il PC) e l’altro cool (il Mac). Per l’appunto, in gran parte delle sceneggiate rappresentate il PC sfigato e’ sfigato non perche’ e’ un PC ma perche’ ha installato Windows, ma come ovvio la relazione “personal computer = Windows” non e’ fondata. Non credo che questo paragrafo abbia un gran significato per il lettore occasionale, tanto piu’ se italiano: stando a quanto ho constatato qui da noi si sta diffondendo l’uso di esplicitare il sistema operativo in dotazione sul proprio computer domestico in virtu’ della persistenza di Windows XP e dell’inevitabile propagazione dettata dal mercato di Windows 7, anche se non sempre la risposta e’ una qualche versione della piattaforma Microsoft…

Photoshop e PowerPoint: in due punti della lista si mettono in discussione quelli che probabilmente sono diventati i due nomi di applicativi software (proprietari) piu’ popolarmente associati alle relative funzioni, al punto da essere usati rispettivamente come sinonimi di “fotoritocco” e “slides”. Tale pratica e’ anzicheno’ diffusa anche in Italia, ed il verbo “photoshoppare” e’ di ampia adozione presso la popolazione mediamente tecnica. Sebbene condivida la raccomandazione a non cedere a tale malsana abitudine, e’ comunque notevole che lo stesso trattamento non sia stato subito da “Google” (“to google”, “googlare“) forse anche perche’ in questo caso non c’e’ nessun software libero degno di essere considerato una alternativa e sarebbe stato imbarazzante farlo notare troppo.

Piracy: nuovo volo pindarico sulla visione alternativa ed anti-conformista della nozione di “copyright”. Gia’ mi sono espresso altrove sulla pirateria e sulle sue implicazioni.

Protection: altra critica al copyright classico ed all’esagerazione che accompagna le parole tipicamente usate in tale contesto. Nel sistema in cui l’autore di un’opera gode di tutti i diritti, a discapito del fruitore, mi pare che il termine “protezione” sia adeguato; il fatto che poi tale termine (e tale sistema) sia moralmente giusto o sbagliato andrebbe discusso in separata sede.

RAND: uno dei pochi punti della lista che mi trovano in accordo. Descrivere come “ragionevoli e non discriminatori” i vincoli per cui il prezzo di una applicazione che implementa un dato brevetto debba sempre contenere una cifra destinata al detentore del brevetto stesso e’ alquanto infelice, in quanto collide con il fatto che l’applicazione potrebbe benissimo essere distribuita gratuitamente e dunque non avere un prezzo. Questo e’ discriminante. L’alternativa proposta, “UFO” (“uniform fee only”), e’ pero’ altrettanto infelice, non per il contenuto quanto per l’acronimo da barzelletta.

Sell software e Software Industry: stando a questi paragrafi, le locuzioni “vendere software” e “industria del software” sono troppo facilmente riconducibili al mercato, dunque alla proprieta’, dunque alle restrizioni, dunque a tutte le cose brutte che fanno piangere Stallman, e pertanto non andrebbero utilizzate. Personalmente, come collegamento mi sembra un tantino esagerato. Piu’ in generale, spesso non riesco a comprendere come nei testi divulgati da FreeSoftware Foundation possano convivere posizioni estreme di tal fatta e raccomandazioni sul fatto che il software libero non necessariamente deve essere distribuito gratuitamente e puo’ anche essere venduto e ci si puo’ costruire un business.

Theft: chi infrange le leggi sul copyright non e’ propriamente un ladro, in quanto non sottrae nulla alla “vittima” ma effettua copie senza intaccare nessun prodotto originale. La definizione torna, ed e’ anche diffusa nel senso comune (ai tempi dello spot contro la pirateria proiettato nei cinema, costruito appunto sul concetto che scaricare film da Internet e’ un furto, si sono levate risate in ogni dove). Non e’ chiaro comunque come dovrebbe essere definito chi compie tale genere di reato (in quanto volenti o nolenti sempre di reato si tratta): “ladro” no, “pirata” come visto prima no, ci sono altre alternative?

Trusted Computing: vale lo stesso ragionamento applicato per il DRM: in quel caso i “diritti digitali” erano quelli del produttore di contenuti piu’ che dell’utente (e proprietario del PC su cui il DRM viene eseguito), in questo caso il computer e’ “affidabile” non per chi lo ha in casa ma per chi distribuisce il materiale che ci viene installato sopra. Indubbiamente si tratta di definizioni subdole, studiate appositamente per incutere un senso di sicurezza senza specificare a chi questa sicurezza giova realmente, ma esattamente come appunto nel caso del DRM se questo e’ il nome proprio assegnato alla tecnologia in oggetto cosi’ ha da essere chiamato per evitare fraintendimenti.

Vendor: chi produce software non necessariamente e’ un “vendor”. Che e’ anche giusto, nel momento in cui il dizionario Paravia suggerisce come traduzione di codesto lemma “venditore” o “distributore”, termini che hanno ben poco a che fare con la produzione. Ma certamente in italiano non esiste una parola di uso comune che rispecchi il senso completo di “vendor”, dunque per noi italofoni questo paragrafo e’ poco comprensibile.

Nella Rete

6 marzo 2011

Oramai da tempo si parla di cloud computing. Sebbene nessuno abbia ancora capito cosa voglia dire, ma questa e’ un’altra questione.

Da quasi altrettanto tempo si discute all’interno della community della minaccia che il cloud computing rappresenta sia nei confronti della tutela della privacy sia per il rischio di non poter piu’ controllare il proprio software e di conseguenza i propri dati. Sia perche’ cosi’ ha detto Stallman.

Ed ha del comico che adesso proprio Eben Moglen, personaggio tra i piu’ vicini a Stallman, colui che ai fatti ha scritto la General Public License (RMS ci avra’ pur messo l’ispirazione, ma la stesura del documento legale non e’ proprio tutta farina del suo sacco…), prima lanci un appello per spostare l’attenzione della community sulla produzione e sull’utilizzo di software libero orientato all’Internet e poi metta in piedi una fondazione destinata a rimarcare questa urgenza.

Gia’ solo partendo da questa premessa potrei scrivere fiumi di parole confrontando l’atteggiamento catastrofista e patetico (“No, il cloud computing e’ il male, poveri noi, come faremo…”) con quello costruttivo e propositivo (“Vogliono il cloud computing? Diamoglielo!”), ma per questa volta sorvolero’ su quella che sarebbe la mia ennesima invettiva sconclusionata.

