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Un Tweet Salvera’ il Mondo

20 dicembre 2009

[Postfazione: questo post nasceva con intento tecnico ma mi ci son fatto prendere la mano, dunque lo riporto su questo blog. Per eventuali future evoluzioni della componente software menzionata al fondo si faccia riferimento alla mia vetrina piu' gustosamente programmatoria.]

Tra le notizie che hanno suscitato il maggior scompiglio nel mondo digitale nell’ultima settimana c’e’ sicuramente l’adozione da parte di WordPress dell’API web di Twitter. Per comprendere la portata di questo annuncio, basta riportare una frase tratta appunto dal blog del team WordPress:

Any app that allows you to set a custom API URL will work

Ovvero: tutte le applicazioni fatte per Twitter adesso funzionano anche su WordPress, senza perder tempo e risorse per implementare client diversi che parlino linguaggi distinti. La notizia ha generato un gran numero di reazioni, e trovo in particolare questa qua tra le piu’ interessanti (forse un pochino esaltata, ma comunque interessante) in quanto dice (anche qui cito testualmente)

If two companies with a significant number of users that share no investors or board members both support a common API, we can say that the API has reached Version 1.0 and is safe to base your work on.

Certamente l’affermazione di uno standard de facto determinato non gia’ dal comune consenso (e buon senso) ma da strategie di mercato e’ fatto deplorevole, su cui pero’ per una volta mi sento di chiudere un occhio data l’implicita accessibilita’ della funzione (un’API web per essere usata e fatta usare deve essere per forza di cose pubblica e documentata), la totale mancanza di una alternativa condivisa ed “ufficiale” che meriterebbe di essere promossa, e l’urgenza della necessita’ che si sta andando a soddisfare.

Volenti o nolenti lo spesso vituperato “social web”, l’insieme di strumenti per mezzo delle quali le persone comuni (e non necessariamente i geeks avvezzi alla tecnologia) scambiano commenti ed opinioni, ha gia’ dimostrato di essere un eccellente vettore sociale, informativo, innovativo e democratico, e per quanto Facebook sia l’emblema stesso del cazzeggio su Internet il potenziale utile della piattaforma e’ evidente (tanto da essere diventata scomoda agli occhi della politica). Ma la grande disponibilita’ di tecnologie per la comunicazione non risulta comunque essere condizione unica per la loro diffusione e radicazione: esistono tutti i rischi dovuti alla centralizzazione ed alla presenza di un unico o di pochi point-of-failure (fallisce/viene chiuso/viene filtrato/esplode Facebook, ed e’ tutto da ricominciare), esiste la scarsa e difficile integrazione di tools che permettano di esprimere una notizia o una posizione in modo rapido e semplice da parte di chiunque, ed esiste una forte frammentazione dei contenuti percui non sempre tutti i punti di vista rilevanti emergono in modo chiaro e paritario ostacolando la nascita di opinioni realmente oggettive e personali.

Da qui appunto la sopra citata “urgenza” ad intervenire, per rimuovere i paletti prettamente tecnici: in un mondo in cui si e’ verificato persino il fallimento del vertice di Copenaghen, e dove dunque la classe politica ha dato dimostrazione di essere una palla al piede piu’ che una guida, l’unica speranza di dare una sistemata viene dal reciproco dialogo dei diretti interessati, ovvero le persone.

Un’API comune per la creazione di contenuti non sara’ forse la panacea di tutti i mali, tantomeno se l’API in questione e’ stata plasmata intorno al solo Twitter e lascia grosse lacune, ma e’ pur sempre un bel miglioramento per permettere agli addetti ai lavori di costruire, riutilizzare e perfezionare le applicazioni software da mettere poi in mano all’utenza. Certo al momento viene supportata solo da uno sparuto gruppo di piattaforme, molto popolari ma pur sempre una minoranza rispetto all’immenso ecosistema internettiano, ma ci sono buone possibilita’ per una piu’ capillare distribuzione: il fatto di essere compatibili con l’infinita’ quantita’ di applicazioni web, desktop e mobile costruite intorno a Twitter e’ fattore (meramente economico, dunque plausibile) incentivamente per l’adesione da parte dei network piu’ piccoli, altrimenti succubi dalla concorrenza numerica dei colossi.

