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Cyberpunk

29 febbraio 2012

Spesso non ce ne rendiamo conto, ma il nostro mondo, il mondo in cui tutti i giorni viviamo, e’ molto piu’ “cyberpunk” di quanto non si creda.

I sintomi piu’ evidenti e noti della compenetrazione tra tecnologia e societa’ li troviamo nella cronaca internettiana (e non) dell’ultimo anno. Torme di ragazzini che in massa si muovono sul web attaccando, e piegando, siti governativi e di colossi del credito, agendo in nome di una entita’ collettiva senza nome e senza volto (e talvolta senza motivazione). Intere nazioni che, coordinandosi sui social network, rovesciano despoti, ed altri despoti da rovesciare che prima di mobilitare le truppe antisommossa badano di spegnere i router verso l’Internet. L’onnipresenza di telefoni cellulari nel continente africano, ed una Internet parallela su GSM che, per mezzo di telefonate ed SMS, mima il comportamento dell’occidentale web 2.0. Dubito che Sterling, anche all’apice del suo successo, avrebbe potuto inventare qualcosa di meglio.

Ma questi sono ancora percepiti come eventi lontani, estranei, che non toccano la nostra quotidiana esistenza e che dunque non meritano particolare attenzione se non quella di curiosita’ mediatica del giorno.

Eppure, la tecnologia – ed il bisogno di tecnologia – permea ogni anfratto delle nostre citta’. Anche, e soprattutto, i piu’ celati e sconosciuti. Nel corso dell’ultimo anno e mezzo, frequentando l’Officina Informatica Libera e di conseguenza le svariate persone che le si rivolgono per ricevere assistenza informatica a costo zero, ho toccato con mano realta’ concrete altrimenti difficilmente immaginabili.

Iniziamo dagli anziani. Ovvero una delle categorie sociali che universalmente vengono percepite come piu’ lontane dai nuovi media.

Tra gli svariati pensionati cui OIL ha ceduto un PC ricondizionato in comodato gratuito, almeno due meritano menzione nelle mie cronache urbane. I primi, una coppia: all’atto della consegna non avrebbero saputo riconoscere il pulsante di accensione del computer, sette mesi (ed un corso organizzato da SPI-CGIL) dopo avevano un account Facebook a testa con cui seguivano l’andamento delle vite dei figli, adulti e vaccinati e andati via di casa anni prima, condividendo con orgoglio le loro foto e comunicando la loro approvazione famigliare elargendo non gia’ pacche sulle spalle ma una pioggia di “Like”. La seconda: una anziana signora che aveva particolarmente insistito per avere un computer funzionante in sostituzione del suo scassato, quando andammo a portarglielo e montarglielo scoprimmo che tale premura era dettata dalla volonta’ compulsiva di consultare, evidentemente con una certa regolarita’, i CD di foto digitali appartenuti al figlio mancato prematuramente due anni prima.

Due aneddoti semplici, probabilmente comuni e rintracciabili in gran parte dei condomini dei quartieri cittadini, che ci insegnano una morale: forse per i “nativi digitali” la telematica rischia di essere uno strumento di isolamento ed alienazione, come sostengono i puristi dei rapporti sociali “vecchio stile”, ma per le classi storicamente gia’ isolate ed alienate (come appunto quella degli anziani, per decenni relegati ai campi da bocce o ai tavoli da briscola) risultano invece una evoluzione positiva, un modo per tenere vicino a se’ i beneamati figli, ed una betoniera di cemento con cui riempire il decantato “gap generazionale”.

Continuiamo con i senzatetto. Ovvero una delle ultime categorie sociali cui verrebbe da pensare parlando di nuovi media (o di qualsiasi altro tema che non sia condito di ipocrita melensaggine).