Il punto di partenza della questione sta nel rapporto tra “pro” e “contro” dell’atto di spostare i propri dati dal personal computer alla Rete. Certo, se pubblicati sull’Internet essi sono maggiormente a rischio intrusione. Certo, se li metto sul server di qualcun’altro questo qualcun’altro puo’ andare a metterci il naso. Ma grandi sono i vantaggi: posso accedere a ogni cosa da ogni dispositivo connesso, posso condividere i contenuti molto piu’ semplicemente e rapidamente con altri apparati e con altre persone, e non abbisogno di avere in mano in tutti i momenti un computer super-dotato per far girare un browser con un supporto decente alle piu’ recenti tecnologie web. Proprio perche’ i pregi sono numerosi, e spesso superiori, ai difetti, alla fine dei conti non sono moltissimi coloro che hanno sposato la linea “no al cloud computing a tutti i costi” mentre invece diversi sono stati quelli che hanno iniziato a rivolgere il proprio sguardo ai nuovi orizzonti digitali.

Innescando il paradosso. Da una parte si trova la spinta e la motivazione a muoversi verso la Rete, dall’altra esistono pochi o pochissimi progetti freesoftware che offrono servizi pari a quelli closed e gran parte di essi non espongono API web per interagire con essi e permettere l’integrazione con applicativi desktop o altri applicativi web in cascata. Risultato: gran parte dei programmi open supportano esclusivamente o quasi piattaforme proprietarie, alimentando la dipendenza da essi. Non c’e’ piu’ un software per la gestione di foto che non permetta l’upload su Flickr. Non c’e’ piu’ un CMS che non integri i pulsantini per rimbalzare i contenuti su Facebook o Twitter. Non c’e’ piu’ un feed reader che non si sincronizzi con Google Reader. E spopolano le librerie ed i plugins per accedere a Google Data ed analoghi.

Si tratta della solita anomalia del mondo freesoftware: rilasciati in licenza open si trovano i piu’ complessi e potenti frammenti di codice esistenti, ma sono tutti sparpagliati e nessuno si cura di costrurci sopra soluzioni “chiavi in mano”. Sul desktop abbiamo i piu’ sofisticati filtri grafici per l’editing di immagini ma nessuna applicazione che tenga testa a Photoshop in ambito professionale, sui server il software libero domina sulle infrastrutture (server web, server mail, database di ogni tipo e genere…) ma mancano i pacchetti finali usabili dagli utenti.

Lo scopo della Freedom Box Foundation dovrebbe essere proprio a questo: aiutare a colmare il vuoto, o meglio i diversi vuoti abissali esistenti nelle aree ancora non decentemente coperte (ovvero: tutte, a parte le piattaforme di blogging ed i CMS). Il “come” intenda farlo e’ per me una incognita, e due sono le possibili strade: quella giusta e quella sbagliata. Quella sbagliata consiste nel ripetere l’errore gia’ visto in Diaspora, il maxi-progettone destinato all’implementazione di una alternativa aperta a Facebook e salito agli onori della cronaca per aver accumulato 100.000 dollari di donazioni in tempo record (soldi che evidentemente sono stati usati dai developers per fuggire alle Maldive, gia’ che a tutt’oggi il progetto non soddisfa neppure una frazione delle promesse originali): in quel caso il vero problema sta nella pretesa di voler ricostruire, partendo da zero, tutto lo stack di servizi quali ad esempio le gallerie di immagini o la condivisione di links, attivita’ gia’ bene o male gestite da altri pacchetti specifici e che hanno richiesto numerose ore-uomo di lavoro per essere realizzati. La strada giusta sarebbe invece, appunto, quella di integrare e potenziare i progetti esistenti, e porre le basi per una futura rapida espansione del software libero in Rete.

Quel che vorrei non e’ l’ennesimo pacchetto che gestisca l’upload di foto, o l’ennesimo feed reader web-based, bensi’ la formulazione di protocolli e specifiche e API atti all’interazione ed alla federazione dei contenuti tra le diverse piattaforme. Come OAuth per l’autenticazione degli utenti, ma esteso a tutti i possibili contesti d’uso: condivisione di immagini, di links, di notifiche e quant’altro. Quel che vorrei e’ che la Freedom Box Foundation diventi l’equivalente web di quel che e’ Freedesktop.org per l’ambiente desktop, ovvero un ente super-partes che faciliti e promuova (attivamente e concretamente, non a parole ma con un contributo tangibile) l’interoperabilita’ tra progetti simili ed equivalenti. Quel che vorrei sono alternative open a ShareThis o all’onnipresente tastino “Like”, che mi permettano di condividere i contenuti sui miei aggregatori preferiti, indipendentemente che essi siano servizi pubblici o hostati su un mio server o hostati sul server di un amico o magari implementati da me stesso medesimo un giorno in cui non sapevo che altro fare.

Gia’ sappiamo che la frammentazione e la dispersione sono la norma all’interno della galassia degli sviluppatori free, ed ognuno tende a ricostruire a modo suo sistemi gia’ realizzati da altri. E’ un “problema” di cui si discute da sempre. E senza soluzione. Tanto vale farsene una ragione, e cercare almeno di arginare i danni permettendo ai diversi componenti di scambiarsi dati nel modo piu’ semplice possibile. Questo si puo’ ottenere solo definendo degli standard, e fornendo delle implementazioni pre-confezionate facilmente integrabili all’interno di ogni progetto passato, presente e futuro onde accelerarne l’adozione.

Un singolo prodotto open, sviluppato amatorialmente e nel tempo libero, non puo’ competere con colossi quali Facebook o Google. Tanti piccoli progetti che si compensano tra loro, forse si.

Non c’e’ piu’ l’Open di una Volta

22 novembre 2010

Premessa: questo e’ un post dal forte contenuto etico/moral/storico, ovvero sostanzialmente una perdita di tempo. Spesso e volentieri critico su questo mio blog le articolate discussioni pseudo-filosofiche di cui abbonda l’Internet, che a parer mio mal si confanno ad un ambiente – quello del freesoftware – che dovrebbe invece essere incentrato sulla qualita’ e la funzionalita’ del codice condiviso e sulla sua tutela; per questa volta faccio una eccezione, essendomi recentemente trovato piu’ volte nella posizione di dovermi difendere da espliciti e meno espliciti attacchi condotti da esaltati cui evidentemente piace consumar le tastiere in nome di ideali che si sono inventati di sana pianta malamente interpretando i fatti che costituiscono la cronistoria del movimento free.