In questo momento stavo consultando il codice di TwitterGlib, libreria C realizzata dall’infaticabile Bassi, e constato che qualche correzione andrebbe apportata qua e la’ per permettere di riusare questo codice in altri contesti oltre allo specifico microblog. Il sorgente non e’ piu’ aggiornato da diversi mesi e dovro’ valutare se val la pena contattare il maintainer per continuare quel progetto oppure forkarlo ed aggiungere altrove le funzionalita’ richieste, ma il fatto di avere una base da cui partire e’ confortante. Da li’, ogni evoluzione e’ possibile, e soprattutto non prevedibile: come nel Lego, se i pezzi sono tanti e variegati ma si incastrano tra loro le possibili combinazioni sono infinite.

Puo’ il software migliorare il mondo. Anzi, addirittura salvarlo? Forse questa affermazione e’ eccessiva, ma quel che e’ certo e’ che pure l’apparentemente inutile, stravagante, sovrastimato Twitter ha portato qualcosa di buono.

No Logo

31 ottobre 2009

Questo e’ stato il primo anno in cui, dopo lunghe e travagliate vicende, in Torino si e’ svolto un solo Linux Day. Ma, ahime’, non e’ tutto oro quel che luccica.

Dopo la scissione del LUG cittadino (oggi denominato “GlugTo“), avvenuta nel 2002 con la costituzione del parallelo “GNUG” (o anche, per alcuni, “quelli di Torte” in riferimento al curioso nome affibiato alla mailing list di riferimento), i due insiemi hanno sempre provveduto ad organizzare la manifestazione per conto proprio senza disturbarsi reciprocamente piu’ di tanto. Io mi trovai a militare la lista di GNUG, frequentai un paio di appuntamenti in veste di manovale nel reparto LIP, ed iniziai a maturare un discreto disagio sul fatto di agire ed operare portando inconsapevolmente un “cappello” che non era il mio, ma quello di un gruppo che pur non essendo una associazione aveva una sua gerarchia di fatto, non democratica e neppure meritocratica, fondata in un certo qual modo sull’anzianita’, sulle relazioni personali dei membri, e sui loro interessi privati. Membri che assai raramente prendevano parte attiva alle azioni concrete, preferendo evidentemente lasciare che fossero i piu’ entusiasti (o i piu’ ingenui) a condurre le attivita’ da cui il buon nome della combriccola dipendeva. E per quanto ci si sperticasse nel dichiarare che quello era un organo informale e senza scopo di autopromozione, si pretendeva il logo. E’ successo quel che e’ successo e da tre anni l’organizzazione della manifestazione ottobrina presso la capitale sabauda e’ in appalto ad un evanescente gruppo espressamente dedicato a tale attivita’, che per esplicita volonta’ dei fondatori (tra cui me) non puo’ essere ricondotto per meriti o elogi a nessuna realta’ tra le tanti esistenti in Torino: ognuno partecipa solo in virtu’ di quanto stampato sulla propria carta di identita’ e dell’impegno personale profuso nell’operazione, senza possibilita’ che qualcuno se ne stia comodamente seduto in poltrona per poi raccattare le lodi ed i frutti del lavoro svolto da altri. Una configurazione che reputo non solo corretta nei confronti dei molti che contribuiscono pur non essendo all’interno di nessuna delle summenzionate associazione e che dunque non verrebbero rappresentati da nessuno stemma preconfezionato, ma anche estremamente vantaggiosa in quanto naturalmente proiettata verso l’apertura ed alla raccolta di risorse umane e non.

Ma a ben guardare l’evento gestito dal Comitato non e’ il Linux Day di Torino, ma un Linux Day di Torino, quello ereditato da GNUG. Diversi sono stati i tentativi di far confluire anche i soci di GlugTo in questa iniziativa, ma con assai scarsi risultati: nel 2006, ultimo anno dell’Era pre-Comitato, si era quasi riusciti a mettere insieme le due organizzazioni ma il LUG diede buca all’ultimo momento e senza avviso, tant’e’ che comunque sui volantini rimase il loro nome; nel 2007, primo anno dell’Era del Comitato, siamo stati troppo affaccendati nel piantare le radici del nuovo corso e semplicemente abbiamo limitato i contatti al minimo indispensabile; nel 2008 c’e’ stato un incontro, ma il piu’ che si e’ riusciti ad ottenere e’ stata la reciproca menzione dei due eventi uno sul volantino e sul sito dell’altro. Nel corso di questo intervallo comunque in GlugTo si e’ sempre osservato con diffidenza e scrupolo al nascente nucleo indipendente, per il semplice fatto che per qualche esoterico motivo esso e’ sempre stato mentalmente (ed infondatamente) ricondotto al fu’ GNUG e a tutti i non piacevoli trascorsi tra le due fazioni: i contrasti individuali sono stati ampliati anche al pugno di ragazzotti colpevoli di essersi incontrati per la prima volta sulla mailing list dello storico rivale, ed il desiderio di non aver nulla a che fare con gli antagonisti si e’ risolto nel desiderio di non aver nulla a che fare con noi. E’ finito negli annali il mezzo flame (presto placato con qualche mail privata) innescato sul canale di ILS, quando un membro di GNUG indirettamente accuso’ il Linux Day di GlugTo di non rispettare le linee guida nazionali e questi per tutta risposta attaccarono il Linux Day del Comitato reo di chiamarsi “Linux Day Torino” e di essersi dunque a parer loro indebitamente arrogato il diritto della manifestazione.