Da quando abbiamo installato un access point libero e gratuito presso Casa del Quartiere, vivace centro di incontro in zona San Salvario, la saletta dell’ingresso e’ diventata il fulcro di una piccola comunita’ tecno-bohemienne internazionale assiduamente frequentata sia da semplici utenti (spesso intenti a chiamare i famigliari rimasti in patria con Skype) che da esperti improvvisati del settore, che non di rado sottopongono alla nostra attenzione problemi tecnici riscontrati sui numerosi PC di ignota provenienza su cui mettono le mani. Non si pensi comunque alla classica e stereotipata immagine del “barbone” con il carrello della spesa, qui si tratta di persone la cui condizione e’ solo intuibile con la prolungata frequentazione e che spesso si confondono con il pubblico canonico del luogo, ma una volta accertato il loro status non puo’ che colpire il possesso da parte loro di un computer, talvolta di una chiavetta 3G (da usare quando non trovano un access point aperto, evento ben raro) e di altri ammenicoli digitali, che tendono ad usare con dimestichezza. Il fatto che anche chi non ha nulla ha comunque una casella di posta elettronica la dice lunga sui bisogni essenziali dell’Uomo odierno – e su quelli che dovrebbero essere i suoi diritti -, sugli strumenti informatici oramai talmente facilmente reperibili da essere diventati una commodity al pari di acqua e corrente elettrica, e sul ruolo della comunicazione e dell’accesso all’informazione.

Dalle constatazioni pratiche sopra elencate non traggo nessuna conclusione, quanto semmai un invito. Quello a non lasciarsi condizionare dai proclami e dalle previsioni dei futurologhi della domenica, che all’introduzione di qualsiasi novita’ nel settore della tecnologia di consumo azzardano analisi – sin troppo spesso disattese – sull’impatto che esse avranno nella vita di tutti i giorni. Al contrario, il progresso e’ osservabile e percepibile intorno a noi. E, come ci insegno’ Henry Ford, c’e’ vero progresso solo quando i vantaggi di una nuova tecnologia diventano per tutti.

Il Compromesso Didattico

20 marzo 2011

Qualche tempo addietro ho gia’ espresso la mia posizione nei confronti dell’ossessione dimostrata da numerosi onorevoli membri della community linuxara nei confronti dell’introduzione del software libero nella scuola, concludendo che altri obiettivi erano a disposizione e che valesse la pena diversificare le proprie attivita’ anziche’ fossilizzarsi in un unico settore di penetrazione, peraltro difficilmente conquistabile. In questa occasione rinnovo tali mie affermazioni, proprio in virtu’ del fatto che ho recentemente contribuito a migrare una scuola a Linux.

Tutto inizio’ quando un socio dell’associazione “Officina Informatica Libera“, di cui sono membro, intercetto’ un articoletto su un giornale locale dell’hinterland torinese. In breve, tale brano era un appello lanciato da un assessore di un comune poco distante appunto dalla capitale sabauda, una richiesta di soccorso affinche’ qualcuno provvedesse a fornire nuovi PC alla scuola elementare del paese, ridotta in condizioni drammatiche dal punto di vista sia economico che tecnologico. Inevitabilmente, poiche’ l’attivita’ principale della summenzionata associazione e’ il recupero ed il riciclo di hardware dismesso da aziende ed enti pubblici eppure ancora perfettamente usabile, abbiamo palesato la nostra inclinazione a dare una mano.

Il primo incontro conoscitivo con l’assessore e due tecnici (uno proprio del comune, l’altro un maestro con vocazione da sistemista) e’ andato in modo pessimo. Una volta presa coscienza della dotazione informatica a disposizione della scuola in oggetto (gran parte delle macchine esistenti sono Pentium a 133MHz. Roba che quasi non va bene manco per fare il proverbiale router casalingo, figurarsi tenere una lezione…) abbiamo preso la parola ed abbiamo illustrato non solo la nostra disponibilita’ di macchine assai piu’ moderne (Pentium 4, come quelli che vengono buttati a camionate da enti quali il Politecnico di Torino: vecchi secondo le logiche di mercato, ma che ancora fanno la loro porca figura) ma anche la possibilita’ di salvare il salvabile sfruttando le magie di LTSP, tecnologia che permette di far girare un qualsiasi computer dotato di scheda di rete quasi come se fosse un computer comprato ieri. Ovviamente, tutto in ambiente Linux. Apriti cielo: “I maestri sono abituati con Windows, e non hanno tempo [il "e voglia" era sottinteso ma intelligibile, NdB] di imparare qualcosa di nuovo”, “Tutto il mondo usa Windows, perche’ noi dovremmo usare qualcosa di diverso?!”, “Poi non ci funzionano le stampanti”… Pur di farci desistere sono arrivati al punto di asserire che i Pentium 4 offerti (gratuitamente, per onor di cronaca) erano macchine obsolete e che non le volevano: comportamento alquanto sospetto, da parte di chi dispone solo di PC risalenti al tempo della fondazione di Forza Italia