Oggi il termine “opensource” viene da molti considerato in senso negativo, per ragioni molto diverse (e contrastanti) ma nella maggior parte dei casi perche’ esso indicherebbe quella odiosa pratica di costruire business speculativi partendo da una base di codice libero cui agganciare componenti non liberi al fine di fregiare il prodotto della dicitura “open” (buzzword molto apprezzata nel mondo commerciale) ma subdolamente creando monopoli e dipendenze nei confronti degli utilizzatori, esattamente come accade abitualmente col software proprietario. La definizione corretta di codesto malcostume e’ “open core“, non “opensource”. Il fraintendimento deriva fondamentalmente da due motivi: il fatto che Stallman periodicamente critichi appunto l’utilizzo di questa parola (sebbene evidentemente in pochi si siano mai chiesti il reale motivo, che non e’ affatto quello sopra esposto), e le crescenti recriminazioni che a cascata si diffondono all’interno della community partendo da chi ha una visione distorta, passando da chi per moda adotta le stesse posizione degli altri, sostenuta da chi ha un diretto interesse nel radicare presupposti opinabili, e cosi’ via alimentando progressivamente il circolo vizioso.

Ben pochi tra i sostenitori del freesoftware sanno che gran parte dei pregi che riconoscono in questo modello e dei valori che difendono a spada tratta sono riconducibili proprio all’opensource.

Partiamo da qualche definizione. Il freesoftware e’ una linea di pensiero incentrata sulla liberta’ individuale, l’opensource e’ un modello di sviluppo condiviso. Questo non lo dico io, ma Stallman in “Why Open Source misses the point of Free Software“. Nel suo testo RMS critica non gia’ le presunte finalita’ perverse dell’opensource quanto invece la sua essenza eccessivamente materialista, focalizzata sulla produzione di software migliore anziche’ sulle piu’ alte espressioni di pace e liberta’. Nel paragrafo “Powerful, Reliable Software Can Be Bad” il nostro, pur di puntare un ennesimo dito accusatorio nei confronti dell’opensource, arriva a sostenere che certe volte avere un software migliore e’ male, come nel caso del Digital Rights Management: ora che il DRM sia giusto o sbagliato non lo giudico io in questa sede, piuttosto giudico sconveniente una affermazione del genere da chi ha enunciato quelle che dovrebbero essere le quattro liberta’ del software (liberta’ 0: possibilita’ di eseguire il software per qualsiasi scopo) e giudico sproporzionato accusare un modello di sviluppo solo perche’ potrebbe idealmente e remotamente condurre a risultati sgraditi; e’ un po’ come frugare nelle borse di tutti i passeggeri dei voli aerei nella ipotetica prospettiva di individuarne uno che porti con se’ un ordigno a scopo terroristico.

Chiunque abbia a che fare col software libero certamente apprezza la possibilita’ di poter scaricare gratuitamente tonnellate di applicazioni, poterle combinare tra loro in modi fantasiosi, e magari spedire indietro una patch qualora si riscontrasse un problema o si aggiunga una funzionalita’ nuova. L’agglomerato di persone che fanno cio’ (scaricano, usano, e contribuiscono) viene popolarmente definito “community”. Ebbene: nella definizione di freesoftware non esiste alcuna nozione di community. Un luogo comune piuttosto radicato (ci ho sbattuto la testa almeno due volte in pochi anni) e’ che la GPL imponga la ridistribuzione del codice a chicchessia, per mezzo dei repository o dei simil-SourceForge cui siamo largamente abituati, ma cosi’ non e’. La sezione 6 della GPLv3 e’ abbastanza precisa in merito a cio': vengono commentate cinque modalita’ ammesse per la distribuzione del codice relativo ad una applicazione (atto che comunque deve essere compiuto, appunto per garantire la liberta’ dell’utente), tre di esse dicono che binario e sorgente possono essere consegnati piu’ o meno insieme, una (la E) contempla la distribuzione pubblica (sebbene solo per mezzo di rete P2P, quel passaggio non e’ molto chiaro…), mentre una (la C) inequivocabile afferma che in date condizioni il sorgente puo’ essere preteso solo da chi e’ in detenzione del binario. Come detto sopra il freesoftware e’ per le liberta’ individuali, nel senso che l’utente che entra in possesso del prodotto deve essere tutelato e protetto e deve poter fare cio’ che vuole con il prodotto che usa, ma questo non necessariamente coincide con la liberta’ universale, in cui tutti possono accedere agli stessi diritti. Una dimostrazione di cio’? Emacs, il ben noto editor testuale dello stesso Stallman (ovvero: uno che si presume conoscere bene lo spirito del freesoftware ed i contenuti della GPL), e’ stato rilasciato pubblicamente solo a partire dalla release 13, ovvero circa 9 anni dopo l’inizio dello sviluppo, e solo dopo aver ricevuto una diretta critica da parte di Eric Raymond nell’altrettanto noto “The Cathedral and the Bazaar“, testo chiave della letteratura opensource che descrive appunto i vantaggi pratici del modello di sviluppo aperto e condiviso ed introduce esattamente al concetto di “community” che tanto ci piace; fino a quel momento Emacs (in versione binaria e sorgente) era consegnato solo a chi pagava un corrispettivo allo sviluppatore, il quale ha legittimamente sfruttato questa forma di guadagno per mantenersi una volta abbandonato il lavoro presso il MIT.

Tale differenza tra liberta’ individuale e liberta’ collettiva non va affatto sottovalutata, soprattutto in ben determinati contesti. Uno e’ quello dell’adozione del freesoftware presso la Regione Piemonte, di cui ho gia’ fatto cenno. Qualora si applicasse qui il concetto originario di “freesoftware”, vedremmo che non cambierebbe assolutamente nulla nelle sorti dell’Information Technology sabauda in quanto sarebbe credibilissimo uno scenario in cui il fornitore eletto (sia CSI-Piemonte, sia una qualsiasi altra azienda) produce e/o acquisisce il software libero ma non lo rilascia pubblicamente (come gli e’ consentito fare dalla licenza, e come ha interesse a fare), gli enti pubblici lo usano ma non lo rilasciano pubblicamente (non essendo di loro competenza, probabilmente non sapendo neanche da che parte iniziare), ed alla fine dei giochi solo un ristretto manipolo di persone ci mette mano senza nessun coinvolgimento della cittadinanza, nessuna possibilita’ di riutilizzo da parte di altre amministrazioni, nessuna trasparenza, nessun margine per la competizione virtuosa e nessuna prospettiva di innovazione. Tanto varrebbe tenersi le soluzioni closed attuali, almeno ci si risparmierebbe lo sforzo (ed il costo) della migrazione… In queste condizioni, un pizzico di “opensource” non sarebbe affatto sgradito: il fatto di esporre il codice vivo utilizzato dalla pubblica amministrazione, dando l’opportunita’ a chiunque di partecipare e riutilizzare i vari componenti (magari anche per scopi totalmente differenti), dovrebbe essere un punto imprescindibile della manovra (tant’e’ che viene espressamente richiamato nell’articolo 6, comma 5 della stessa legge regionale 9/2009), e su questo occorrerebbe piu’ di tutto indirizzare le proprie richieste e le proprie attenzioni in vista di una evoluzione sana della prossima infrastruttura.