Venne il 2009. Quest’anno gli incontri sono stati piu’ numerosi in virtu’ delle convocazioni fatte da parte di TorinOpen, N+1esimo ente immolato all’unificazione delle risorse linuxofile torinesi che col pretesto di occuparsi di qualche contenuto popolare pre e post 24 ottobre ha messo intorno ad un tavolo i vertici di GlugTo e qualche rappresentante del Comitato LDT. Nonche’ me, che non sono mai stato socio della prima ed ho a questa tornata lasciato i secondi, ma mi piace seguire da vicino i sommovimenti della community. In almeno un paio di occasioni si e’ esplicitamente parlato di far convergere le forze in un unico evento, sfruttando i gia’ delineati bacini di interesse (al LUG la mattinata di dibattito con le istituzioni, agli altri il pomeriggio piu’ tecnico) per far si’ da lasciare a ciascuno liberta’ di azione, ma non c’e’ stato modo alcuno di trovare un compromesso su un’unico punto: il logo. Come detto, presso il Comitato vige la regola non scritta percui il Linux Day per essere di tutti non deve essere di nessuno. Come immaginabile, presso GlugTo il riconoscimento dell’associazione e’ condizione imprescindibile per la partecipazione. Leggi nettamente contrastanti a cui nessuno dei due ha voluto rinunciare, col risultato di salutarsi neppure troppo amichevolmente. Alla fine loro non sono riusciti a predisporre l’appuntamento mattutino che avrebbero voluto, e da qui il fatto che agli atti c’e’ stata una unica manifestazione ufficiale, ma pur non avendo nulla da presentare non hanno esitato a svolgere ugualmente un proprio Install Party nel pomeriggio del fatidico sabato di cui sinceramente non conosco l’esito considerando che almeno due dei pochi membri realmente attivi erano alla Cascina.

Situazioni di questo genere temo non siano infrequenti in giro per l’Italia: numerosi centri abitati, anche piccoli, hanno piu’ entita’ che operano in modo totalmente indipendente e senza il benche’ minimo contatto, anzi talvolta in conflitto, affannandosi solo di mettere in bella vista la propria denominazione, cercando di raccogliere il maggior numero di iscritti (paganti la quota, diciamolo) da far risultare sui propri registri. A titolo di esempio, esattamente mentre scrivevo queste parole vedo il presidente di GlugTo (mi si voglia perdonare se mi accanisco su questa specifica realta’, ma e’ quella che ho piu’ sotto gli occhi e meglio si presta ad una analisi dettagliata) che commenta un articolo in merito ad un imminente evento linuxofilo felicitandosi non gia’ della visibilita’ dell’iniziativa ma della menzione del suo proprio gruppo. L’autoreferenzialita’ ha smesso da un pezzo di essere un rischio, e’ oramai una certezza: l’importante e’ il bollino, e senza bollino non si fa niente. Il risultato e’ che ogni ente acquisisce una sua identita’, una sua coscienza ed un suo istinto di sopravvivenza, e la missione non e’ piu’ la promozione del software libero ma dell’istituto in se’, i cui membri sono fidelizzati fino al punto di disinteressarsi completamente a qualsiasi accadimento svoltosi al di fuori delle quattro mura della mailing list di appartenenza.

So perfettamente che volenti o nolenti nel mondo open il riconoscimento dei singoli e’ uno dei motori principali di qualsiasi opera, e non lo si puo’ (e non lo si deve) negare. So perfettamente che senza associazioni costituite sarebbe immensamente piu’ complicato ottenere spazi e fondi dalle municipalita’, con le quali si dialoga solo su carta bollata. So perfettamente che possano esistere attriti tra diverse persone, che rendono difficili particolari collaborazioni e concilii. Ma so anche che esiste il buon senso, e che qualche volta occorre farne uso.

