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Processo al Processo

24 gennaio 2010

La notizia dell’acquisizione di Sun da parte di Oracle fece un certo scalpore in tutta la blogosfera nerd. E molto di piu’ nei dintorni della blogosfera linuxofila. “Che fine fara’ OpenOffice?”, “Che fine fara’ ZFS?”, e, forse piu’ di tutti, “Che fine fara’ MySQL?”.

Il primo software citato sarebbe anche un po’ ora di cederlo interamente alla community, sarebbe certamente meglio che continuare a lasciarlo in balia di un pugno di developers che a fronte di una chiusura completa verso l’esterno (persino scaricare il sorgente dai repository rischia di essere un trauma) hanno pure il coraggio di lamentarsi degli scarsi contributi. Il secondo non lo vedo particolarmente a rischio in mano ad Oracle, che suppongo avere tutto l’interesse per un filesystem distribuito e fault tolerant da cui i suoi propri prodotti possono trarre solo giovamento.

In merito al terzo, e’ tutta un’altra storia.

Tutto inizio’ quando all’ufficio Antitrust della Commissione Europea, i soliti malfidati, avviarono una pratica per indagare sugli effetti di mercato della paventata unione tra Oracle e Sun. Il buon Monty, fondatore di MySQL AB (societa’ che mantiene e sviluppa l’omonimo database, acquisita nel 2008 da Sun stessa e pertanto rientrante nel pacchetto chiavi in mano prossimo ad essere ceduto ad Oracle), intravvide in tale evento la possibilita’ di attuare un colpo di mano per evitare che la sua amata creatura venisse ridotta in brandelli dalla nuova dirigenza, ed inizio’ ad inviare alla community accorati appelli per reagire e convincere i giudici che quel matrimonio non s’aveva da fare. Si avviarono campagne, petizioni, arrivo’ qualche critica, e si arrivo’ a negare il fatto che la natura opensource di MySQL potesse salvarlo dalla distruzione con un qualche fork piu’ o meno ufficiale (tipo i gia’ esistenti Drizzle e MariaDB) che spostasse il fulcro dello sviluppo al di fuori di Oracle indipendentemente dal suo benestare.

Proprio intorno al punto “open/non open” si sono incentrate le maggiori discussioni e diatribe, sia per capire se la nota piattaforma potesse davvero sopravvivere al di fuori dell’ambiente enterprise in cui e’ nata e sempre stata sviluppata, sia perche’ una delle massime argomentazioni pro-Oracle si fondava sull’esistenza di PostgreSQL in qualita’ di alternativa e dunque contrappeso competitivo sul libero mercato. Il momento piu’ caldo e vissuto della vicenda e’ stato raggiunto con la pubblica dichiarazione di Monty che anche tale prodotto avrebbe potuto essere facilmente assassinato dal colosso statunitense, e l’infastidita risposta della community Postgre alle provocazioni sullo stato di salute del progetto non si e’ fatta attendere.

L’elemento inedito in tutta codesta bagarre, sufficiente a suscitare una meditazione (e a me, a scrivere un post sul blog), e’ proprio nel riconoscimento di PostgreSQL nel ruolo di spartiacque. Contrariamente al rivale MySQL, suddetto applicativo non e’ mantenuto e controllato direttamente da nessuna azienda ufficiale, la sua proprieta’ intellettuale non appartiene a nessuno di preciso (o quantomeno, a nessuno che individualmente ne possa rivendicare diritti e privilegi), viene condotto interamente da una comunita’ completamente aperta di persone con nessun legame burocraticamente riconosciuto. Al fondo delle pagine del sito, il copyright viene assegnato al “PostgreSQL Global Development Group”, che non sembra essere ne’ una associazione ne’ un ente ne’ una fondazione ne’ tantomeno una software house. Insomma: sulla carta, non esiste. Eppure la sua concretezza e’ stata motivo fondante per far concludere il famoso procedimento dell’Antitrust a favore di Oracle: a pochi giorni fa’ risale il verdetto conclusivo, in cui precisamente PostgreSQL viene citato come alternativa competitiva opposta al blocco Oracle/MySQL, con buona pace dell’esacerbato Monty.

A mia memoria questa e’ stata la prima occasione in cui l’opensource e’ entrato in un’aula di tribunale. E non mi riferisco qui alla validita’ legale delle diverse licenze che tra loro possono o non possono essere miscelate oppure possono o non possono prevedere l’inclusione del codice in applicativi proprietari (le licenze hanno comunque gia’ dimostrato la loro efficacia in diversi altri casi), ma proprio del processo di sviluppo aperto. I giudici, con la loro decisione, indirettamente garantiscono il fattore di indipendenza ed impossibilita’ di appropriazione indebita di un progetti open, e respingendo la possibilita’ di una azione ostile di Oracle nei confronti degli sviluppatori chiave di PostgreSQL (che, secondo Monty, potrebbero essere individualmente sedotti dal colosso americano ed indotti a lasciar perdere nella loro opera) sanciscono formalmente una delle regole non scritte alla base del modello open: nessun individuo e’ determinante, tutti collaborano o possono collaborare. Inoltre la sentenza sdogana una volta per tutte la concezione per cui un prodotto emerso dalla community, senza nessun diretto vincolo economico con enti terzi, e’ alla pari con il frutto di una azienda vera e propria con tanto di fatturato e bilancio.

Questa volta non ha vinto un paletto legale, ma una idea.

Qualcuno potra’ sostenere che si tratti di una vittoria di Pirro, in quanto determina l’assorbimento e la potenziale distruzione di MySQL (personalmente non credo che Oracle tema particolarmente la sua crescita, coprendo un segmento di mercato totalmente diverso dal suo proprio, ma neanche che abbia smania di investirci dei soldi di tasca propria o di curarsene…), ma in termini assoluti accolgo molto positivamente la sentenza e spero che altri, soprattutto nel mondo businness, ne percepiscano il senso di fondo.

L’udienza e’ tolta.

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