Ma, di questi tempi, parlare di “opensource” e’ un reato, perche’ “opensource” richiama troppi luoghi comuni radicati dall’estremismo e dal malinteso storico. Non c’e’ piu’ l’open di una volta…

I Pazzi Sono Fuori

28 ottobre 2010

Qualche giorno fa’ ho ricevuto una mail da parte di uno squilibrato che, in buona sostanza, mi accusava di non capire niente di software libero.

Risalendo, credo da una mia mail inviata alla mailing list degli annunci gestita da ILS, al sito del progetto GASdotto, egli ha isolato dalla pagina dedicata al download una singola frase:

E’ possibile scaricare GASdotto gratuitamente, cosiccome ridistribuirlo a chiunque ed utilizzarlo senza limitazioni o costi di licenza. GASdotto è software libero, dunque sei libero di farci ciò che vuoi.

E in una mail ricca di stralci presi pressoche’ a caso da testi di Stallman mi contestava quanto segue:

  • non e’ vero che il software libero puo’ essere utilizzato senza limitazioni, perche’ occorre rispettare l’obbligo di ridistribuire i sorgenti
  • non e’ vero che il software libero sia esente da costi di licenza, perche’ esso puo’ essere venduto
  • i files PHP non sono software libero
  • i sorgenti devono per forza essere ridistribuiti insieme ai binari

Credo sia immaginabile quale sia stata la mia prima reazione: non sapevo con quale epiteto iniziare la mail di risposta. Dopodiche’ mi sono ricomposto, e colto da infinita’ pieta’ ho cercato di spiegare al mio arrogante interlocutore i dettagli che evidentemente non aveva afferrato.

  • “utilizzare” e “ridistribuire” sono due azioni ben distinte, e non mi risulta che nessuna definizione di “software libero” (a parte forse quella implicita nella licenza AGPL) imponga ad un utilizzatore di mettere in piedi un mirror del codice nel momento in cui si limita ad usare il prodotto
  • “costo di licenza” e’ un concetto ben specifico, piu’ specifico di “costo” e basta. Tale termine indica il prezzo che il produttore del software (o meglio, il licenziatario) impone sul suo prodotto, e giacche’ GASdotto e’ scaricabile gratuitamente e’ piu’ che corretto dire che esso non ha “costi di licenza”. Se poi qualcuno vuol venderlo o farsi pagare per l’hosting o l’assistenza, faccia pure
  • l’unica interpretazione che sono riuscito a dare alla ardita dichiarazione sull’uso di PHP e’ che il personaggio abbia confuso “PHP” con la “PHP License” che appare elencata sul sito del progetto GNU: il primo e’ un linguaggio di programmazione, che di per se’ puo’ essere licenziato in qualsiasi modo, la seconda e’ una licenza applicata ad una mezza manciata di progetti al mondo che non e’ compatibile con GPL (pur continuando ad essere considerata “software libero” a tutti gli effetti da Free Software Foundation)
  • per quanto sia una best practise quella di affiancare i pacchetti sorgenti a quelli binari, la sezione 6 della GPLv3, licenza da me adottata appunto per GASdotto, dettaglia per filo e per segno le modalita’ di distribuzione del codice e non trovo motivi per lamentarsi della mia insana pigrizia in sede di release

Nella seconda mail i motivi di contestazione si erano gia’ drasticamente ridotti, ed ho ancora risposto.

Nella terza rimaneva il chiodo fisso della legittimita’ della vendita dei servizi al software (cosa mai negata da parte mia, ed anzi ulteriormente confermata facendo notare che io stesso offro hosting dietro pagamento di un contributo per l’applicazione), e la raccapricciante osservazione (copio e incollo) “Comunque non capisco perchè non possiate fare le medesime cose con l’HTML invece del PHP”. E’ stato imbarazzante spiegargli che uno e’ un linguaggio di formattazione e l’altro un linguaggio di programmazione, certe nozioni elementari le ritenevo date per scontate da chi pretende di spiegare agli altri (con saccenza, peraltro) cos’e’ il software libero. Ma ho comunque risposto.

La quarta mail conteneva una gratuita invettiva a Berlusconi (!): ho troncato la discussione.

Gli indizi degli ultimi due messaggi mi portano a pensare che il mittente fosse un ragazzino di 12 anni che, cavalcando l’onda dell’intellettualismo stallmaniano (tendenza internettiana sub-culturale che cronologicamente segue l’intellettualismo hacker), pensava di rendere il mondo un posto migliore rompendo le scatole al primo malcapitato capitato a tiro. Ed il suo sito web, piu’ e piu’ volte linkato invitandomi a leggerlo per meglio comprendere cosa fosse il freesoftware (…), non fa che confermare la tesi: solo chi e’ troppo giovane per aver navigato abbastanza pagine sull’Internet puo’ credere che davvero ci sia bisogno di un ennesimo mirror di foto di Stallman, che proprio un bell’uomo non e’.

Cosa insegna questa esperienza. Fondamentalmente niente: che di pazzi esaltati fosse pieno il mondo gia’ lo sapevamo, una ulteriore conferma non era ne’ richiesta ne’ necessaria.

Resta solo un ennesimo motivo per preoccuparsi della esponenziale crescita (ed invadenza) dei parolai, e della lenta ma costante diminuzione dei developers. Di questo passo del software libero restera’ solo una affascinante corrente filosofica da studiare presso le facolta’ umanistiche.

Lo GNU della Discordia

15 ottobre 2010

L’altro giorno e’ approdata quasi per sbaglio sulla mailing list del GlugTO una mail che non dubito essere gia’ stata inviata in forma privata a pressoche’ tutti coloro che hanno organizzato un Linux Day (la lista completa delle manifestazioni in giro per l’Italia e’ disponibile sull’apposito sito). Essa esorta, senza mezzi termini, a rinominare il proprio evento da “Linux Day” a “GNU/Linux Day”.

In questo post vorrei esprimere tutto il mio disprezzo nei confronti di chi ha avviato questa campagna di distruzione di un punto di riferimento oramai divenuto popolare anche al di fuori della community, faticosamente costruito in 10 anni di attivita’.

Rinominare il “Linux Day” in “GNU/Linux Day” e’ una pagliacciata. Le argomentazioni che potrei muovere sono infinite, ma mi limito a rispondere punto per punto alla suddetta mail (leggibile in forma integrale al link sopra riportato, ma non dubito che molti miei lettori l’abbiano gia’ potuta apprezzare nella propria casella di posta).