Lo stesso Linux Day Torino e’ la dimostrazione pratica del teorema. Coinvolge una grande quantita’ di volontari e di pubblico, viene considerato uno dei migliori eventi in giro per l’Italia, e una parte delle risorse usate proviene appunto da una associazione: la lista pubblica ed il sito stanno su un loro server, i contatti per avere i grandi spazi comunali impiegati sono saltati fuori dalla loro agenda, la responsabilita’ della manifestazione se la sono accollata loro, e quest’anno si son pure smazzati la rendicontazione delle palanche giunte in forma di finanziamento della Regione. (Disclosure: di suddetto soggetto io sono membro, ma parlo in terza persona non avendo io partecipato a nessuna di queste attivita’). Eppure, il loro nome non appare su nessun volantino, ne’ sul sito, ne’ in nessun’altro luogo al di fuori della cerchia di persone interne al Comitato. Perche’? Perche’ non si puo’ avere la botte piena e la moglie ubriaca. Assegnare un riconoscimento pubblico, magari per certi aspetti pure meritato, farebbe crollare l’intera impalcatura intorno a cui l’organizzazione attuale e’ costruita: per le gia’ menzionate questioni degli storici rancori non ci sarebbe la partecipazione degli esuli del GNUG e dei disertori del GlugTo, ne’ per velleita’ egualitarie degli anarchici di Underscore e TLTF, ne’ tantomeno per aspirazioni pubblicitarie di altre associazioni come Ingegneria Senza Frontiere, oppure ancora dei numerosissimi “freelance” che costituiscono il cuore operativo dell’evento. E a quel punto, se non ci fosse la manodopera di quella trentina di persone che fanno il Linux Day sul campo, col server per la mailing list e con gli spazi comunali e con i fondi regionali ci si potrebbe fare un falo’. Il gioco non vale la candela, e comunque l’associazione ci “guadagna” sul fatto che viene resa nota la sua esistenza ed il suo impegno presso i componenti piu’ reattivi e propositivi della combriccola e potra’ da li’ affiancare qualche potenziale nuovo socio che possa lavorare espressamente con quel cappello in altre circostanze, coscientemente e responsabilmente. Buon senso.

Sarebbe ora di muoversi per il bene comune, non per quello individuale. L’unico nome e’ “community”, l’unico logo il pinguino. Da soli non si fa niente, o comunque talmente poco da essere equiparabile a niente. Insieme si fa tanto, si fa tutto, e tutti ci guadagniamo.

Le Torri di Babilonia

3 luglio 2009

Che il mondo del freesoftware sia estremamente frammentato non e’ cosa nuova per nessuno: scarsa o nulla coordinazione nella conduzione dei progetti software, una quantita’ di correnti di pensiero contrastanti e spesso in diretta competizione, ignoranza sulle iniziative di carattere promozionale che avvengono al di fuori del proprio giardino, ed una quantita’ infinita di piani volti ad unire almeno una parte delle risorse verso una direzione senza sapere che di piani analoghi gia’ ne esistono a dozzine. Come mi ha detto Luca Robotti (consigliere regionale in Piemonte, e firmatario di una legge per l’uso del software libero nella pubblica amministrazione cui dedichero’ prossimamente un po’ di attenzione) “siete peggio della Sinistra”.

Ma in tutto questo caos almeno qualche saldo punto di riferimento, qualcuno cui rivolgersi per determinate questioni, continua ad esistere: gruppi, enti piu’ o meno formali ed ufficiali, associazioni, singole persone la cui autorita’ viene da tutti riconosciuta. O no? Sara’ forse un caso, una serie di coincidenze, o una mia personale errata interpretazione di fatti tutto sommato normali a farmi dubitare che davvero un fulcro di immota stabilita’ esista.

In ordine cronologico, partiamo dalla community italiana: a poco tempo fa’ risale il mio resoconto sull’ultima LUG Conference tenutasi a Bologna, durante la quale ho raccolto numerose critiche nei confronti di ILS, ovvero l’associazione che dovrebbe sovraintendere ed organizzare i Linux User Groups sparpagliati sul territorio. Della Linux Society molti parlan male da sempre (a ragione o a torto, non e’ questo lo spazio per l’approfondimento), e ovviamente le parole servono a poco e non comportano minaccia alcuna. Ma che i LUG si organizzino e si incontrino periodicamente diventa un fatto, o meglio l’antefatto alla detronizzazione di una entita’ che detiene l’unica minima autorita’ ad oggi esistente, e l’unica fortuna di ILS sta nella pigrizia oggettiva dei suoi detrattori di combinar qualcosa di concreto. Ad oggi non vedo sintomi di un cambiamento ne’ prossimo ne’ venturo, in quanto basta dare uno sguardo alla mailing list di riferimento per constatare che gli umori accesi in quel di Romagna si sono repentinamente sopiti – probabilmente in preparazione alla catena di flames che si vedra’ sorgere con l’approssimarsi del Linux Day 2009 – ma e’ comunque un dato da registrare il desiderio crescente di molti di riportare qualsiasi priorita’ decisionale ai singoli, indipendentemente da cio’ che tale manovra comporterebbe.