Il pezzo forte e’ arrivato verso la fine della chiaccherata, quando uno di loro ha confessato che un privato aveva offerto altri computer di recupero (esattamente come quelli che avevamo noi…) e la loro massima aspirazione era che essi avessero appiccicato sopra il bollino della licenza Windows affinche’ almeno le apparenze fossero salve. “Tanto mica controllano se l’etichetta corrisponde con quello che e’ installato!”. In poche parole – e lo specifico per bene nel caso non fosse gia’ abbastanza evidente – l’intenzione dichiarata e neppur pudicamente mascherata era quella di piazzare software pirata su ogni sistema.

Quel giorno il mio socio ed io ce ne siamo tornati a casa maledicendo il comune, la scuola, i genitori, gli insegnati e tutto il Ministero dell’Istruzione, e personalmente sono stato a rimuginare sulla cosa per tutto il resto della giornata. Tanto che, scesa la sera e sopiti i bollenti spiriti, ho compiuto una mossa azzardata: ho fatto qualche breve ricerca su Google, ho composto un aggregato di screenshots, ed ho spedito la seguente mail all’assessore:

Salve.

Sono il “giovane” della associazione Officina Informatica Libera che stamane (venerdi) e’ passato a fare quattro chiacchere con lei ed i suoi colleghi in merito al laboratorio informatico per la scuola di $NomeDelComune.

Mi permetta l’insistenza, ma non riesco a trattenermi dal muovere qualche commento pratico e, come constatera’, totalmente oggettivo sulle critiche che sono state mosse alla migrazione del laboratorio da Windows/Office a Linux/OpenOffice.

I computer di cui oggi dispone la scuola, su cui viene condotta l’attivita’ didattica e cui, per dichiarazione sua e dei suoi colleghi, i docenti sono ampiamente abituati e legati, sono obsoleti, molto molto lontani dalle dotazioni hardware e software moderne. Qualunque genere di ammodernamento comporta un cambiamento, il punto non sta se attuare tale cambiamento o meno quanto nella radicalita’ dello stesso.

In allegato a questa mail trova una immagine che ho composto accostando schermate prese da Microsoft Office 2000 (una versione verosimilmente vicina a quella oggi usata nella scuola), l’attuale versione di OpenOffice (nel mezzo), e Microsoft Office 2010 (in fondo). Puo’ constatare con i suoi occhi quanto il nuovo Office sia lontano dalle sue versioni piu’ antiquate, e quanto invece l’alternativa OpenOffice differisca solo marginalmente in termini di disposizione grafica.

Spero che osservera’ questo collage con il dovuto discernimento, senza partire dal presupposto (evidentemente falso, come dimostrano le foto) che “Office e’ sempre Office” e se si e’ abituati a quello non ce ne si puo’ allontanare.

Analoghi ragionamenti possono essere attuati all’intera piattaforma Windows, che ha a sua volta subito pesanti rivoluzioni dalla versione 95 all’odierna Seven. Sia grafiche che concettuali. E che non puo’ dunque essere considerato uno scoglio inamovibile cui aggrapparsi facendo appello all'”abitudine” dei maestri.

Tralascio qui ulteriori divagazioni, preferendo non approfondire qui temi delicati come la cultura della legalita’ o l’indottrinamento al consumismo. Voglio solo augurarmi che i sussurri di oggi sull’eventualita’ di installare copie di software contraffatte sui PC destinati ad essere usati come strumento didattico e disciplinare dai bambini di $NomeDelComune fossero battute ironiche.

Con l’augurio che il futuro delle nostre prossime generazioni non sia condizionato negativamente da capricci infondati ed immotivati, le porgo i miei piu’ cordiali saluti.