1) Non è la richiesta di uno sconosciuti, il vero autore è Richard Stallman

Il quale signor Stallman e’, invece, un personaggio sconosciuto ai piu’. Io ho avuto modo di vederlo durante un paio di comparsate qui a Torino, ed e’ stata una immensa delusione: arrogante, egocentrico, incapace di formulare una risposta sensata a qualsivoglia domanda, buono solo a ripetere all’infinito come un disco rotto i soliti cliche quale appunto quello di “GNU/Linux”, l’arrugginito giuoco di parole “Digital Restriction Management”, o il sempreverde “opensource is not freesoftware”.

Detto cio’, Stallman e’ solo uno dei pilastri del mondo freesoftware. E forse neanche il piu’ importante. Ai tempi della prima versione della GPL (peraltro ideata e stesa da Eben Moglen) il buon RMS non si invento’ niente di nuovo, semplicemente formalizzo’ quella che era stata fino a quel momento la comune pratica di scambiarsi i sorgenti dei programmi tra studenti (al secolo, gli unici che potessero accedere ai calcolatori elettronici delle universita’). Dopo, il lavoro ingrato lo fecero i vari Raymond, Perens, Torvalds, e se vogliamo pure Shuttleworth. Ed e’ stato un lavoro talmente sporco che si sono sporcati a loro volta, guadagnandosi gli improperi di tutta la community,  rei di averla fatta espandere ai livelli cui e’ giunta oggi.

2) La richiesta non è assurda. Se fosse stato così non avrebbero aderito altri gruppi

Tua madre non ti ha mai detto “se gli altri si buttano dal ponte, forse lo fai anche tu?”. Il fatto che una idea sia stata adottata da altri e’ un parametro di valutazione piuttosto secondario, almeno per chi ha un cervello capace di formulare concezioni proprie.

E, del resto, nelle passate nove edizioni ben pochi hanno avuto qualcosa in contrario a chiamarlo “Linux Day”: oltre a farlo tutti lo han pure fatto per un periodo di tempo piu’ lungo, come la mettiamo?

La motivazione da cui nasce è duplice

a) Un fatto di correttezza. Linux è solo il kernel del sistema operativo.

Su questo c’e’ poco da dire, essendo l’argomentazione portante di tutta quanta la linea di pensiero “GNU/Linux” ed essendo gia’ stata ripetuta alla nausea. La contro-argomentazione e’ altrettanto nota: il kernel Linux e lo stack GNU da soli servono a poco o niente, la differenza sostanziale la fanno gli applicativi sopra, eppure nessuno si e’ mai sognato di riconoscere il ruolo fondamentale che ha avuto il progetto Apache nella radicazione in ambiente server (“GNU/apache/Linux”?) o di OpenOffice.org in qualita’ di elemento vitale ed imprescendibile di qualsiasi installazione desktop.

b) Preservare lo spirito del Software Libero. Il progetto kernel.org sta tradendo lo spirito del Software Libero. Sono stati infatti inseriti nei sorgenti del kernel parti binarie. Dare la giusta referenza al progetto GNU è un modo per aiutare chi si batte perché lo spirito originale del Software Libero sia preservato

Sarei curioso di sapere quanti, tra coloro che hanno rinominato il proprio evento ottobrino in “GNU/Linux Day”, usano esclusivamente distribuzioni garantite dalla Free Software Foundation. Quanti, tra questi, non usano il plugin Flash proprietario. Quanti, tra questi, non usano i driver proprietari della loro scheda grafica accelerata per compiacersi del cubo di Compiz sul proprio desktop. Quanti, tra questi, non usano ne’ GMail ne’ Google ne’ Facebook ne’ qualsiasi altra piattaforma web closed.

Per non parlare della solita, inevitabile, nauseabonda, patetica scusa della difesa dello “spirito”. “Aiutare chi si batte”, dice la mail. Ma se invece di scassare i maroni al prossimo con la pretesa di “aiutare” cambiando un nome su un volantino, ci si mettesse editor alla mano a fornire patches per le decine di migliaia di bugs e features request di cui letteralmente esplodono i bug trackers di qualsiasi progetto freesoftware, sia GNU che non? Ogni singolo crash, ogni singola funzionalita’ mancante e ogni singolo rallentamento dovuto a codice non ottimizzato rappresentano un passo indietro rispetto ad una adozione universale del software libero, il quale volenti o nolenti e’ pur sempre uno strumento da cui l’utente finale (sistemista o utonto casalingo che sia) si aspetta un risultato e che viene rapidamente sostituito dal vecchio e famigliare software proprietario al primo segno di cedimento.

a) non fate torto a nessuno in quanto datepari referenza a GNU e a Linux

Si fa torto a tantissima gente. A tutti coloro che in questi ultimi 9 (nove) anni hanno organizzato il proprio Linux Day, contribuendo a costruire un “brand” oggi riconosciuto da tutti, anche e soprattutto al di fuori della ristretta cerchia di smanettoni annidati nelle mailing list.

“Linux Day” e’ un nome popolare, noto, scolpito nelle menti. I non-tecnici oramai identificano col nome “Linux Day” qualsiasi attivita’ vagamente correlata alla promozione di Linux e del software libero, sia esso pure un semplice LIP o un banchetto in mezzo alla strada. Un risultato simile non si raggiunge schioccando le dita, ma perche’ qualcuno si e’ dato da fare per raggiungerlo. E neanche si puo’ bissare proponendo un nome astruso come “GNU/Linux Day”. Nessuno sa come pronunciare quel benedetto “GNU”, personalmente l’ho sentito dire in tutte le possibili forme previste dalla fonetica (“gnu”, “gh-nu”, e “gi-enne-u”). E la barra e’ parte integrante del nome? Si dice “GNU fratto Linux Day”? Suvvia, non prendiamoci in giro…

b) i motori di ricerca porterannocomunque sulla vostra pagina sia chi ricerca Linux Day che GNU.

La ciliegina sulla torta, questa affermazione da sola vale la lettura di tutta la mail in oggetto. Ci si preoccupa della visibilita’ dell’evento, proprio nel momento in cui si sta consigliando di distruggere un nome costruito negli anni e oramai noto a tutto il resto della societa’ civile. Dimostrazione ultima e lapidaria della idiozia che si (mal)cela dietro questa operazione di contro-marketing.

Personalmente non posso far altro che biasimare tutti coloro che hanno avuto la malsana idea di spezzare in due l’unica attivita’ dell’anno in cui i LUG, i gruppi e le associazioni pro-freesoftware fanno qualcosa insieme, in modo unitario e compatto, l’unica occasione in cui questi quattro gatti (si, la community nel suo insieme copre una percentuale meno che infinitesimale della popolazione totale) possono sperare in un minimo ritorno mediatico e comunicativo dei loro sforzi su scala nazionale. E ancor piu’ biasimo chi ha innescato questa dannosa frammentazione, chi non ha esitato a spianare i progressi accumulati con l’immane lavoro svolto da parte di tutti nel corso degli anni in nome di un capriccio.