Saliamo di grado ed arriviamo alla community di programmatori internazionale, per dare uno sguardo a Freedesktop. Anche in questo caso recentemente ho fatto un cenno al modo con cui ogni bellimbusto di passaggio puo’ dirottare un progetto fuori della protezione dell’entita’ informale destinato alla standardizzazione del desktop Linux facendo leva sulle sue note limitazioni, il qual fatto gia’ denota una mancanza di fiducia nello stesso. Ma solo in questi giorni sulla mailing list primaria del progetto si e’ consumato il dramma della pubblica accusa: partendo da una innocua discussione sulla gestione delle notifiche sul desktop Aaron Seigo, presidente della fondazione che sostiene KDE, ha messo sul banco degli imputati l’intera struttura “politica” dell’ente, puntando il dito sul metodo con cui vengono prese le decisioni e sul fatto che il “consenso comune”, che dovrebbe essere fulcro dell’intero processo di formulazione delle specifiche, tanto “comune” non sarebbe (qui un riassunto). A poco sono valse le minacce di interrompere la collaborazione, modesti sono stati gli schieramenti e piu’ in generale il flame e’ stato auto-contenuto in virtu’ delle regole sociologiche che governano le community (“se un thread degenera, non partecipare”), ma sommando questo ennesimo episodio di insofferenza nei confronti di Freedesktop si evince un cedimento autoritativo, rimarcato nuovamente dal fatto che alcuni repository delle specifiche sono gia’ stati migrati o stanno per essere spostati su GitHub o altre piattaforme di hosting.

Infine, se qualche speranza di unita’ della community fosse rimasta ancora, e’ questione delle ultime ore la presa di posizione di Richard Stallman in merito alla tecnologia Mono e le conseguenti proteste insorte a spasso per la Rete. Con un comunicato, che stupisce il fatto non sia stato divulgato prima, il Leader Maximo del mondo free si esprime negativamente nei confronti della ben nota implementazione open dell’altrettanto ben noto framework .NET di Microsoft, menzionando il pericolo costituito dai numerosi brevetti registrati sul prodotto, ma ha ottenuto reazioni contrastanti ed il flusso di tweets critici e’ stato abbastanza consistente. Una contro-risposta ben piu’ radicata che non quella ricevuta in occasione della pubblicazione di “The Java Trap”, brano in buona parte simile a quanto visto adesso contro Mono ma rivolto alla tecnologia Java quando essa ancora non era stata completamente aperta. Forse molto semplicemente la critica e’ sempre esistita ed in quest’ultima occasione appare amplificata dai mezzi di comunicazione sempre piu’ capillari (“Java Trap” risale al 2004, quando si stava radicando il blogging e manco si osava pensare al microblogging), forse il commento da parte di FSF e’ arrivata troppo tardi e quando gia’ ognuno si e’ fatto una propria idea cui non vuol (giustamente) rinunciare, forse proprio perche’ il dibattito Mono/non-Mono era gia’ acceso da tempo molti si son sentiti punti nel vivo ed hanno voluto dire la propria (mentre di contro “The Javascript Trap”, ennesimo brano di denuncia nei confronti delle applicazioni web e a parer mio molto piu’ facilmente attaccabile, e’ passato pressoche’ inosservato). Sta di fatto che se persino il Messia, figura di sicuro non amatissima da tutti ma comunque solitamente lasciata nel suo angolino quando fa una sparata troppo eccessiva, riceve tanti appunti, il cerchio finora tracciato sull’instabilita’ si chiude.

Questi sono in buona parte, come gia’ detto, solo spunti, facezie, aneddoti, che presi singolarmente sono banalissimi ed insignificanti fatti di cronaca nerd. E neppure se considerati tutti insieme hanno particolari possibilita’ di rappresentare una forma di minaccia ne’ imminente ne’ futura. Presumibilmente nessuna delle tre condizioni sopra esposte sfocera’ in un evento di proporzioni realmente degne di attenzione, ma spegnendosi i clamori inevitabilmente lasceranno un segno, un attrito tra diverse persone e diverse community, che per quanto infinetesimale avra’ eroso un tantino di piu’ le delicate basi di un movimento fondato sulla collaborazione e la condivisione, valori gia’ di per loro fragili e suscetibili.