Nel giro di due giorni ho ricevuto una risposta da parte di uno dei tecnici, il maestro/sistemista per l’esattezza, che ci ha invitati a fare un test nel laboratorio informatico della scuola di un comune adiacente a quello di partenza e all’interno dello stesso comprensorio didattico. Siamo andati, in un paio di pomeriggi abbiamo finito di sistemare la rete LTSP usando i computer gia’ presenti (per lo piu’ Pentium 2 e 3, ed un PC acquistato due anni fa’ adottato come server. Una scuola privilegiata, senza ombra di dubbio), abbiamo spiegato quel poco che c’era da spiegare e ce ne siamo tornati a casa.

Adesso siamo in attesa di un feedback, di un esito nei confronti del primo impatto che i maestri avranno sul loro nuovo (o meglio, rinnovato) laboratorio. L’attesa e’ grande, in quanto non e’ affatto scontato che la disponibilita’ di computer estremamente piu’ reattivi e performanti vinca la ritrosia dell’abbandono della piattaforma operativa che hanno usato per anni se non per decenni, ma questa e’ un’altra storia ed eventualmente la raccontero’ quando io stesso ne sapro’ qualcosa in piu’.

Per ora mi limito ad esporre qualche conclusione in funzione di codesta esperienza, tratta indipendentemente da quel che sara’ il suo esito finale.

Innanzitutto, concentrare tutte le forze della community nella promozione del software libero nelle scuole (ad esempio, dirottando l’intero Linux Day su questo tema) e’ assolutamente inutile. Sono le scuole potenzialmente interessate, o potenzialmente coinvolgibili, che si fanno vive e avanzano richieste; tutte le altre evidentemente non hanno ragione di rivedere la loro dotazione tecnologica, dunque tanto vale andarle a bustigare. L’importante e’ ascoltare le domande giuste, non muovere le proposte sbagliate.

In secundis: i tagli alla scuola, motivo di grandi dibattiti e grandi manifestazioni, sono certamente criticabili ed opinabili, ma in un’ottica di strategia linuxofila sono quanto di meglio potesse capitare. Espressione cinica, ma ponderata. Essi impongono l’obsolescenza dell’hardware usato negli istituti scolastici, impongono il centellinamento delle risorse economiche ed umane destinate alla manutenzione degli impianti informatici, ma soprattutto impongono una presa di coscienza ed una responsabilizzazione da parte di chi deve non solo far quadrare i bilanci ma anche difendersi dalle accuse di sperpero e mala-educazione mosse per mezzo dei media da parte di un Governo a caccia di capri espiatori. In questo contesto la migrazione al software libero (gratuito, legale, ed implicitamente educativo) diventa una opzione molto piu’ papabile e considerabile, ma nuovamente spetta alla community intervenire materialmente laddove si manifesti una richiesta: urge farsi trovare preparati non solo a parole ma anche ai fatti e nel caso essere disposti ad operare direttamente, le aule non si migrano coi buoni propositi ma coi pomeriggi di bestemmie trascorsi sulla tastiera.

In ultimo, l’annoso ed apparentemente irrisolvibile problema dei piagnistei dirompenti degli utenti quando li si “minaccia” di cambiare qualcosa all’interno del loro ambiente di lavoro. Molto semplicemente: non sono un problema. O meglio: non sono un problema che riguarda la community. Come detto sopra: chi deve preoccuparsi dei conti e della reputazione sono i dirigenti delle scuole, chi deve prendere decisioni non emotive ma razionali e fattibili sono i dirigenti delle scuole, e chi deve far ragionare i propri “subordinati” sono i dirigenti delle scuole. A ognuno il suo mestiere: i tecnici installano e configurano, i maestri educano (e si auto-educano, e si educano reciprocamente). O cosi’, o ci si tengono i catorci digitali. Vane sono le numerose azioni mirate a convincere del contrario chi vive di routine, dunque tanto vale farsene una malattia. Ci si puo’ incazzare per un paio di ore, si puo’ fare un tentativo estremo (come nel caso della mia mail sopra pubblicata), ma poi si deve passare oltre: le opportunita’ sono troppo numerose perche’ ognuna di esse consumi troppo tempo in lamenti di biasimo.

Per una porta che si chiude, si spalanca un portone. E se la porta e’ chiusa, si entra dalla finestra. Stupido sarebbe cercare di buttare giu’ il muro…

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