L’auto-distruzione incombe.

Al Soldo della Liberta’

15 luglio 2010

I lettori assidui di questo blog dovrebbero gia’ ben conoscere la differenza intrinseca tra i termini “freesoftware” e “opensource”. Presento comunque un breve riassunto della questione, sia per chiarezza che perche’ da qualche parte dovro’ pur iniziare.

Nel 1983 quello sciamannato di Stallman avvia il Movimento Free Software. Il suo scopo era (ed e’ a tutt’oggi) promuovere la liberta’ del software, partendo dal concetto elementare che se un utente non ha accesso completo al codice sorgente delle applicazioni attraverso cui transitano le sue comunicazioni e i suoi dati (personali o professionali che siano) tutte le sue attivita’ sono assoggettate al volere dell’autore di quelle stesse applicazioni.

Nel 1998 Bruce Perens e Eric Raymond fondano la Open Source Initiative. Il suo scopo ufficiale era (ed e’ a tutt’oggi) promuovere la superiorita’ del modello di sviluppo condiviso e a sorgente aperto, mentre lo scopo ufficioso e’ sempre stato quello di strizzare l’occhio al mondo del business proponendo il software libero facendo leva sulle sue proprieta’ tecniche e tralasciando tutte le menate filosofiche sulla liberta’.

Se ne conclude che “freesoftware” e “opensource” identifichino all’atto pratico la stessa identica cosa, ovvero software di cui e’ disponibile il codice sorgente, ma descrivendolo in modo diversi. E intorno a queste due parole sono originariamente fiorite community diverse, che fanno la stessa cosa (implementare e distribuire codice) ma per motivi opposti: sul versante freesoftware si trovano gli idealisti, coloro che sognano un mondo anarchico ove nessuno sia “schiavo” di nessun’altro sotto nessun aspetto, e sul versante opensource si trovano i materialisti, coloro che sognano un mondo liberale di business competitivo ma allo stesso tempo cooperativo.

Ma le cose sono andate in modo diverso rispetto a quanto previsto.

Le due varianti dello stesso messaggio si sono malamente amalgamate passando attraverso il telefono-senza-fili mediatico, per cui ad ogni passaggio l’interlocutore successivo capisce solo una parte di quello che gli ha riferito il precedente e tenta di colmare le lacune con una sua personale (e dunque influenzata) interpretazione. Ne e’ risultato che la denominazione “opensource” ha quantitativamente prevalso ma perdendo il suo originale significato (esattamente come la parola “hacker” ha nel tempo e nell’uso variato la sua valenza da “smanettone” a “pirata informatico”), ed i contenuti retorici relativi alla liberta’ ed al modello tecnico si sono persi per strada lasciando una unica idea nelle teste della massa: e’ gratis, punto.

Le implicazioni di questa trasformazione semantica risultano quasi paradossali: la community di nerd, coloro che dovrebbero sventolare il vessillo delle liberta’ digitali e della fratellanza virtuale,  usa abitualmente e senza fisime il termine “opensource” in maniera quasi esclusiva, mentre (e qui veniamo al succo di questo post) i businessmen che fanno affari intorno a questo mercato si impongono come strenui difensori del freesoftware. Il motivo di tale ribaltamento dei ruoli e’ abbastanza chiaro: se “opensource” significa, per i piu’, “gratis”, e’ conveniente interporsi a questa concezione e far leva sugli aspetti filosofici ed etici della questione, che suonano magari un po’ inusitati se enunciati da un personaggio in giacca e cravatta ma almeno non vanno a minare la fattura per il cliente.

Chiaramente non tutti i promotori del software libero nudo e crudo sono in conflitto di interessi, ma e’ abbastanza facile individuare chi adotta questa visione radical-chic:

  • ovviamente, hanno una propria attivita’ a scopo commerciale basata in modo piu’ o meno diretto sul software open. Oppure hanno qualche influente amico che ce l’ha. Consulenti in primis, ma anche sviluppatori, avvocati che forniscono assistenza legale sulle licenze, providers…
  • pubblicamente si scagliano ciecamente contro chiunque accenni alla parola “opensource”, ogni volta stracciandosi le vesti in nome della liberta’ a tutti i costi. Solitamente, chi ha una idea neutrale nei confronti del business o non business non bada molto a questi dettagli, appunto perche’ come detto prima “opensource” e’ colloquialmente a tutti gli effetti sinonimo di “freesoftware”
  • hanno il pallino della pubblica amministrazione. Gli importa poco che il software libero finisca in scuole, aziende, o nelle case della gente, se non magari per ragioni di pubblica opinione e pressione “democratica”; l’importante e’ puntare agli uffici statali, tanto meglio se sono grandi. L’ovvia ragione e’ che la P.A. sborsa cifre consistenti, e’ facilmente approcciabile per mezzo di un amico Consigliere o Assessore, ed essendo povera di competenze tecniche interne finisce per essere una sorgente continua di profitto

Come comportarsi dinnanzi a tal genere di elementi? In nessun modo particolare: vanno presi per quello che sono, e quanto qui espresso viene suggerito non come motivo di accusa ma come chiave di lettura. Come gia’ piu’ volta ribadito e’ anche (e soprattutto?) grazie a chi fornisce supporto commerciale agli applicativi open che si deve l’attuale grado di penetrazione di questa categoria di software, che certamente non sarebbe arrivato dove e’ arrivato adesso parlando solo di liberta’ e condivisione e margherite nei campi.

Ma non sarebbe affatto male pretendere un maggior grado di chiarezza da parte di chi sostiene di operare sempre e solo in nome del bene del mondo: la liberta’ va a braccetto con la trasparenza, e prima o poi il trucco nel gioco delle tre carte viene scoperto.

Forza Mono

24 luglio 2009

Per me, chi sostiene Mono e’ come chi sostiene Berlusconi.

Berlusconi ha tolto l’ICI. Berlusconi si da un gran daffare per i terremotati in Abruzzo. Berlusconi ha dato un giro di vite all’immigrazione clandestina. Berlusconi impone leggi severe contro chi abusa di alcol alla guida. I collaboratori di Berlusconi garantiscono la trasparenza della pubblica amministrazione e ci traghettano al federalismo, che garantisce una distribuzione piu’ efficiente dei proventi delle tasse. Insomma, Berlusconi fa un sacco di splendide cose. E nessuno (o comunque una buona parte dell’elettorato) sembra turbato dal fatto che se non e’ gia’ in galera e’ esclusivamente perche’ si e’ fatto piu’ di una legge apposta per tutelarsi, e che ci sono i testimoni delle sue attivita’ criminali.