Come detto in apertura la community notoriamente e da sempre soffre di divisioni e lacerazioni interne, piu’ o meno marcate a seconda delle persone coinvolte, e tale condizione negativa e’ insita nel DNA stesso del movimento: laddove il concetto di liberta’ diventa motore di ogni iniziativa ognuno preferisce agire nel modo che piu’ gli garba anziche’ seguire una strada comune ma magari non del tutto condivisa. E forse e’ esattamente qui il problema, nella cosi’ facile interpretazione (buona o cattiva) della parola “liberta’”: ieri essa veniva considerata sinonimo di “partecipazione” dal mai dimenticato Gaber, oggi e’ sinonimo di “faccio il cazzo che mi pare” ed ogni invito alla collaborazione ed alla coordinazione e’ spesso interpretata come atto tirannico. La fascia piu’ alta dell’ecosistema, rappresentata dagli utenti e dai simpatizzanti del software libero, prospetta la completa decentralizzazione e la “liberta’ ad ogni costo”, ben lieta di vedere delegate le responsabilita’ amministrative ed operative a qualche realta’ spesso di natura commerciale che di certo non fa la sua parte per beneficienza; a causa del ricambio generazionale questa tendenza si sta spostando anche agli strati piu’ bassi della piramide, quelli che le cose le fanno e dal cui buon senso dipende la salute dell’intero sistema.

Se il vento della liberta’ soffia con eccessivo vigore, le strutture piu’ grandi oscillano.

L’Informazione

3 marzo 2009

Come molti sanno, quella in cui noi viviamo viene da molti definita l’Era dell’Informazione: le notizie viaggiano da un capo all’altro del globo alla velocita’ della luce, le attivita’ economiche e culturali sono pesantemente influenzate da cio’ che accade vicino e lontano, tutti sanno tutto di tutti e quello che non si sa viene venduto come qualsiasi altra merce (o anche a prezzi piu’ elevati).

I media tradizionali (stampa e televisione) cercano di adattarsi ai tempi moderni, puntando piu’ su contenuti di approfondimento (o sul trash ludico, ma questo e’ un’altro discorso…) anziche’ sulla singola notizia che molto piu’ tempestivamente viene trasmessa per mezzo dell’Internet, ma a volte capita che la stessa Rete non riesca a star dietro a se’ stessa.

Con l’emergere prima dei blogs e poi di servizi quali Twitter e Facebook la domanda che Corrado Guzzanti si poneva qualche anno fa’ (“Aborigeno: ma io e te, che cazzo se dovemo di’???”) trova una risposta: i canali di trasmissione digitale vengono quotidianamente, minuto dopo minuto, riempiti di informazione di prima mano, che viene prodotta da persone comuni e consumata prima che qualsiasi altro media universalmente riconosciuto (sia esso un antidiluviano giornale cartaceo o un moderno aggregatore web) possa impacchettarla.

Particolarmente di rilievo e’ stato il “caso Mumbai”: al di la’ del fatto di cronaca, la strage avvenuta in novembre nel corso di un attacco paramilitare durato tre giorni nella grande citta’ indiana, notevole il modo con cui pressoche’ ogni grande e rinomato portale di informazione abbia trovato in Twitter la piu’ importante e puntuale fonte di aggiornamento, raccogliendo i brevi messaggi immessi da quanti si trovavano li’ in quel momento e diramavano in tempo reale ogni sorta di dettaglio. Questo avvenimento, che nella popolazione del cyberspazio ha fatto molto piu’ scalpore che non i 100 e piu’ morti provocati dagli scontri a fuoco, puo’ essere storicamente riconosciuto come il punto di svolta che ha elevato il fenomeno del microblogging (in se’, ancora piu’ rapido ed efficiente dell’oramai “tradizionale” blogging) a veicolo di notizie, e c’e’ da immaginare che la tecnologia del real-time search stia guadagnando crescente interesse da parte di chi con l’informazione ci campa o, piu’ semplicemente, gradisce fruire aggiornamenti prima di chiunque altro: splendido codesto script per GreaseMonkey miscela i risultati di Google con i tweet piu’ freschi, regalando un ulteriore tocco di contemporaneita’ ai links che gia’ di per loro vengono organizzati secondo un criterio cronologico.