Stessa cosa per Mono.

C# e’ un comodissimo e potentissimo linguaggio ad oggetti. Mono in esecuzione e’ piu’ veloce di Java. Mono contiene miriadi di funzioni gia’ pronte all’uso, e permette di realizzare applicazioni complesse con minimo sforzo. Insomma, Mono e’ uno splendido framework. E nessuno (o comunque una buona parte della community) sembra turbato dal fatto che infranga tonnellate di brevetti detenuti dalla societa’ in assoluto piu’ ostile al freesoftware, che ha gia’ dato prova di non aver scrupoli ad usare la sua posizione legale per fomentare dubbio ed incertezza. Che si tratti di una implementazione castrata e limitata di una tecnologia da cui il massimo oppositore del software libero trae ampi profitti e forza sul mercato. Che sia sviluppato da Novell, societa’ non certo indipendente e stretto partner Microsoft. Che all’interno della community sia promosso in primis da personaggi quali De Icaza, che e’ anche ai vertici di Novell, e che il conflitto di interessi sia grosso tipo le dimensioni di Rocco Siffredi.

Al di la’ del parallelo sulla forma, inquietante anche quello sulle metodologie adottate.

Chiunque contraddica Berlusconi, o lo critichi, o anche solo ne parli senza lode, e’ un comunista e, in quanto tale, nemico della liberta’. Da questa definizione non si salva nessuno, dagli esponenti del Partito Democratico (che di comunista hanno ben poco) agli occasionali manifestanti che esprimono una qualsivoglia opinione non positiva nei confronti del Governo. Insomma, le parole di chi non si dimostri entusiasta del premier e dei suoi collaboratori vengono “coperte” con tutt’altro genere di accuse, si’ da sminuirne la rilevanza e spazzare tutto sotto al tappeto.

Stessa cosa per Mono.

Dal giorno in cui e’ stato pubblicato l’oramai celeberrimo pezzo di Richard Stallman, in cui sostanzialmente la Guida Spirituale del mondo freesoftware consiglia di non usare Mono a causa delle sue implicazioni legali con Microsoft, prima si e’ vista una (del resto forse legittima) carrellata di commenti contrari, ma subito dopo molti hanno sentito il bisogno di sbeffeggiare la sua persona, e dopo ancora l’esibizione di uno scherzo (la oramai ritrita storia del “Culto delle Vergini di Emacs”, componente dell’ancor piu’ antico scherzo della “Chiesa di Emacs” su cui nessuno ha mai assolutamente avuto nulla da ridire in 18 anni di onorata carriera!) presso il Gran Canaria Desktop Summit e’ sfociata in una sequela di accuse di sessismo, reato culturale assai grave nei Paesi anglosassoni.

Personalmente sono immantinentemente contrario a Mono e spero di non doverlo usare mai, per motivazioni ancora piu’ estreme di quelle riportate da Stallman (come gia’ detto, per me nulla di cio’ che arriva da Redmond va minimamente preso in considerazione se non per valutarne il grado di minaccia). Ma cio’ che mal sopporto, al di la’ della mia effettiva legittimita’ nell’esprimere critiche verso il lavoro altrui, e’ la completa cecita’ di chi non si capacita di quel che sta facendo, ignorando la sconfinata lista di fatti storici che dimostrano l’assoluta mancanza di buona fede dell’entita’ (Microsoft, in questo caso) nelle mani di cui ci si sta mettendo. Questo atteggiamento mina la stabilita’ dell’intera community, anzi peggio del software intorno a cui la community ruota, ed il fatto di adottare metodologie da regime totalitario per affossare qualunque tesi avversa certo non aiuta.

Il software libero e’ una filosofia, e la filosofia molto spesso degenera in politica.

[Update: Ma non finisce qui: negli ultimi due giorni sulla stessa onda mediatica, oramai esplosa, si e' propagato anche il meme della "faux community", ovvero la condanna di coloro che (come per certi aspetti me stesso, lo ammetto) fanno del software libero una Guerra Santa molto spesso condotta ai danni della solita societa' di Redmond per deplorevoli questioni di fondamentalismo. Il filone nasce da qui (per la cronaca: lo stesso blog da cui e' scoppiato lo scandalo del Sex Gate di cui sopra) e viene parzialmente ripreso da questa intervista a Torvalds, che appunto adotta la recente apertura di codice GPL da parte di Microsoft come lampante dimostrazione della tesi. Peccato che nello stesso tempo emerge che Microsoft quel codice lo abbia rilasciato solo dopo che qualcuno gli ha fatto notare che includeva gia' pezzi GPL e la sua chiusura rappresentava una violazione della legge, dunque si siano trovati costretti ad intraprendere la strada del rilascio pubblico e di sicuro non lo hanno fatto per amore della condivisione o per dimostrare la propria accettazione della metodologia open. Dunque, come la mettiamo? Davvero la "faux community" e' tanto "faux"?]

Le Torri di Babilonia

3 luglio 2009

Che il mondo del freesoftware sia estremamente frammentato non e’ cosa nuova per nessuno: scarsa o nulla coordinazione nella conduzione dei progetti software, una quantita’ di correnti di pensiero contrastanti e spesso in diretta competizione, ignoranza sulle iniziative di carattere promozionale che avvengono al di fuori del proprio giardino, ed una quantita’ infinita di piani volti ad unire almeno una parte delle risorse verso una direzione senza sapere che di piani analoghi gia’ ne esistono a dozzine. Come mi ha detto Luca Robotti (consigliere regionale in Piemonte, e firmatario di una legge per l’uso del software libero nella pubblica amministrazione cui dedichero’ prossimamente un po’ di attenzione) “siete peggio della Sinistra”.

Ma in tutto questo caos almeno qualche saldo punto di riferimento, qualcuno cui rivolgersi per determinate questioni, continua ad esistere: gruppi, enti piu’ o meno formali ed ufficiali, associazioni, singole persone la cui autorita’ viene da tutti riconosciuta. O no? Sara’ forse un caso, una serie di coincidenze, o una mia personale errata interpretazione di fatti tutto sommato normali a farmi dubitare che davvero un fulcro di immota stabilita’ esista.

In ordine cronologico, partiamo dalla community italiana: a poco tempo fa’ risale il mio resoconto sull’ultima LUG Conference tenutasi a Bologna, durante la quale ho raccolto numerose critiche nei confronti di ILS, ovvero l’associazione che dovrebbe sovraintendere ed organizzare i Linux User Groups sparpagliati sul territorio. Della Linux Society molti parlan male da sempre (a ragione o a torto, non e’ questo lo spazio per l’approfondimento), e ovviamente le parole servono a poco e non comportano minaccia alcuna. Ma che i LUG si organizzino e si incontrino periodicamente diventa un fatto, o meglio l’antefatto alla detronizzazione di una entita’ che detiene l’unica minima autorita’ ad oggi esistente, e l’unica fortuna di ILS sta nella pigrizia oggettiva dei suoi detrattori di combinar qualcosa di concreto. Ad oggi non vedo sintomi di un cambiamento ne’ prossimo ne’ venturo, in quanto basta dare uno sguardo alla mailing list di riferimento per constatare che gli umori accesi in quel di Romagna si sono repentinamente sopiti – probabilmente in preparazione alla catena di flames che si vedra’ sorgere con l’approssimarsi del Linux Day 2009 – ma e’ comunque un dato da registrare il desiderio crescente di molti di riportare qualsiasi priorita’ decisionale ai singoli, indipendentemente da cio’ che tale manovra comporterebbe.

Saliamo di grado ed arriviamo alla community di programmatori internazionale, per dare uno sguardo a Freedesktop. Anche in questo caso recentemente ho fatto un cenno al modo con cui ogni bellimbusto di passaggio puo’ dirottare un progetto fuori della protezione dell’entita’ informale destinato alla standardizzazione del desktop Linux facendo leva sulle sue note limitazioni, il qual fatto gia’ denota una mancanza di fiducia nello stesso. Ma solo in questi giorni sulla mailing list primaria del progetto si e’ consumato il dramma della pubblica accusa: partendo da una innocua discussione sulla gestione delle notifiche sul desktop Aaron Seigo, presidente della fondazione che sostiene KDE, ha messo sul banco degli imputati l’intera struttura “politica” dell’ente, puntando il dito sul metodo con cui vengono prese le decisioni e sul fatto che il “consenso comune”, che dovrebbe essere fulcro dell’intero processo di formulazione delle specifiche, tanto “comune” non sarebbe (qui un riassunto). A poco sono valse le minacce di interrompere la collaborazione, modesti sono stati gli schieramenti e piu’ in generale il flame e’ stato auto-contenuto in virtu’ delle regole sociologiche che governano le community (“se un thread degenera, non partecipare”), ma sommando questo ennesimo episodio di insofferenza nei confronti di Freedesktop si evince un cedimento autoritativo, rimarcato nuovamente dal fatto che alcuni repository delle specifiche sono gia’ stati migrati o stanno per essere spostati su GitHub o altre piattaforme di hosting.

Infine, se qualche speranza di unita’ della community fosse rimasta ancora, e’ questione delle ultime ore la presa di posizione di Richard Stallman in merito alla tecnologia Mono e le conseguenti proteste insorte a spasso per la Rete. Con un comunicato, che stupisce il fatto non sia stato divulgato prima, il Leader Maximo del mondo free si esprime negativamente nei confronti della ben nota implementazione open dell’altrettanto ben noto framework .NET di Microsoft, menzionando il pericolo costituito dai numerosi brevetti registrati sul prodotto, ma ha ottenuto reazioni contrastanti ed il flusso di tweets critici e’ stato abbastanza consistente. Una contro-risposta ben piu’ radicata che non quella ricevuta in occasione della pubblicazione di “The Java Trap”, brano in buona parte simile a quanto visto adesso contro Mono ma rivolto alla tecnologia Java quando essa ancora non era stata completamente aperta. Forse molto semplicemente la critica e’ sempre esistita ed in quest’ultima occasione appare amplificata dai mezzi di comunicazione sempre piu’ capillari (“Java Trap” risale al 2004, quando si stava radicando il blogging e manco si osava pensare al microblogging), forse il commento da parte di FSF e’ arrivata troppo tardi e quando gia’ ognuno si e’ fatto una propria idea cui non vuol (giustamente) rinunciare, forse proprio perche’ il dibattito Mono/non-Mono era gia’ acceso da tempo molti si son sentiti punti nel vivo ed hanno voluto dire la propria (mentre di contro “The Javascript Trap”, ennesimo brano di denuncia nei confronti delle applicazioni web e a parer mio molto piu’ facilmente attaccabile, e’ passato pressoche’ inosservato). Sta di fatto che se persino il Messia, figura di sicuro non amatissima da tutti ma comunque solitamente lasciata nel suo angolino quando fa una sparata troppo eccessiva, riceve tanti appunti, il cerchio finora tracciato sull’instabilita’ si chiude.

Questi sono in buona parte, come gia’ detto, solo spunti, facezie, aneddoti, che presi singolarmente sono banalissimi ed insignificanti fatti di cronaca nerd. E neppure se considerati tutti insieme hanno particolari possibilita’ di rappresentare una forma di minaccia ne’ imminente ne’ futura. Presumibilmente nessuna delle tre condizioni sopra esposte sfocera’ in un evento di proporzioni realmente degne di attenzione, ma spegnendosi i clamori inevitabilmente lasceranno un segno, un attrito tra diverse persone e diverse community, che per quanto infinetesimale avra’ eroso un tantino di piu’ le delicate basi di un movimento fondato sulla collaborazione e la condivisione, valori gia’ di per loro fragili e suscetibili.

Come detto in apertura la community notoriamente e da sempre soffre di divisioni e lacerazioni interne, piu’ o meno marcate a seconda delle persone coinvolte, e tale condizione negativa e’ insita nel DNA stesso del movimento: laddove il concetto di liberta’ diventa motore di ogni iniziativa ognuno preferisce agire nel modo che piu’ gli garba anziche’ seguire una strada comune ma magari non del tutto condivisa. E forse e’ esattamente qui il problema, nella cosi’ facile interpretazione (buona o cattiva) della parola “liberta'”: ieri essa veniva considerata sinonimo di “partecipazione” dal mai dimenticato Gaber, oggi e’ sinonimo di “faccio il cazzo che mi pare” ed ogni invito alla collaborazione ed alla coordinazione e’ spesso interpretata come atto tirannico. La fascia piu’ alta dell’ecosistema, rappresentata dagli utenti e dai simpatizzanti del software libero, prospetta la completa decentralizzazione e la “liberta’ ad ogni costo”, ben lieta di vedere delegate le responsabilita’ amministrative ed operative a qualche realta’ spesso di natura commerciale che di certo non fa la sua parte per beneficienza; a causa del ricambio generazionale questa tendenza si sta spostando anche agli strati piu’ bassi della piramide, quelli che le cose le fanno e dal cui buon senso dipende la salute dell’intero sistema.

Se il vento della liberta’ soffia con eccessivo vigore, le strutture piu’ grandi oscillano.

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