Pure senza andare a cercare casi particolari o eccezionali, io stesso ho vissuto non molto tempo addietro una modesta esperienza di “giornalismo fai-da-te”: in occasione della scossa tellurica avvenuta in dicembre nei pressi di Parma, e chiaramente avvertita alla scrivania del mio ufficio, sono andato a leggere lo status dei miei contatti su Facebook ed ancora prima di ricevere conferma da parte del comunicato Ansa (editato un’oretta dopo) avevo una idea dell’epicentro. In tale situazione la semplice connessione instaurata tra me ed i miei conoscenti sparsi per il nord Italia per mezzo della popolarissima social utility, spesso additata (anche a ragione…) come istigatrice al cazzeggio piu’ becero durante l’orario lavorativo, mi ha permesso di ottenere un dato prima che questo fosse ufficializzato; per la carita’, il relativo articolo apparso sull’Ansa era molto piu’ dettagliato e prodigo di dettagli (il fatto che non ci sono stati danni, ad esempio), ma fatte le debite proporzioni tra i miei quattro o cinque amici coinvolti che hanno avuto cura di aggiornare il proprio status e la schiera di giornalisti professionisti al soldo dell’agenzia di stampa nazionale credo che l’evento possa essere sufficientemente significativo in merito alla potenzialita’ dello scambio diretto ed in tempo reale tra individui permesso dalla moderna tecnologia web.

Come cantava De Gregori, “la storia siamo noi”. E anche, di conseguenza, il presente. Il fatto di poter essere permanentemente in contatto con amici, conoscenti o sconosciuti sparpagliati sulla superficie terracquea ci garantisce di ottenere, validare, perfezionare l’informazione, pesarne la validita’ e l’attendibilita’, recepire fatti insignificanti o prioritari, combinarli e trarne conclusioni.

E non si pensi che se ne possa fare tranquillamente a meno: che lo vogliamo o meno l’informazione (ed il modo in cui viene presentata) modifica l’ambiente in cui ci muoviamo, basti pensare alle recenti e piu’ volte discusse leggi sull’introduzione delle ronde di cittadini introdotte per far fronte non gia’ all’ondata di violenza che sembra aver invaso le citta’ italiane (nel 2008 si e’ verificato il 10% in meno di stupri) ma appunto perche’ qualcuno ha sentito il bisogno di fornire notizie allarmanti su un fenomeno che anzi era sotto controllo, fomentando l’opinione pubblica e costringendo il Governo ad attuare misure fondamentalmente inutili.

Produciamo ed assorbiamo informazione, talvolta corretta e talvolta erronea (ma questo, come sopra descritto, capita anche con i media canonici e dunque non credo che il problema sia di molto significativo se la sorgente non e’ iscritta all’albo dei giornalisti), essa influenza il nostro pensiero ed il nostro spazio, possiamo vivere il nostro mondo in presa diretta e senza interruzioni pubblicitarie.

L’informazione e’ libera. L’informazione siamo noi.

Una Grande Famiglia

5 febbraio 2009

Io sono un atipico sostenitore del software libero: mi affanno per promuoverlo e divulgarlo in ogni dove, faccio il tifo per tantissime grandi e piccole iniziative che spontaneamente nascono nei piu’ disparati luoghi, eppure non proprie tutte le attivita’ (e soprattutto non proprio tutti i promotori) mi vanno a genio. Sara’ forse perche’ sono “all’antica”, ho troppo ben presente la distinzione tra freesoftware ed opensource, e sebbene non sia un estremista per nessuna delle due fazioni mi turba vedere quanto talune volte un movimento tenta di contaminare (e sfruttare) l’altro.

E’ per questo motivo che ieri, leggendo l’annuncio della piu’ recente manovra di AsSoLi, ho avuto una reazione non particolarmente entusiasta.

Quel che si propone di fare sul sito carocandidato.org e’ ingegnerizzare una gia’ passata esperienza vissuta in occasione delle scorse elezioni politiche, ovvero costituire una sorta di “forza popolare” di elettori che faccia pressione sui politici che stanno per affrontare una consultazione elettorale e, in sostanza, fargli aggiungere tra le promesse anche qualcosa sul supporto al software libero all’interno della Pubblica Amministrazione. Una cosa fondamentalmente inutile, considerando che tutti sappiamo come un qualsiasi aspirante parlamentare/presidente/sindaco sia sempre assolutamente incline ad assecondare qualsivoglia richiesta proveniente da chi dovra’ poi apporre la propria crocetta sulla scheda destinata all’urna per poi fatalmente dimenticare tutto quello che aveva promesso esattamente il giorno dopo la nomina, ma non voglio criticare qui la finalita’ in se’ dell’operazione quanto il dubbio sfondo su cui agisce.

Dopo anni di militanza tra le schiere linuxofile italiane ho constatato la pressoche’ totale onnipresenza in qualsiasi gruppo ed associazione di numerosi esponenti del suddetto movimento opensource, persone che costruiscono la propria attivita’ commerciale intorno a prodotti a codice aperto di cui forniscono vendita, assistenza e personalizzazione. Fin qui, assolutamente nulla di male: non solo questo atteggiamento e’ perfettamente legale ed anzi supportato da qualsivoglia ente promotore del software libero con un minimo di cognizione di causa, ma ha pure il pregio di accellerare la penetrazione di applicativi open nel mondo delle attivita’ economiche e supplire alla naturale diffidenza che nasce nei confronti di “programmi che si possono scaricare gratis da Internet” e che, nell’ottica ottusa di molti, sono dunque inferiori ai corrispettivi proprietari.

Cio’ che mi turba e’ il modo in cui tali aziende – perche’ pur sempre di aziende si parla, che vendono prodotti ed hanno un guadagno – un po’ troppo spesso ricorrano all’ingenuo, spensierato e disinteressato entusiasmo della community (la componente freesoftware, per dir cosi’, formata per lo piu’ da giovani smanettoni col pallino per l’informatica) per rastrellare consensi e mettere in luce il proprio catalogo.

Torniamo al “Caro Candidato”: facendo un giro per il modestissimo sito, dalla pagina delle entita’ aderenti al progetto si approda in fretta al homepage di ApritiSoftware, ennesima associazione (si legge dal sito) “nata per iniziativa di un gruppo di professionisti“, tra cui “consulenti della Pubblica Amministrazione“. Gente, insomma, la cui fatturazione dipende dai sopra menzionati politici che saranno eletti, e con cui ben volentieri stringono rapporti di amicizia oppure, nel peggiore dei casi, di ritorsione. Suddetto gruppo non ha ancora combinato nulla e, a naso, sembra essere nato solo in funzione delle imminenti elezioni regionali in Sardegna, dunque torniamo al sito di AsSoLi in cerca di qualcosa di interessante: qui troviamo una serie di azione intraprese, tra cui tra le altre piu’ recenti troviamo una lettera aperta al Ministro Brunetta, in cui si invita a spendere un po’ di palanche in software libero, o un bel rapporto sui soldi ceduti a Microsoft da parte del Governo, in cui si invita a orientare meglio la destinazione degli stanziamenti.

C’e’ qualcosa che non torna: e’ una pura coincidenza che tutte le azioni svolte da AsSoLi, sbandierate in lungo ed in largo sull’Internet e presentate alla blogosfera italica come importantissimi movimenti di supporto e protezione del software libero coinvolgano sempre enti statali e soldi? Con tutte le notizie che quotidianamente arrivano in merito a violazioni delle licenze, abusi dei formati proprietari e minacce all’ecosistema Linux, sempre li’ si va a parare? Non pretendo che essi possano seguire proprio tutte tutte le problematiche esistenti in tale contesto, ma… Per la legge dei grandi numeri, prima o dopo dovrebbe arrivare a combinare qualcosa di diverso!

Stando al poco che posso comprendere leggendo i testi che loro stessi scrivono, sommato alla mia breve eppure intensa esperienza avuta con alcuni di tali personaggi (che raccontero’ in futuro su questo blog), a me par tanto che questo eroico e temerario gruppo di paladini difensori della virtu’ del freesoftware altro non sia che un canale pubblicitario per una ristretta cerchia di consulenti rampanti che cerca di smuovere quel poco di opinione di massa per poi presentarsi dall’istituzione pubblica di turno dicendo “Vedi? Un sacco di cittadini vogliono che sui PC del Comune ci sia Linux! Ed io sono la persona piu’ indicata per farti questo lavoro, del resto il sito l’ho aperto io e certamente sono un esperto!”. Chiunque conosca la gilda dei consulenti, instancabili ed insaziabili cacciatori di facili prede cui spillare tanti quattrini a fronte di poco lavoro e pertanto sempre sulle tracce dell’inesauribile e mastodontico Stato, non dura fatica a comprendere come uno scenario del genere non sia solo plausibile ma anzi estremamente probabile: i tasselli del puzzle sono tanti, alcuni elencati in questo post e molti altri reperibili ispezionando gli archivi di news con un briciolo di acume oggettivo, ma accostandoli ed incastrandoli sembra emergere una suggestiva foto di una grande famiglia in cui le donne hanno il capo coperto e gli uomini portano la coppola in testa e la lupara al fianco…

Ovviamente le mie sono illazioni, supposizioni, provocazioni, frecciatine… Dunque, poiche’ non pretendo di essere Custode Supremo della Suprema Verita’, lascio ai lettori il compito di formarsi una propria idea personale. Purche’ essa sia veramente una idea personale fondata su impressioni di prima mano, e non suggerita con un contorno di sedicente moralita’.

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